The Beach Boys, “The Smile Sessions”, 2011

the beach boys the smile sessions cofanetto 2011Negli ultimi anni ho tentato diverse volte di scrivere un post decente su uno dei progetti discografici che più mi hanno entusiasmato e colpito, ovvero “Smile” dei Beach Boys, senza tuttavia giungere a qualcosa che io potessi giudicare meritevole di essere pubblicato su questo pur modesto blog dagli esigui lettori.

Il mio caso, iniziato con QUESTO post originariamente scritto nel 2007 e poi con QUESTO, si è aggravato nel giugno 2012, quando in occasione del mio compleanno mi sono auto-regalato il monumentale cofanetto da nove dischi dedicato appunto a “The Smile Sessions” dei Beach Boys, dopo che nel novembre precedente, praticamente il giorno dell’uscita, era andato a comprarmi il relativo doppio ciddì. Quest’ultimo, per intenderci, è la versione ridotta del cofanettone da nove dischi: dopo appena sette mesi, insomma, ne volevo decisamente di più.

Soltanto che, ai fini della scrittura d’un post decente come lamentavo sopra, mi sono perso tra tutto il materiale che Brian Wilson, i Beach Boys e la Capitol mi hanno messo a disposizione così corposamente. Un intero ciddì del cofanettone, per capirci, è dedicato alla creazione d’una sola canzone, la celebre Good Vibrations, forse il più grande hit dei Beach Boys: quella che apparentemente è un’innocua canzonetta, infatti, è stata incisa nel corso di diversi mesi, dopo ore e ore di registrazioni. In quel ciddì da quasi ottanta minuti possiamo infatti ascoltare un’incredibile sintesi dell’evoluzione di Good Vibrations, brano che peraltro era stato originariamente concepito durante le sedute di “Pet Sounds“, sedute che in parte mi ritrovo in un altro magnifico cofanetto dei Beach Boys, “The Pet Sound Sessions” per l’appunto. Mi sono perso, ecco.

Ma del resto ci si perse lo stesso Brian Wilson. Infatti, concettualizzando un album dei Beach Boys le cui canzoni potessero essere registrate in maniera modulare, aggiungendo pezzettini su pezzettini con un taglia & incolla dei nastri necessariamente fatto a mano per quei tempi, il geniale leader della band americana uscì letteralmente di senno, in quel lontano 1967, mentre l’album in questione – ottimisticamente chiamato “Smile” – non vide mai la luce, restando per anni uno dei più famosi progetti discografici irrealizzati di sempre. Il tutto fino al 2011, quindi, quando un Brian Wilson ritornato trionfalmente sulle scene già dalla fine degli anni Ottanta, ha finalmente autorizzato la pubblicazione ufficiale del materiale inciso in quegli anni, 1966-67, per lui tanto fecondi creativamente quanto confusi strategicamente. Tensioni interne alla band, pressioni dei discografici e consumo delle inevitabili droghe hanno poi fatto il resto.

Tutto il mondo di “Smile” racchiuso in nove dischi (tra vinili e compact disc) in un bel box uscito come “The Smile Sessions” nel novembre del 2011 è un oggetto d’arte contemporanea che io ho comprato ormai da molti anni, apprezzato fin da subito e ascoltato sempre con grande intesse, senza tuttavia essere capace di tradurre l’esperienza in un post leggibile. Mi piace pensare che, forse forse, non ci riuscirebbe nemmeno Mike Love.

-Mat

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Settimanario #1

antonio tabucchi, sostiene pereiraLibri (ri)letti: la settimana scorsa ho finito di leggere “Sostiene Pereira”, probabilmente il romanzo più celebre di Antonio Tabucchi. Erano anni che dovevo leggerlo, uno di quei libri che senti nominare dappertutto e per anni. Finalmente ce l’ho fatta, ho letto “Sostiene Pereira”! E m’è pure piaciuto. So che ci hanno fatto anche un film, interpretato da Marcello Mastroianni. Mi piacerebbe vederlo, a questo punto, anche se la faccia (e la figura fisica) che mi sono immaginato nel leggere le pagine di Tabucchi hanno molto poco a che fare con la faccia di Mastroianni (una faccia qualunque, come scherzava Federico Fellini).

The Police, LiveDischi (ri)sentiti: “Live!” dei Police, un doppio ciddì del 1995 che include due diversi concerti della celeberrima band angloamericana. L’uno a Boston, nel 1979, credo al primo tour dei Police in suolo statunitense, e l’altro ad Atlanta, in casa della Coca-Cola, nel 1983, in occasione del tour di supporto a “Synchronicity”, l’ultimo album della band. Davvero un bel sentire, entusiasmante se non altro, per uno dei rari dischi rock dal vivo che non mi hanno stufato in tutti questi anni.

Disney, lo schiaccianoci e i quattro regniFilm (ri)visti: “Lo Schiaccianoci e i Quattro Regni”, addirittura al cinema (dove non andavo dai tempi di “Café Society” di Woody Allen), addirittura soltanto io con mia figlia. Per la prima volta, padre & figlia sono andati insieme al cinema! Che dire, avrò sempre un dolce ricordo di questo film Disney, nonostante un giudizio personale all’opera che valuterei tra 5 e 6.

Steely Dan, “Gaucho”, 1980

Steely Dan - GauchoQual è il disco più bello degli Steely Dan, “Aja” o “Gaucho”? C’è chi dice “Aja”, in molti, c’è chi dice “Gaucho”, come il sottoscritto. Si tratta a ogni modo di due album superlativi, colmi di grande musica, registrati benissimo e che non hanno perso un solo grammo della loro classe dopo tutti questi anni.

Io scelgo “Gaucho” perché contiene quella che per me è la canzone più bella degli Steely Dan, quella Third World Man che chiude il disco: l’atmosfera sospesa, il canto beffardo di Donald Fagen, lo splendido assolo di chitarra di Larry Carlton (addirittura ripescato dalle sedute di registrazione del ’76, per l’album “The Royal Scam”); tutto è degno di nota in Third World Man, che spesso riascolto una o due volte prima di rimettere il disco nella sua custodia.

In “Gaucho” c’è però anche Hey Nineteen, una delle più irresistibili canzoni degli anni Ottanta, il cui testo – stando alla biografia “Wired” scritta da Bob Woodward – entusiasmava talmente tanto John Belushi che l’attore pensava di farne un film. Anche il brano iniziale di “Gaucho”, il jazzato Babylon Sisters, è assolutamente fantastico, così come il saltellante Time Out Of Mind (nonostante i continui riferimenti all’uso di droghe pesanti, peraltro comune nei testi degli Steely Dan).

