The Clash, “Combat Rock”, 1982

the-clash-combat-rock-immagine-pubblicaScrissi questo post – a metà fra una scheda tecnica & una recensione – sul blog parallelo a Parliamo di Musica, ovvero Parliamo dei Clash… durò poco, tuttavia, e così trasferii il tutto su Pdm… e ora qui!

COMBAT ROCK

CBS, 14 maggio 1982

NOTE
Quinto album da studio dei Clash, dura 46′ e 25”.

FORMAZIONE
Mick Jones (chitarra, percussioni, cori, voce), Joe Strummer (voce, cori, chitarra), Paul Simonon (basso, cori, voce), Topper Headon (batteria, percussioni, piano, basso).

ALTRI MUSICISTI
Ellen Foley (cori), Allen Ginsberg (voce, cori), Futura 2000 (rap, cori), Joe Ely (cori), Gary Barnacle (sax), Tymon Dogg (piano), Poly Mandell (tastiere), Robert De Niro (voce campionata dal film ‘Taxy Driver’).

PRODUZIONE
The Clash.

STUDIO
Electric Lady Studios, New York.

BRANI
1. Know Your Rights (The Clash) 2. Car Jamming (The Clash) 3. Should I Stay Or Should I Go? (The Clash) 4. Rock The Casbah (The Clash) 5. Red Angel Dragnet (The Clash) 6. Straight To Hell (The Clash) 7. Overpowered By Funk (The Clash) 8. Atom Tan (The Clash) 9. Sean Flynn (The Clash) 10. Ghetto Defendant (The Clash) 11. Inoculated City (The Clash) 12. Death Is A Star (The Clash)

STORIA/RECENSIONE
Nella tarda estate del 1981, dopo aver conquistato l’America con una serie di memorabili concerti al Bonds International Casino di New York, i Clash sono nuovamente in studio per dare un seguito a “Sandinista!”. La band inizia a scrivere/provare nuove canzoni in un nuovo quartier generale, gli Ear Studios, siti nella zona ovest di Londra, nei pressi di Notting Hill. Pare che comunque l’atmosfera non fosse delle migliori… Bernie Rhodes, su insistenza di Joe, aveva ripreso il suo posto di manager-ideologo nella band, cosa che irritava profondamente Mick, mentre Topper era sempre più estraniato per via della sua tossicodipendenza. E così, a metà novembre, i Clash e il loro entourage preferiscono trasferirsi nuovamente a New York, ai celebri Electric Lady Studios (li fece costruire Jimi Hendrix, poco prima di morire nel ’71). Qui la band prosegue sulla strada tracciata da “Sandinista!” ma stavolta dando più compattezza al suono complessivo: non più un calderone di stili ma delle canzoni dove potessero fondersi diverse influenze musicali. Nascono così interessanti contaminazioni, uniche nel loro genere, come Overpowered By Funk (attitudine punk applicata alla dance, all’elettronica e al rap), Car Jamming, Straight To Hell, Red Angel Dragnet, Sean Flynn e Ghetto Defendant… non mancano dei brani più diretti che sembrano riportare i Clash alle loro radici, come Know Your Rights e Should I Stay Or Should I Go?, pubblicate rispettivamente come primo e terzo singolo estratti da “Combat Rock”. Per quanto riguarda i testi, il tema dominante del disco è la disillusione e la disfatta dell’America dopo la catastrofe del Vietnam: i reduci ormai straniati ed emarginati dalla società, i ragazzi mandati a morire, la terra vietnamita martoriata dalle bombe, l’imperialismo che corrompe ogni ideale. Le registrazioni newyorkesi dei nostri proseguono fino al giorno di Capodanno, dopodiché la band torna in Inghilterra e successivamente appronta un tour che, per la prima volta, porta i Clash ad esibirsi in Estremo Oriente (in Thailandia, Pennie Smith fotografò la band per le foto di copertina e del materiale promozionale legato a “Combat Rock”). Tra febbraio e marzo 1982, nuovamente a Londra, i Clash tornano ad occuparsi del nuovo album che aveva il titolo provvisorio di “Rat Patrol From Fort Bragg”: materiale sufficiente a riempire due LP buoni che suscitò varie discussioni, piuttosto accese, tra Mick, Joe, Bernie e la casa discografica. Mick, che propendeva per un album doppio con mixaggi che privilegiassero gli aspetti danzerecci delle canzoni, viene infine messo in minoranza dagli altri. Il lavoro di editing e di remixaggio del materiale viene quindi affidato a Glyn Johns (noto produttore/tecnico del suono che annoverava lavori per Beatles, Rolling Stones e Who). Johns, sotto la supervisione di Joe, Bernie e un contrariato Mick, elimina quindi le varie introduzioni e code strumentali delle canzoni, esclude dalla scaletta ben cinque brani (la lunga Walk Evil Talk, The Beautiful People Are Ugly Too, Kill Time, Cool Confusion e First Night Back In London, anche se queste ultime due trovarono posto nei lati B dei singoli), portando la durata del disco dagli oltre settanta minuti originali a poco meno di quarantasette.

A questo punto cambia pure il titolo del lavoro: non più “Rat Patrol From Fort Bragg”, bensì “Combat Rock”, un album che adesso studieremo traccia dopo traccia.

1-2) ‘Questo è un annuncio di pubblico servizio… con la chitarra!’, urla Joe nel pezzo che apre il disco, Know Your Rights, un tirato e scanzonato rock dalle cadenze orientaleggianti. Segue Car Jamming, la storia d’un reduce del Vietnam che tornato in patria diventa un assassino (in sottofondo un ritmo tribal-percussivo irresitibile, con un grande coro a rafforzare il canto di Joe).

3-4) Should I Stay Or Should I Go? è uno dei brani più famosi dei Clash, cantato da Mick mentre Joe si diletta con lo spagnolo nei cori (il ritmo di questa canzone è un azzeccato mix fra sonorità rockabilly e punk). Pure la successiva Rock The Casbah è un altro brano molto famoso: un’atmosfera marcatamente funky-dance che però non lascia adito a dubbi… stiamo sentendo i Clash, e che Clash, gente! Il testo di questa canzone (ah, dimenticavo, la musica è quasi interamente frutto dell’inventiva di Topper) prende in giro il divieto di importare/ascoltare musica rock in alcuni Paesi arabi.

