Miles Davis, “Porgy And Bess”, 1958

Miles Davis Gil Evans Porgy And BessSe c’è un disco che ho ascoltato più assiduamente degli altri nelle ultime settimane, quello è senz’altro “Porgy And Bess” di Miles Davis. In effetti, pur avendo questo titolo nella mia collezione da ormai un decennio, non l’avevo mai ascoltato con così grande interesse. Un mio limite, sicuramente, ma è anche vero che la mia copia di questo illustre capolavoro fa parte in realtà d’un cofanetto del 1996, intitolato “The Complete Columbia Studio Recordings”, e riguardante le collaborazioni tra Miles Davis e Gil Evans. Il tutto in ben sei ciddì, con materiale originale inciso tra il 1957 e il 1968. Ecco, perso in oltre sei ore di musica, tra master take e versioni alternative dei molti brani così generosamente offerti, ho impiegato letteralmente anni per mettere il tutto nella giusta prospettiva.

Secondo d’una splendida trilogia di album usciti per la Columbia e realizzati – per l’appunto – assieme al fido Gil Evans, l’amico di una vita, oltre che uno dei principali nomi associati alla lunga carriera discografica di Miles Davis, “Porgy And Bess”, così come il precedente “Miles Ahead” (1957), è stato registrato a New York in sole quattro fruttuosissime sedute, nell’estate ’58. Una trilogia, come s’è detto, della quale fanno parte il già citato “Miles Ahead” e “Sketches Of Spain” (1960), i quali rappresentano tutti insieme sia uno dei picchi artistici di Miles Davis che uno dei suoi periodi discografici più amati. E anche fortunati dal punto di vista meramente commerciale.

Scritta da George Gershwin col fratello paroliere Ira Gershwin e con lo stesso DuBose Heyward, autore del romanzo originale, “Porgy And Bess” narra la storia di una comunità di afroamericani ambientata negli anni Trenta. Se l’originale è una vera e propria opera lirica, con tanto di tenori, soprani e libretto, la rivisitazione del duo Davis-Evans spicca come uno dei vertici del cosiddetto jazz orchestrale, dove alla tromba (e in certi casi al flicorno) solista di Miles fa da supporto un’intera sezione fiati comprendente altre trombe, tromboni, clarinetti, corni francesi, tuba e flauti. Non mancano tuttavia alcuni componenti della working band davisiana di quegli anni, ovvero Cannonball Adderley (alto sax), Paul Chambers (basso) e Jimmy Cobb (batteria, sebbene in alcuni pezzi gli sia stato preferito il più vigoroso Philly Joe Jones).

Per quanto riguarda i singoli brani di “Porgy And Bess”, dall’iniziale Buzzard Song, con quella sua qualità notturna che forse è anche un po’ la caratteristica di tutto l’album, si passa alla suadente Bess, You Is My Woman Now, per quindi imbattersi nel rutilante Gone, l’unico brano non presente nell’opera gershwiniana. Si tratta infatti d’un originale di Gil Evans che in qualche modo rielabora parte del tema del brano successivamente in programma. Ecco così la tenebrosa Gone, Gone, Gone, alla quale segue un autentico classico del jazz, quella Summertime per la quale Evans ha confezionato un grandioso arrangiamento che più sofisticato non si poteva. Segue a sua volta la contemplativa Oh Bess, Oh Where’s My Bess, e quindi la lirica Prayer (Oh Doctor Jesus), tesa e sospesa nella prima parte, placidamente epica nella seconda. E’ poi la volta della contemplativa, quasi pastorale direi, Fisherman, Strawberry And Devil Crab, dopo la quale sopraggiunge la dolente My Man’s Gone Now. Si procede con It Ain’t Necessarily So, il brano più squisitamente swing dell’album, con il breve passaggio lirico di Here Come De Honey Man, con l’intenso lirismo di I Loves You, Porgy e si conclude infine con la frizzante There’s A Boat That’s Leaving Soon For New York.

C’è soltanto una cosa che proprio non riesce a piacermi della “Porgy And Bess” davisiana: la copertina che, per quanto mi riguarda, potrebbe anche essere annoverata QUI. Per il resto, siamo alle prese con un vero capolavoro che a distanza di sessant’anni dalla sua uscita non ha perso nulla della sua classe.

-Mat

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Altre brutte copertine di dischi

La musica di Miles Davis che più amo è quella che il grande trombettista americano ha inciso quando era sotto contratto con la Columbia (gli anni 1955-1985). La musica che successivamente ha inciso per conto della Warner Bros, nella fase finale della sua carriera, mi piace un po’ meno ma ancora meno mi piacciono i suoi anni pre-Columbia, per così dire, soprattutto quando incideva per la Prestige. E tra i motivi che mi tengono alla larga da quei dischi metto proprio le orride copertine che molto spesso ornavano i lavori comunque degni di nota di Davis. Eccone una selezione.

