Parole per Giuliano

Mi manca Giuliano. Questo blog non è più la stessa cosa senza i suoi commenti che, dal 2009, arricchivano di fatto i post di Immagine Pubblica. Giuliano Bovo, questo il suo nome, è stato – penso di poterlo dire senza offendere nessuno – il mio miglior amico blogger. Ecco, se devo trovare un pregio, un’utilità, un solo motivo esistenziale valido per questo mio modesto blog è l’avermi dato la possibilità, il piacere e – credo ogni giorno sempre più – il privilegio di conoscere Giuliano.

Giuliano che non è più fra noi da giusto un anno, dal 27 novembre 2020. Giuliano che io non ho mai avuto modo d’incontrare di persona e che, ricordandomi ormai atrocemente di un’email in cui mi scrisse che “un giorno ce lo faremo quel discorso” (viso a viso, finalmente, a proposito d’un regista che abbiamo amato, Federico Fellini), so che ormai quel giorno non potrà mai essere. Giuliano, lui lombardo, che mi scrisse, in quell’email o forse in una delle altre che ogni tanto ci scambiavamo in quegli anni tra il 2009 e il 2018, che aveva uno zio a Cocullo, nel mio Abruzzo, e che quindi un nostro incontro sarebbe stato possibile.

Avrei potuto cercare di realizzarlo quell’incontro. Invitare Giuliano, tutto qui, perché no? Nel frattempo, io, avevo messo su famiglia. Sono diventato padre di due bambini, ho avuto meno tempo per il mio blog e soprattutto per il suo. In breve, ho trascurato quella nostra amicizia sì virtuale, mediata da un computer collegato in rete, eppure vitale e sincera come poche. Ero comunque felice per lui, perché aveva ripreso a scrivere di quello che più lo appassionava, il cinema e l’opera, dopo anni in cui – probabilmente disilluso – era rimasto inattivo come blogger. E questo ritorno, per me assai gradito, anche grazie a Giacinta, che qui saluto e ringrazio con affetto.

Anch’io, come Giuliano, ho ripreso a scrivere sul blog dopo un periodo di inattività, tra alti e bassi, tra disillusioni e disincanti (e ben sapendo che lui era ancora con me, tra i pochissimi, sempre presente) finché nel dicembre 2020 non ho pubblicato un post dedicato a “Disintegration“, il capolavoro dei Cure. Avrei voluto scriverne qualche altro nelle settimane seguenti ma, più il tempo passava, e più mi dicevo che quel titolo, “Disintegration”, era troppo perfetto per chiudere così Immagine Pubblica, un blog che avevo resuscitato nel 2016 ma che – dopo i canonici quattro anni di vita d’un blog (questo, pare, è quanto dicono le statistiche) – mi sembrava ormai giunto alla sua fine naturale.

I mesi passavano, la preoccupazione per la pandemia tuttora in corso mi attanagliava, il blog sembrava un vago ricordo. Non Giuliano, però. Anzi, proprio a lui, chissà poi perché, mi ritrovavo più a pensare quando mi chiedevo che cosa stessero facendo i miei amici, come se la stessero passando in quei mesi complicati. Un giorno di febbraio, infine, mi sono detto “fammi scrivere un’email a Giuliano, che è da tanto che non lo sento”. Prima di farlo, tuttavia, ho pensato che magari sarebbe stato meglio vedere cosa stesse scrivendo lui in quei giorni sui suoi blog, lasciargli qualche commento e quindi – una volta riannodato il filo d’un discorso che andava avanti da dieci anni – scrivergli in privato.