5-6) La compulsiva Red Angel Dragnet è invece cantata da Paul (con delle frasi campionate che Robert De Niro recita in “Taxy Driver”, il noto film di Martin Scorsese del 1976), alle prese con un fatto di cronaca nera. Quella che viene dopo è semplicemente una delle canzoni più belle dei Clash, Straight To Hell: Joe canta delle conseguenze disastrose della guerra nel Sudest asiatico, mentre il resto della band risponde con una grandissima base percussiva e degli effetti musicali da antologia.

7) Overpowered By Funk è invece un bel brano tirato con tanto di rap finale ad opera di Futura 2000 (un artista americano amico dei nostri, per il quale Mick produsse anche un singolo).

8-10) Atom Tan, così come la seguente Sean Flynn e poi ancora Inoculated City sono tre brani molto meno immediati: le sonorità sono più pastose, quasi confuse, come se ci si trovasse in quella giungla così ben rappresentata da un film culto come “Apocalypse Now” (che influenzò molto i Clash, vedi pure Charlie Don’t Surf in “Sandinista!”). Sinceramente sono canzoni che non amo particolarmente e per questo, complessivamente, giudico “Combat Rock” un lavoro inferiore a “London Calling” e a “Sandinista!” (anche se Straight To Hell, Rock The Casbah e Should I Stay bastano da sole a giustificare l’acquisto di questo album).

11-12) Ghetto Defendant è un piacevole brano dalla ritmica quasi reggae, nel quale Joe duetta nientedimeno che con Allen Ginsberg, uno dei massimi esponenti della Beat Generation. La conclusiva Death Is A Star è invece un brano lento, piuttosto disteso, dove Joe e Mick cantano all’unisono su una squisita base pianistica: l’atmosfera complessiva ricorda una canzone da saloon westerniano, anche se l’atmosfera è decisamente notturna.

Concludendo, c’è da dire che “Combat Rock” rappresentò infine il più grande successo di critica e di pubblico in patria: l’album volò al 2° posto della classifica, preceduto solo dal grande ritorno di Paul McCartney con “Tug Of War” (il suo primo disco dall’omicidio di John Lennon). Inoltre, grazie ad un hit trascinante come Rock The Casbah (anche il video era forte), “Combat Rock” portò per la prima volta i Clash nella Top Ten americana.

CURIOSITA’ VARIE
Il brano Sean Flynn è un omaggio al figlio di Errol Flynn (il noto attore hollywoodiano) che, recatosi in Vietnam come fotografo di guerra, risultò disperso e quindi dichiarato morto.
Durante le sessioni di “Combat Rock”, i Clash scrissero ed incisero anche il brano Midnight To Stevens, dedicato a Guy Stevens, il produttore di “London Calling”, morto nell’agosto ’81: è forse la canzone più triste e commovente dei Clash che purtroppo rimase inedita fino al 1991.

– Mat

Public Enemy, “Fear Of A Black Planet”, 1990

public-enemy-fear-of-a-black-planet-immagine-pubblicaIl capolavoro dei Public Enemy, “Fear Of A Black Planet”, è il solo album interamente rap che circola nella mia collezione di dischi. Non sono un appassionato del genere ma rispetto molto questa musica, è il punk dei neri, la loro musica di denuncia. Un genere, il rap, che oggi s’è commercializzato vergognosamente, c’è da dire, però negli anni Ottanta e Novanta rappresentava uno stile unico e rivoluzionario.

Concepito a cavallo tra i due decenni in questione, “Fear Of A Black Planet” è una pietra miliare del rap, portatore d’un suono che sconvolse gli ammiratori del genere e che aprì il rap a contaminazioni inaspettate. Tuttora un disco straordinariamente attuale, vediamo ora di scoprirlo brano dopo brano… ma preciso che si tratta di una piccola impresa perché bisogna districarsi tra venti tracce, quasi tutte collegate tra loro con brevi strumentali di raccordo.

Si parte con Contract On The World Love Jam, brano introduttivo contraddistinto da base hip-hop, scratch del giradischi, synth come sfondo e una serie di voci campionate (tra cui, riconoscibilissimo, l’urlo di James Brown in I Feel Good), ma il tutto dura poco più d’un minuto e mezzo, poi entra con prepotenza uno dei pezzi forti di questo disco, Brothers Gonna Work It Out. E’ un rap potente, con un ritmo travolgente e contaminatissimo nella struttura (in sottofondo mi sembra di riconoscere, campionata, la chitarra di Prince): un suono incredibile, non ho mai sentito nulla di simile, include pure degli elementi industrial.

La successiva 911 Is A Joke sembra più un funky, una musica da club… comunque l’atmosfera è quella; più volte si ascolta la diabolica risata dell’attore Vincent Price, campionata dal successo del 1982 di Michael Jackson, Thriller. Il pezzo seguente, Incident At 6.66 FM, è un altro breve brano (di raccordo) d’un minuto e mezzo, anche questo caratterizzato da base hip-hop e frammenti di voci radiofoniche. Il tutto introduce uno dei brani più famosi dei Public Enemy, ovvero Welcome To The Terrordome: rap duro, tirato, sempre su una base incredibilmente contaminata.

Segue un brano di appena cinquanta secondi, Meet The G That Killed Me, duro duetto rap con un sottofondo incredibile tra scampanellate natalizie, scratch e colpi di batteria sui piatti. Segue a sua volta la più distesa Pollywanacraka, dove il rapper di turno – i componenti dei Public Enemy presenti su questo disco sono otto, non so quale di loro stia cantando di volta in volta, comunque le voci soliste sono almeno tre, fra cui quelle dei due leader storici, Chuck D e Flavor Flav – canta estendendo la fine di ogni frase con un fare piacione/marpione. Gran bel pezzo, comunque.

Un mix confuso di voci, frammenti ed effetti vari introduce il pezzo successivo, Anti-Nigger Machine, ideale colonna sonora d’una qualsiasi storia criminale da ghetto con tanto di sirena della sbirranza campionata. Poi, con un mix improvviso, ci troviamo già alle prese con un altro brano, Burn Hollywood Burn, tiratissimo rap dove Chuck D divide il microfono con Ice Cube e Big Daddy Kane, altri campioni del rap di quel periodo.