E se Glamour Profession e My Rival, infine, restano superbamente indispensabili nell’economia complessiva d’un lavoro come “Gaucho”, la title-track – pur macchiata dall’accusa di plagio da parte di Keith Jarrett, che infatti ottenne di esserne accreditato fra gli autori – resta uno dei momenti più memorabili dell’intera discografia degli Steely Dan. Un album da avere nella propria collezione, insomma, questo “Gaucho”, bello da ascoltare dall’inizio alla fine e a volume ragionevolmente alto.

-Mat

The Good, The Bad & The Queen: esce il secondo album per Damon Albarn con Paul Simonon

The Good, The Bad And The Queen, Damon Albarn, Paul SimononE’ notizia di oggi, dopo forse un paio d’anni che si parlava della sua fantomatica registrazione: uscirà il 16 novembre il secondo album di The Good, The Bad & The Queen, la band capitanata da Damon Albarn (voce di Blur e Gorillaz) e formata con il bassista Paul Simonon (The Clash), il chitarrista Simon Tong (The Verve) e il batterista Tony Allen. Album al quale è stato dato il nome di “Merrie Land” e che verrà distribuito in svariati formati, ovvero in ciddì, in doppio vinile e in un “Super Boxset” contenente più che altro qualche gadget curato direttamente da Simonon.

E così, undici anni dopo quello che sembrava un exploit da una botta e via, con peraltro un notevole album eponimo che all’epoca avevo tentato di recensire QUI, questo redivivo quartetto torna sulle scene con un nuovo disco prodotto niente meno che da Tony Visconti, celebre per aver prodotto spesso e volentieri le opere di un certo David Bowie. Formato da undici brani, “Merrie Land” è stato anticipato dal singolo omonimo, Merrie Land, per il quale è stato girato anche il video (vedi QUI).

Singolo che, ad essere sinceri, non mi ha entusiasmato granché, sebbene riesco a sentire la “mano” di Visconti, che resta sempre un bel sentire (e il brano somiglia un po’ ad Ashes To Ashes, fra l’altro). Anche la copertina dell’album – tratta pari pari dal film horror “Incubi Notturni” del 1945 – è tutto fuorché invitante. Memore però del bel disco del 2007, che ancora ho nella mia collezione, tenendo conto del mio amore per i Clash e giudicando con stima il cammino artistico fatto fin qui da Albarn, credo proprio che anche “Merrie Land” farà prima o poi ingresso in casa mia. Ad ogni modo, torneremo a parlarne. Promessa o minaccia?

-Mat

Prince & The Revolution, “Purple Rain”, 1984

Prince, The Revolution, Purple Rain, immagine pubblica blogRitenuto a torto o a ragione il suo capolavoro, “Purple Rain” è senza dubbio l’album che ha fatto di Prince una grande star internazionale, la più splendente stella della musica degli anni Ottanta dopo Michael Jackson.

Prince, all’epoca ventiseienne, con “Purple Rain” divenne pure un divo del cinema: quando si parla oggi d’un disco come questo, infatti, quasi ci si dimentica che tale fortunato album del 1984 è la colonna sonora d’un altrettanto fortunato film. Film che ha avuto un notevole e duraturo impatto nel presentare la figura di Prince al pubblico mondiale. Insomma, piaccia o meno, “Purple Rain” è stato un autentico fenomeno culturale di quegli anni, e forse un post su questo modesto blog non è sufficiente a contenere tutto il discorso. Limitiamoci perciò al disco in quanto tale.

Un disco che, vi dirò subito, mi piace fino a un certo punto; per me il periodo più interessante di Prince è il decennio 1986-96, quello compreso tra gli album “Parade” ed “Emancipation“, per intenderci. Certo, il disco oggetto di questo post contiene Purple Rain, semplicemente una delle canzoni più belle di tutti i tempi, oltre a When Doves Cry, uno dei pezzi più formidabili di quel decennio. Altra gemma presente in “Purple Rain” è The Beautiful Ones, forte di quella che resta la prova vocale più impressionante nella discografia di Prince. Ma l’album contiene anche pezzi come Computer Blue e Darling Nikki che non mi hanno mai detto granché, così come Take Me With U, Baby I’m A Star e I Would Die 4 U, canzoni che per quanto pregevoli mi sembrano assai meno rilevanti che in passato. Resta ancora degna di nota Let’s Go Crazy, col suo sermone iniziale, con tutta la sua grinta rock, con la sua performance di gruppo (“Purple Rain” è accreditato infatti a Prince & The Revolution, il suo gruppo di supporto in quegli anni), sebbene la sua batteria elettronica mi suona oggi alquanto fastidiosa.

In definitiva, per quanto mi riguarda, accanto a momenti grandiosi che tutto sommato bastano a giustificare la presenza d’un disco come “Purple Rain” nella mia collezione, ne trovo altri di dubbio interesse (nonché gusto). Queste mie riserve non hanno tuttavia impedito a “Purple Rain” di vendere copie a milioni, e non hanno impedito al sottoscritto di andarsi a comprare la riedizione deluxe (tre ciddì e un divuddì) di “Purple Rain” pubblicata nel 2017, mentre già da qualche decennio possiede un bel vinile dell’epoca. Dopo tutto, io resto sempre un grande ammiratore del compianto Prince.

-Mat

Autunno beatlesiano: nuove ristampe di Paul McCartney in arrivo

paul mccartney, wings, wild life, deluxe, immagine pubblica blogCome abbiamo già visto tra le pagine di questo modesto blog, le uscite dei dischi beatlesiani procedono a go-go: quasi non si fa in tempo a riferire del lussuoso box set che è stato dedicato a “Imagine” di John Lennon (vedi QUI) e di quello di prossima uscita dedicato al “White Album” (vedi invece QUI) – senza contare il nuovo album di Paul McCartney, “Egypt Station”, già sul mercato e già al primo posto della classifica americana – che già dobbiamo riferire della prossima pubblicazione di due ulteriori cofanetti contenenti materiale d’archivio.

Si tratta delle riedizioni deluxe di “Wild Life” (nella foto in alto) e di “Red Rose Speedway”, due album che Paul McCartney incise coi suoi Wings tra il 1971 e il 1973, ristampe peraltro molto attese dai fan, in quanto la riproposizione in grande stile di tutto il catalogo maccartiano procede già da diversi anni e finora questi due classici dischi degli anni Settanta erano mancati all’appello.