Miles Davis, Relaxin

“Relaxin’ With The Miles Davis Quintet” è una raccolta di materiale inciso nel 1956 e quindi pubblicato dalla Prestige nel 1958, quando Miles era già passato alla Columbia. Non discuto il contenuto dell’album, peraltro registrato dal nostro assieme a uno dei suoi gruppi migliori, ovvero quello con John Coltrane, Red Garland, Paul Chambers e Philly Joe Jones. Ma la copertina? Mi ha sempre raffreddato la voglia di ascoltarmi il disco, purtroppo.

Miles Davis, Collectors Items

E che dire di “Collectors’ Items”, inciso sempre in quel 1956 ma con tutt’altra formazione?

Miles Davis, Miles Davis And Horns

Anche se, per quanto mi riguarda, la copertina più brutta d’un disco di Miles Davis resta quella di “Miles Davis And Horns”, anch’essa del 1956. Certo che l’allora reparto grafico della Prestige era a dir poco originale.

Il mondo è comunque pieno di brutte copertine di dischi, e continuano a farne anche in tempi recenti. Vediamone qualcuna.

Ed Sheeran, X

Ecco l’album “X” (gruppo Warner, 2014) di Ed Sheeran, un cantante del quale oggi tutti sembrano proprio non poterne fare a meno, in particolare i programmisti radiofonici.

Katy Perry, Witness, 2017

Questa è invece la spaventosa copertina di “Witness”, l’ultimo album di Katy Perry, pubblicato dalla Capitol nel 2017. E pensare che sarebbe bastata una semplice foto alla stessa Perry per dare invece alle stampe una bella copertina.

Depeche Mode - Spirit

Ancora i Depeche Mode, con una brutta copertina tratta da quello che molto probabilmente è il loro album più brutto, il recente “Spirit” (Sony, 2017).

Lou Reed, Metallica, Lulu

E che dire poi dell’orrenda copertina di “Lulu”, una collaborazione del 2011 tra Lou Reed e i Metallica pubblicata dalla Warner nel 2011?

Ma in casa, oltre a “Spirit” dei Depeche Mode e ai dischi Prestige di Miles Davis ho anche i seguenti…

Prince, Rave Un2 The Joy Fantastic, 1999

Prince, “Joy Un2 The Joy Fantastic” (gruppo BMG, 1999), oltre a…

New Order Republic

New Order, “Republic” (gruppo Warner, 1993), oppure, per fare un esempio nostrano…

Mango, Visto Così

Mango, “Visto Così” (gruppo Warner anch’esso, 1999).

Beh, penso che per ora la nostra carrellata di brutte copertine possa bastare. Ovviamente tutto è discutibile, quello che non piace a me potrebbe benissimo rappresentare un capolavoro per qualcun altro. Col prossimo post torneremo a parlare di musica vera. Forse proprio d’un noto album di Miles Davis che in questi giorni sto riascoltando spesso & volentieri.

-Mat

Dischi, le copertine davvero brutte

Il mondo della discografia è pieno di bei dischi ma anche di una quantità impressionante di brutte copertine. Spulciando nel web è facile imbattersi in vere e proprie antologie dell’orrore che mettono a raccolta alcune delle copertine di dischi più raccapriccianti di sempre, in una sorta di sagra del cattivo gusto che passa trasversalmente i generi musicali, le epoche storiche e la geografia. Ecco, dal punto di vista geografico, c’è da dire che le peggiori copertine provengono forse dal mercato est-europeo, non fosse altro che per l’abbigliamento e le acconciature degli artisti (?) immortalati in copertina. Nell’antologia del bruttocopertinismo (mi si passi il neologismo, brutto anch’esso) non fa però eccezione nessuno, neanche gli artisti più celebri e le case discografiche più blasonate.

E’ proprio in tal senso che vorrei anch’io proporre una serie di brutte copertine di dischi; non mostrerò le solite immagini prese a caso dalla discografia albanese/rumena degli anni Settanta-Ottanta ma farò vedere – a vostro rischio & pericolo, s’intende – le brutte copertine di alcuni dei più famosi musicisti internazionali d’alta classifica.

simple minds - Celebration

In casa, ad esempio, ho da molti anni una copia in ciddì di quest’antologia dei Simple Minds: si chiama “Celebration”, è uscita originariamente nel 1982 per conto della Virgin e riassume un po’ gli anni cosiddetti formativi della band scozzese (1978-1981). Personalmente la trovo bruttissima. Che avevano da celebrare con una copertina così?

John Lennon - Mind Games

Altra brutta copertina che ritrovo in casa – per giunta in due edizioni, ovvero vinile e ciddì – è quella che confeziona l’album “Mind Games” (EMI, 1973) di John Lennon. E il mio idolo non s’è risparmiato nemmeno per la copertina di “Imagine” (EMI, 1971), per non dire poi degli album sperimentali che pubblicò alla fine degli anni Sessanta con la moglie, Yoko Ono, come “Two Virgins” e “Life With The Lions”. Ve le risparmio.