La successiva Power To The People è ancora più tirata, un rap veloce e travolgente che nel testo guarda all’immediato futuro (ma un occhio al futuro lo getta tutto il disco). Who Stole The Soul?, caratterizzata da un’introduzione selvaggia di voci e grida, è un altro rap che strizza l’occhio a sonorità più funky e danzerecce, anche se l’atmosfera generale è piuttosto tirata (mi sembra un invito a lasciarsi andare, a fare casino).

L’omonima Fear Of A Black Planet rallenta un po’ il ritmo e ci presenta un’altra grandiosa base di hip-hop, scratch e campionamenti vari. Gran bel pezzo pure questo, impossibile da descrivere in tutti i suoi effetti sonori. Revolutionary Generation riaccelera invece il tempo col suono che diventa più underground, se vogliamo, una sonorità più notturna, non so come dire… addirittura nel finale sembra un brano house (è difficile descrivere a parole un’esperienza sonora unica come questo “Fear Of A Black Planet”, spero di risultare comprensibile anche a chi non ne conosce una sola nota).

Poi è la volta di Can’t Do Nuttin’ For Ya Man, dal ritmo sempre piuttosto veloce ma più morbido (influenze house anche in questo), e poi ancora di Reggie Jax, con un tempo medio-lento piuttosto diluito e carico di eco. Ancora un brano di raccordo, Leave This Off Your Fu*kin Charts, ancora una volta base hip-hop, scratch e campionamenti multipli in primo piano; la durata è però maggiore rispetto ai brani simili che abbiamo incontrato in precedenza, siamo sui due minuti e mezzo.

Le successive B Side Wins Again e War At 33 1/3 sono altri due rap dalla base contaminata ai massimi livelli (c’è un po’ di tutto, impossibile da descrivere appropriatamente)… comunque sono sonorità assai interessanti e uniche nel loro genere (ancora una volta).

Il brano che segue, Final Count Of The Collition Between Us And The Damned, uno strumentale dal gradevole ritmo funky, sembra messo lì un po’ a caso ma il tutto non dura nemmeno un minuto. Chiude questo capolavoro del rap che è “Fear Of A Black Planet” un altro brano famoso dei nostri, Fight The Power, pubblicato come singolo già nel 1989 e incluso pure nella colonna sonora del film di Spike Lee, “Fa’ La Cosa Giusta”.

“Fear Of A Black Planet” è un album tosto, martellante, tiratissimo ma incredibilmente innovativo per i suoi tempi, consigliato a chi vuole avere un disco serio di rap serio ma anche a chi vuole avvicinarsi per la prima volta alle sonorità più dure & urbane della musica nera.

The Clash, “Sandinista!”, 1980

the-clash-sandinista-immagine-pubblica-blogScrissi questo post – a metà fra una scheda tecnica & una recensione – sul blog parallelo a Parliamo di Musica, ovvero Parliamo dei Clash… durò poco, tuttavia, e così trasferii il tutto su PdM… e ora qui!

SANDINISTA!

CBS, 12 dicembre 1980

NOTE
Quarto album da studio dei Clash, dura 144′ e 26” (l’edizione in vinile è costituita da tre LP, mentre quella successiva in CD è composta invece da due dischi).

FORMAZIONE
Mick Jones (chitarra, piano, basso?, cori, voce), Joe Strummer (voce, cori, chitarra), Paul Simonon (basso, cori, voce), Topper Headon (batteria, piano, basso?, voce).

ALTRI MUSICISTI
Mikey Dread (version mix, effetti, voce), Micky Gallagher (tastiere, organo), Norman Watt-Roy (basso), Tymon Dogg (violino, voce), Ellen Foley (voce, cori), J.P. Nicholson, David Payne, Gary Barnacle (sax), Ivan Julian (chitarra), Bill Barnacle, Don Letts (parlato).

PRODUZIONE
The Clash, Mikey Dread e Bill Price.

STUDIO
Power Station, Electric Lady (New York), Wessex (Londra).

BRANI
1. The Magnificent Seven (The Clash) 2. Hitsville U.K. (The Clash) 3. Junko Partner (Unknown) 4. Ivan Meets G.I. Joe (The Clash) 5. The Leader (The Clash) 6. Something About England (The Clash) 7. Rebel Waltz (The Clash) 8. Look Here (Mose Allison) 9. The Crooked Beat (The Clash) 10. Somebody Got Murdered (The Clash) 11. One More Time (The Clash) 12. One More Dub (The Clash) 13. Lightning Strikes (Not Once But Twice) (The Clash) 14. Up In Heaven (Not Only Here) (The Clash) 15. Corner Soul (The Clash) 16. Let’s Go Crazy (The Clash) 17. If Music Could Talk (The Clash, Mikey Dread) 18. The Sound Of Sinners (The Clash) 19. Police On My Back (Eddy Grant) 20. Midnight Log (The Clash) 21. The Equalizer (The Clash) 22. The Call Up (The Clash) 23. Washington Bullets (The Clash) 24. Broadway (include Blowing In ‘The Guns Of Brixton’) (The Clash) 25. Lose This Skin (Tymon Dogg) 26. Charlie Don’t Surf (The Clash) 27. Mensforth Hill (The Clash) 28. Junkie Slip (The Clash) 29. Kingston Advice (The Clash) 30. The Street Parade (The Clash) 31. Version City (The Clash) 32. Living In Fame (Mikey Dread, The Clash) 33. Silicone On Sapphire (The Clash) 34. Version Pardner (Unknown) 35. Career Opportunities (The Clash) 36. Shepherds Delight (Mikey Dread, The Clash)

