Depeche Mode, “Ultra”, 1997

depeche-mode-ultra-immagine-pubblica-blogPubblicato nella primavera del 1997, “Ultra” segnò il ritorno dei Depeche Mode dopo i fasti del biennio 1993-94 e un difficilissimo 1995. E’ anche l’album che scrive un capitolo cruciale nella storia della band inglese: con l’abbandono di Alan Wilder, il gruppo torna ad essere un trio che, per la prima volta, non viene coinvolto nella produzione del disco, qui affidata a Tim Simenon. Ma ora passiamo ad analizzare le canzoni di “Ultra” una ad una.

Si parte con la potente Barrel Of A Gun, edita anche come primo singolo: qui la voce di Dave Gahan è risucchiata da qualche diavoleria elettronica, il ritmo è pulsante e massiccio, i coretti di Martin Gore sono da antologia, la chitarra in bell’evidenza… insomma una partenza col botto!

Il secondo brano è The Love Thieves, piuttosto dark e meditabonda, dove ritroviamo la voce naturale di Dave. Voce che cede il passo a quella di Martin per la successiva Home, uno dei miei brani preferiti dei Depeche Mode: musica, arrangiamento, testo e sentimento sono fantastici, davvero una grande ballata, edita anche su singolo.

Segue la famosa It’s No Good, anch’essa edita come singolo: è un brano dallo stile tipico dei Depeche Mode, vagamente e irresistibilmente retrò, forte di una sonorità davvero inconfondibile. Poi è la volta di Uselink, uno strumentale molto elettronico che per lo più serve ad introdurre il brano successivo, Useless, che è anche il quarto ed ultimo singolo estratto da “Ultra”. Useless è forse il brano più convenzionalmente rock mai proposto dai Depeche Mode (almeno in questa versione, quella su singolo è ritoccata elettronicamente): la chitarra di Martin è lo strumento portante ma è ben evidente il basso di Doug Wimbish e addirittura due batterie, quelle di Gota Yashiki (già con i Simply Red) e di Keith Le Blanc. Una canzone, Useless, che sembra uscita dalle sessioni di “Songs Of Faith And Devotion” del 1993.

Il brano seguente è uno dei pezzi migliori dei Depeche Mode, ovvero Sister Of Night, dove in diversi punti la voce di Dave Gahan duetta con quella di Martin Gore… veramente stupenda, questa canzone, intensa e notturna. Poi è la volta di un altro strumentale, Jazz Thieves, anche in questo caso una sorta d’introduzione al brano successivo, che è Freestate. Qui la voce di Dave è più intensa del solito, evidentemente sente parecchio questa riflessiva canzone che invita a liberarsi dalla propria gabbia per ritrovare quello stato mentale che è la libertà; la musica invece è una sorta di Personal Jesus più distesa, con una chitarra che sembra quasi country.

Con The Bottom Line troviamo per la seconda volta Martin Gore vocalmente protagonista in questo album: canta una delle sue canzoni più suggestive e raffinate, avvalendosi del prezioso supporto di B.J. Cole alla pedal steel guitar. Chiude la splendida Insight, che è praticamente un duetto tra Dave e Martin: anche in questo caso siamo in presenza di uno dei migliori pezzi dei Depeche Mode, rilassato e positivo, con tutte le caratteristiche del ‘Depeche sound’ in bell’evidenza e un tocco di gospel che non guasta. In realtà i secondi del ciddì continuano a scorrere e così, dopo un minutino, ecco Junior Painkiller, una breve traccia fantasma, un interrogativo strumentale che è praticamente un estratto di Painkiller, il B-side che accompagna il singolo Barrel Of A Gun.

Concludendo, dico senza indugio che “Ultra” è davvero un ottimo disco ma mi sono sempre chiesto come avrebbe suonato con il magico tocco di Alan Wilder… ma questa è accademia, qui è evidente che i Depeche Mode ci hanno regalato non solo uno dei migliori dischi della loro storia ma anche uno dei migliori lavori degli anni Novanta.

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Iggy Pop, “The Idiot”, 1977

iggy-pop-the-idiot-immagine-pubblica-blogAvendo avuto l’oscuro piacere d’ascoltarlo ieri notte, oggi pomeriggio mi sembra proprio l’occasione buona per parlare di uno dei miei album preferiti, “The Idiot”. Il disco in questione, pubblicato dalla RCA nel 1977, è accreditato a Iggy Pop, anzi è il suo primo vero album solista dopo lo scioglimento degli Stooges.

In realtà “The Idiot” è un’opera nata dalla collaborazione tra due enormi talenti che apprezzo moltissimo: Iggy Pop, ovviamente, e l’immenso David Bowie, che produce l’album. Bowie, inoltre è coautore di tutte le canzoni, suona il piano, le tastiere & il sax, contribuisce ai cori e mixa il tutto. Altra aspetto interessante: si parla spesso del periodo berlinese di Bowie, che ha fruttato la splendida trilogia di “Low” (1977), “Heroes” (1977) e “Lodger” (1979), ma bisogna considerare che anche “The Idiot” è stato inciso a Berlino, nel corso del 1976, mentre Bowie incideva il suo “Low”. A questo punto si tratta d’un poker fantastico di album berlinesi… certo, aggiungendovi “Lust For Life” (il seguito di “The Idiot”) ed escludendo “Lodger” che in realtà non è stato registrato a Berlino… ma la cosa si complica, per cui passiamo per ora ad una breve recensione del solo “The Idiot”.

Si parte con un brano piuttosto notturno, chiamato inequivocabilmente Sister Midnight: con le parti di chitarra di Carlos Alomar in bell’evidenza, la canzone è una lenta danza ipnotica che fa subito capire con quale tipo di sonorità abbiamo a che fare in questo lavoro. Segue il rock strisciante ma irresistibilmente funky di Nightclubbing, una delle canzoni più coinvolgenti di Pop, che forse molti ricordano nella colonna sonora del film “Trainspotting”. Poi è la volta di Funtime, un trascinante brano funk-punk dove si sente chiaro & forte il coro di Bowie; anche questa canzone verrà inclusa in una colonna sonora, per il film “Miriam Si Sveglia A Mezzanotte”, interpretato dallo stesso Bowie con una bellissima Catherine Deneuve.

Il quarto brano è Baby, sintetico & tenebroso ma assolutamente irresistibile e molto melodico, seguìto da una delle canzoni che più amo, China Girl: invito calorosamente tutti quelli che vogliono conoscere Iggy Pop ad ascoltare questo brano di rock decadente ad alto volume. China Girl resta una delle migliori creazioni del duo Pop-Bowie, forte d’un testo interpretato con la tipica sfontatezza di Iggy ma adagiato su una musica potente ed innovativa al tempo stesso, tipica del Bowie di quegli anni. Poi è la volta della pesante Dum Dum Boys, la canzone più convenzionalmente rock del disco, anche qui col coro di Bowie ben evidente (sul canale destro degli speaker) e poi ancora c’è Tiny Girls, una breve & struggente ballata dall’andamento circolare, con il sax di David come principale protagonista. Gli oltre sette minuti della ben più elettronica Mass Production chiudono l’album su note dissonanti che ci regalano un testo colmo di sarcasmo, in quella che è un’epica espressione fifty-fifty fra Bowie e Pop.

L’atmosfera complessiva di “The Idiot” è notturna, cupa & opprimente, coi testi sempre in bilico tra disperazione & sarcasmo. Il tutto suona incredibilmente avanti per i suoi tempi: come per gli album “Low” e “Heroes” di Bowie, “The Idiot” sembra un disco inciso negli anni Ottanta (prestare attenzione al suono della batteria, in particolare), un lavoro davvero straordinario, forse un po’ sottovalutato ma fra i migliori che io possegga nella mia collezione di dischi.

Per finire, alcuni aneddoti… Sister Midnight è stata ripresa da Bowie per il suo album “Lodger”, dopo averne riscritto il testo e presentandola quindi col nome di Red Money. Bowie ha anche riproposto China Girl: la sua è una cover magnifica che s’avvale di musicisti d’eccezione (si trova sull’album “Let’s Dance” del 1983), mentre il buon David sfoggia una delle sue migliori prove vocali. Peter Murphy dei Bauhaus chiude il suo album del 1988, “Love Hysteria”, con una bella cover di Funtime, mentre Martin Gore dei Depeche Mode ripropone una suggestiva versione di Tiny Girls nel suo album “Counterfeit2” (2003). Ultimo aneddoto, piuttosto macabro… prima di togliersi la vita, Ian Curtis, il cantante dei Joy Division, ascolta “The Idiot” e mentre questo compie trentatrè giri lui decide di farla finita.