Steely Dan - Gaucho

Ancora una brutta copertina d’un mio disco che sento spesso & volentieri è quella di “Gaucho” (MCA, 1980) degli Steely Dan. Sicuramente si è visto di peggio ma anche di molto meglio. E comunque le copertine degli ultimi album degli Steely Dan, ovvero “Two Against Nature” (gruppo Warner Bros, 2000) e “Everything Must Go” (2003) non sono esattamente da esposizione.

elton john - wonderful crazy night

Un altro campione del cattivo gusto, e qui c’è davvero poco da stupirsi, è Elton John. Guardate un po’ la copertina di uno dei suoi ultimi album, “Wonderful Crazy Night” (Island, 2016). Certo è che ai tempi di “Caribou” (MCA, 1974), non proponeva – lui o chi per lui, è bene precisare – molto di meglio.

Elton John - Caribou

Altre copertine che spiccano per la loro bruttezza, prese un po’ a caso, riguardano…

Bon Jovi - Have A Nice Day

Bon Jovi, “Have A Nice Day” (Island, 2005), oppure…

Eric Clapton - Old Sock

Eric Clapton, “Old Sock” (gruppo Warner, 2013), ma anche…

Pink Floyd - Obscured by Clouds

Pink Floyd, “Obscured By Clouds” (EMI, 1972), per non dire poi…

Depeche Mode - Delta Machine

Depeche Mode, “Delta Machine” (Sony, 2013), e ovviamente anche…

madonna - American Life

Madonna, “American Life” (gruppo Warner, 2003), oppure peggio…

Chic - Chic-ism

Chic, “Chic-ism” (sempre Warner, 1992), e infine…

Paul Rodgers - Electric

Paul Rodgers, “Electric” (gruppo BMG, 1999).

Questo è quanto per ora. Un prossimo post del genere potrebbe comparire su questo blog in tempi brevi. Sembra una minaccia.

-Mat

Bob Dylan: un po’ di questo, un po’ di quello

Bob DylanBob Dylan è in tour in Italia con ben tre date all’Auditorium Parco della Musica di Roma, più altre a Firenze, Mantova, Milano, Jesolo (addirittura?) e Verona, ma io non sarò sotto il palco ad applaudirlo. Purtroppo. Mi sarebbe piaciuto, per carità, ma sono ormai dieci anni buoni che mi sono ritirato dall’attività live. Non ho più il fisico (e né la testa, a ben vedere) per affrontare tutti i chilometri che le mie pop/rockstar preferite vorrebbero farmi fare ogni volta che decidono di passare nella nostra beneamata penisola. E poi l’attesa ai cancelli, la corsa per prendersi i posti migliori, il sorbirsi i gruppi di supporto, eccetera. No, non fa proprio (più) per me.

Bob Dylan m’è sempre piaciuto anche se non mi ha mai fatto impazzire. Negli ultimi anni, tuttavia, sono andato a comprarmi diversi suoi dischi, comprese antologie triple (come ad esempio “Biograph”, del 1985) o cofanetti tematici (come ad esempio i sei ciddì contenenti le leggendarie “Basement Tapes”, usciti in box nel 2014), e perfino il suo ultimo album, anch’esso un triplo, “Triplicate” per l’appunto, uscito nel 2017 e del quale mi piacerebbe presto parlare in un post tutto suo. Mi piacerebbe avere un po’ tutti i suoi album “classici” (per ora sono fermo al solo “Blonde On Blonde” del 1966) ma è anche vero che ho puntato su Amazon un box antologico che la Sony ha fatto uscire qualche anno fa e contenente tutti i dischi da studio del nostro. Insomma, con una botta & via potrei farmi recapitare a domicilio tutta la produzione dylaniana dall’esordio agli anni della maturità.

Per il resto, sono convinto che ogni album di Bob Dylan sia meritevole quanto meno di considerazione, giacché in ognuno di essi si possono trovare brani di qualità. E poi parliamo pur sempre di uno che è sulla cresta dell’onda da oltre cinquant’anni e che di recente – non senza polemiche – è stato addirittura insignito del prestigioso premio Nobel per la letteratura. Un colosso, niente da dire. Al quale voglio avvicinarmi il più possibile ma anche senza fretta, seguendo la mia vecchia curiosità di appassionato di musica & compratore di dischi. Continuando, almeno per ora, a guardarlo da lontano, come in questi giorni che non sarò presente a nessuno dei suoi concerti italiani.

-Mat

Lucio Battisti, “Don Giovanni”, 1986

lucio-battisti-don-giovanni-immagine-pubblica-blogLa prima volta che ho ascoltato “Don Giovanni”, il primo disco realizzato da Lucio Battisti in collaborazione col paroliere Pasquale Panella, sono rimasto davvero di stucco. Perché le uniche canzoni di battisti che conoscevo erano quelle scritte con Mogol, un paroliere molto celebrato che non ha certamente bisogno di presentazioni, mentre le canzoni scritte da Battisti con Panella erano davvero misconosciute, almeno per me, quando le scoprii con grande interesse un tre o quattro di anni fa. Di stucco perché i pezzi Battisti-Panella non sono affatto inferiori ai pezzi Battisti-Mogol, eppure continuano a restare relegati a mo’ di appendice alla favolosa storia artistica di Lucio.