STORIA/RECENSIONE
Tra il marzo e l’aprile del 1980, i Clash volano in Giamaica con un nuovo collaboratore, l’artista reggae Mikey Dread: l’intenzione è di sperimentazre ulteriormente le sonorità dub e raggae che i Clash avevano intrapreso qualche tempo prima con brani come Armagideon Time e Bankrobber. Dopo aver tentato inutilmente di registrare una versione di Junko Partner ai celebri Channell One Studios di Kingston, i Clash e Dread capiscono di non trovarsi nel posto migliore per lavorare, dato anche il caos politico che la Giamaica affrontava in quel periodo. E così, dopo qualche giorno di vacanza, i nostri volano negli Stati Uniti… o meglio, Mick Jones, Joe Strummer, Topper Headon e Mikey Dread si dirigono a New York, mentre Paul Simonon se ne va in Canada per un mese, in modo da partecipare alle riprese del film “All Washed Up”, nel quale farà la parte d’un musicista in una punkband con Steve Jones e Paul Cook dei Sex Pistols.
E così, un po’ confusamente, i Clash iniziano a lavorare al loro quarto album a stretto contatto con Mikey Dread e il fido Bill Price (già tecnico del suono in “London Calling”): ma le idee stentano ad arrivare per cui si parte dalle cover… Police On My Back degli Equals, Louie Louie di Richard Berry e Madness di Prince Buster (le ultime due restano ufficialmente inedite tuttora). Poi Mick e Joe, i principali autori delle canzoni dei Clash, decidono di ricorrere ad alcuni amici, sia in qualità di musicisti che in quella di coautori dei brani: invitano in studio Micky Gallagher e Norman Watt-Roy (rispettivamente, tastierista e bassista dei Blockheads, la band di Ian Dury), Ivan Julian dei Voidoids (la band di Richard Hell, ex Television) e Tymon Dogg, il violinista itinerante grande amico di Joe. E così le nuove canzoni (e che canzoni!) iniziarono a sgorgare: degli interessanti crossover tra funk e rap come Magnificent Seven e Lightning Strikes, l’irresistibile The Call Up, la curiosa Lose This Skin (scritta e cantata da Tymon) ma anche la spledida cover di Every Little Bit Hurts (rimasta poi inedita fino al 1991). Preziosi collaboratori a parte, c’è da dire però che l’atmosfera unica al mondo di New York iniziò a contagiare sempre più Joe e Mick, i quali ebbero a disposizione probabilmente la più ricca fonte d’ispirazione che un musicista possa desiderare. In quegli anni, inoltre, stavano fermentando nei sotterranei della Grande Mela delle sonorità quali il rap e l’hip-hop che avrebbero enormemente condizionato il panorama musicale degli anni a venire. I Clash ebbero quindi il privilegio di assorbire queste nuove sonorità in anteprima e di tradurle secondo i propri stilemi: da qui quel sound unico che solo “Sandinista!”, tra gli altri album dei nostri, possiede. Anche Topper si dimostra più collaborativo del solito, basti pensare che “Sandinista!” contiene l’unica canzone dei Clash cantata da lui, Ivan Meets G.I. Joe.
Le sessioni newyorkesi dei nostri si concludono a fine aprile quando, una volta tornato anche Paul nei ranghi, la band fa ritorno in Gran Bretagna per effettuare un breve tour. Al principio dell’estate i Clash sono nuovamente in studio, stavolta nei più familiari Wessex di Londra. La creatività continua a sgorgare (anche Paul è produttivo, compone e canta The Crooked Beat), tanto che i nostri addirittura scrivono e producono pure un album per la cantante americana Ellen Foley (a quel tempo fidanzata con Mick), “Spirit Of St. Louis”, che vedrà la luce nel 1981. Insomma, entro settembre, i Clash si ritrovano con tanto di quel materiale da proporre alla casa discografica la pubblicazione d’un triplo LP. La CBS non accoglie favorevolmente la proposta, dati i costi di produzione superiori e il relativo prezzo al pubblico maggiorato che avrebbe compromesso le vendite. I Clash allora raggiungono un accordo che fa capire quanto fosse importante per loro l’arte a discapito dei soldi: rinunciano ad una considerevole fetta delle loro royalties (le quote spettanti per ogni copia venduta dell’album) pur di far pubblicare “Sandinista!” ad un prezzo basso (poco più d’un album singolo, nemmeno il prezzo d’un doppio). A proposito, il titolo di questo quarto album dei Clash è un omaggio alla riuscita rivoluzione in Nicaragua che depose il dittatore Anastasio Somoza nel 1979: la band ribadì così il suo internazionalismo, il suo impegno sociale, il suo stare dalla parte dei più deboli contro ogni logica imperialista. Nonostante tutto ciò, “Sandinista!” raggiunse un insoddisfacente 19° posto nella classifica britannica, con la maggior parte dei critici musicali che stroncò il sound complessivo dell’album (le cose andarono comunque meglio negli USA). In realtà quello che i Clash proposero al termine del 1980 era un lavoro notevolmente in anticipo sui tempi: un crossover di stili che abbraccia rock, rockabilly, reggae e ritmiche caraibiche in generale, dub, soul, funk, rap, raffinato pop d’autore, sperimentazioni, nastri che girano al contrario, effetti elettronici, dialoghi inseriti in alcune tracce. Evidentemente tutto ciò era troppo per l’ascoltatore medio britannico, compresi i fan storici dei Clash. Oggi posso tranquillamente affermare che “Sandinista!” è l’album dei Clash che preferisco ma m’immagino perfettamente la reazione che può aver avuto un fan che all’epoca, dopo aver esultato per un capolavoro come “London Calling”, si sia ascoltato per la prima volta questo triplo album così caleidoscopico.