– Mat

Tears For Fears

tears-for-fears-immagine-pubblica-blogDa bambino vedevo sempre Bim Bum Bam su Italia 1, veniva addirittura condotto da Paolo Bonolis e Licia Colò. Siccome io non dormivo mai di pomeriggio e la mia trasmissione preferita iniziava alle 16, d’estate mi piazzavo davanti alla tele già verso le 14 e mi vedevo un’altra trasmissione musicale chiamata Dee Jay Television, ideata da Claudio Cecchetto se non sbaglio. Beh, fu probabilmente grazie a quella trasmissione che mi appassionai alla musica. Ricordo chiaramente quando, era il 1985, iniziarono a trascrivere in basso la traduzione del testo che il cantante straniero di turno stava cantando: ricordo ancora due canzoni e due video che amavo, Russians di Sting e Such A Shame dei Talk Talk.

Comunque, fu in quell’anno e nel corso di quella trasmissione che vidi un video che mi colpì molto: Everybody Wants To Rule The World dei Tears For Fears. Vedere quel cantante in occhiali da sole che percorreva le inconfondibili strade americane a bordo di una fantastica Morgan (credo che si tratti di una Morgan, è un’auto inglese per chi non lo sapesse) mi fece già capire tutto: è quello che voglio fare da grande, dissi, cos’altro chiedere alla vita?! E la musica? Beh, quella canzone era (ed è) fantastica, un ritmo incredibilmente trascinante, una voce suadente, un assolo di chitarra perfetto… e quel nome curioso, Tears For Fears, al quale rimasi sempre legato.

Oggi sono un fan dei TFF, ho tutti i loro dischi ma soprattutto posso garantirvi che non hanno mai fatto cilecca: prendete i loro album o anche uno da solista, non ci crederete ma li hanno fatti uno più bello dell’altro, veramente. Iniziamo però dal 1980, con l’album “Acting My Age”, quando il gruppo si chiamava Graduate, un quintetto inglese proveniente da Bath. Già all’epoca, però, i membri più in vista erano Roland Orzabal (cantante, chitarrista e principale autore delle canzoni) e Curt Smith (cantante e bassista). Furono proprio questi due a fondare, l’anno dopo, i Tears For Fears che, a parte un paio di singoli pubblicati fra l’81 e l’82, debuttano nel 1983 con l’album “The Hurting”. Sorretto da singoli incredibili come Change, Pale Shelter, Mad World e Suffer The Children, questo primo album dei TFF volò al 1° posto della classifica inglese. In “The Hurting” tutte le canzoni sono scritte da Roland mentre la maggior parte di esse è cantata da Curt.

I ruoli si confondono nel successivo “Songs From The Big Chair”: l’album dei TFF più famoso, se non altro perché contiene Shout e la già citata Everybody Wants To Rule The World. Anche questo disco vola al 1° posto della classifica di casa (e in USA al 2°) ma Roland e Curt sono ragazzi semplici, l’esatto contrario della tipica pop-star anni Ottanta… davvero non c’entrano nulla con quei cliché. Del resto scelsero la musica come riparo dalle loro situazioni famigliari difficili e, soprattutto nel caso di Orzabal, per sfuggire ai propri demoni personali. La stessa espressione ‘tears for fears’, lacrime dovute alle paure, è un’espressione coniata dallo psicologo Arthur Janov, inventore della terapia del ‘primal scream’, che ebbe una notevole influenza su testi e tematiche dei nostri.

E così, in qualche modo, il gioco inizia a stancare e Curt sembra ritirarsi in se stesso. L’attività del gruppo procede quindi con Roland Orzabal che si fa carico della maggior parte del lavoro (avvalendosi di collaboratori straordinari, come Phil Collins, Pino Palladino, Neil Taylor, Manu Katché, la bravissima Nicky Holland, ecc): il disco che ne risulta vede la luce nel 1989, “The Seeds Of Love”, che secondo me rappresenta il capolavoro dei TFF nonché uno dei dischi pop-rock più belli di sempre. Supportato da quattro singoli uno-più-bello-dell’altro (Sowing The Seeds Of Love, Advice For The Young At Heart, Famous Last Words e la stupenda Woman In Chains, un duetto con la scoperta tearsforfearsiana Oleta Adams), anche questo terzo album dei TFF, manco a dirlo, raggiunge il 1° posto della classifica inglese.

Dopo tre dischi numero uno (e soldi a palate, presumo), nel 1990 Curt Smith emigra in America e decide quindi di abbandonare i Tears For Fears, lasciando Roland praticamente da solo. Nel ’92 esce così la prima raccolta dei TFF, “Tears Roll Down (Greatest Hits 1982-1992)” nella quale Roland ripropone con una nuova formula anche un B-side del 1989, Laid So Low. Il brano, pubblicato come singolo, è una delle canzoni più memorabili degli anni Novanta e la raccolta è davvero eccellente, permettendo magnificamente ad Orzabal di chiudere un cerchio.

Giunge il ’93 ed esce “Soul On Board”, il primo album solista di Curt Smith: un gran bel disco, non c’è che dire. Nello stesso anno c’è però la risposta di Roland Orzabal che pubblica a nome Tears For Fears lo stupendo album “Elemental”, supportato dal noto singolo Break It Down Again (nell’album c’è anche un’amara frecciata verso Curt, Fish Out Of Water). Nel ’95 vede la luce il quinto album dei Tears For Fears, lo splendido “Raoul And The Kings Of Spain”, sempre realizzato dal solo Orzabal. Nel 1996, intanto, Curt Smith unisce le forze al polistrumentista Charlton Pettus e fonda un nuovo gruppo, i Mayfield: il primo album omonimo dei Mayfield esce nel ’98 e… mi manca, non riesco a trovarlo… dovrei provare con eBay. Tra il 1999 e il 2000, tuttavia, Curt pubblica un mini album a suo nome, ovvero “Aeroplane” (anche per questo… vale quanto scritto per “Mayfield”). In questo periodo, comunque, Roland e Curt si riavvicinano, hanno modo di chiarirsi e in seguito anche di scrivere nuove canzoni.

Nel 2001 esce “Tomcats Screaming Outside”, il primo album a nome Roland Orzabal: è stato inciso nel 2000 ma la casa discografica voleva pubblicarlo a tutti i costi a nome Tears For Fears. Roland ha tenuto duro, l’ha fatto uscire per una piccola etichetta, la Eagle, e si è tolto la soddisfazione personale d’aver realizzato uno dei dischi più belli di questo decennio. Nel 2002, finalmente, prende avvio la lavorazione del nuovo, vero album dei Tears For Fears, ad opera del ritrovato duo Orzabal-Smith. Il nuovo disco, “Everybody Loves A Happy Ending”, vede la luce nel 2004 (Curt, cavallerescamente, mette da parte il suo bel album solista “Halfway, Pleased”, pubblicato tre anni dopo) e contiene uno dei pezzi più belli del duo, Closest Thing To Heaven, edito anche su singolo.

E’ inutile dirvi quanto “Everybody Loves A Happy Ending” sia superlativamente fantastico, avrete ormai capito che io sono schifosamente di parte! Ma, come detto sopra, i signori Smith e Orzabal non hanno mai sbagliato un colpo. Ora spero solo di riuscire a vederli almeno una volta dal vivo.

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A-ha

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Stamattina mi sono svegliato e, con disappunto, ho visto il cielo pieno di nubi & senza traccia di sole. Del resto, ho pensato, oggi è l’equinozio d’autunno, l’estate è andata, come cantano gli A-ha.
Ma ve li ricordate gli A-ha? Quel trio norvegese di bellocci che a metà degli anni Ottanta sembrava solo l’ennesimo atto musicalcommerciale ma che, invece, se ne esce con uno dei dischi di debutto più belli della storia del pop, “Hunting High And Low” (1985). E il primo singolo ve lo ricordate? Take On Me, una delle canzoni più famose del decennio, accompagnata da un videoclip che fondeva immagini reali con cartoni animati.
Hanno fatto un sacco di belle canzoni, gli A-ha, tanto per citarne qualcuna dico Stay On These Roads, Manhattan Skyline, The Living Daylights (per la colonna sonora del film di 007, “Bersaglio Mobile”), Hunting High And Low, Touchy, The Sun Always Shines On T.V. e I’ve Been Losing You.

Poi, dopo aver dato alle stampe cinque album da studio – “Hunting High And Low” nel 1985, “Scoundrel Days” nel 1986, “Stay On These Roads” nel 1988, “East Of The Sun, West Of The Moon” nel 1990, “Memorial Beach” nel ’92 – e la bella raccolta “Headlines And Deadlines” (1991), nel ’93 gli A-ha si sciolgono, ognuno per la propria strada.

Nel 2000, però, ascolto in radio una canzone bellissima, malinconica & potente al tempo stesso, chiamata Summer Moved On. Ma sono gli A-ha, sono tornati!! Pubblicano quindi l’album “Minor Earth Major Sky”, seguìto poi da “Lifelines” (2002), dal live “How Can I Sleep With Your Voice In My Head?” (2003) e dal recente “Analogue” (2005).