Insomma, per quanto riguarda noi fan dei Beatles, tutto questo materiale – seppur graditissimo – sarà un autentico ammazza-conto-corrente; che io ricordi, mai tante uscite relative ai celeberrimi Fab Four si erano sommate tutte insieme. Per quanto mi riguarda, sarò ben felice di mettere le mani sul cofanettone dedicato al “White Album”, rimandando per ora l’acquisto del cofanettone di “Imagine” (anche se ogni giorno che passa sono tentato un po’ di più). Senza poi contare che avrò acquistato il precedente cofanettone dedicato a “Sgt. Pepper” (vedi QUI) non più di sei mesi fa. E se finora ho resistito alla tentazione di comprarmi pure la mia bella copia di “Egypt Station”, l’idea che un bel boxettone di “Red Rose Speedway” (album che comunque manca alla mia collezione) sarà lì ad aspettarmi mi stuzzica parecchio.

Non mi sorprenderebbe, infine, se il prossimo anno – oltre a una probabile riedizione deluxe di “Abbey Road” che quasi sicuramente verrà annunciata da qui a una decina di mesi – saranno replicate simili operazioni anche per quanto concerne alcuni capitoli solistici di George Harrison e Ringo Starr, magari partendo proprio dai loro album più celebrati, “All Things Must Pass” e “Ringo” rispettivamente. Restiamo in attesa di ulteriori sviluppi.

-Mat

Donald Fagen, “Kamakiriad”, 1993

donald fagen, kamakiriad, 1993, immagine pubblica blogDopo ben undici anni da “The Nightfly“, anni durante i quali Donald Fagen contribuisce a qualche colonna sonora, a un paio di dischi altrui e si reinventa editorialista per non ricordo più quale rivista newyorkese, nella primavera ’93 esce finalmente “Kamakiriad”, il tanto atteso seguito di quel celebre (e celebrato) album che era stato appunto “The Nightfly”.

In verità, una volta archiviata la sua storia con gli Steely Dan nel 1981, Fagen inizia a mettere su nastro le idee per un possibile secondo album solista già nel 1983: a quell’anno risalirebbe infatti la prima versione di almeno una delle otto canzoni di “Kamakiriad”, ovvero la splendida On The Dunes, mentre del 1985 sarebbe invece una prima Snowbound, altra gemma poi ripescata per “Kamakiriad”. In quest’ultimo caso, inoltre, al fianco di Donald Fagen ci sarebbe già stato Walter Becker, ovvero l’altra metà degli Steely Dan.

Insomma, già a metà anni Ottanta, il brillante duo che si era separato all’indomani della pubblicazione di “Gaucho” era ricostituito e pronto a creare nuove canzoni. Solo che, nel personalissimo universo parallelo di Fagen & Becker, tra il comporre e il dare alle stampe la versione definitiva di un loro brano ci passa uno spazio-tempo che resta tuttora un mistero per la fisica. E così l’atteso seguito di “The Nightfly” finisce per l’arenarsi, complice pure un blocco creativo di Fagen, per sua stessa ammissione.

La realizzazione effettiva di “Kamakiriad” parte quindi nel 1990… soltanto tre annetti ed ecco finalmente il secondo album di Donald Fagen nei negozi, nel maggio 1993, per i tipi della Warner Bros. Il risultato finale vale tanta attesa? No, secondo la maggioranza dei critici, sì secondo il modesto parere del sottoscritto. Se infatti gli manca un brano come I.G.Y., ovvero il debutto col botto di “The Nightfly” – un brano che penso chiunque abbia sentito almeno una volta nella vita – “Kamakiriad” mi sembra un lavoro più omogeneo musicalmente, che ascolto sempre dall’inizio alla fine con gran piacere. Inoltre, aspetto per me sempre apprezzato, “Kamakiriad” ha una resa magnifica se ascoltato mentre si guida: sarà merito anche del concept dell’album stesso, ovvero un retrofuturistico viaggio attraverso l’America che l’alter-ego di Fagen compie a bordo di una macchina chiamata Kamakiri (pare che sia il nome di una sottospecie di mantide, se non ricordo male). E poi, sempre rispetto a “The Nightfly”, questo secondo album di Donald Fagen ha un valore aggiunto che l’altro non ha: la presenza di Walter Becker alla produzione, al basso e alla chitarra, una presenza che si sente eccome. In definitiva, “Kamakiriad” – con quella sua miscela di immediatezza pop, virtuosismo jazz e ritmica funky – potrebbe essere inteso come un disco degli Steely Dan accreditato al solo Fagen (pratica replicata già nel 1994 con “11 Tracks Of Whack”, il primo album solista di Becker, ovviamente prodotto con Fagen. Tutto chiaro, no?).

A parte tutto questo, ovviamente, resta sempre il fatto che un bel disco può essere ritenuto tale solo se vanta belle canzoni: SpringtimeTomorrow’s Girls, Florida Room e le già citate On The Dunes e Snowbound lo sono senz’altro, e forse l’iniziale Trans-Island Skyway e Countermoon non sono molto da meno. Soltanto Teahouse On The Tracks mi convince appena, forse perché non l’avrei messa a chiusura del disco, scegliendo al suo posto la cullante On The Dunes. Pareri personali, ovviamente. Ultimo appunto, infine, sui musicisti che hanno preso parte a “Kamakiriad”, tutti di alto livello com’è tipico degli Steely Dan; agli ottoni, tra i quali spiccano i celebri Randy Brecker e David Tofani, troviamo anche Lou Marini e Alan Rubin, ancora più celebri per essere apparsi nel film “The Blues Brothers” nella band di Dan Aykroyd e John Belushi.

-Mat

Queen, “Jazz”, 1978

queen jazz immagine pubblicaTra i lavori più belli e gioiosi dei Queen, “Jazz” è tutto fuorché un disco jazz. Il titolo dell’album sta infatti per “chiacchiericcio”, “cicaleccio” o una roba del genere (vallo a capire, lo slang inglese), e musicalmente parlando è un panciuto pentolone pieno di ingredienti – rock ovviamente, e anche hard, ma pure blues, funk, e l’inevitabile pop – cucinati secondo una ricetta che solo i Queen sapevano preparare e condire.

E così, accanto a canzoni ormai davvero popolari come le scoppiettanti Bicycle Race e Don’t Stop Me Now, troviamo ballate malinconiche come Jealousy e In Only Seven Days, escursioni metalliche come Dead On Time e Let Me Entertain You (a quel tempo appropriato brano d’apertura dei concerti dei Queen), un Brian May che a livello autoriale passa da momenti pensosi come Leaving Home Ain’t Easy ad altri ben più faceti come Fat Bottomed Girls, e addirittura un Freddie Mercury che canta in arabo, nel sorprendente Mustapha, brano d’apertura dello stesso “Jazz”.