Ora procediamo con una breve rassegna (perché i brani sono troppi, ben trentasei) delle canzoni di “Sandinista!”. Come sempre con i Clash, l’album si apre con un brano potente, addirittura uno dei più memorabili mai proposti dai nostri, Magnificent Seven: su una ritmica irresistibilmente funky-disco s’inserisce il rap di Joe, mentre sul finale la chitarra di Mick riporta il tutto in una dimensione più rock. Magnifico è il termine più appropriato per definire questo brano, edito anche come singolo nell’aprile ’81. Hitsville U.K., un duetto tra Mick ed Ellen Foley pubblicato anch’esso su singolo (gennaio ’81), presenta un altro irresistibile ritmo, anche se qui il tono è decisamente pop. Junko Partner è invece il primo d’una serie di grandi brani reggae-dub (Crooked Beat, One More Time/Dub, Corner Soul, If Music Could Talk e The Equalizer) geniali e ricchi d’inventiva. Altrettanto geniale e ricca d’inventiva è Something About England, ma la struttura compositiva è di tuttaltro tono, sicuramente uno dei brani più memorabili di questo disco. Somebody Got Murdered, Up In Heaven e Police On My Back, tre brani cantati da Mick, sono quelli più vicini alle sonorità punk del gruppo, mentre decisamente divertenti all’ascolto risultano brani come Ivan Meets G.I. Joe (dal ritmo quasi disco), Let’s Go Crazy (con una trascinante atmosfera calypso) e Lightning Strikes (un funky-rap simile a Magnificent Seven). Bella e potente è The Call Up (primo dei tre singoli estratti dall’album, nel novembre ’80), bella e commovente è invece Broadway. Più sperimentale e scanzonata l’ultima facciata del terzo LP (brani 31-36), con Mikey Dread che canta sullo stesso ritmo di If Music Could Talk (solo che il nome di questo brano è Living In Fame), con una Junko Partner stravolta e dubbeggiante (chiamata Version Pardner), una rilettura di Career Opportunities (brano originariamente apparso sull’album “The Clash” del 1977) cantata dai figli di Micky Gallagher, e con un sonnacchioso e lento reggae conclusivo, Shepherds Delight, dove Dread sembra farla da padrone.

In definitiva, per quanto mi riguarda, posso affermare che “Sandinista!” è l’album dei Clash che amo di più, oltre che uno dei miei dischi preferiti in assoluto.

CURIOSITA’ VARIE
Somebody Got Murdered è stata originariamente commisionata ai Clash dal compositore Jack Nitzsche, al lavoro sulla colonna sonora del film “Cruising”, con Al Pacino.
La foto di copertina, che ritrae i Clash dopo aver girato il video di The Call Up, è stata scattata da Pennie Smith (che ha ‘firmato’ anche la storica copertina di “London Calling”) vicino ad un ponte ferroviario nella zona nord di Londra.

– Mat

I supergruppi

Il termine non è forse molto simpatico ma per supergruppi s’intendono comunemente quelle band formate da almeno due componenti illustri provenienti da altre band. La storia del rock annovera diversi supergruppi ma la loro costituzione sembra aver preso piede soprattutto dagli anni Ottanta ad oggi. Vediamone alcuni, cercando di procedere in ordine cronologico.

Il titolo di primo supergruppo sembra spettare ai Blind Faith, composti da membri dei Cream (Eric Clapton e Ginger Baker) e dei Traffic (Steve Windood), formatisi e disciolti nel 1969 con un solo album all’attivo. Poi fu la volta della Plastic Ono Band, un gruppo che John Lennon e Yoko Ono formarono insieme a Eric Clapton e a George Harrison, sebbene svolgesse un’attività occasionale tra il 1969 e il 1970. Di supergruppi nati negli anni Settanta non me ne sovviene nessuno, credo che comunque non ve ne siano stati molti, per cui passo agli anni Ottanta.

Nel 1982 nascono i Lords Of The New Church (componenti dei Dead Boys e dei Damned), nel 1983 nascono invece i Glove (membri dei Cure e dei Siouxsie And The Banshees), nel 1984 debuttano i Dalis Car (componenti dei Japan e dei Bauhaus) e i Chequered Past (membri dei Sex Pistols e dei Blondie), nel 1985 fanno la loro comparsa i Power Station (voce di Robert Palmer e musicisti dei Duran Duran e degli Chic), mentre nel 1986 è la volta dei GTR (membri dei Genesis e degli Yes) e ancora nel 1989 degli Electronic (componenti dei New Order, degli Smiths e dei Pet Shop Boys).

Nel 1988 hanno fatto la loro prima comparsa, con l’album “The Traveling Wilburys, Vol. 1”, i Traveling Wilburys, un super-supergruppo direi, giacché formato da George Harrison dei Beatles con Bob Dylan, Roy Orbison, Tom Petty e Jeff Lynne della Electric Light Orchestra (nella foto sopra).

Passando agli anni Novanta, nel ’95 debuttano i Mad Season (formati da componenti di Alice In Chains e Pearl Jam), mentre l’anno dopo è la volta dei Neurotic Outsiders (membri dei Sex Pistols, dei Cult, dei Guns N’ Roses e dei Duran Duran). Di altri non ricordo…

Mi sembra più produttivo il decennio in corso: già nel 2000 debuttano i Damage Manual (componenti dei PiL, dei Killing Joke e dei Ministry), nel 2002 esordiscono con alcune canzoni distribuite in rete i Carbon/Silicon (componenti dei Clash e dei Sigue Sigue Sputnik) e con una distribuzione in grande stile, invece, debuttano gli Audioslave (musicisti dei Rage Against The Machine e voce dei Soundgarden). Nel 2004 è la volta dei Velvet Revolver (musicisti dei Guns N’ Roses e cantante degli Stone Temple Pilots), mentre il 2006 ha segnato il debutto ufficiale dei The Good, The Bad And The Queen (componenti dei Clash, dei Blur e dei Verve).

Nella storia della musica moderna si sono visti numerosi esempi di supergruppi costituiti apposta per un singolo evento o brano: è il caso dei Band Aid, che nel 1984 hanno pubblicato il singolo Do They Know It’s Christmas?, e degli U.S.A. For Africa, che l’anno dopo hanno pubblicato il singolo We Are The World. Entrambi nati per scopi benefici, i primi (di origine angloirlandese) sono nati dall’iniziativa di Bob Geldof e Midge Ure (che hanno coinvolto, tra i tanti, Sting, Phil Collins, Paul Weller, Paul Young, Boy George, i Duran Duran, gli U2 e George Michael), i secondi (americani) sono nati invece dall’iniziativa di Michael Jackson e Lionel Richie (coinvolgendo un cast stellare formato, fra i tanti, da Ray Charles, Stevie Wonder, Bruce Springsteen, Bob Dylan, Tina Turner, Paul Simon e Diana Ross).