Anche se non sono un fan sfegatato degli A-ha mi ha fatto davvero piacere rivederli in azione: quel pop così melodrammatico, solenne, tipicamente nordico, brilla come un piccolo gioiello all’interno del panorama pop-rock contemporaneo.

Guns N’ Roses

guns-n-roses-immagine-pubblica-blogHo sempre considerato i Guns N’ Roses come i cuginetti sporchi e cattivi dei Queen. Del resto il cantante della band californiana, Axl Rose, è un fan dichiarato dei Queen, tanto che nell’aprile ’92 i Guns N’ Roses hanno partecipato al Freddie Mercury Tribute allo stadio di Wembley. Nel 2006, inoltre, parlando di quel famigerato “Chinese Democracy” che sembrava non dovesse mai vedere la luce, Axl ha dichiarato che alcune sonorità del disco ricordano i Queen; inoltre parte del lavoro è stata prodotta da Roy Thomas Baker, geniale produttore dei Queen negli anni Settanta, mentre lo stesso Brian May – il chitarrista della band inglese – ha suonato in alcune nuove (?) canzoni dei redivivi Guns.

Iniziamo però dal principio, in California, a metà degli anni Ottanta, quando dalla fusione di due gruppi, gli Hollywood Rose e i L.A. Guns, nascono i Guns N’ Roses. Se questo nuovo nome fonde quelli precedenti dei due gruppi, il nome Guns N’ Roses riassume perfettamente anche la formula musicale della band: un suono duro, potente, ma al tempo stesso romantico e melodico.
Nel corso degli anni, la formazione dei GNR ha subìto diversi cambiamenti ma i quattro membri originali hanno sempre fatto la differenza e creato uno stile inconfondibile: il chitarrista Slash (quello con l’immancabile cilindro nero in testa), il chitarrista e cantante Izzy Stradlin’, il bassista Duff McKagan e quindi Axl Rose.

Se escludiamo gli EP, i live e le compilation, i Guns N’ Roses ci hanno lasciato solamente quattro album: il primo, pubblicato nel 1987, è “Appetite For Destruction”, uno dei dischi hard rock più venduti ed osannati di tutti i tempi. Contiene brani famosi come Sweet Child Of Mine, Paradise City e Welcome To The Jungle, che è anche il primo singolo dei Guns.

Nel frattempo i nostri hanno modo di rivelare tutto il loro talento anche nelle performance dal vivo, diventando in breve tempo delle autentiche rockstar internazionali. Ma le vite a dir poco turbolenti dei vari membri dei Guns N’ Roses e le forti personalità interne alla band hanno fatto in modo che i lavori in studio siano discontinui e prolungati nel tempo. E così il nuovo album del gruppo, “Use Your Illusion”, vede la luce solo nel 1991, anche se suddiviso in due dischi distinti, “UYI I” e “UYI II”. Entrambi i lavori contengono brani da favola, come Don’t Cry (una lenta da brividi), November Rain (oltre otto minuti di lunghezza, un capolavoro di canzone che sembra rubata ai Queen…), la tosta You Could Be Mine (anche nella colonna sonora di “Terminator 2”), la cover dylaniana di Knockin’ On Heaven’s Door (uscita l’anno prima come colonna sonora del film “Giorni di Tuono”), la superba Civil War, la stradaiola Dust N’ Bones, la cover di Paul McCartney, Live And Let Die, e altri brani consistenti che spediscono i due dischi rispettivamente al 2° e al 1° posto della classifica americana riservata agli album.

A fronte dello straordinario successo di vendite in tutto il mondo, le tensioni interne alla band sembrano però raggiungere un punto di rottura: durante le fasi d’incisione dei due dischi, viene cacciato il batterista Steven Adler, sostituito da Matt Sorum dei Cult, e entra un sesto componente, il tastierista Dizzy Reed. Inoltre, i due “Use Your Illusion” sono tuttora gli ultimi album dei Guns N’ Roses a contenere canzoni originali. Nel successivo capitolo, “The Spaghetti Incident?” (1993), infatti, i nostri proporranno soltanto delle cover, seppur grandiose ed eseguite col loro stile inconfondibile. Tra queste la bellissima Since I Don’t Have You (un brano doo-wop degli anni Cinquanta), la tostissima Ain’t It Fun dei Dead Boys e la stradaiola Black Leather dei Sex Pistols.

L’anno dopo, nel ’94, i Guns N’ Roses pubblicano un’altra cover, Sympathy For The Devil, uno dei brani più belli dei Rolling Stones, per la colonna sonora del film “Intervista Col Vampiro”, ma quando Slash viene a sapere che Axl ha fatto sostituire alcune sue parti di chitarra con quelle suonate da un suo amico, Slash se ne va mettendo quindi fine alla storia dei Guns N’ Roses. O almeno così pare… nel ’95 la band prova a tornare in studio ma i rapporti sono ormai deterioratissimi e Slash preferisce utilizzare le nuove canzoni (o almeno quelle che aveva scritto lui) per una sua nuova band, Slash’s Snakepit, che pubblicherà due album nel corso degli anni Novanta.

I Guns come gruppo sembrano finiti ma nel 1997 Axl Rose, ormai il solo membro originale rimasto, nonché titolare legale del nome Guns N’ Roses, resuscita la band con nuovi musicisti e torna in studio per incidere un nuovo disco. Si tratta di quel benedetto “Chinese Democracy” di cui sopra, più volte rimandato e infine edito nel novembre 2008. Unica nuova uscita precendente, nel 1999, quando una nuova canzone, l’aggressiva Oh My God, viene inclusa nell’ennesima colonna sonora, “End Of Days”, un film con Arnold Schwartzenegger.

Axl, sempre a nome Guns N’ Roses, continua a fare tour (è stato anche a Milano nell’estate del 2006) mentre tre Guns ‘storici’, ovvero Slash, Duff e Matt Sorum hanno dato vita ai Velvet Revolver con Scott Weiland dei disciolti Stone Temple Pilots.
Checché se ne dica, i Guns N’ Roses hanno rappresentato nel bene e nel male l’ultimo vero grande gruppo rock. Dopo di loro ci sono stati i Nirvana… ma questa è un’altra storia.

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The Doors, “Morrison Hotel”, 1970

the-doors-morrison-hotel-immagine-pubblica-blog“Morrison Hotel” dei Doors è uno di quei dischi genuini di sano e puro rock, del resto è uscito nel 1970, in tempi non sospetti. Per me è un vero piacere ascoltarlo, sia con lo stereo di casa che mentre sono in macchina.

La versione originale di “Morrison Hotel”, quella pubblicata su elleppì, era suddivisa in due momenti: il lato A è chiamato “Hard Rock Cafe” e contiene sei brani; il lato B è chiamato invece “Morrison Hotel” e contiene cinque brani. Il tutto è prodotto da Paul A. Rothchild, produttore storico dei Doors, e si avvale della collaborazione di alcuni turnisti: Ray Neopolitan e Lonnie Mack al basso, e un certo G. Puglese all’arpa. Ovviamente i Doors ci sono tutti, in azione come segue: Ray Manzarek al piano e all’organo, Robby Krieger alla chitarra, John Densmore alla batteria e alle percussioni, Jim Morrison alla voce. E ora passiamo alle canzoni…

L’album inizia con un classico dei Doors, Roadhouse Blues, e che inizio! E’ un invito in chiave rock-blues a dirigersi in macchina verso un posto dove poter far casino tutta la notte. Davvero una grandissima canzone rock, una delle migliori del genere, piena di energia ma anche d’un pizzico d’angoscia, sintetizzata dalla frase ‘il futuro è incerto e la fine è sempre vicina’. Preveggenza da parte di Morrison circa la sua morte?

Waiting For The Sun è un altro classico della band californiana: un brano potente dove Manzarek la fa da padrone e Morrison spera di sciogliere i suoi dubbi al sole, ora che è giunta la primavera. Una canzone intensa, Waiting For The Sun, uno di quei brani che apprezzo una volta di più ad ogni ascolto.

Introdotto da un piano stile saloon, segue You Make Me Real, un altro brano stradaiolo, caratterizzato da brevi interruzioni di tempo e vivaci riprese. Poi è la volta di Peace Frog, brano ancora più stradaiolo del precedente: se siete a casa vi fa venir voglia di andare a fare un giro in macchina… almeno a me fa questo effetto. In questo brano, che ha tutto il sapore delle grandi strade e città d’America, l’intera strumentazione è compatta e tesa nel darci un grandissimo rock.