Tuttora provo un senso di grande smarrimento al solo pensare che, mentre mi accingevo a contattarlo, il mio amico era in realtà morto già da tre mesi. È un qualcosa che, a distanza di un anno da quella morte, faccio ancora fatica a razionalizzare, nonostante le belle parole di Giacinta e il suo continuo omaggio a Giuliano in quel blog a dir poco notevole – Il cavallo di Brunilde – che adesso conduce da sola. Giuliano mi manca. Ecco il punto. E forse è per questo motivo che sono ancora qua, sul blog, da solo. – Matteo

“Dangerous”, 30 anni per il capolavoro di Michael Jackson

Il sito della Legacy, l’etichetta della Sony specializzata in ristampe e riedizioni, mi ricorda che “Dangerous”, l’album capolavoro di Michael Jackson datato 1991, compie oggi 30 anni. Io ne ho precedentemente parlato QUI, per cui rimando ogni considerazione al riguardo a quel mio vecchio scritto. Oggiungo solo che… accidenti, era davvero il giorno dopo l’annuncio della morte di Freddie Mercury? Una coincidenza affascinante (vedi QUI). – Matteo

Freddie Mercury, a 30 anni dalla morte è più vivo che mai

Sono passati 30 anni esatti dalla morte di Freddie Mercury, avvenuta la sera del 24 novembre 1991, eppure il mito – sì, il mito, è una di quelle rare volte in cui non si esagera con le parole in ambito musicale – è più vivo che mai. Le sue canzoni le conoscono tutti, la sua immagine pubblica fa ormai parte dell’immaginario collettivo, il suo nome è noto in tutto il mondo. Trent’anni dopo e siamo ancora qui a parlarne. Io, nel mio piccolo, in questo modesto blog, di Freddie Mercury ho parlato spesso & volentieri. Basta cercarlo, è ovunque. – Matteo

The Cure, “Disintegration”, 1989

Ero convinto d’aver già scritto un post su “Disintegration”, il disco capolavoro dei Cure originariamente pubblicato nel 1989, ma non lo trovo né tra gli articoli di questo modesto blog e né tra le bozze inedite. Eppure sono sicuro di aver scritto qualcosa in proposito, qualcosa che forse è rimasto in qualche bozza che infine ho cancellato, magari anche inavvertitamente. Ad ogni modo, visto che ormai sono qui e considerato che in questi giorni sto riascoltando “Disintegration” piuttosto ossessivamente, sia a casa (quando i bimbi me lo permettono) e sia quando sono in macchina per andare al/tornare dal lavoro, mi sento sufficientemente pronto per stendere qualche appunto su quello che resta, per quanto mi riguarda, l’unico disco dei Cure che ancora ascolto con sommo piacere dall’inizio alla fine.

Sì, è vero, in un mio vecchio post avevo argomentato che il disco capolavoro dei Cure fosse “Bloodflowers” ma mi son dovuto ricredere. Ci ho messo davvero anni per apprezzare “Disintegration” e ormai posso dirlo: è quest’ultimo il vero capolavoro dei Cure, e in ciò credo d’essermi allineato con l’opinione comune della maggior parte degli ammiratori della band inglese. Del resto un disco come “Bloodflowers”, che comunque per me resta grandissimo, è pur sempre figlio di questo “Disintegration”; ne ha lo stesso concetto di fondo, ecco: canzoni lunghe, distese, con corpose introduzioni strumentali, con testi che affrontano con un certo smarrimento il passare del tempo e dove l’amore, forse, è l’unica cosa che resta davvero. Autentici romantici, i Cure.

E se “Bloodflowers” venne pubblicato nudo e crudo così com’era, ovvero senza video o singoli promozionali, da “Disintegration” la Fiction Records pensò bene di estrarre ben quattro singoli – la sognante Pictures Of You, la romantica Lovesong, la rockeggiante Fascination Street e la tetra ma sensuale Lullaby, probabilmente il pezzo più celebre dei Cure – con i relativi videoclip e sui rispettivi lati B quattro pezzi che non facevano parte della scaletta originale dell’album.