Poi ci sono dei supergruppi a ritroso, nel senso che dal gruppo originario, magari anche di successo, siano usciti fuori dei componenti di altrettanto (se non maggior) successo: mi vengono in mente i Genesis (che hanno ‘generato’ Peter Gabriel, Phil Collins ma anche i Mike & The Mechanics) e i Faces (nei quali hanno militato Ron Wood, dal ’75 ad oggi con i Rolling Stones, e Rod Stewart). Ma se ci pensiamo bene anche i Beatles sono stati un supergruppo a ritroso… in quale altra band si trovano Paul McCartney e John Lennon sotto lo stesso tetto?!

Joe Strummer

joe-strummer-the-clash-immagine-pubblicaJohn Graham Mellor (Ankara, 20 agosto 1952 – Londra, 22 dicembre 2002), al secolo Joe Strummer, è il cantante carismatico dei Clash, riconoscibilissimo per il suo piglio da arrabbiato e per la sua voce roca. Joe è nato in Turchia perché all’epoca suo padre, funzionario inglese del Ministero degli Esteri, aveva una carriera itinerante che lo portava a percorre il confine tracciato dalla Guerra fredda: e così, dopo la nascita di Joe, la famiglia Mellor vive tra Turchia, Egitto, Messico e Germania Ovest.

Nei primi anni Sessanta, tuttavia, i coniugi Mellor mettono i loro due figli in un collegio inglese: l’esperienza dura l’intero decennio e, nonostante il senso di abbandono provato dai due ragazzi, Joe sfoga la sua carica ribelle in una nuova passione, la musica. Tuttavia sarà un fatto tragico a dargli quella spinta definitiva per gettarsi nella musica: nel 1970, suo fratello David si suicida, proiettando sul giovane Joe una lunga ombra dalla quale non si libererà mai.

Rotti i rapporti con la famiglia, Joe inizia a condurre una vita errabonda in giro per l’Inghilterra (e occasionalmente per l’Europa), spesso in compagnia dell’amico Tymon Dogg (che più tardi collaborerà a più riprese sia coi Clash che con l’ultima band di Joe, The Mescaleros). In omaggio al suo idolo folk Woody Guthrie, Joe assume il nome d’arte di Woody Mellor e nei primi anni Settanta diventa il leader d’una formazione, The Vultures, nata nei pressi di Newport da un’accolita di studenti e di squatter. Nell’estate del 1974, Joe è nuovamente a Londra, con ormai i Vultures alle spalle: si trasferisce con amici in uno squat sito al 101 di Walterton Road. Da qui nascerà The 101ers, una formazione di ruvido soul-rock che entro un paio d’anni riesce a farsi un certo nome tra i locali alternativi londinesi e a pubblicare un singolo, Keys To Your Heart (giugno ’76). L’esperienza nei 101ers si rivela fondamentale per Joe perché è in seno ad essi che compone le sue prime canzoni professionali ed impara a catalizzare su di sè l’attenzione del pubblico. Adotta anche un nuovo nome d’arte, quello definitivo di Joe Strummer, ‘strimpellatore’, per via della sua tecnica basilare alla chitarra. Joe si accorge però che i tempi stanno cambiando inesorabilmente, convincendosi ulteriormente quando ha modo di assistere alle esibizioni degli emergenti Sex Pistols (la band di Johnny Rotten e soci fece da supporto agli 101ers nella primavera del ’76). Lo stile di Joe sul palco, già carismatico di suo, diventa così ancora più grintoso e arrabbiato, cosa che attira le mire d’un ambizioso gruppo emergente, The Young Colts – formati da Mick Jones, Keith Levene, Paul Simonon e Terry Chimes – e dal loro manger, Bernie Rhodes, che più volte invitano Joe ad unirsi alla nuova band in qualità di cantante.

Nonostante gli 101ers fossero in procinto d’incidere un album, Strummer manda tutto alle ortiche ed accetta la proposta (anzi, fu un ultimatum!) d’unirsi a quel gruppo che, quindi, adotta il nome The Clash e decolla verso la leggenda. Nei Clash, Joe sarà il principale responsabile dei testi delle canzoni, e quindi assumerà il ruolo dell’ideologo della band, della rockstar vicina alla gente, agli emarginati e agli oppressi del mondo. Del resto, chiunque abbia avuto la fortuna di conoscere Joe, ha messo in risalto la sua straordinaria umanità, la sua naturale predisposizione all’ascolto delle persone. Joe ha dovuto però fare i conti col successo dei Clash e con l’esuberante personalità del partner Mick Jones: istigati da Bernie Rhodes, Joe e Paul decidono quindi di fare fuori Mick nel 1983 e di proseguire come Clash dopo aver rivitalizzato la band con dei giovani componenti. L’esperienza dura una manciata d’anni, con uno Strummer disilluso che decide di abbandonare i Clash al loro destino al termine del 1985. Ma per il nostro sono anche anni di profondi cambiamenti personali: entrambi i genitori di Joe muoiono in quel periodo, mentre la sua compagna, Gaby, gli dà una figlia. Per Joe è anche tempo di rinunciare alla sua vita di squatter e di assumere un profilo artistico (ma anche umano) più maturo.

Ricuce allora lo strappo con Mick Jones scrivendo & producendo con lui il secondo album della sua nuova band, Big Audio Dynamite, tentando anche inutilmente di convincerlo a rifondare i Clash con Paul Simonon. Tra il 1986 e il 1988, Joe tiene un basso profilo ma è straordinariamente attivo: scrive le musiche di varie colonne sonore (“Sid & Nancy”, “Walker”, “Straight To Hell” e “Permanent Record”), recita in alcuni film indipendenti e inoltre forma i Latino Rockabilly War, un gruppo col quale effettua un tour per la Gran Bretagna nell’estate del 1988. Nel 1989, Joe debutta col suo primo vero album da solista, “Earthquake Weather”, anche se nel corso degli anni Novanta riassume un ruolo di basso profilo (per lo più come produttore, qui ricordo il suo lavoro per i Pogues e i Black Grape).