Dei cinque album scritti con Pasquale Panella e pubblicati tra il 1986 e il 1994, il “Don Giovanni” di Lucio Battisti è quello che ho apprezzato di più, tanto da averlo comprato non solo su ciddì ma anche, qualche tempo dopo, su vinile. Se, musicalmente parlando, “Don Giovanni” è un disco inconfondibilmente anni Ottanta, è pur vero che quel sound era davvero in linea con i tempi, e francamente non saprei dire quanti altri album italiani del periodo suonassero come quello. Composto da soli otto pezzi – stabilendo così uno standard per ogni altro album Battisti-Panella che sarebbe venuto in seguito – “Don Giovanni” è un disco irresistibilmente pop non soltanto per la produzione, l’arrangiamento e l’esecuzione dei pezzi ma anche per quei controversi testi scritti appunto da Panella. Testi che dicono tutto e niente, testi che sono arguti e demenziali, testi canticchiabilissimi eppure difficili da memorizzare, perché chiari e oscuri a un tempo.

Ed è una fonte di grande stupore, almeno per me, ascoltare Battisti che canta frasi come “la prima volta che ti vidi non guardai”, “tu dici ancora che non parlo d’amore, batte in me un limone giallo, basta spremerlo”, oppure “l’artista non sono io, sono il suo fuochista”, oppure ancora “se poi è realtà quel che in realtà sognò a metà”. E’ tutto senza senso o c’è un senso nascosto in ogni canzone, per non dire in ogni frase? L’impressione è che il tutto cambi ascolto dopo ascolto, rendendo la fruizione del disco un’esperienza unica ad ogni ascolto.

Testi a parte, quello che mi piace di “Don Giovanni” sono comunque le canzoni in quanto tali, con tutto quel mix di parole e musiche così peculiare: davvero splendida l’iniziale Le Cose Che Pensano, molto coinvolgente la successiva Fatti Un Pianto, così come Il Doppio Del Gioco, forse meno entusiasmante Madre Pennuta ma ben più divertente Equivoci Amici, a dir poco sublime Don Giovanni, sempre di grande suggestione Che Vita Ha Fatto, e quindi consolatoria la conclusiva Il Diluvio.

Inciso e prodotto in Inghilterra, con una schiera di musicisti esclusivamente locali (tra i quali ricordo il produttore Greg Walsh alla batteria, Robin Smith al piano, Guy Barker alla tromba, Phil Todd al sax e Gavyn Wright al violino), “Don Giovanni” resta probabilmente l’opera più compiuta del Battisti dopo Mogol. E forse l’ultimo vero capolavoro del nostro più acclamato cantautore.

-Mat

George Benson, Al Jarreau, “Givin’ It Up”, 2006

George Benson, Al Jarreau, Givin' it up immagine pubblica blogQuanti dischi degli anni Duemila, una volta annunciati, abbiamo atteso con ansia, precipitandoci al più vicino negozio di dischi nel giorno stesso dell’uscita? E quanti di questi dischi ascoltiamo ancora oggi, quasi vent’anni dopo? Nel mio caso pochini. Gira & rigira, la musica che più ascolto è quella pubblicata tra gli anni Cinquanta e Ottanta del secolo scorso. Insomma, quante volte, negli ultimi anni, avrò sentito la necessità di ascoltare i vari “Invincible” (Michael Jackson, 2001), “Up” (Peter Gabriel, 2002), “Heathen” (David Bowie, 2002), “Morph The Cat” (Donald Fagen, 2003), “Playing The Angel” (Depeche Mode, 2005), “X&Y” (Coldplay, 2005), “Again” (John Legend, 2006), “Planet Earth” (Prince, 2007), “Chinese Democracy” (Guns N’ Roses, 2008) o “If On A Winter’s Night” (Sting, 2009)? Sono tutti album che all’epoca o qualche anno dopo sono andato effettivamente ad acquistare ma che adesso non sento praticamente più.

Eppure, come sempre, non mancano le eccezioni. E una di queste è un piacevole disco del 2006 che acquistai quasi distrattamente, una volta capitatomi tra le mani al prezzo ribassato di otto euro & novanta centesimi. Si tratta di “Givin’ It Up”, una collaborazione tra George Benson e Al Jarreau, ovvero due cantanti americani che ho sempre apprezzato. Si tratta d’un album atipico che inizia con Breezin’ (grande successo di Benson del 1976) e che prosegue con Mornin’ (grande successo di Jarreau del 1982). Ecco, a questo punto si potrebbe pensare che i due abbiano semplicemente riproposto alcuni tra i loro più celebri hit in forma di duetto, attualizzandone la veste musicale. E invece le cose cambiano già al terzo brano in programma, quando ci imbattiamo in una notevole cover di Tutu, forse il brano più popolare del Miles Davis anni Ottanta. Con la successiva God Bless The Child (altra cover di classe, di Billie Holiday in questo caso) troviamo al canto una terza voce, ovvero quella di Jill Scott, così come nella splendida Let It Rain troviamo quella di Patti Austin. E nella conclusiva Bring It On Home To Me (un classico di Sam Cooke) ci imbattiamo addirittura in un certo Paul McCartney, che canta così forte & chiaro da far sembrare lui il protagonista, piuttosto che l’ospite di lusso all’interno d’un duetto Benson-Jarreau.