Il tutto si arresta per lasciar spazio al brano successivo, la rilassata e pigra Blue Sunday, con la calda voce di Jim ad accoglierci per prima. Segue Ship Of Fools, un brano tipicamente doorsiano che ci fa così terminare la nostra visita all’Hard Rock Cafe. Stancati dal viaggio, dal casino fatto, dalle bevute e da stravizi vari, ci sentiamo in dovere di riposarci per un po’ al Morrison Hotel: lo dobbiamo però raggiungere in macchina e così ci accompagna la briosa Land Ho!.

Stesi sul letto ci lasciamo cullare dal blues di The Spy, ma la strada è presente fin troppo nei nostri pensieri… ecco quindi Queen Of The Highway. La nostra cavalcata è però di breve durata e così ci abbandoniamo ai sentimentalismi: Indian Summer è una delle canzoni più delicate dei Doors (una prima versione risale agli anni iniziali della band), con le lievi ma evidenti percussioni di Densmore, la chitarra di Krieger che sembra dipingere i contorni dell’amore e il discreto organo di Manzarek a sorreggere l’ambiente.

Ma noi, in fondo, al Morrison Hotel non siamo venuti mica per riposare: la robusta Maggie M’Gill diventa infatti un’altra fantastica compagna di viaggio. Per quanto tempo siamo stati al “Morrison Hotel” (contando la baldoria che abbiamo fatto all’Hard Rock Cafe)? Appena trentotto minuti ma… non ci siamo annoiati affatto, vero?

Pink Floyd

pink-floyd-classifica-immagine-pubblica-blogLa mia conoscenza di questo gruppo inglese parte veramente da lontano, molto lontano: in casa ho delle fotografie di quando avevo solo tre anni che mi mostrano con delle enormi cuffie collegate al potente stereo di mio zio… in famiglia mi hanno detto che stavo ascoltando proprio loro, i grandissimi Pink Floyd.

In un post precedente, parlando di Syd Barrett, ho citato l’esordio di questa celebre band, per cui vado avanti con la storia, che riparte quindi dal principio del 1969. I Pink Floyd, un quartetto costituito da Roger Waters (voce e basso), Richard Wright (tastiere e voce), Nick Mason (batteria) e dal nuovo acquisto David Gilmour (voce e chitarra), sembrano aver smarrito la strada del pop e pensano di riciclarsi come compositori di musiche per film. Accettano così la proposta del regista francese Barbet Schroeder di musicargli il film “More”: ne esce fuori una colonna sonora apprezzabile, chiamata anch’essa “More”, che restituisce fiducia ai quattro e li spinge a tornare in studio per un terzo album.

I Pink Floyd, stavolta, intendono realizzare un disco altamente sperimentale e psichedelico, e per rendere più appetibile il tutto lo abbinano ad un elleppì dal vivo, contenente anche una fantastica versione della barrettiana Astronomy Domine: il doppio album vede la luce in ottobre col titolo di “Ummagumma”, uno slang studentesco per indicare il rapporto sessuale. Ma la creatività del gruppo non si arresta e porta alla composizione d’una lunga suite strumentale che viene presentata in Francia con un corpo di ballo. Il brano diventerà Atom Heart Mother grazie alla collaborazione dell’arrangiatore e orchestratore Ron Geesin (ai primi del 1970 al lavoro con Roger Waters su un’altra colonna sonora, “The Body”) e costituirà l’intera facciata A del nuovo album dei Pink Floyd, l’omonimo “Atom Heart Mother”. Sul lato B ci sono tre canzoni scritte e cantate dai rispettivi autori (If per Waters, Summer ’68 per Wright e Fat Old Sun per Gilmour) più l’incredibile pezzo psichedelico Alan’s Psychedelic Breakfast, una composizione collettiva tra le più suggestive dei nostri. “Atom Heart Mother” viene pubblicato nell’ottobre 1970 e la sua copertina è una delle più famose ed imitate al mondo: la mucca al pascolo che si gira a guardarci incuriosita, chi non ce l’ha presente?!

Sempre nel ’70, i Pink Floyd incidono anche alcuni brani per la colonna sonora del film di Michelangelo Antonioni, “Zabriskie Point”, ma l’esperienza non si rivela delle più ispirate. Comunque, nel 1971, la band torna con un nuovo album, “Meddle”, contenente la famosa One Of These Days e la mastodontica suite di Echoes. In estate i Pink Floyd suonano dal vivo fra le rovine di Pompei e vengono quindi immortalati nel suggestivo film musicale intitolato “Live At Pompeii” (1972).

Nel ’72 la band è nuovamente in pista con un’altra colonna sonora: si tratta di musicare il seguito di “More”, un film chiamato “La Vallée”. Ne viene fuori “Obscured By Clouds”, probabilmente l’album più debole dei Pink Floyd, tuttavia interessante per alcune soluzioni che adotta e che saranno riproposte con ben altri risultati nei lavori successivi. Nel corso di quell’anno, inoltre, i Floyd presentano dal vivo quello che viene comunemente inteso come il loro capolavoro, “Dark Side Of The Moon”, un album straordinario che viene pubblicato nel marzo ’73. Il disco riscuote subito un enorme successo mondiale, spedendo per la prima volta i Pink Floyd in vetta alla classifica americana. Tuttora “Dark Side” è l’album che nella storia del rock è stato per più tempo in classifica: dal ’73 al ’88 è stato ininterrottamente tra i cento dischi più venduti negli USA, ricomparendo più volte negli anni successivi.

Tornando al 1973-74, per i Pink Floyd il successo e il clamore diventano una sbornia che lascia i segni: il gruppo è ormai ‘arrivato’, s’è fatto un sacco di soldi, la sua musica è la sintesi magnifica di cinque anni consecutivi di sperimentazioni. Che altro possono fare, si chiede soprattutto Roger Waters. Fino a quel punto ogni membro dei Pink Floyd ha collaborato, chi più chi meno, alla composizione del materiale e alla sua produzione. Dopo “Dark Side” la storia cambia, con Roger che inizia ad assumere il controllo della band: è grazie al suo impulso che i Pink Floyd tornano in studio alla fine del ’74 per dare un seguito a “Dark Side”. Si lavora sul tema dell’assenza, che Roger percepisce dai rapporti tra i membri del gruppo, ma anche dalla nostalgia per Syd Barrett. Da qui canzoni malinconiche come Wish You Were Here e Shine On You Crazy Diamond, ma anche brani che cantano la disillusione per i lustrini dello show-business come Have A Cigar e Welcome To The Machine. Checché ne dica Waters, l’atmosfera in studio genera un nuovo capolavoro, “Wish You Were Here”, forse l’album più immaginifico dei Pink Floyd. Altro numero uno in tutto il mondo & uno dei dischi più venduti ed apprezzati della storia del rock.

“Wish You Were Here” non vede nessun contributo compositivo da parte di Mason, mentre il successivo album, “Animals”, non contemplerà nessun contributo compositivo da parte di Wright. “Animals”, pubblicato nel gennaio ’77, può essere infatti considerato il primo d’una trilogia di album fortemente watersiani, dove il bassista diventa il protagonista indiscusso del suono e delle tematiche floydiane. Se i suoni si fanno più duri e cattivi, i testi diventano via via più personali e sempre più intrisi di cruda realtà (il dramma della guerra, l’abuso della grande industria ai danni dell’ambiente, la competizione arrivistica, i sistemi oppressivi sperimentati fin dalla scuola, lo status di rockstar che comporta barriere tra se stessi e le persone amate) a dispetto dell’immaginazione e della divagazione psichedelica. Tutto ciò sfocia in maniera più compiuta nell’album successivo, il celeberrimo “The Wall”, un doppio album che viene pubblicato nel novembre 1979. L’album, oltre ad avvalersi della sola composizione di Waters (soprattutto lui) e Gilmour, non viene più prodotto dai Pink Floyd, bensì dai soli Waters e Gilmour col produttore-arrangiatore canadese Bob Ezrin. I tre danno però vita ad un capolavoro indiscusso del rock, il mio album preferito in assoluto.

Ma “The Wall” è un concept-album che travalica l’idea stessa di album musicale: i Pink Floyd vi lavoreranno per altri tre anni, rappresentandolo in una serie di concerti e immortalandolo in un film diretto da Alan Parker. L’album conclusivo della trilogia watersiana, chiamato profeticamente “The Final Cut”, vede comunque la luce nella primavera del 1983: in pratica è un album solista di Roger, tanto che viene dedicato a suo padre, morto nel ’44 durante la guerra. Ai lavori partecipano i soli Mason e Gilmour, seppur col minimo apporto, con Wright che viene fatto fuori al termine del tour di “The Wall” nel 1981 (anche se la sua effettiva partecipazione alle sedute di “The Wall” è discutibile). Checché se ne dica, “The Final Cut” è uno dei dischi migliori dei Pink Floyd, un sincero e sentito atto di accusa contro la guerra, nonché una commovente commemorazione dei caduti per un mondo migliore, un mondo che finora non ha mantenuto di certo le sue promesse.