“Jazz” che, dopo un periodo di autogestione in cui i Queen avevano prodotto da soli due dischi di transizione come “A Day At The Races” (1976) e “News Of The World” (1977), sanciva il ritorno del produttore Roy Thomas Baker, un uomo al fianco dei Queen praticamente dagli esordi e artefice non secondario del disco più celebrato della band inglese, “A Night At The Opera” (1975). E, lasciatemelo dire, con Baker “at the controls”, la differenza si sente eccome!

Dopo di lui, i Queen assunsero Mack, un produttore tedesco che mantennero alla console fino alla metà degli anni Ottanta. Questo è però un altro capitolo della storia e, decisamente, un altro sound. Infine, per concludere, un aneddoto che mi pare divertente: uscito sul finire del 1978, “Jazz” venne recensito dal New Musical Express, celebre rivista musicale inglese che in quegli anni aveva abbracciato la causa del punk, con queste parole: “un disco buono da regalare a qualche parente sordo a Natale”. Un disco che arrivò al secondo posto della classifica britannica (nulla potendo contro il successo planetario del film “Grease” e della relativa colonna sonora): evidentemente, di parenti sordi, i sudditi britannici ne avevano parecchi.

-Mat

Johnny Cash, “Unearthed”, 2003

johnny cash, unearthed, 2003, immagine pubblica blogDegli innumerevoli cofanetti multiciddì pubblicati dal 2000 ad oggi, e dei parecchi che in tutti questi anni ho avuto il piacere di collezionare, uno dei più godibili resta per me “Unearthed” di Johnny Cash, un quintuplo ciddì originariamente pubblicato dalla American Recordings di Rick Rubin pochi mesi dopo la morte del celebre artista americano, avvenuta il 12 settembre 2003.

“Unearthed”, a ben vedere, rappresenta quindi un vero e proprio testamento artistico: si tratta d’un cofanetto formato da quattro splendidi dischi di materiale inedito (nel 2003) registrato da Johnny Cash nel corso degli ultimi dieci anni di carriera (e quindi negli ultimi dieci anni di vita), quando appunto sotto l’egida di Rick Rubin il nostro visse una autentica rinascita artistica. C’è però, come detto sopra, un ulteriore quinto disco in “Unearthed”: si tratta d’un best of tratto dai quattro album che Cash aveva inciso per l’American, condensato in quindici magnifici brani che da Delia’s Gone giungono fino a quel capolavoro di commozione chiamato Hurt, cover dei Nine Inch Nails che meriterebbe un post a sé, passando per Bird On The Wire di Leonard Cohen, Rusty Cage di Chris Cornell, One degli U2 e The Man Comes Around dello stesso Cash.

Trattandosi sostanzialmente d’una raccolta di brani già editi e comunque di facile reperibilità, questo quinto disco di “Unearthed” – per quanto sensazionale all’ascolto – resta però il meno interessante dal punto di vista storico. Il vero tesoro che è stato dissotterrato (questo il significato letterale del titolo) dagli archivi American è infatti tutto nei primi quattro dischi del box: brani inediti, versioni alternative di altri già precedentemente editi, duetti (alcuni davvero d’antologia), esecuzioni per sole voce & chitarra (il solo Johnny Cash che canta imbracciando la sua chitarra basta già a fare spettacolo), esecuzioni con band di supporto (e in alcuni casi con tanto di orchestra), nuove versioni di brani che il nostro aveva registrato decenni prima, cover da brividi di canzoni altrui che in non pochi casi sono forse superiori alle versioni originali (come Pocahontas e Heart Of Gold di Neil Young, tanto per dirne qualcuna).

Ad ogni modo, il materiale di “Unearthed” è suddiviso in ordine tematico, con tanto di titolo per ogni disco; e così, se il primo si chiama “Who’s Gonna Cry” e contiene cinquanta minuti buoni d’un Cash in solitaria alle prese con canzoni come la tenebrosa Long Black Veil e la rivisitazione d’un originale d’annata chiamato No Earthly Good, il secondo si chiama “Trouble In Mind” e vede il nostro accompagnato da una schiera di musicisti davvero d’eccezione – Carl Perkins, i Red Hot Chili Peppers, Tom Petty e i suoi Heartbreakers, Willie Nelson e Waylon Jennings, amico di una vita, oltre a June Carter, ovvero l’amata signora Cash – e alle prese con pezzi come I’m A Drifter, I’m Moving On, Everybody’s Trying To Be My Baby e la stessa Trouble In Mind.

E se il terzo ciddì, chiamato “Redemption Songs”, offre – tra le altre – cover preziose come Father And Son, Wichita Lineman, Redemption Song e Gentle On My Mind e si avvale d’un altro gran cast di collaboratori (tra cui Joe Strummer, Nick Cave e Glen Campbell), il quarto ciddì, chiamato “My Mother’s Hymn Book” è un vero e proprio “nuovo” album di Johnny Cash, inedito in questo cofanetto al momento della sua prima pubblicazione, ovvero in quel 2003. Con brani molto corti, per un disco che comunque non arriva ai quaranta minuti, “My Mother’s Hymn Book” è un lavoro acustico formato da spiritual, inni e canti religiosi della tradizione americana, tutti reinterpretati dall’inconfondibile stile country di Johnny Cash.

Di recente, considerando il vigoroso revival del vinile, l’American ha ristampato tutto il box “Unearthed” in tale intramontabile formato discografico. Ci avevo fatto anche un pensierino, lo ammetto, ma il prezzo era abbastanza esagerato per portarmi a casa ciò che nel mio caso sarebbe un costoso doppione. Ve lo consiglio, tuttavia, se non avete nessuna edizione d’un box come questo “Unearthed” che, a mio modesto avviso, resta non solo un acquisto necessario per ogni appassionato di Johnny Cash ma anche un cofanetto facilmente apprezzabile da qualsiasi amante di buona e onesta musica pop-rock.

-Mat

The Police, “Every Move You Make”: tutti gli album in vinile in un nuovo cofanetto

Police, Every Move You Make The Studio Recordings, immagine pubblica blogCi stavo pensando giusto qualche giorno fa: le case discografiche stanno ristampando davvero di tutto, è possibile che non esca niente a proposito dei miei amati Police? E’ possibile che si siano scordati che in questo 2018 il loro primo album, “Outlandos d’Amour“, compie quarant’anni? Proprio oggi è giunta la smentita a queste mie tetre elucubrazioni: il 16 novembre uscirà infatti “Every Move You Make: The Studio Recordings”, un voluminoso cofanetto da sei vinili contenente l’opera omnia dei Police, ovvero i loro cinque album da studio più un vinile bonus chiamato “Flexible Strategies” che conterrà dodici brani originariamente apparsi sul lato B dei singoli del periodo 1978-1983.