Ma le sorprese non finiscono qui perché “Givin’ It Up” ci presenta una All I Am eseguita dal solo George Benson (che, non dimentichiamolo, resta sempre quel gran chitarrista di classe che è, e si sente anche qui) e una Ordinary People nel quale a duettare sono la chitarra di Benson e i vocalizzi di Jarreau, senza quindi l’esecuzione del testo originale della canzone di John Legend. Un album di reinterpretazioni e di rivisitazioni, insomma, questo “Givin’ It Up”, nel quale trovano anche spazio le famose Everytime You Go Away (anche se la versione che ne fece Paul Young nel 1985 resta forse la migliore di tutte) e Summer Breeze (forse questa è addirittura la più bella tra le tante altre cover). Su tutte metto comunque una versione di Four, altro classico di Miles Davis, reinterpretata da Benson & Jarreau con un’eleganza sopraffina che da sola mi ha ripagato dei soldi spesi per acquistare tutto l’album.

Un lavoro eclettico questo “Givin’ It Up”, gioioso e amabile, eseguito con una schiera di musicisti di prim’ordine quali i bassisti Marcus Miller e Stanley Clarke, il trombettista Chris Botti, il pianista Herbie Hancock, il batterista Vinnie Colaiuta, il chitarrista Dean Parks e altri ancora. Non so se possa definirsi un capolavoro, “Givin’ It Up”, ma rispetto a tanti altri strombazzatissimi dischi di quel decennio è uno dei pochi che ancora mi invoglia all’ascolto, sia con lo stereo quando sono a casa che con l’autoradio quando solo alla guida. E questo è, per quanto mi riguarda ormai, il miglior metro di paragone possibile per stabilire se un disco sia grande o meno.

-Mat

Record Store Day 2018: le succose novità

David Sylvian, Dead Bees On A Cake, RSD 2018Le case discografiche hanno cominciato a diffondere le prime immagini e le informazioni relative alle uscite previste in occasione del Record Store Day 2018, che si terrà in tutti i negozi di dischi del mondo il prossimo 21 aprile. Se negli ultimi anni non avevo avuto modo d’andarci, l’anno scorso ci sono stato eccome, in entrambi i negozi di dischi della mia città, Pescara, trovando dei titoli che pur non essendo essenziali non mi hanno fatto dubitare sulla necessità di acquistarli (vuoi per il formato, vuoi per la grafica, vuoi ancora per una bella confezione).

Quest’anno, da quel che ho visto & letto finora, l’edizione che più m’interessa – la sola che vorrei acquistare davvero – è la riedizione di “Dead Bees On A Cake” (nella foto), l’album di David Sylvian datato 1999. Ristampato in doppio vinile bianco, con una nuova copertina, con tutte le foto di Anton Corbijn e soprattutto con quattro brani in più (quelli che, pur incisi durante la lavorazione dell’album, sono invece stati inclusi nella successiva raccolta del 2000, “Everything And Nothing”), l’album “Dead Bees On A Cake” viene finalmente presentato – per dirla con le parole dello stesso Sylvian – “come il doppio album che avevo sempre inteso di proporre, prima che l’etichetta perdesse la pazienza aspettandone l’arrivo”.

“Dead Bees On A Cake”, infatti, rappresentava un grande ritorno dopo anni di collaborazioni e dischi sperimentali. Di fatto, “Dead Bees”, uscito come ricordato nel 1999, fu il primo vero album di David Sylvian dai tempi di “Secrets Of The Beehive“. Sarà quindi l’occasione per godere ancora una volta e ancora di più (grazie all’inserimento di altri quattro splendidi brani, tra cui The Scent Of Magnolia e Cover Me With Flowers) di un album che a mio modesto avviso è stato un tantino sottovalutato. Gran disco, a parte tutto, mi piacerebbe dedicargli un post ad hoc, magari proprio a partire da questa ristampa, se mai riuscirò a portarmene a casa una copia.

Per quanto riguarda gli altri titoli riservati ad altri artisti, quelli che mi hanno fatto drizzare di più le orecchie sono i seguenti, tutti in vinile, e tutti in rigoroso ordine alfabetico.

Ac/Dc – “Back In Black”: il primo album della celeberrima band australiana con Brian Johnson alla voce, probabilmente il loro disco più famoso, ristampato addirittura in cassetta per questo RSD 2018.