Per la prima volta dopo la pubblicazione d’un loro album, i Pink Floyd non vanno in tour, anzi ognuno torna in studio per contro proprio tanto che nel 1984 usciranno quattro album solisti, uno per ogni componente della band. La storia sembra concludersi definitivamente solo nel dicembre ’85, quando Roger Waters annuncia la sua dipartita dai Floyd: nella sua mente, la band non ha più nulla d’aggiungere e perciò merita un dignitoso scioglimento. Non così nella mente di Dave Gilmour, il quale pensa bene di continuare come Pink Floyd: inizialmente come duo col solo Mason e più tardi contattando Wright come semplice turnista. E così nel 1987 esce “A Momentary Lapse Of Reason”, fortunato album dei redivivi Pink Floyd, accompagnato da un fortunatissimo tour mondiale che si conclude nel 1989 a Venezia.

Roger Waters non resta di certo a guardare: tra le due parti inizia una lunga serie di reciproche accuse e soprattuto di cause legali per l’uso del nome e della spartizione dei diritti. Waters ottiene tutto quello che vuole ma non può impedire ai Pink Floyd di continuare ad esistere: nel ’94 esce quindi un altro album, il rock struggente di “The Division Bell” (qui Wright è un membro a tutti gli effetti e il sound ci guadagna). Segue un altro fortunato tour in giro per il mondo al termine della quale i Pink Floyd sembrano riposare una volta per tutte.

Intanto, negli anni Novanta, il pop-rock giunge alla sua storicizzazione, anche perché il panorama musicale è piuttosto povero: tutti gli album dei Pink Floyd vengono ristampati, con tanto di nuove raccolte, altri dischi dal vivo e divvuddì, spesso tornando nei quartieri alti delle classifiche. Poi nel 2005 il miracolo: Bob Geldof già organizzatore dello storico Live Aid, annuncia al mondo la reunion dei Pink Floyd con tanto di Roger Waters! La cosa si materializza a luglio, rendendo il momento storico del Live 8 ancora più storico di quello che sarebbe stato. I Pink Floyd, come tutti gli altri protagonisti in programma, eseguono un set di soli venti minuti ma sono venti minuti di grandi emozioni per tutti. Personalmente, mentre il gruppo suonava Comfortably Numb e alle sue spalle si materializzava lo slogan ‘make poverty history’ con la stessa grafica di “The Wall” proiettata sulla copertina di quel disco… beh, ho avuto la pelle d’oca!

All’indomani del Live 8, il sito ufficiale di Roger Waters scriveva ottimisticamente che ‘tutto è possibile’ su una foto dei quattro musicisti riuniti, lasciando ben intendere per una reunion più sostanziosa in futuro. Invece, a parte le recenti dichiarazioni di Dave Gilmour sul fatto che ormai i Pink Floyd appartenenvano definitivamente al suo passato, il 15 settembre 2008 è venuto improvvisamente a mancare Richard Wright. A questo punto – e lo scrivo con profondo rammarico – i Pink Floyd appartengono al passato di tutti noi.

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Bauhaus

bauhaus-immagine-pubblicaUna delle band alle quali sono più affezionato e a cui più tengo – anche se non la ascolto propriamente dalla mattina alla sera – sono gli inglesi Bauhaus, originari di Northampton. Amo molto la loro unica commistione fra etica punk e rock teatrale, il loro essere dark senza però scadere nel manierismo del genere.

La storia di questo gruppo inizia nel 1978 quando due compagni di scuola, Peter Murphy (voce) e Daniel Ash (chitarra), uniscono le forze a quelle dei fratelli David J e Kevin Haskins (rispettivamente bassista e batterista), per formare i Bauhaus 1919, dal nome della storica scuola d’arte tedesca. Nel corso del ’79 il nome diventa definitivamente Bauhaus e il quartetto pubblica per una piccola etichetta, la Small Wonder, già il suo capolavoro, il singolo autoprodotto Bela Lugosi’s Dead. Questo disco (sulla facciata A c’è appunto Bela Lugosi’s Dead, sulla facciata B troviamo Boys e una versione embrionale di Dark Entries, peraltro non accreditata sulla confezione) è un’autentica pietra miliare del rock: dà praticamente il via al filone gothic rock, anche se i Bauhaus non gradiranno mai quest’etichetta, definendosi tuttalpiù una band di dark rock ‘n’ roll. Bela Lugosi’s Dead, dedicata al celebre attore Bela Lugosi (interprete hollywoodiano di fortunate pellicole dedicate al conte Dracula negli anni Venti e Trenta), è un originale intreccio tra rock, progressive, cabaret, noise e dark che dura oltre nove minuti… e se poi pensiamo che, rispettosi dell’etica punk, il singolo è stato autoprototto da questi ragazzi con un’età compresa tra i 19 e i 22 anni il tutto è ancora più strabiliante.

Un tale singolo non può passare certamente inosservato e così, nel 1980, i Bauhaus firmano per la celebre etichetta alternativa 4AD che, nel corso dell’anno, pubblica quindi il primo album della band, “In The Flat Field”: un disco selvaggio, irrequieto, originale, come l’approccio strumentale del trio Ash-Haskins-Haskins e la voce incredibile di Murphy, una delle più belle che io abbia mai ascoltato.

Nel 1981 è la volta di “Mask”, album che segna un ulteriore progresso nel sound dei Bauhaus: entrano elementi funky (Kick In The Eye e In Fear Of Fear) ma anche brani più lenti e atmosferici, come la tetra e bellissima Hollow Hills. A partire da quel 1981, inoltre, i dischi dei Bauhaus iniziarono ad essere pubblicati dalla casamadre della 4AD, ovvero la Beggars Banquet. Nell’82 esce così quello che secondo me è l’album più riuscito dei Bauhaus, “The Sky’s Gone Out”, contenente brani di incredibile forza e originalità espressiva come Silent Hedges, Swing The Heartache, Spirit e la fantastica All We Ever Wanted. Anche il singolo di quell’anno, non pubblicato su album, Lagartija Nick, è una delle esperienze sonore più convincenti & esaltanti della band, così come la potente cover di Ziggy Stardust di David Bowie (uno dei miti della band assieme a Elvis Presley, Iggy Pop e Syd Barrett), pubblicata anch’essa come singolo nel 1982.

Purtroppo il bel gioco dura poco e le crepe avanzano nel corso dell’83: Peter si ammala durante le sessioni del quarto album ma gli altri continuano senza di lui, cantando a turno le proprie canzoni, accreditate però come sempre alla firma collettiva Bauhaus. Quando Peter torna, presenta le sue canzoni, canta dov’è richiesto e ne esce fuori un album comunque bello, “Burning From The Inside”, con una copertina indimenticabile. I brani degni di nota sono la stupenda She’s In Parties (dark rock che si fonde con sonorità dub-reggae), Who Killer Mr. Moonlight (cantata da David J), la malinconica Kingdom’s Coming e la conclusiva Burning From The Inside, un crudo rock lungo nove minuti dove Peter urla ossessivamente ‘never more’ (mai più).

Nel 1983, dopo un’ultima serie di concerti e un prezioso regalo ai membri del fan club (il singolo inedito The Sanity Assassin / Spirit In The Sky), i Bauhaus giungono così all’inevitabile scioglimento. In un primo momento, Daniel Ash fonda i Tones On Tail (ai quali si unirà anche Kevin Haskins), poi, nel 1985, esce il primo album dei Love And Rockets, ovvero i due fratelli Haskins con lo stesso Ash, ovvero ancora i treqquarti dei Bauhaus. E Peter Murphy? Nel 1984 dà vita ai Dalis Car col grande bassista Mick Karn (libero giacché anche la sua band, i Japan capitanati da David Sylvian, s’è ormai sciolta): il duo pubblica l’interessante “The Waking Hour” ma poi ognuno per sé, con la carriera di Peter che va a gonfie vele anche oggi, dopo ventidue anni di attività solista.

La nostalgia dei Bauhaus è comunque dura a morire: nel 1985 esce uno straordinario doppio elleppì, “Bauhaus 1979-1983”, che include i singoli non pubblicati sugli album (come la magnifica Double Dare), gli estratti dagli album e l’inedita (tranne per i membri del fan club) & tosta The Sanity Assassin. L’anno seguente, “Bauhaus 1979-1983” viene stampato con brani aggiunti in due distinti ciddì, “Volume One” e “Volume Two”… da avere assolutamente per chi vuole ritenersi ammiratore dei Bauhaus!