Scaletta che appunto è composta da dieci canzoni, dalla magniloquente Plainsong alla trascinante Disintegration, ma che nella versione in ciddì ne figura due ulteriori in appendice (la sconsolata Homesick e la cantilenante Untitled) che forse estendono un po’ troppo il “discorso”. La cosa, ovviamente, non influisce sul risultato finale, che resta quello d’un ascolto sempre emotivamente molto coinvolgente. Insomma, sono passati oltre trent’anni e di “Disintegration” non siamo ancora riusciti a fare a meno. O almeno io non ci sono riuscito affatto, e credo che mai ci riuscirò. – Matteo Aceto

Bob Dylan, “Rough And Rowdy Ways”, 2020

Il disco che più ho ascoltato negli ultimi tempi è senza dubbio “Rough And Rowdy Ways”, l’ultimo album di Bob Dylan, edito dalla Columbia lo scorso giugno. L’avevo comprato quasi subito ma, dopo un primo ascolto, l’avevo riposto per sentire tutt’altra musica nel corso della passata estate. E adesso, dopo ripetuti ascolti da parte mia sempre più entusiastici, la rivelazione: “Rough And Rowdy Ways” è davvero un gran bel disco! Sono dieci canzoni in tutto, curiosamente ripartite così: le prime nove – tra cui I Contain Moltitudes e False Prophet, diffuse in anteprima rispetto alla pubblicazione dell’album – su un ciddì e la decima, l’ultima, Murder Most Foul, su un altro ciddì. Infatti “Rough And Rowdy Ways” è un album doppio, sia nella versione in ciddì che ho scelto io e sia in quella su vinile.

Nel complesso, possiamo subito dire di trovarci alle prese con un disco senza fronzoli dove la musica è esattamente funzionale al testo, o meglio, alla narrazione da parte di Bob Dylan di queste sue nuove dieci canzoni originali, dopo una trilogia di sole cover (gli album “Shadows In The Night”, “Fallen Angels” e “Triplicate”) e dopo – vale la pena di notarlo – la sua discussa vittoria del premio Nobel per la letteratura. Canzoni con testi assai lunghi, vere e proprie narrazioni di storie che vanno dall’inevitabilmente autobiografico (I Contain Moltitudes) al racconto gotico (My Own Version Of You), concludendo quindi con i fatti e le impressioni della storia contemporanea (Murder Most Foul).

Non ho letto tutti i testi, e il non averli pubblicati in un libretto interno al disco è per me un clamoroso errore da parte della casa discografica (o forse, chissà, dello stesso Dylan), ma devo dire che sono davvero notevoli, in particolare quella Murder Most Foul che abbiamo già citato più volte: un brano di ben diciassette minuti di durata (credo il più lungo mai proposto dal nostro in un suo album da studio) dove Bob Dylan canta con flemma pastorale dell’omicidio di John F. Kennedy e di tutto ciò che ne è seguito, almeno quello che ci passa lui attraverso le sue suggestive impressioni. Ed è tutto un citare, in Murder Most Foul in particolare ma anche in molte altre canzoni di questo disco, di nomi: da Giulio Cesare ai Rolling Stones, passando dal bluesman Jimmy Reed (al quale è intitolata anche una delle dieci canzoni presenti qui) ai Beatles, agli Eagles (o meglio, Don Henley e Glenn Frey) e ovviamente al presidente Kennedy. Presidente che è ritratto in bella mostra sul retro della copertina dell’album. Mi chiedo se il nostro o chi per lui abbia dovuto pagare dei diritti d’immagine alla famiglia Kennedy.

Un disco senza fronzoli, questo “Rough And Rowdy Ways”, come ho detto sopra, dove la musica è funzionale alle parole: inizia e finisce, infatti, dove inizia e finisce di cantare Bob Dylan, senza chissà quali assoli o parti strumentali di rilievo; se un brano dura dieci minuti, come Key West (Philosopher Pirate) ad esempio, è perché Dylan canta per dieci minuti, ecco. E questo aspetto, in definitiva, potrebbe essere il limite o il pregio di un lavoro discografico come questo. A me è piaciuto molto. Continuerò senz’altro a riascoltarmelo con piacere anche in futuro. – Matteo Aceto