Niente di nuovo, insomma, e allora che cos’ha di speciale questo cofanetto? I sei capitoli di “Every Move You Make: The Studio Recordings” sono stati remasterizzati e stampati in vinili da 180 grammi con la tecnica half-speed mastering attuata dai tecnici dei celeberrimi Abbey Road Studios di Londra. Insomma, tra formato discografico, remaster, peso e velocità di incisione, dovrebbe trattarsi della migliore resa sonora mai applicata prima ai dischi dei Police. La musica dei Police come mai l’abbiamo sentita, ecco.

E’ un po’ pochino? Forse, ma dovremmo giudicare una volta messo sul piatto uno di questi rinnovati dischi dei Police e vedere un po’ che effetto fa ai nostri altoparlanti. E alle nostre orecchie, ovviamente. Il resto del cofanetto include uno speciale libro fotografico, delle dimensioni d’un vinile, con ventiquattro pagine contenenti foto rare o inedite tratte dagli archivi personali dei signori Sting, Andy Summers e Stewart Copeland. Ancora un po’ pochino? Forse sì. Di seguito il contenuto audio di “Every Move You Make: The Studio Recordings” con le relative scalette.

“Outlandos d’Amour” (1978), Side 2: 1. Next To You, 2. So Lonely, 3. Roxanne, 4. Hole In My Life, 5. Peanuts. Side 2: 1. Can’t Stand Losing You, 2. Truth Hits Everybody, 3. Born In The ’50s, 4. Be My Girl – Sally, 5. Masoko Tanga.

“Reggatta De Blanc” (1979), Side 1: 1. Message In A Bottle, 2. Reggatta De Blanc, 3. It’s Alright For You, 4. Bring On The Night, 5. Deathwish. Side 2: 1. Walking On The Moon, 2. On Any Other Day, 3. The Bed’s Too Big Without You, 4. Contact, 5. Does Everyone Stare, 6. No Time This Time.

“Zenyatta Mondatta” (1980), Side 1: 1. Don’t Stand So Close To Me, 2. Driven To Tears, 3. When The World Is Running Down, You Make The Best Of What’s Still Around, 4. Canary In A Coalmine, 5. Voices Inside My Head, 6. Bombs Away. Side 2: 1. De Do Do Do, De Da Da Da, 2. Behind My Camel, 3. Man In A Suitcase, 4. Shadows In The Rain, 5. The Other Way Of Stopping.

Ghost In The Machine” (1981), Side 1: 1. Spirits In The Material World, 2. Every Little Thing She Does Is Magic, 3. Invisible Sun, 4. Hungry For You, 5. Demolition Man. Side 2: 1. Too Much Information, 2. Rehumanize Yourself, 3. One World (Not Three), 4. Omegaman.

Synchronicity” (1983), Side 1: 1. Synchronicity I, 2. Walking In Your Footsteps, 3. O My God, 4. Mother, 5. Miss Gradenko, 6. Synchronicity II. Side 2: 1. Every Breath You Take, 2. King Of Pain, 3. Wrapped Around Your Finger, 4. Tea In The Sahara.

“Flexible Strategies” (bonus disc), Side 1: 1. Dead End Job (1978), 2. Landlord (1979), 3. Visions Of The Night (1979), 4. Friends (1980), 5. A Sermon (1980), 6. Shambelle (1981). Side 2: 1. Flexible Strategies (1981), 2. Low Life (1981), 3. Murder By Numbers (1983), 4. Truth Hits Everybody (Remix) (1983), 5. Someone To Talk To (1983), 6. Once Upon A Daydream (1983).

E questo per ora è quanto. Mi chiedo se, nel corso del nuovo anno, queste riedizioni poliziesche saranno disponibili anche singolarmente, album per album intendo. E se saranno disponibili anche in ciddì, magari con secondo ciddì bonus di materiale finalmente inedito del quale, almeno finora, se n’è davvero sentito pochino. Magari, nel caso, torneremo a parlarne.

-Mat

David Sylvian, “Brilliant Trees”, 1984

david sylvian, brilliant trees, 1984, immagine pubblica blogPrimo album solista per David Sylvian, pubblicato dalla Virgin nell’estate ’84, “Brilliant Trees” può essere pacificamente considerato come uno dei capolavori del pop inglese degli anni Ottanta. Che poi, a proposito, è anche uno di quei rari dischi degli anni Ottanta che non si dibatte in quel pantano synth-pop che era appunto il sound degli anni Ottanta che andava per la maggiore. E “Brilliant Trees”, tanto per dire, è stato un disco che è entrato agilmente nelle Top Ten di mezzo mondo.

Un disco senza tempo, insomma, come le vere opere d’arte, un album perfettamente in bilico tra le sonorità più pop dei Japan (band che lo stesso David Sylvian aveva capitanato fino a poco tempo prima) e le atmosfere ben più sperimentali che seguiranno nella lunga e sempre interessante carriera solista del nostro. Non è forse casuale la scelta di aprire “Brilliant Trees” con un brano che sembra uscito direttamente dagli archivi dei Japan come il saltellante funky di Pulling Punches (edito anche come singolo) e di chiuderlo con un pezzo che non potrebbe suonare più diversamente, ovvero lo stesso Brilliant Trees, forte di oltre otto incredibili minuti di atmosfera mistica che getta un raccordo tra spiritual, ambient e musica etnica.

In mezzo a tutto questo troviamo poi quella che secondo me è non soltanto una delle più belle canzoni di David Sylvian ma anche uno dei più bei pezzi pop di tutti i tempi, ovvero Nostalgia, il classico brano che da solo assolve tutto un disco e che giustifica i soldi spesi per l’acquisto. C’è anche un’altra perla come The Ink In The Well (edita anch’essa su singolo), un pop jazzato che anticipa le sonorità più acustiche che Sylvian avrebbe abbracciato in “Secrets Of The Beehive” (1987), altro lavoro imprescindibile per apprezzare questo affascinante cantante/musicista. Infine, accanto a un pezzo più convenzionalmente pop come Red Guitar (anch’esso su singolo) non mancano episodi ben più sperimentali ed atmosferici come Weathered Wall e Backwaters.