Gli anni passano, le ferite rimarginano, le fratture si ricompongono e i Bauhaus risorgono nel 1998 con il Resurrection Tour, in giro trionfalmente in tutto il mondo. Nello stesso anno esce una formidabile raccolta, “Crackle”, che risveglia l’interesse per i Bauhaus: la Beggars Banquet, infatti, ristampa tutti gli album del gruppo, compreso il live del 1982 “Press The Eject And Give Me The Tape”, con tracce aggiunte di notevole interesse (praticamente tutti i lati A e B dei vari singoli). Nel ’99 esce invece “Gotham”, un doppio ciddì registrato a New York che testimonia ancora una volta la grandezza dal vivo dei Bauhaus: inutile dirvi che si tratta d’un disco bellissimo, impreziosito anche dal primo inedito in studio dei Bauhaus dal 1983, ovvero la cover di Severance dei Dead Can Dance.

Dopo altri progetti solistici (Peter Murphy lo seguo sempre, ho tutti i suoi dischi…), i Bauhaus tornano per una serie di concerti nel 2006, presentando anche alcuni nuovi brani. E’ il preludio ad una reunion più prolifica che porterà la band nuovamente in studio per un quinto – e a quanto pare conclusivo – album, “Go Away White”, pubblicato nel marzo 2008.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 20 marzo 2008)

Prince

prince-immagine-pubblicaPrince Roger Nelson nasce a Minneapolis (Minnesota) il 7 giugno 1958 da genitori musicisti: papà John Nelson è un pianista jazz, mamma Mattie (d’origini indiane) è invece una cantante. Prince, insieme a fratelli e sorelle, è quindi abituato fin da piccolo alla musica: all’età di dieci anni suona già piano, batteria e chitarra. Tuttavia l’armonia in casa Nelson dura poco perché i genitori si separano e il piccolo Prince viene sballottato a destra e a sinistra. Trova l’equilibrio nella musica, fondando il gruppo dei Grand Central, band nella quale militano anche Terry Lewis e Jimmy Jam, in futuro fortunatissimi produttori discografici.

Le ambizioni di Prince, così come la sua esuberante personalità, sono però troppo grandi per restare confinate in un gruppo che, tuttavia, desta l’attenzione della Warner Bros. E’ proprio con la Warner che il ventenne Prince debutta quindi su disco: “For You” esce nel 1978 e contiene già un singolo memorabile, Soft And Wet. L’anno successivo è la volta dell’omonimo album “Prince”, contenente l’altrettanto memorabile I Wanna Be Your Lover ma anche Why You Wanna Treat Me So Bad?, dove il nostro dimostra la sua grande abilità chitarristica. Nell’80 esce “Dirty Mind”, con Prince che perde definitivamente la sua innocenza e diventa quell’artista che oggi tutti conoscono; già la copertina è tutta un programma, mentre i testi, soprattutto Head, sono molto espliciti sessualmente. Altra evoluzione nel 1981, con l’album “Controversy”: in copertina, Prince assume quel look glam e sgargiante che lo caratterizzerà per gran parte degli anni Ottanta ma soprattutto il disco contiene l’omonima Controversy (singolo tra i migliori di Prince), Do Me Baby e un primo esempio di critica sociale nella sua musica, ovvero Ronnie Talk To Russia.

Fin qui, il genio di Minneapolis ha dato prove convincenti della sua abilità polistrumentistica ma anche vocale, dato che spesso tutte le voci che si ascoltano sono sempre sue. Abilità, queste, che torneranno utili spesso & volentieri nel corso della sua lunga discografia, anche se, nel periodo 1982-83, Prince appronta una band di collaboratori più o meno fissi, alla quale darà il nome The Revolution. Il primo frutto di questa collaborazione è l’album “1999”, uscito nell’82: secondo i più, è il primo album importante di Prince, quello nel quale getta le fondamenta dello stile e della musica princiana da qui al futuro. E’ vero comunque che “1999” contiene il primo grande hit del nostro, Little Red Corvette, ma anche l’omonima 1999 e Delirious. Prince è ormai giustamente considerato un astro nascente: apre il tour americano dei Rolling Stones e inizia a scrivere, produrre e suonare canzoni per altri artisti, tra cui The Time, Vanity 6 e Apollonia 6.

Nel 1983 le ambizioni di Prince raggiungono un nuovo stadio: vuole realizzare un film con relativa colonna sonora, una storia parzialmente autobiografica dal titolo “Dreams”. Nel frattempo contatta il regista Albert Magnoli, affida la parte femminile ad Apollonia Kotero e inizia a comporre coi Revolution alcune delle sue canzoni più straordinarie: Let’s Go Crazy, I Would Die 4 U, Baby I’m A Star ma soprattuto quello splendido inno che è Purple Rain. Sarà proprio “Purple Rain” il titolo scelto per il film e la colonna sonora, entrambi editi nell’84. Il film è in parte bello e doloroso, mentre la colonna sonora, il primo album di Prince co-accreditato ai Revolution, è la cosa che più m’interessa: si tratta del primo grande successo mondiale di Prince, il quale diventa un’affermata star internazionale. Il disco, a mio avviso, contiene un solo brano brutto (Darling Nikki, che poco sopporto) con tutti gli altri che sono uno meglio dell’altro. Vi sono anche canzoni incise completamente dal solo Prince, come le stupende The Beautiful Ones e When Doves Cry; quest’ultima, pubblicata anche su singolo, riceve un Grammy come miglior brano del 1984.

Prince e i Revolution, comunque, non dormono sugli allori e tra la promozione del film, del disco e del tour di “Purple Rain” tornano in studio per registrare un nuovo album. “Around The World In A Day” esce così nell’85: sulla scia di “Purple Rain” ha un enorme successo istantaneo ma sul lungo termine le vendite risultano meno significative e l’album riceve diverse critiche. Certo, è un lavoro meno immediato di “Purple Rain” ma il suo gusto psichedelico, quasi beatlesiano, la dice lunga sul talento di un uomo che non si ferma di fronte a nulla, nemmeno alle sicurezze del successo. C’è da dire che “Around The World In A Day” include alcuni dei brani migliori di Prince, quali Paisley Park (dal nome del suo celebre studio/quartier generale di Minneapolis), Pop Life, Condition Of The Heart, America e Raspberry Beret. In questi anni risalta un’altra caratteristica di Prince: la sua strabordante creatività che lo spinge a inserire nuovi brani dappertutto, in particolare nei lati B dei singoli. Spesso i B-side non hanno nulla d’eccezionale, invece quelli di Prince (così come quelli di pochi altri artisti) sono assolutamente meritevoli di stare negli album, ascoltare ad esempio 17 Days per credere. Ma ce ne sono innumerevoli nella storia di Prince, soprattuto nel periodo 1981-1993: per chi volesse andare fino in fondo, consiglio il fondamentale box-set di tre ciddì “The Hits/The B-Sides” del ’93.

Prince e soci tornano alla carica nel 1986 con un nuovo film, “Under The Cherry Moon” (girato in bianco e nero, per lo più a Parigi) e la relativa colonna sonora, “Parade”. Il film viene stroncato e non ottiene la stessa entusiastica risposta di pubblico di “Purple Rain”, mentre “Parade” è riconosciuto come uno dei dischi migliori di Prince, soprattutto perché trainato da uno dei suoi singoli più celebri e amati, Kiss. L’album contiene comunque altri episodi felici come Mountains, Sometimes It Snows In April, Girls & Boys e Life Can Be So Nice. Nella seconda parte dell’86, Prince torna in studio per incidere “Dream Factory”, il suo quarto album coi Revolution, ma le cose non vanno nel verso giusto: i Revolution si sciolgono e ognuno va per la propria strada (il duo femminile Wendy & Lisa otterrà anche un discreto successo negli anni Ottanta), soprattutto Prince che torna ad essere un artista solista finalmente libero di dare sfogo alla sua incredibile creatività. Il genio di Minneapolis produce album (c’è chi dice che li scriva, li canti e li suoni pure) per i Madhouse, Sheila E. (una bravissima percussionista che continua a collaborare con Prince anche oggi) e Jill Jones, collabora segretamente anche con Miles Davis e di questo ne parliamo in seguito. Da solo, il nostro incide un intero album con uno pseudonimo, Camille: l’album contiene otto brani decisamente funky dai testi piccanti ma viene ritirato per motivi ignoti. Prince incide anche un triplo album dal titolo “Crystal Ball” ma la Warner glielo contesta: troppo lungo, che diamine! Prince risponde con un nuovo album, un doppio, “Sign ‘O’ The Times“, pubblicato nella primavera del 1987: anticipato dal superbo singolo omonimo, “Sign ‘O’ The Times” riscuote un grosso successo di vendite e di critica in tutto il mondo ed è tuttora considerato uno dei lavori migliori di Prince. Dal tour internazionale di “Sign ‘O’ The Times” Prince ricava anche l’omonimo film-concerto ma, anche in questo caso, non dorme sugli allori.