Ritorna alla grande con una nuova band, denominata Joe Strummer & The Mescaleros, con la quale debutta nel 1999 con l’album “Rock Art And The X-Ray Style”. Segue “Global A Go Go” (2001, dedicato allo scomparso Joey Ramone), con entrambi gli album supportati da fortunati tour internazionali. Purtroppo la morte colpirà Joe nel bel mezzo di questa ritrovata attività artistica: un arresto cardiaco lo stronca infatti nella sua casa londinese il 22 dicembre 2002. All’indomani della sua morte, le maggiori rockstar mondiali avranno parole di cordoglio e di riconoscenza per quella figura assolutamente unica che è stata Joe Strummer.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 19 febbraio 2008)

The Clash, “Give ‘Em Enough Rope”, 1978

the-clash-give-em-enough-rope-immagine-pubblicaScrissi questo post – a metà fra una scheda tecnica & una recensione – sul blog parallelo a Parliamo di Musica, ovvero Parliamo dei Clash… durò poco, tuttavia, e così trasferii il tutto su PdM… e ora qui!

GIVE ‘EM ENOUGH ROPE

CBS, 8 novembre 1978

NOTE
Secondo album da studio dei Clash, dura 36′ e 57”.

FORMAZIONE
Mick Jones (chitarra, cori, voce), Joe Strummer (voce, cori, chitarra), Paul Simonon (basso, cori), Topper Headon (batteria).

ALTRI MUSICISTI
Stan Bronstein (sax), Al Lanier (piano).

PRODUZIONE
Sandy Pearlman.

STUDIO
Utopia Studios, Basing Street Studios (Londra), Automatt Studio (San Francisco) e Record Plant (New York).

BRANI
1. Safe European Home (Joe Strummer, Mick Jones) 2. English Civil War (Traditional, arrangiato da Joe Strummer e Mick Jones) 3. Tommy Gun (Joe Strummer, Mick Jones) 4. Julie’s Been Working For The Drug Squad (Joe Strummer, Mick Jones) 5. Last Gang In Town (Joe Strummer, Mick Jones) 6. Guns On The Roof (Joe Strummer, Mick Jones, Paul Simonon, Topper Headon) 7. Drug-Stabbing Time (Joe Strummer, Mick Jones) 8. Stay Free (Joe Strummer, Mick Jones) 9. Cheapskates (Joe Strummer, Mick Jones) 10. All The Young Punks (New Boots And Contracts) (Joe Strummer, Mick Jones)

STORIA/RECENSIONE
Nel gennaio 1978, al ritorno di Joe e Mick dalla Giamaica (dove erano stati per un paio di settimane in cerca d’ispirazione), la band inizia già a provare del nuovo materiale, pare una quindicina di nuove canzoni. In quel momento Paul si trovava in Russia per una breve vacanza e così è Mick a suonare il basso in queste prime prove (quando Paul torna gli danno i nastri per fargli imparare le sue parti, con Mick che gli fornisce le dovute indicazioni). Topper, che lavora per la prima volta con del materiale originale dei Clash (ricordiamolo, il batterista aveva sostituito Terry Chimes nell’aprile ’77, dopo che questi aveva suonato nel primo album del gruppo, “The Clash”), si rivela fin da subito un preziosisismo collaboratore musicale che impara in fretta le proprie parti. Ai primi di febbraio, i Clash e Sandy Pearlman (il produttore storico dei Blue Oyster Cult) si trovano ai CBS Studios per incidere un demo del nuovo materiale: di lì a poco le sessioni sono però sospese perché a Joe viene diagnosticata una forma d’epatite che lo costringe al ricovero in ospedale. Le sessioni riprendono quindi ai primi di marzo, ai Marquee Studios, stavolta con Mick come produttore (in attesa del ritorno di Pearlman dagli USA): in realtà i Clash scrivono e incidono dei brani nuovi che non saranno inclusi nell’album. Sandy Pearlman torna a Londra in aprile e così i Clash possono incidere due versioni demo di “Give ‘Em Enough Rope”, una prodotta da Mick e l’altra da Sandy ed incisa agli Utopia Studios (la parte definitiva di batteria viene comunque incisa in quest’occasione). Dopo un paio di giorni, le sessioni si trasferiscono ai Basing Street Studios di Notting Hill ma iniziano ‘seriamente’ soltanto a maggio. L’uscita di questo secondo album del Clash era prevista per settembre ma pare che la CBS inglese non fosse favorevolmente impressionata dal nuovo materiale e che, comunque, non lo ritenesse abbastanza appetibile per il pubblico americano. Tra luglio e agosto, i Clash sono impegnati col tour On Parole, al termine del quale Joe e Mick volano con Pearlman a San Francisco per dare così i necessari ritocchi all’album nello studio Automatt (Paul e Topper avevano già completato le loro parti per cui non sono invitati in America). Qui Mick e Sandy collaborano per creare un nuovo strato di chitarre (comprano anche una Les Paul del ’54), inoltre vengono effettuati degli editing sul materiale già inciso, come nel caso di Tommy Gun, che consiste in tre frammenti presi da altrettante incisioni e unite tra loro. Il lavoro di sovraincisioni per chitarre e voci eseguito da Mick e Joe dura quindi tre settimane, dopodiché a fine agosto tutto il lavoro viene sottoposto alla CBS americana. Ma anche in questo caso il risultato non convince appieno: nonostante la riluttanza di Mick e Joe, i lavori continuano e subiscono un nuovo trasferimento, stavolta sulla costa opposta degli States, ovvero i celebri studi Record Plant di New York. Ormai è settembre e il lavoro procede spedito, con tanto di sovraincisioni finali: il piano honky-tonk su Julie’s Been Working For The Drug Squad suonato da Al Lanier dei Blue Oyster Cult e il sax in Drug-Stabbing Time suonato da Stan Bronstein (noto turnista che aveva collaborato pure con John Lennon). Dopodiché, Topper e Paul giungono a New York per ascoltare il risultato finale. “Give ‘Em Enough Rope” viene finalmente pubblicato a novembre e raggiungerà uno strepitoso 2° posto nella classifica britannica. Tuttavia delude la critica e parte dei fan a causa del suono troppo pulito e levigato che poco o nulla concede alla spontaneità tipica dei Clash. Personalmente, questo “Give ‘Em Enough Rope” è l’album dei Clash che apprezzo di meno: anche per le mie orecchie il suono complessivo è fin troppo edulcorato per rappresentare la grinta di una band come i Clash, inoltre penso che la maggior parte delle canzoni non sia abbastanza sostanziosa e che i nostri non si trovassero in un momento di grande forma. I brani migliori, secondo me, restano il rock tirato di Safe European Home, la travolgente Tommy Gun, la briosa Julie’s Been Working, la melodica Stay Free (scritta da Mick pensando al suo amico d’infanzia, Robin Banks, in quel momento dietro le sbarre) e la conclusiva All The Young Punks. Decisamente di un altro livello è il singolo che i Clash hanno pubblicato nello stesso anno, (White Man) In Hammersmith Palais, che se incluso in “Give ‘Em Enough Rope” ne avrebbe innalzato di molto il livello qualitativo.