Big Audio Dynamite II – “On The Road Live ’92”: un EP di soli cinque pezzi – tutti dal vivo, e mai prima d’ora stampati in vinile – in formato dodici pollici per la seconda reincarnazione del gruppo post-Clash di Mick Jones.

David Bowie – In questo caso abbiamo tre interessanti proposte. Partiamo in ordine cronologico, con la ristampa dell’album eponimo del 1967, “David Bowie” per l’appunto: edizione doppia in elleppì, contenente la versione mono (in vinile rosso) e la versione stereo (in vinile blu) dello stesso album. La seconda proposta, sempre su vinile, è un dodici pollici da 45 giri contenente la versione demo di Let’s Dance del dicembre 1982, pubblicata nella sua lunghezza integrale (sul lato B del singolo troviamo invece una versione live dell’epoca della stessa Let’s Dance). Infine, il nome di Bowie è legato a un triplo vinile, “Welcome To The Blackout”, contenente un inedito concerto londinese del 1978.

Johnny Cash – “At Folsom Prison: Legacy Edition”: forse il disco più famoso di Cash e senz’altro uno degli album live più acclamati di tutti i tempi, qui proposto in un lussuoso box da ben cinque vinili, contenente per la prima volta entrambi i concerti integrali che Cash e la sua band tennero nel carcere di Folsom in quel lontano 1968. Secondo me il tutto costerà un botto ma con ogni probabilità saranno soldi ben spesi. Ci sto facendo un pensierino.

John Coltrane – “My Favorite Things, Part I & II”: soltanto mille copie per questo singolo contenente entrambi i single edit di My Favourite Things, brano portante dell’omonimo e storico album uscito per la Atlantic nel 1961.

The Cure – Due uscite per la band di Robert Smith, decisamente peculiari: “Torn Down” è un doppio elleppì (entrambi in picture disc) contenente sedici nuovi remix curati dallo stesso Smith, mentre “Mixed Up”, anch’esso in doppio picture disc, è la riproposizione dell’album di remix dei Cure uscito nel 1990.

Miles Davis – “Rubberband EP”: quando ho letto “Rubberband” sono saltato sulla sedia! Quello, infatti, è il titolo dell’album inedito che Miles registrò nel 1985 come primo disco da far distribuire alla sua nuova etichetta, la Warner Bros. Poi s’imbatté nei demo di Marcus Miller e ricominciò daccapo con un nuovo progetto, che quindi divenne il celebre “Tutu”. In questo caso siamo però alle prese con un EP di soli quattro brani, e per giunta non tutti originali: c’è infatti qualche remix attuale, accanto al materiale inciso all’epoca da Miles e i suoi collaboratori del periodo. Sono tentato dall’acquisto ma anche fortemente dubbioso. Spero che questo EP sia invece l’anticipazione di qualcosa di più consistente che la Warner potrebbe distribuire in autunno.

Bob Dylan & The Grateful Dead – “Dylan & The Dead”: originariamente uscito nel 1989, questo live nel quale Bob Dylan era accompagnato dai Greteful Dead viene riproposto in un vinile dalle facciate diversamente colorate (quella A è rossa, quella B è blu). Un po’ troppo poco, forse? I soli Grateful Dead, ad ogni modo, potrebbero consolare i fan con un ben più corposo cofanetto da quattro vinili contenente un loro concerto al Fillmore West di San Francisco del 1969.

Fleetwood Mac – “The Alternate Tango In The Night”: se l’anno scorso è stato stampato un acclamato box da ben cinque dischi dedicato al trentennale di “Tango In The Night”, in occasione del RSD 2018 la sola versione alternativa dell’album (ovvero con mix diversi tratti dalle varie sedute d’incisione) viene qui estrapolata per un’edizione nel più tradizionale elleppì nero, il tutto disponibile in sole 8500 copie.

Marvin Gaye – Due uscite anche nel caso di questo leggendario soul singer, ovvero “Let’s Get It On” – uno dei suoi dischi più belli, datato 1972, del quale vorrei presto parlare in un post ad hoc – in vinile rosso da 180 grammi di peso, e quindi “Sexual Healing: The Remixes”, ovvero un altro vinile rosso contente sette versioni – vecchie e nuove – della classica Sexual Healing, il formidabile hit single del 1982.

Van Morrison – “The Alternative Moondance”: ovvero il classico album “Moondance” del 1970 qui ricreato a partire dalle versioni alternative / demo / provini tratti dalle sedute d’incisione originali (come nel caso di “Tango In The Night” dei Fleetwood Mac che abbiamo visto sopra, insomma).

Pink Floyd – “The Piper At The Gates Of Dawn”: edizione in vinile, e mono, per il primo album della storica band inglese, quando ancora era dominato dalla figura e dall’estro di Syd Barrett. In questo caso si tratta, stando al comunicato stampa ufficiale, di “a new mono 2018 remaster by James Guthrie, Joel Plante and Bernie Grundman. Remastered from the original 1967 mono mix”. Anche la grafica promette bene, con una sovracopertina tutta nuova.