Nel corso dell’anno torna in studio e registra il suo album più funky, dal titolo emblematico di “The Black Album“. Infatti la grafica del disco è interamente nera, senza crediti e senza informazioni, le uniche scritte, quelle relative al numero di catalogo, sono stampate in color rosa-pesca. Non è prevista altresì alcuna promozione, niente video e tanto meno interviste (le interviste di Prince sono comunque rare) mentre la Warner stampa il disco e s’appresta a pubblicarlo per il Natale ’87. Anche in questo caso però, all’ultimo momento, il “Black Album” viene ritirato dal mercato: pare che i dirigenti della Warner ma anche lo stesso Prince abbiano manifestato dubbi su testi troppo espliciti sessualmente o troppo duri. Ancora una volta, comunque, il genio di Minneapolis decide d’andare avanti e per la primavera dell’88 fa uscire un nuovo album, “Lovesexy”, uno dei suoi migliori in assoluto, anticipato dal formidabile singolo Alphabet Street. Sempre dell’88 è la colonna sonora del film “Bright Lighs Big City” con Michael J. Fox: vi è inclusa l’inedita Good Love, uno degli otto brani incisi sotto lo pseudonimo di Camille (Prince che canta con la voce accelerata…, altri brani sono finiti in “Sign ‘O’ The Times”, nel “Black Album” e in alcuni singoli del periodo 1987-89, lasciando in archivio la sola Rebirth Of The Flesh).

Nel 1989 esce un nuovo album di Prince, la colonna sonora del celebre “Batman” di Tim Burton, per il quale il nostro scrive le canzoni. Il singolo Batdance vola al 1° posto trascinandovi anche l’album, mentre Prince ha una storia con la protagonista femminile del film, Kim Basinger (addirittura i due partecipano al singolo The Scandalous Sex Suite, titolo che è tutto dire). Non so se lavorare a “Batman” abbia risvegliato la passione per il cinema in Prince ma tant’è che nel 1990 esce il suo terzo film vero e proprio, “Graffiti Bridge”, accompagnato dall’omonima colonna sonora. Il film è il seguito di “Purple Rain” ed è girato dallo stesso Prince come un lungo e patinato videoclip: agli ammiratori di Prince come me il film è piaciuto, meno al grande pubblico e alla critica. La colonna sonora, che figura anche altri artisti (ri)lanciati da Prince (George Clinton, Tevin Campbell, Mavis Staples, The Time, Ingrid Chavez…) contiene ottime canzoni quali Thieves In The Temple, Still Would Stand All Time, The Question Of U e New Power Generation. Nel ’90 esce anche Nothing Compares 2 U, il brano più famoso e fortunato di Sinéad O’Connor, scritto da Prince qualche anno prima per un altro dei suoi protetti, The Family. In quel periodo la O’Connor ha anche una breve relazione con Prince, dopo che questi ebbe pure una storia con Madonna.

Nel 1991 la carriera di Prince riparte con una nuova band, The New Power Generation (o anche NPG), e un nuovo disco, “Diamonds And Pearls”. L’album include dei brani bellissimi e innovativi come il singolo Cream (al 1° posto della classifica USA), la ballata Diamond And Pearls (dove Prince duetta con la sua nuova scoperta, Rosie Gaynes), Money Don’t Matter 2Nite, Gett Off e Thunder, e riscuote un grosso successo internazionale. Tra il ’91 e il ’92 la formazione dei NPG subisce un cambiamento d’organico: la Gaynes se ne va per dedicarsi alla carriera solista e il suo posto è rilevato da Mayte che, seppur meno dotata artisticamente, è una gran bella figliola! Nel ’92, dopo che Prince firma per la Warner il secondo contratto discografico più lauto della storia (lo batte solo Michael Jackson che aveva rinnovato l’anno prima con la Sony), esce l’omonimo album “Prince And The New Power Generation”, contraddistinto da un fantasioso simbolo grafico che celebra l’unione tra uomo e donna, da cui anche il soprannome di “Love Symbol” al disco in questione.

I due album realizzati da Prince coi NPG definiscono un nuovo sound per l’artista di Minneapolis: la sua musica, se possibile, è diventata ancora più black, dato che il rap e i suoni urbani dell’hip-hop la fanno da padroni. Una caratteristica comune a tante altre stelle nere della musica: negli anni Novanta, artisti del calibro di Michael Jackson, Whitney Houston ma anche la grande Aretha Franklin, tanto per fare degli esempi, hanno accentuato i tratti salienti del black sound a discapito del tipico orientamento pop-rock che più piace ai bianchi. Evidentemente, per gli artisti afroamericani, gli anni Novanta hanno rappresentato l’affermazione definitiva della black culture nell’industria discografica di massa, anche a costo d’una parziale contrazione del pubblico bianco.

Nel ’93 la carriera discografica di Prince compie quindici anni: è tempo di celebrazioni e, per l’occasione, escono due stupende raccolte in simultanea chiamate “The Hits 1” e “The Hits 2” che includono i maggiori successi di Prince, più rarità, inediti e il nuovo rockeggiante singolo di Peach. Esce anche un’edizione limitata in tre ciddì chiamata “The Hits/The B-Sides” che include i due compact “Hits 1” e “Hits 2” più un terzo disco contenente rarità e la maggior parte dei tanti lati B dei singoli. Ma c’è anche qualcosa di nuovo, di strano, che coinvolge più da vicino la storia di Prince: l’artista annuncia di voler cambiare nome e per identificarsi utilizza quel Love Symbol apparso sull’album del ’92. La prima cosa che pubblica sotto questo ‘nome’ è un maxi singolo chiamato “The Beautiful Experience” che vede la luce nella primavera del ’94, dopo che Prince si è sposato con Mayte. La Warner, però, lo forza a pubblicare un nuovo album col suo nome storico: esce così, ad agosto, “Come”, un album piuttosto cupo ma certamente tra i più suggestivi di Prince. Seguono tensioni con la casa discografica che, nel novembre di quell’anno, pubblica anche la versione ufficiale del “Black Album”. La protesta di Prince giunge con un album significativamente chiamato “Exodus” (esodo): il disco, edito dalla Edel, è accreditato ai soli New Power Generation ma Prince c’è e si sente… come membro dei NPG è accreditato come Tora Tora e la sua foto è volutamente ritoccata con della sovraesposizione rossa sul volto.

Apparentemente, Prince e la Warner fanno pace e così, nel 1995, esce “The Gold Experience”, un nuovo album di Prince accreditato ufficialmente col noto simbolo grafico: si tratta d’un bel disco che contiene una delle mie canzoni preferite di Prince (o di come volete chiamarlo…), I Hate U. La pace dura però poco, Prince si rifiuta di suonare vecchio materiale nei concerti e inizia a farsi fotografare con la scritta ‘slave’ (schiavo) sulla guancia. Nel corso del ’96, la Warner forza Prince a publicare un nuovo disco: ne viene fuori “Chaos & Disorder”, un album raffazzonato di vecchie registrazioni e scarti. Il singolo, Dinner With Delores, è però carino anche se nel videoclip Prince mostra più volte la scritta ‘slave’ sulla sua guancia. Dopo quest’album, Prince riesce a divincolarsi dalla Warner e firma per la Capitol-EMI, la quale, a fine anno, pubblica un incredibile triplo ciddì, “Emancipation“. Simbolicamente, sulla copertina del disco, oltre al consueto marchio grafico col quale Prince ormai s’identifica, si vedono le sue mani che spezzano le catene. Per me “Emancipation” è un album straordinario, uno dei miglior di Prince: mi piange il cuore vederlo in alcuni centri commerciali alla misera cifra di sette euro… ma tant’è.

Tuttavia, sarà all’incira in questo periodo che smetto di seguire Prince: non per cattiva volontà ma per il fatto che lui continua a pubblicare dischi dopo dischi (il video con pezzi inediti di “The Undertaker”, il balletto “Kamasutra”, la stampa ufficiale di “Crystal Ball” – il triplo album inedito datato 1986 – , un disco acustico chiamato “The Truth”, un album di Mayte dove pare che suoni tutto lui e tanti altri progetti che ci vorrebbe un altro post per elencarli tutti!) mentre la mia enorme curiosità musicale mi porta ad esplorare le discografie di altri artisti. Rimango però affezionato a Prince, altrimenti non sarei qui a parlarne: nel ’98 pubblica un nuovo album, “Newpower Soul”, per la seconda volta accreditato ai soli NPG. Nel ’99 è la volta di “Rave Un2 The Joy Fantastic”, mentre la Warner pubblica una (stavolta convincente) raccolta d’inediti del periodo 1985-93 chiamata “The Vault… Old Friends For Sale”.