Queen, “News Of The World”, 1977

L’album “News Of The World”, il sesto dei Queen, usciva proprio in questi ultimi giorni d’ottobre, nel lontano 1977. E’ in qualche modo un disco atipico per i Queen, un disco che suona diversamente da tutti gli altri: solitamente maniaci del perfezionismo in studio, Freddie Mercury e compagni registrarono le undici canzoni del loro “News Of The World” in soli due mesi (contro i quattro, i sei o gli addirittura dodici di altri loro progetti) e per giunta autoproducendo il tutto. Insomma, il suono complessivo di un album come “News Of The World” è molto meno levigato del solito e la cosa – almeno per quanto mi riguarda – è un pregio e un difetto allo stesso tempo. Se, infatti, alcune canzoni hanno beneficiato della maggior spontaneità ed immediatezza, altre – con gli opportuni ritocchi che qui sono mancati – sarebbero state degli autentici capolavori.

E così, accanto a brani come We Will Rock You e We Are The Champions, due pezzi strafamosi che proprio non riesco ad immaginarmeli diversi da come sono, trovo sempre un po’ frustrante l’ascolto di pezzi come Spread Your Wings e It’s Late che, affidati alle cure abituali che i Queen riservavano alle loro canzoni, avrei magari apprezzato molto di più. Bene invece pezzi come My Melancholy Blues, una ballata insolitamente jazzata dove i nostri si concedono anche il lusso di fare a meno della chitarra di Brian May, e Fight From The Inside, un funk-rock eseguito quasi interamente dal suo autore, Roger Taylor, un brano grezzo al punto giusto, oltre che rivelatore del sound che verrà (vedi i vari Fun It, Dragon Attack, Another One Bites The Dust…).

A John Deacon, l’anima più quieta e romantica dei Queen, è invece dovuta l’innocua Who Needs You, un brano prevalentemente acustico e dalle sonorità latine che forse stona un po’ nel contesto dell’album. E se Brian May è il principale artefice di quella che probabilmente è la canzone più scarna dei Queen, la bluesy Sleeping On The Sidewalk (ma anche la sua We Will Rock You non scherza affatto in tal senso), a Freddie Mercury è stato concesso (o se l’è ritagliato lui stesso) uno spazio autoriale più esiguo del solito: appena tre canzoni, ovvero le già citate We Are The Champions e Melancholy Blues, oltre alla stralunata Get Down Make Love.

“News Of The World”, ad ogni modo, se la cavò alla grande in classifica, giungendo al quarto posto nelle charts di casa (mentre imperavano il punk e la disco, c’è da dire) e addirittura al terzo nelle charts americane. Vale la pena accennare, infine, alla corposa riedizione deluxe che i Queen superstiti hanno dato alle stampe nel 2017, in occasione del quarantennale dell’album, dove si può trovare tutta una serie di versioni alternative delle undici canzoni contenute nell’album originale: la sola versione non editata di We Are The Champions, lunga pressappoco quattro minuti e mezzo (contro i tre della versione universalmente conosciuta) basta a giustificare l’acquisto dell’intero box, che poi è anche bello da vedere e da possedere come oggetto d’arte in quanto tale. – Matteo Aceto

Brian May, “Back To The Light”, 1992

Nel settembre 1992, quando da un tigì Rai venni a sapere che Brian May dava alle stampe il suo primo album solista, “Back To The Light”, pensai subito che il capelluto chitarrista dei Queen stesse approfittando commercialmente dell’onda lunga emotiva seguita alla morte di Freddie Mercury, avvenuta nel novembre precedente. Invece, come seppi tempo dopo, il progetto “Back To The Light” risaliva a ben cinque anni prima, a quel 1987 in cui Freddie era vivo e vegeto e si stava occupando d’un suo famoso progetto solista (vedi QUI), in un periodo in cui i Queen come band erano inattivi. E così, mentre pure Roger Taylor faceva pubblicare il suo “Shove It” a nome The Cross, anche il buon Brian stava pensando agli affari solistici suoi. Preferì comunque concentrarsi su “Talking Of Love”, un album che scrisse, suonò e produsse per l’attrice Anita Dobson (che poi sarebbe diventata la nuova signora May), rimandando il suo effettivo progetto solista a data da destinarsi.