Inciso tra il 1983 e il 1984, tra Londra e quella Berlino che ancora soffriva della spaccatura tra Est e Ovest esemplificata da un vero e proprio muro, “Brilliant Trees” figura inoltre un cast di musicisti di tutto rispetto: Holger Czukay dei Can, Danny Thompson dei Pentangle, Kenny Wheeler, Mark Isham, Jon Hassell e Phil Palmer, oltre a quell’amico di una vita che risponde al nome di Ryuichi Sakamoto, al fratello Steve Jansen e al tastierista Richard Barbieri, questi ultimi due già con Sylvian al tempo dei Japan.

-Mat

The Beatles, nuovo cofanetto deluxe per i 50 anni del White Album

The Beatles, white album 50, deluxe edition, immagine pubblicaLa notizia girava tra noi fan già da tempo e finalmente, nella giornata di ieri, è arrivata la conferma ufficiale: il 9 novembre, in occasione dei cinquant’anni del “White Album” (1968) dei Beatles, la Apple/Universal distribuirà una nuova serie di riedizioni celebrative. Insomma, così come l’anno scorso, con la pubblicazione d’un bel cofanetto dedicato a “Sgt. Pepper“, anche per questo successivo cinquantenario si è voluto procedere allo stesso modo: un nuovo mix stereo, ancora una volta curato da Giles Martin (il figlio di George Martin, storico produttore dei Beatles), il debutto del mix 5.1 surround e soprattutto – almeno per quanto mi riguarda – la pubblicazione di succosi inediti, tra cui un’embrionale versione di Let It Be della quale si favoleggiava da anni ma che nessuno – fra noi comuni mortali, intendo – aveva mai sentito, e i cosiddetti “Esher Demos” dei quali parleremo tra poco.

Facciamo prima un po’ d’ordine: album doppio da trenta brani, originariamente pubblicato il 22 novembre 1968, “The Beatles” – meglio noto come “White Album” per la sua copertina immacolata – sarà nuovamente disponibile in formato doppio vinile (in pratica lo stesso materiale e formato del ’68 ma riproposto col nuovo mix stereo curato da Martin Jr), in formato triplo ciddì (i due ciddì col disco originale – ma sempre nel nuovo mix – più un terzo ciddì contenente i soli “Esher Demos”), un cofanetto da quattro vinili (che in pratica replica il materiale del nuovo triplo ciddì) e quindi un bel cofanetto da ben sette dischi (sei ciddì audio più l’ormai inevitabile blu-ray di turno) a forma di libro. E un libro c’è davvero, in effetti, con oltre cento pagine tra informazioni, commenti e fotografie d’epoca.

Questo è il contenuto audio del cofanetto, chiamato “Super Deluxe Edition”, disco per disco (le voci con asterisco si riferiscono ai brani già precedentemente pubblicati sull'”Anthology 3″ del 1996)…

CD1: Back In The USSR, Dear Prudence, Glass Onion, Ob-La-Di Ob-La-Da, Wild Honey Pie, The Continuing Story Of Bungalow Bill, While My Guitar Gently Weeps, Happiness Is a Warm Gun, Martha My Dear, I’m So Tired, Blackbird, Piggies, Rocky Raccoon, Don’t Pass Me By, Why Don’t We Do It In The Road?, I Will, Julia.

CD2: Birthday, Yer Blues, Mother Nature’s Son, Everybody’s Got Something To Hide Except Me And My Monkey, Sexy Sadie, Helter Skelter, Long Long Long, Revolution 1, Honey Pie, Savoy Truffle, Cry Baby Cry, Revolution 9, Good Night.

CD3 (Esher Demos): Back In The USSR, Dear Prudence, Glass Onion*, Ob-La-Di Ob-La-Da, The Continuing Story Of Bungalow Bill, While My Guitar Gently Weeps, Happiness Is a Warm Gun*, I’m So Tired, Blackbird, Piggies*, Rocky Raccoon, Julia, Yer Blues, Mother Nature’s Son, Everybody’s Got Something To Hide, Sexy Sadie, Revolution, Honey Pie*, Cry Baby Cry, Sour Milk Sea, Junk*, Child Of Nature, Circles, Mean Mr. Mustard*, Polythene Pam*, Not Guilty, What’s The New Mary Jane.

CD4 (Sessions): Revolution I (Take 18), A Beginning (Take 4) / Don’t Pass Me By (Take 7), Blackbird (Take 28), Everybody’s Got Something To Hide (Unnumbered Rehearsal), Good Night (Unnumbered Rehearsal), Good Night (Take 10 with a guitar part from Take 5), Good Night (Take 22), Ob-La-Di Ob-La-Da (Take 3), Revolution (Unnumbered Rehearsal), Revolution (Take 14, Instrumental Backing Track), Cry Baby Cry (Unnumbered Rehearsal), Helter Skelter (First Version, Take 2)*.

CD5 (Sessions): Sexy Sadie (Take 3), While My Guitar Gently Weeps (Acoustic Version, Take 2), Hey Jude (Take 1), St. Louis Blues (Studio Jam), Not Guilty (Take 102), Mother Nature’s Son (Take 15), Yer Blues (Take 5 with guide vocal), What’s the New Mary Jane (Take 1), Rocky Raccoon (Take 8), Back In The USSR (Take 5, Instrumental Backing Track), Dear Prudence (Vocal, Guitar & Drums), Let It Be (Unnumbered Rehearsal), While My Guitar Gently Weeps (Third Version, Take 27), (You’re so Square) Baby, I Don’t Care (Studio Jam), Helter Skelter (Second Version, Take 17), Glass Onion (Take 10).

CD6 (Sessions): I Will (Take 13), Blue Moon (Studio Jam), I Will (Take 29), Step Inside Love (Studio Jam)*, Los Paranoias (Studio Jam)*, Can You Take Me Back? (Take 1), Birthday (Take 2, Instrumental Backing Track), Piggies (Take 12, IBT), Happiness Is A Warm Gun (Take 19), Honey Pie (IBT), Savoy Truffle (IBT), Martha My Dear (senza fiati e orchestra), Long Long Long (Take 44), I’m So Tired (Take 7), I’m So Tired (Take 14), The Continuing Story Of Bungalow Bill (Take 2), Why Don’t We Do It In The Road? (Take 5), Julia (Two rehearsals), The Inner Light (Take 6, IBT), Lady Madonna (Take 2, piano e batteria), Lady Madonna (Backing vocals della Take 3), Across The Universe (Take 6).