Prince – “1999”: questa, vi dirò, non l’ho capita. Si tratta di una riduzione a soli sette brani dell’originale doppio album che il folletto di Minneapolis diede alle stampe nel 1982. C’è una nuova grafica ma mi sembra pochino… perché non distribuire di nuovo l’album nel suo glorioso doppio formato, magari con l’aggiunta dei B-side o versioni alternative?

Rolling Stones – “Their Satanic Majesties Request”: la risposta degli Stones, a quanto pare non troppo riuscita, al “Sgt. Pepper” beatlesiano. Qui siamo in presenza d’un vinile colorato ma trasparente, con tanto d’immagine lenticolare in copertina. Potrà bastare?

Bruce Springsteen – “Greatest Hits”: ovvero la riedizione in due vinili della prima raccolta antologica del Boss, edita per la prima volta nel 1995. Si tratta d’una gran bella antologia, stavolta riproposta in vinili rossi per un’edizione limitata & numerata. Anche qui, c’è il pensierino (e la minaccia al portafogli).

Neil Young – “Roxy: Tonight’s The Night Live”: due vinili contenenti un concerto losangelino inedito del 1973, quando l’album “Tonight’s The Night” doveva ancora uscire.

Questo è quanto, per ora, ma sono più che sicuro che da qui al prossimo 21 aprile ne sentiremo ancora delle belle. Magari ci sarà l’occasione per dare un seguito a questo post.

-Mat

Queen, “Sheer Heart Attack”, 1974

queen, sheer heart attack, immagine pubblica blogTerzo album dei Queen, e secondo pubblicato nel solo 1974, “Sheer Heart Attack” è un lavoro che non ho mai compreso appieno. Troppo eclettico, perfino per gli standard dei nostri, poco organico rispetto a quanto il quartetto inglese aveva già fatto sentire con “Queen II” e farà sentire con “A Night At The Opera“, questo “Sheer Heart Attack” è un ascolto che mi scivola via ogni volta senza lasciarmi grande impressione. Certo, non mancano le grandi canzoni, Killer Queen su tutte le altre. Mi sono sempre chiesto però che cosa c’entrassero delle melodie pianistiche poco più che abbozzate come Lily Of The Valley e Dear Friends con pezzi più compositi e ben più rock come Brighton Rock e Flick Of The Wrist. E poi perché quella sequela di brani da uno o due minuti come Stone Cold Crazy, Bring Back That Leroy Brown, Misfire (primo contributo autoriale ufficiale di John Deacon in seno ai Queen) e le stesse Lily Of The Valley e Dear Friends? Non si fa in tempo ad apprezzarle che sono già finite, passando così alla prossima canzone quasi come un effetto sorpresa. E forse, chissà, era proprio l’effetto che i Queen volevano ottenere.

Personalmente, poi, non ho mai amato uno dei singoli estratti dall’album, quella Now I’m Here che ancora nel 1986 – anno dell’ultimo tour mondiale dei Queen – veniva eseguita di fronte a platee capaci di riempire stadi interi. Questione di gusti, ovviamente. Sempre nel 1986, i nostri eseguivano regolarmente anche In The Lap Of The Gods, ovvero uno dei momenti più alti di “Sheer Heart Attack”. Tuttavia ho sempre preferito quelle versioni dal vivo alle due contenute nell’album originale del ’74: sì, due perché nel disco troviamo due differenti versioni della stessa canzone, nate entrambe dalla penna di Freddie Mercury. Mi piacciono tutte & due le versioni ma, ancora una volta, entrambe hanno qualcosa di sgradevole che mi fa pensare puntualmente che “avrebbero potuto farle meglio”. Sto parlando di quello straniante effetto rallentato sulla voce di Freddie nella prima In The Lap Of The Gods e di quell’esplosione fragorosa (e fastidiosa) sul finale della versione Revisited, che per giunta chiude il disco. Un finale col botto, letteralmente.

Anche i due brani cantati da Brian May e da Roger Taylor, ovvero – rispettivamente – She Makes Me e Tenement Funster, non mi hanno mai convito del tutto: troppo tirata per le lunghe la prima e troppo breve la seconda, di certo avrebbero guadagnato qualcosa in più se fossero state affidate alla voce di Mercury. Restiamo però sempre nel campo delle possibilità: se avessero fatto così, se avessero modificato cosà, eccetera. Insomma, quello che sento di “Sheer Heart Attack”, anche il buono, non mi piace mai completamente.

Acclamato tanto dal pubblico (al secondo posto sia nella classifica degli album e sia in quella dei singoli, con Killer Queen) quanto dalla critica (forse l’ultimo disco dei Queen che sia stato universalmente apprezzato anche dai recensori di professione), “Sheer Heart Attack” mostra se non altro una band vivace, versatile e ricca d’inventiva. Un’inventiva che, tuttavia, sembra dover ancora trovare uno sbocco unitario, finendo per risultare piuttosto dispersiva all’ascolto. Se non altro, i Queen dimostrarono in tempi brevi di saper fare di meglio. E il resto, come si dice, è storia.