Sarebbero seguiti due nuovi album dei Queen, “The Miracle” e “Innuendo“, svariate collaborazioni e l’invito della Ford ad occuparsi della musica d’uno spot per le sue auto prima di vedere finalmente “Back To The Light” nei negozi, quando ormai Freddie Mercury non era più di questo mondo. Mercury cui il disco di May era debitamente dedicato, assieme al padre dello stesso chitarrista, morto poco tempo prima e al quale il nostro era molto legato.

Anni di grandi vicissitudini, in quel quinquennio 1987-92, di enormi cambiamenti per Brian, tanto sul piano personale quanto su quello professionale, tutti più o meno inevitabilmente confluiti nei temi e nelle atmosfere di “Back To The Light”. Un bel disco di onesto pop-rock, quest’ultimo, dove Brian May spicca non solo come chitarrista (e la cosa non sorprende, ovviamente) ma anche come polistrumentista e soprattutto come cantante, oltre che come autore eclettico ma mai dispersivo. Non un capolavoro, “Back To The Light”, ma certamente un disco valido, il migliore che Brian ha proposto finora come solista, secondo il mio modesto avviso, forte di almeno due canzoni che ogni fan dei Queen dovrebbe apprezzare particolarmente, ovvero la struggente Too Much Love Will Kill You (un brano dei Queen praticamente pronto nel 1989 ma che solo sei anni dopo è stato possibile apprezzare con l’originale voce di Mercury) e la stessa Back To The Light, un brano che affidato ai Queen al gran completo avrebbe potuto guadagnare lo status di classico del gruppo.

In questo primo album di Brian May troviamo inoltre una formidabile cavalcata heavy con Resurrection, momenti più intimi (e perfino dolenti) come Just One Life e Nothin’ But Blue (molto somigliante a A Winter’s Tale dei Queen, fra l’altro, con tanto di John Deacon al basso), altri più scanzonati come Let Your Heart Rule Your Head (discendente della country ’39 che contribuisce al fascino d’un disco come “A Night At The Opera“), ibridi rock-blues come Love Token e perfino uno strumentale, Last Horizon, mentre l’iniziale The Dark va a ripescare parti strumentali inedite risalenti addirittura alle sedute di registrazione di “Flash Gordon“.

Due parole a parte, infine, per Driven By You, primo singolo estratto da “Back To The Light”, che curiosamente venne pubblicato il 24 novembre 1991, quando poche ore dopo giunse una notizia tristissima per tutti noi fan, la morte di Freddie. Proprio Freddie avrebbe dovuto cantare in Driven By You, con Brian alla chitarra e il resto agli altri due membri dei Queen; la Ford voleva infatti un pezzo inedito da parte della celeberrima rock band inglese ma – da un lato il lavoro su “Innuendo” e su quello che poi sarebbe diventato “Made In Heaven“, e dall’altro il progressivo peggioramento della salute di Mercury – alla fine rimase il solo Brian a portare avanti il compito. – Matteo Aceto

John Coltrane, “Expression”, 1967

john coltrane, expression, immagine pubblicaPrimo d’una lunga serie di album postumi, e si sa che gli album postumi sono sempre controversi, “Expression” di John Coltrane è stato tuttavia autorizzato alla pubblicazione dal suo stesso autore. Può dunque essere considerato il canto del cigno del celebre sassofonista americano, l’opera che avrebbe messo la parola fine alla sua breve (fino a quel punto) ma decisamente illustre discografia. Non è un album facile, “Expression”, e non giova all’ascoltatore neanche la sua durata relativamente breve: appena quaranta minuti di musica suddivisi tra soli quattro brani. Sono infatti quaranta minuti assai densi, pregni d’una musica sofferta e imponente, così poco jazz nel senso più tradizionale del termine. Infatti “Expression” è un disco di free jazz, se proprio vogliamo dargli un’etichetta, un disco dove non v’è affatto traccia di swing, ecco. Eseguita principalmente in quartetto – Alice Coltrane al piano, Jimmy Garrison al basso, Rashied Ali alla batteria e quindi il nostro al sax – la musica presente in “Expression” è drammaticamente d’atmosfera, dove le suggestioni sonore provengono dai cambi di tempo e dall’uso poco convenzionale (almeno per i canoni stilistici dell’epoca) della strumentazione impiegata.