Nel 2000 stranamente non esce nulla (o forse sono io che ho perso il conto…) ma nel 2001 viene pubblicato “The Rainbow Children“, dove Prince sembra far pace col suo passato e tornare a quel nome che lo ha reso famoso in tutto il mondo. E’ appunto presentandosi come Prince che ho il piacere d’assistere a un suo concerto il 31 dicembre 2002: parto completamente solo da Pescara, destinazione Milano, lo storico Palatrussardi. Quando Prince ha suonato Purple Rain con la sua chitarra personalizzata ho avuto brividi a mille lungo la schiena… ma andiamo avanti… o meglio, sorvoliamo sulla discografia (…”Musicology”, lo devo dire, esce nel 2004) e giungiamo al marzo 2006 quando il nuovo album di Prince, “3121” giunge nei negozi e di lì a poco conquista la vetta della classifica americana, un risultato che non si ripeteva dai tempi della colonna sonora di “Batman”.

Prince conferma il suo buon momento anche nel 2007 con l’album “Planet Earth” e un’incredibile serie di ventuno concerti a Londra che hanno riportato il suo nome, quello vero e noto in tutto il mondo, in tutte le principali pagine – vere o virtuali – dei giornali musicali. Prince, insomma, sopravviverà al decennio restando credibile e senza perdere nulla del suo fascino e del suo carisma. Non potrà dirsi la stessa cosa nel decennio successivo, e precisamente il 21 aprile del 2016: una notizia scioccante scuote il mondo, Prince è morto! Dopo un’altra morte illustre, quella di David Bowie avvenuta soltanto tre mesi prima, l’inaspettata morte del folletto di Minneapolis segna a suo modo un’epoca. Di lui si continuerà a parlare per molti decenni ancora.

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New Order

new-order-immagine-pubblicaLa storia dei New Order inizia a Manchester nella primavera del 1980, all’indomani del suicidio di Ian Curtis, cantante dei Joy Division. Sì perché i New Order sono Bernard Sumner, Peter Hook e Stephen Morris, rispettivamente chitarrista, bassista e batterista dei Joy Division, che, dopo il comprensibile smarrimento iniziale, decidono di darsi un nuovo nome e di continuare insieme.

I New Order debuttano quindi al principio del 1981 col singolo Ceremony / In A Lonely Place, entrambe canzoni dei Joy Division mai completate: la prima è un brano pop-punk formidabile (vale la pena di andarsi ad ascoltare anche la versione live dei Joy Division sull’album postumo “Still”) mentre la seconda è addirittura cantata da Ian Curtis, in quello che è uno dei pezzi più tenebrosi della band. In seguito, i New Order aggiungono stabilmente all’organico una tastierista, Gillian Gilbert (già ragazza di Stephen) con la quale reincidono completamente il singolo Ceremony / In A Lonely Place (il risultato, oltre che più pulito, è comunque migliore) e ritoccano alcune canzoni inedite dei Joy Division da inserire nel loro terzo ed ultimo album, “Still” (1981).

Sempre nel corso del 1981, inoltre, esce “Movement”, il primo album dei New Order: lo stile non si discosta poi molto da quello dei Joy Division (del resto i musicisti sono gli stessi…) ed il risultato è già strepitoso. Un disco della durata di appena 36 minuti per 8 brani che tuttavia è in perfetto equilibrio tra new-wave, punk, elettronica e dark. Due brani sono cantati da Peter, gli altri sei da Bernard: di lì a poco la band capisce che il ruolo di cantante spetta solo a quest’ultimo, il quale, pur non possedendo una gran voce ha tuttavia un timbro molto riconoscibile che ben s’incastra nel sound complessivo dei New Order. E la storia può riprendere il volo…

Nel 1983 esce il singolo Blue Monday ed è una rivoluzione: il suo ritmo disco-club sostenuto dalla drum machine, i suoi synth gelidi e la voce impassibile di Bernard che canta un testo di rivalsa ne fanno un classico istantaneo e una pietra miliare nella storia della musica. Blue Monday è il primo incrocio credibile tra rock e dance, una strada che in seguito verrà tentata da altri artisti, anche più famosi. Il brano, inoltre, può anche essere considerato un precursore di quel genere house che sarebbe esploso commercialmente sul finire del decennio.

Sempre nell’83 esce il secondo album dei New Order, “Power Corruption & Lies”, che si distacca dal suono dei Joy Division – puntando maggiormente sull’elettronica – senza però rinnegarne le origini. Davvero un gran disco, così come il successivo “Low-life” del 1985. I New Order sono sulla cresta dell’onda ed i vari manager ed intermediari vorrebbero farne delle star: i quattro di Manchester non ci stanno, l’unica concessione è l’inserimento delle loro foto (per la prima e ultima volta), in un loro disco, “Low-life” per l’appunto, distribuito in USA dall’etichetta di Quincy Jones, più noto come geniale produttore di Michael Jackson. Il fatto è che l’amarezza per la morte prematura di Curtis è un fantasma ancora molto ingombrante col quale i New Order riusciranno a convivere solo in anni recenti.

Nel 1986 esce un altro bel disco, “Brotherhood” (uno dei miei preferiti), contenente la celebre Bizarre Love Triangle (ma a me fa impazzire Angel Dust…). L’anno dopo è la volta di “Substance 1987”, una strepitosa doppia raccolta contenente lati A e B dei singoli, molti dei quali non presenti sugli album, più due inediti, le stupende 1963 e True Faith (probabilmente quest’ultima è, con Blue Monday, il brano più famoso dei New Order).

Nel gennaio ’89 i New Order volano al 1° posto della classifica inglese con l’indimenticabile album “Technique”, il mio album preferito tra quelli della banda di Manchester, lanciato da singoli innovativi come Fine Time, Run e Round And Round. Il momento di gloria si ripete l’anno dopo, con l’uscita del singolo World In Motion: scritto come inno della nazionale inglese per i mondiali di calcio, World In Motion è stata votata di recente come miglior inno scritto da un gruppo inglese per la propria nazionale calcistica.

Ma la solidità dei New Order inizia a dare i primi segni di cedimento: tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, i membri della band formano diversi gruppi paralleli (gli Electronic per Sumner, che si unisce a Johnny Marr degli Smiths, i Revenge prima e i Monaco dopo per Hook, e gli Other Two per il duo – ormai sposato – Morris-Gilbert), mentre la casa discografica storica, la Factory Records (già distributrice dei Joy Division e in seguito di Happy Mondays e Stone Roses) è in grave crisi finanziaria. E’ proprio per tentare di salvare la Factory che dei riluttanti New Order tornano in studio per dar vita ad un nuovo album: “Republic”, che vede la luce nel ’93, quando la Factory è ormai spacciata, è forse il peggior album della band (ma non è brutto, state tranquilli…) anche se c’è la splendida Regret, con un video molto bello girato a Roma. Résisi forse conto di aver fatto un mezzo passo falso, i New Order sembrano guardare al passato: reincidono alcuni vecchi brani e li pubblicano con altri hits nella raccolta “(The Best Of) NewOrder” del 1994, poi, praticamente, la band si scioglie.

Lo scioglimento dei New Order, mai ufficializzato, termina sul finire degli anni Novanta: nel 1999 esce un brano nuovo, Brutal, per la colonna sonora del film “The Beach”, mentre la band è al lavoro sul nuovo album, che vede quindi la luce nel 2001. Così, il settimo album da studio dei New Order s’intitola “Get Ready” e con mio sommo piacere scopro che è uno dei migliori dischi del gruppo. Intanto, i New Order sono in grado di eseguire senza problemi concerti di due ore, mentre una nuova generazione di musicisti, in primis i Chemical Brothers, li inneggia come propri padri musicali.

Negli ultimi anni, una figlia della coppia Morris-Gilbert è stata gravemente malata: la mamma, per prendersene cura, ha abbandonato l’attività dei New Order, mettendo a rischio la vita stessa della band. Tuttavia, su insistenza della stessa Gilbert, i New Order sono tornati in pista con un nuovo tastierista/chitarrista, Phil Cunningham, un nuovo album, “Waiting For The Siren’s Call” (2005), e un nuovo tour.

Recentemente, dopo aver dato alle stampe un paio di raccolte, i New Order sono stati impegnati con la colonna sonora del film “Control”: girato da Anton Corbijn (storico fotografo e videomaker dei Depeche Mode), ripercorre la vita di Ian Curtis, voce dei Joy Division, e la parabola del gruppo stesso. Tuttavia quest’altro ritorno al passato non s’è tradotto nella nostalgia per il lavoro comune: nel corso del 2007 il bassista Peter Hook ha annunciato infatti la sua dipartita dai New Order e la formazione d’una nuova band, i Freebass, in compagnia di componenti degli Smiths e degli Stone Roses.

Ufficialmente i New Order non sono finiti e il sottoscritto crede che il buon Peter tornerà sui propri passi dopo essersi tolto lo sfizio di pubblicare un disco a nome Freebass. Staremo a vedere, per il momento ci possiamo accontentare delle ristampe degli album dei New Order pubblicati negli anni Ottanta, con disco aggiuntivo di materiale bonus per ogni titolo.

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