-Mat

George Harrison, “Cloud Nine”, 1987

george harrison, cloud nine, immagine pubblica blogDopo un digiuno discografico di ben cinque anni, durante i quali aveva privilegiato i suoi interessi nell’industria cinematografica piuttosto che quelli nella sua carriera musicale, George Harrison tornò in grande stile sul finire del 1987, con quello che resta uno dei suoi album più belli: “Cloud Nine”.

Coadiuvato da amici musicisti del calibro di Ringo Starr, Eric ClaptonElton John e Jeff Lynne degli Electric Light Orchestra – che in qualità di produttore ha saputo tenere il tutto ben amalgamato – “Cloud Nine” è uno dei tre o quattro titoli del catalogo solista harrisoniano che si ascoltano piacevolmente dall’inizio alla fine, attraverso undici brani che ci mostrano un artista ancora in splendida forma e nuovamente a suo agio nella scena pop di quegli anni.

E così accanto a brani più smaccatamente pop-rock come That’s What It Takes, Fish On The SandThis Is Love e Wreck Of The Hesperus, troviamo un corposo rock blues come Cloud 9 (brano posto in apertura dell’album, con grande effetto), una rivisitazione della beatlesiana I Am The Walrus chiamata When We Was Fab, la fortunata cover di Got My Mind Set On You (un hit da primo posto in classifica in America), un’escursione nella musica etnica giapponese con Breath Away from Heaven, una stoccata alla deriva scandalistica dei mass-media con Devil’s Radio, e soprattutto due magnifiche ballate degne di “All Things Must Pass“, ovvero Just For Today e Someplace Else. Due brani, questi ultimi, che io ascolterei dalla mattina alla sera e che forse, da soli, giustificano l’acquisto di tutto l’album.

Trovo tuttora strabiliante che George Harrison non si sia prodigato, magari con lo stesso team, nel dare un seguito a “Cloud Nine” tra il 1988 e il 1989. L’anno dopo uscì sì un disco prodotto da Jeff Lynne e che vedeva la sua partecipazione, ma era il primo dei due capitoli discografici legati al progetto dei Traveling Wilburys, un supergruppo che annoverava – oltre a Harrison e allo stesso Lynne – anche Bob Dylan, Tom Petty e Roy Orbison. Questa però è una storia diversa che magari affronteremo in un altro post.

-Mat

Bryan Ferry, “Mamouna”, 1994

bryan ferry, mamouna, immagine pubblica blogNono album da solista per Bryan Ferry, “Mamouna” è il primo disco d’inediti che la voce dei Roxy Music ha fatto pubblicare negli anni Novanta, un anno dopo “Taxi”, che invece era una parata di sole cover. Disco sensualmente languido, spettacolarmente crepuscolare eppure irresistibilmente funky, “Mamouna” – pubblicato dalla Virgin nel settembre 1994 – non ha perso nulla della sua classe in tutti questi anni. Un piccolo classico, insomma, che personalmente ascolto ancora con grande piacere, soprattutto quando sono alla guida dell’auto.

Dieci canzoni, dall’iniziale Don’t Want To Know alla conclusiva Chain Reaction, passando per la malinconica Your Painted Smile (primo singolo estratto dall’album) e la pulsante Wildcat Days, brano che segnava il ritorno della collaborazione tra Bryan Ferry e Brian Eno. In realtà quest’ultimo non è l’unico altro componente dei Roxy Music a partecipare a “Mamouna”, giacché vi figurano infatti anche Phil ManzaneraAndy Mackay, rispettivamente chitarra e sassofono originali dei Roxy Music. A conti fatti, una sorta di reunion per la band inglese, considerando inoltre anche la presenza dello storico produttore Rhett Davies. Non mancano comunque altri ospiti illustri, com’è tipico degli album di Bryan Ferry; in questo caso possiamo annoverare i bassisti Nathan East e Pino Palladino, il chitarrista Nile Rodgers (sì, proprio lui, quello degli Chic), il batterista Steve Ferrone e altri ancora.

Il primo lavoro originale di Bryan Ferry uscito negli anni Novanta, s’è detto, eppure a quanto pare la genesi di “Mamouna” risale al 1989-90. L’album era praticamente pronto nel 1990, le canzoni erano quelle (cambiavano giusto un paio di titoli), la reunion dei Roxy Music in studio si era verificata ma poi – chissà perché – il nostro bloccò tutto. Lo fece uscire quattro anni dopo, non prima d’aver dato alle stampe “Taxi”, un album di cover come abbiamo detto. Misteri dell’industria discografica, chissà. Mi piacerebbe saperne di più. “Mamouna”, ad ogni modo, resta un disco che fa magnificamente bene il suo lavoro: intrattenerci musicalmente. E magari, perché no, farci immaginare un mondo migliore.

-Mat