Si parte con la contemplativa Ogunde, figlia di quella Psalm che conclude l’album più celebre e amato di Coltrane, “A Love Supreme“; seguono gli oltre sedici minuti della dolente e misteriosa To Be, dove il nostro lascia in un angolo il sassofono per passare così al flauto e dove alla formazione si aggiunge un quinto musicista, Pharoah Sanders. E’ poi la volta di Offering, il brano più smaccatamente free dell’album, che giunge quando l’orecchio dell’ascoltatore è già stato messo duramente alla prova; infine, con la traccia che dà il titolo all’album, Expression, siamo agli ultimi dieci minuti dell’opera, minuti durante i quali passiamo da atmosfere consolatorie ad altre decisamente più tempestose (e viceversa).

Registrato in due sole sedute tra il febbraio e il marzo 1967 nell’ormai leggendario studio di Rudy Van Gelder, in New Jersey, “Expression” è un disco che ho sempre trovato affascinante, forse proprio per quel suo essere ostico. Una caratteristica, questa, che non mi ha impedito affatto di apprezzare quest’album per quello che è, l’espressione (è proprio il caso di dirlo) d’un musicista che era giunto al culmine del suo modo di sperimentare, spingendo la sua musica al confine estremo del jazz, oltre il quale quello stesso jazz non sarebbe mai stato più lo stesso. – Matteo Aceto

McCoy Tyner, “The Real McCoy”, 1967

McCoy Tyner, The Real McCoy, immagine pubblica blogScomparso lo scorso 6 marzo, il grande pianista jazz McCoy Tyner è noto soprattutto per la sua lunga e prolifica collaborazione con John Coltrane. Ha tuttavia dato vita ad una discografia solistica di tutto rispetto, una di quelle che mi piacerebbe approfondire in un prossimo futuro e che per ora è rappresentata tra i miei dischi da un solo album, ovvero “The Real McCoy”, edito dalla Blue Note nel 1967.

Inciso in un solo giorno, il 21 aprile ’67, nell’ormai leggendario Van Gelder Studio in New Jersey (USA), “The Real McCoy” si avvale della partecipazione del sassofonista Joe Henderson, del bassista Ron Carter (all’epoca ancora membro del celebre secondo grande quintetto di Miles Davis) e del batterista Elvin Jones (già compagno di avventure di McCoy Tyner nel John Coltrane Quartet), oltre ovviamente del nostro pianista che qui compare per la prima volta come leader in un suo album della Blue Note.

“The Real McCoy” è inoltre il primo album del nostro a figurare materiale interamente composto da lui, per un totale di cinque brani: due più dinamici e spumeggianti (l’iniziale Passion Dance e Four By Five), due di matrice blues (Contemplation e il conclusivo Blues On The Corner) e quindi una ballata (Search For Peace, il classico pezzo che da solo giustifica i soldi spesi per l’acquisto del disco).