Blu-ray (solo audio), il “White Album” nei seguenti formati: PCM Stereo (2018 Stereo Mix), DTS-HD Master Audio 5.1 (2018), Dolby True HD 5.1 (2018), Mono (2018 Direct Transfer of “The White Album” Original Mono Mix).

Per quanto riguarda gli “Esher Demos”, la storia è più o meno questa: di ritorno da un controverso viaggio in India per “studiare” meditazione trascendentale, i Beatles presero a lavorare a quello che sarebbe diventato il “White Album” nel maggio 1968. E così, tornati in Inghilterra, i nostri si ritrovarono nella dimora di George Harrison per incidere i demo delle loro composizioni più recenti: ognuno propose diverse canzoni, addirittura undici per il solo John Lennon, anche se non tutte furono incluse nell’album (alcune, come ad esempio Junk e Jealous Guy, che allora si chiamava Child Of Nature, finirono nei successivi dischi solisti, mentre Sour Milk Sea venne affidata a Jackie Lomax). Perlopiù acustici e dal suono deliziosamente rilassato, alcuni di questi demo sono stati pubblicati su “Anthology 3” (1996) con un’eccellente resa sonora. Credo che la qualità audio non sarà da meno in queste nuove riedizioni.

Non c’è proprio tutto, bisogna però pur dire: mancano le versioni originali di Hey Jude e Revolution “riviste” anch’esse da Giles Martin che, anche se non facenti parti dell’originale album bianco perché già edite su singolo, erano state comunque registrate in quelle stesse sedute. Manca la leggendaria Helter Skelter di ben 27 minuti, manca l’alternativa Sexy Sadie chiamata Maharishi (dove John si fa beffe del guru che i Beatles seguirono in India in quel ’68), mancano due ballate acustiche ad opera di Paul McCartney chiamate Etcetera e The Way You Look Tonight. Per adesso, comunque, ci possiamo accontentare. Non ricordavo proprio, ad essere sinceri, che i Beatles avessero mai messo su nastro una cover di Baby I Don’t Care, e mi farà piacere scoprirla qui, così come quella Circles della quale non si sapeva finora poi molto. E inoltre, in conclusione, possiamo dare per certa una medesima operazione per quanto riguarda l’album “Abbey Road“. Appuntamento per l’autunno 2019.

-Mat

Marvin Gaye, “Let’s Get It On”, 1973

Marvin Gaye, Let's Get It On, immagine pubblica blogSe l’album “What’s Going On” (1971) viene indicato come il capolavoro indiscusso di Marvin Gaye, un disco come “Let’s Get It On”, pubblicato sempre dalla Motown due anni dopo, non è certamente da meno. E se i testi di “What’s Going On” affrontavano prevalentemente temi sociali (alcuni dei quali ancora drammaticamente attuali), quelli di “Let’s Get It On” riflettono soprattutto il rapporto di coppia e più in generale il rapporto con l’altro sesso. Ecco, il sesso. “Let’s Get It On” è stato definito un album ad alto tasso erotico, uno dei dischi più sexy di sempre, come ho spesso sentito dire a proposito di quest’album, ma è anche vero che contiene uno dei pezzi più tristi e più commoventi che io abbia mai sentito, quella Just To Keep You Satisfied posta debitamente a chiusura dell’intero lavoro.

Tanto estrosa e facilmente immedesimabile per l’ascoltatore una canzone come Let’s Get It On (singolo apripista dell’album, brano principale con tanto di “parte due”, Keep Gettin’ It On, nonché pezzo più popolare contenuto nel disco), praticamente un invito alla copula, quanto personale e autobiografica una canzone quale Just To Keep You Satisfied si rivela. Sofferto ma appassionato addio alla moglie Anna, sorella di Berry Gordy, fondatore-capo della Motown, Just To Keep You Satisfied, è soul allo stato puro, la quintessenza di Marvin Gaye, si potrebbe forse azzardare.

Tra due canzoni spettacolari come l’iniziale Let’s Get It On e la conclusiva Just To Keep You Satisfied, quello che sta a metà del disco non è certamente da meno: due brani pop-soul da manuale, ovvero Please Stay (Once You Go Away) e If I Should Die Tonight, la saltellante e gioiosa Come Get To This, una ballad da brividi come Distant Lover e il funky languido di You Sure Love To Ball. Il tutto suonato assieme ai sempre impeccabili musicisti turnisti della Motown, che tanta parte hanno avuto nel successo di questa storica etichetta discografica.

Un album, questo “Let’s Get It On”, che non è certamente da meno a “What’s Going On”, come si diceva: dai brani inediti e dalle versioni alternative delle canzoni tratte dai due album, infatti, sappiamo come i due progetti siano in realtà frutto di una lunga serie di registrazioni avvenute tra il 1969 e il ’73 quasi senza soluzione di continuità. Un brano come Distant Lover, per esempio, era già stato quasi ultimato durante la lavorazione di “What’s Going On”, mentre la versione originale di Just To Keep You Satisfied, una canzone originariamente pensata per gli Originals (sempre della scuderia Motown) è stata successivamente “riciclata” dallo stesso Marvin Gaye (autore e produttore del brano) per le sue God Is Love (per quanto riguarda la musica) del ’70 e quella Just To Keep You Satisfied posta in chiusura dell’album oggetto di questo post, opportunamente riscritta come addio ad Anna.

Insomma, un’unica grande vicenda artistica – oltre che umana, a ben vedere – quella compiuta da Marvin Gaye tra il ’71 e il ’73, un biennio nel quale non solo ha realizzato gli album più belli & importanti della sua carriera –  “What’s Going On” e “Let’s Get It On”, ovviamente – ma anche la colonna sonora di “Trouble Man” (1972), il singolo politico You’re The Man (1972) e un album di duetti con Diana Ross, “Diana & Marvin” (1973). Quando di dice: troppa grazia…

-Mat

Lucio Battisti, “Hegel”, 1994

Lucio Battisti, Hegel, 1994, immagine pubblica blogVenti anni senza Lucio Battisti. Sembra ieri, eppure sono passati, anzi volati due decenni buoni. Non voglio comunque scrivere una sorta di elogio funebre; non è questo blog il luogo, né io mi sento all’altezza di tentare un post del genere. E poi Lucio Battisti non era quello che si era fatto completamente da parte per lasciar parlare soltanto le sue canzoni, i suoi dischi? Passerei senz’altro a quello che resta dunque il suo testamento artistico, l’album “Hegel”, ventesimo capitolo della sua avventura discografica, edito dalla BMG il 29 settembre (come – casualmente? – si intitolava una sua canzone degli esordi) del 1994.