Un lavoro, questo “The Real McCoy”, che deve molto agli anni in cui il signor Tyner è stato il pianista di Coltrane, tanto che ne sembra l’ideale prosecuzione stilistica, sebbene si ha la sensazione che il nostro sia andato a recuperare il filo del discorso che il Coltrane Quartet aveva reciso attorno al 1964 (l’anno degli album “Crescent” e “A Love Supreme“, tanto per intenderci). Un grande album, insomma, con della grande musica, che rifugge tuttavia gli aspetti più sperimentali e dissonanti degli ultimi anni della collaborazione con Coltrane, a tutto vantaggio della melodia e del più puro piacere per noi poveri ascoltatori. – Matteo Aceto

Dei miei progetti irrealizzati & di qualcos’altro

In due miei vecchi post – vedi QUI e QUI – avevo scritto d’un tema che mi ha sempre affascinato, quello dei progetti cinematografici/musicali irrealizzati. E’ un po’ il tema del what if, per dirla all’americana, ovvero del che cosa sarebbe successo se. A tal proposito mi ha toccato un’immagine che ho trovato per caso sul web, un disegno in cui Ayrton Senna esce illeso, sollevandosi con le sue stesse gambe, dal relitto della sua monoposto, dopo lo schianto alla curva del Tamburello in quel fatale 1° maggio 1994. Ieri è stato appunto il venticinquesimo anniversario della morte del grande campione di formula 1 brasiliano e, frugando un po’ in rete, mi sono imbattuto in quella immagine che tuttavia preferisco non riportare qui.

Che cosa sarebbe successo se… il campo delle ipotesi è qualcosa di potenzialmente infinito, se ne potrebbe scrivere una storia parallela per ogni fatto di questo mondo. Nel mio piccolo, anch’io – come credo tutti noi – ho i miei progetti irrealizzati, i miei personali what if, alcuni dei quali relativi a questo modesto blog, e del quale mi premeva parlare quando ho iniziato a scrivere il presente post. Ricollegandomi al post precedente, quello sulle ristampe in vinile degli album di David Sylvian, ad esempio, avrei voluto scrivere di “Gone To Earth”, la prima (e finora unica) di tali ristampe che sono andato allegramente a (ri)comprarmi; ecco, speravo di poterne scrivere qualcosa, ma non il solito post-recensione che caratterizza Immagine Pubblica quanto piuttosto una collezione di foto che avrei fatto a questa nuova edizione di “Gone To Earth” e che avrei postato in bella mostra qui. Ebbene, dopo un paio di scatti non proprio esaltanti ho abbandonato il proposito, relegandolo nel limbo dei progetti irrealizzati relativi a questo blog.

Anche l’aggiornare i primi due post summenzionati rientra nel campo in oggetto: continuamente sento parlare d’un regista che avrebbe dovuto girare un film ma che alla fine è stato sostituito da qualcun altro, d’un gruppo che avrebbe dovuto comporre la colonna sonora d’una pellicola che poi è stata realizzata da ben altro compositore, eccetera. Insomma, di materiale per revisionare e/o aggiornate questi miei vecchi scritti ce ne sarebbe un bel po’. Eppure prevale l’ignavia, quella mia indolenza così tipica di noi meridionali, o forse manca una reale ispirazione. Mi capita spesso di avere quelle che reputo delle buone idee per scrivere un post qui ma che, al momento dell’accendersi del computer dal quale sto scrivendo adesso, ho già ridimensionato, se non eliminato del tutto. Insomma, all’atto pratico, forse, quella mia idea non era poi così tanto buona. Forse avrei bisogno d’un coautore, d’un collaboratore. Di questi tempi, mi accontenterei anche di una brava segretaria.

E qui siamo alle prese con un altro dei miei progetti irrealizzati relativi a questo blog; forse, più che un progetto più o meno fattibile, è se non altro una mia vecchia fantasticheria, ovvero l’aprire Immagine Pubblica ad altri autori. Sì, insomma, non mi dispiacerebbe se questo blog emettesse una voce che non sia soltanto la mia, ecco. Potrebbe andare avanti col contributo di qualcun altro anche quando a me sembra – e la cosa mi capita sempre più spesso, in effetti – di non avere più molto altro da scrivere. Potrebbe essere questo post un modo per chiedere a qualche lettore col pallino delle recensioni musicali/cinematografiche o anche libresche che non abbia intenzione d’aprirsi un sito tutto suo di scrivere qualcosa qui? Massì, dài. Vediamo un po’ che succede. What if. – Matteo Aceto