Scritto dallo stesso Lucio Battisti assieme al paroliere Pasquale Panella, col quale collaborava fin dai tempi di “Don Giovanni” (1986), “Hegel” è stato registrato in terra inglese con l’ausilio di due soli musicisti: Lyndon Connah, alle prese con chitarre, tastiere e programmazione, e quindi Andy Duncan, ovvero batterista, percussionista, programmatore nonché produttore del disco. Entrambi avevano partecipato all’album precedente di Battisti, “Cosa Succederà Alla Ragazza” (1992), ma qui sono rimasti i soli assieme allo stesso Lucio, facendo di “Hegel” l’album battistiano col più ristretto gruppo di musicisti.

Per quanto mi riguarda, “Hegel” è formato da quattro brani che ascolterei per ore – ovvero La bellezza riunita, Estetica, La moda nel respiro e la stessa Hegel – e altri quattro che non mi esaltano granché – sto parlando di Almeno l’inizio, Tubinga, Stanze come questa e la conclusiva La voce del viso – ma che comunque suonano perfettamente omogenee nell’economia sonora complessiva dell’album, un album intriso irrimediabilmente delle atmosfere pop-dance anni Novanta ma che tuttavia conserva una sua attualità sonora. Ecco, se dovessi indicare qual è il pezzo più bello di “Hegel” direi senz’altro la contemplativa Estetica (che io avrei magari messo in chiusura e non come penultima traccia), mentre quello che meno mi piace resta la martellante Stanze come questa. Il tutto che scorre via in poco più di trentotto minuti.

L’aspetto che più mi colpisce di un album come “Hegel” resta tuttavia la voce di Lucio, quella voce così inconfondibile, mai amata all’unanimità, che però resta sempre quella, è la stessa che si può ascoltare in album come “Il Mio Canto Libero” (1972) e “Una Donna Per Amico” (1978), tanto per citane qualcuno. E’ quella voce così peculiare, riconoscibilissima, il vero filo conduttore che attraversa la complessa ma sempre affascinante vicenda artistica del nostro.

Una voce che in “Hegel” è per la quinta volta di fila alle prese con otto canzoni scritte da Pasquale Panella, sempre in bilico tra ermetismo e nonsense. A me piace tantissimo questo periodo finale della carriera di Lucio, un periodo che evidentemente non ha ancora detto tutto quello che aveva da dire, considerate la modernità dei suoni e la non univocità delle parole, dove ogni ascoltatore può intendervi ciò che vuole.

Se sembra assodato che “Hegel” debba il suo nome all’omonimo filosofo tedesco vissuto a cavallo tra il Sette e l’Ottocento, resta ancora un mistero la grande “E” riportata sulla parte bassa della copertina, peraltro d’un bianco immacolato come tutti gli album che Battisti ha fatto dare alle stampe dal 1988 in poi. Misteri che si sommano ad altri misteri, più o meno noti ai tanti appassionati di questo celeberrimo musicista nostrano. E anche questo contribuisce a spiegare perché, dopo venti anni dalla morte, di Lucio Battisti non ne abbiamo ancora avuto abbastanza.

-Mat

Michael Jackson, 60 anni dopo

michael jackson 60 anni dopo“Il ritorno dell’iperbarico”, titolava nel 2001 una delle peggiori riviste musicali che io abbia mai avuto il dispiacere di leggere, ovvero “Musica”, un orrido inserto settimanale in abbinamento al quotidiano La Repubblica di quegli anni. Il titolo di quell’infelice articolo, edito in occasione dell’uscita dell’album “Invincible” di Michael Jackson, era riferito a una delle tante leggende metropolitane che attorniavano il celebre cantante, ovvero che dormisse in una camera iperbarica per mantenersi sempre giovane. Mi fa davvero piacere constare come oggi “Musica” non ci sia più – e anche da un bel po’ di anni, he, he, he – mentre per quanto riguarda Michael Jackson siamo ancora qui a parlarne. Certo, anche lui non c’è più, ma soltanto dal punto di vista fisico, perché la sua musica, i suoi dischi, i suoi videoclip, le sue canzoni sono davvero ovunque. Michael Jackson è perfino in “nuovi” brani d’alta classifica, come in Low di Lenny Kravitz e ancora con più evidenza in Don’t Matter To Me di Drake. Senza poi contare tutta la musica pop che – nel bene o nel male – ascoltiamo alla radio e (soprattutto) guardiamo in televisione: i riferimenti allo stile di Michael, voluti o meno, sono molteplici ed evidentissimi.

Ebbene, proprio oggi Michael Jackson avrebbe compiuto sessant’anni. Come sappiamo tutti, però, è prematuramente venuto a mancare in un maledetto giorno di fine giugno di nove anni fa, proprio alla vigilia d’un tour concertistico che ne avrebbe rivitalizzato la carriera. Carriera che, paradossalmente, è invece stata rivitalizzata da quella morte così inaspettata che ha letteralmente scioccato il mondo intero. Non riesco a immaginarmi un Michael Jackson sessantenne, non so proprio che cosa ne sarebbe stata della sua vita privata e della sua vicenda artistica se fosse sopravvissuto a quel fatidico arresto cardiaco. Questo perché la morte di Michael è stata qualcosa di così scioccante per il sottoscritto da rappresentare inesorabilmente un qualcosa di definitivo. Non c’è scampo, non si torna indietro.

La musica di Michael Jackson è però ovunque, e non solo nei dischi che ho a casa mia, e non solo nei già citati pezzi di Kravitz e di Drake; basta accendere la radio, sintonizzarsi in una stazione qualsiasi, in un orario qualsiasi, in un giorno a caso, e prima o poi un pezzo di Michael spunta fuori. Proprio qualche giorno fa, su R101, ho riascoltato Billie Jean ma posso ben testimoniare di essermi imbattuto, soltanto in queste ultime settimane, in brani come The Way You Make Me Feel, Man In The Mirror e Love Never Felt So Good (altro pezzo riemerso per la posterità, grazie a Justin Timberlake) mentre viaggiavo in macchina o facevo la spesa al supermercato.

E se ne continua a parlare. E non più come di un mostro, come faceva “Musica” e chissà quanti altri in quegli anni, ma – come è sacrosanto che sia – come di un grande. Un grande artista, un grande personaggio, un imprescindibile uomo di spettacolo che ha lasciato una traccia profonda nel nostro immaginario collettivo, che la cosa ci piaccia o meno. Uno che sta a buon diritto sullo stesso piano dei Beatles, di Elvis Presley, di Frank Sinatra e di pochi, pochissimi altri. Buon compleanno, Michael.

-Mat