CURIOSITA’ VARIE
La parte di piano honky-tonk su Julie’s Been Working For The Drug Squad era originariamente suonata da un musicista newyorkese da atrio d’albergo; successivamente, in studio, il produttore ha sostituito questa parte con disappunto dei Clash. Le immagini di copertina dell’album (che in alcuni Paesi differiscono nella grafica) sono prese da alcune cartoline postali cinesi. Nella stampa iniziale dell’album, il brano All The Young Punks è indicato erroneamente come That’s No Way To Spend Your Youth.

– Mat

David Bowie, “Heroes”, 1977

david-bowie-heroes-immagine-pubblica-blogEccoci al secondo capitolo della trilogia di album che David Bowie ha realizzato in collaborazione con Brian Eno tra il 1977 e il 1979. Qualche post fa si è parlato di “Low“, uscito nel ’77, mentre oggi è la volta di “Heroes”, pubblicato nello stesso anno. Come già detto, nel ’76 Bowie si traferisce a Berlino e qui dà vita al suo periodo artistico più sperimentale e immaginifico: “Heroes” è l’album della trilogia che più risente dell’atmosfera berlinese, essendo l’unico dei tre ad essere stato realizzato completamente nella storica città tedesca, all’epoca segnata ancora dal muro divisorio tra Est e Ovest.

Bowie si affida allo stesso team col quale aveva creato il precedente “Low”: il grande Tony Visconti alla produzione, gli ottimi Carlos Alomar (chitarra), George Murray (basso) e Dennis Davis (batteria e percussioni), un chitarrista d’eccezione che è quel mago di Robert Fripp e, ovviamente, il re delle ambientazioni sonore, quel genio di Brian Eno. Anche “Heroes”, come “Low”, è suddiviso in due parti: sul lato A dell’elleppì originale troviamo le canzoni più ‘convenzionali’ (anche se questo termine poco si addice all’arte di Bowie), sul lato B troviamo invece le composizioni più sperimentali. Ma adesso passiamo alle singole tracce di “Heroes”.

L’album inizia con un botto, una canzone potente e incalzante chiamata Beauty And The Beast: quando l’ascoltai per la prima volta capii immediatamente da dove provenivano tutti i suoni new-wave e dark dei miei artisti preferiti. Basta già la sola Beauty And The Beast per accorgersi di quanto Bowie (grazie anche ai suoi preziosi collaboratori) si trovasse avanti rispetto ai suoi colleghi e/o rivali del tempo.

La successiva Joe The Lion è un altro bel pezzo movimentato ma quello che segue è il pezzo forte dell’album, l’omonima Heroes. Penso che la conosciate un po’ tutti, è davvero una delle canzoni più famose e più belle di Bowie: potente e melodica al tempo stesso, struggente e sperimentale in equal misura, senza dubbio uno dei vertici artistici del nostro (la versione su singolo è un edit di tre minuti e mezzo, mentre questa raggiunge i sei minuti).

Poi i ritmi rallentano con la bella e dolente Sons Of The Silent Age, che mi sembra una attualizzazione disincantata di Life On Mars? (stupenda canzone del 1971, pubblicata sull’album “Hunky Dory”). La successiva Blackout è una grande canzone che, come l’iniziale Beauty And The Beast, prefigura il sound che la musica pop-rock assumerà di lì a qualche anno. Grandissima e basta. Con V-2 Schneider entriamo nel lato più sperimentale di “Heroes”: un pulsante ritmo elettronico ci porta in una dimensione nuova che Bowie ci fa esplorare per la prima volta nella sua discografia; come in tante altre volte tra i solchi della trilogia berlinese, qui la voce di David è usata come un puro strumento.

Poi è la volta d’una sequenza interessantissima e superba, ovvero tre brani ambient nel quale Brian Eno sembra farla da padrone (anche se Bowie c’è e si sente… si sente eccome!): sono l’inquietante Sense Of Doubt, l’orientaleggiante Moss Garden e la dolente Neukoln (dal nome di un sobborgo berlinese all’epoca piuttosto degradato). Tre brani d’atmosfera bellissimi, collegati tra loro, con Bowie e Eno che ci prendono per mano e ci portano in territori all’epoca del tutto inesplorati.

Un viaggio emozionante che infine ci conduce in Arabia. L’ultimo brano del superlativo “Heroes” è infatti The Secret Life Of Arabia, che ci riporta ad una forma-canzone più abituale: un suadente ritmo funky-esotico, con una grande prova vocale di David… davvero una delle gemme artistiche del nostro.

Tra “Low” e “Heroes” non saprei veramente dire quale dei due sia il migliore: senza dubbio però stiamo parlando di due capolavori, tra i cinque dischi più belli mai realizzati da David Bowie (e imperdibili per tutti i veri fanatici del rock). Su “Heroes” posso aggiungere solo che la presenza di Eno è più evidente (ed infatti lui ottiene più crediti compositivi, tra cui la coautorialità con Bowie del brano Heroes) rispetto a “Low”: una collaborazione che si farà ancor più fitta nell’atto finale di questa trilogia, l’album “Lodger” (1979).

Roxy Music, “Avalon”, 1982

roxy-music-avalon-immagine-pubblicaLa storia di oggi riguarda uno dei dischi più belli pubblicati negli anni Ottanta, “Avalon”, l’ultimo album da studio dei Roxy Music.

Già la sua epica copertina, nella foto a lato, è uno spettacolo: da tempo la mia copia in elleppì di “Avalon” fa bella mostra di sé sul comò di camera mia, a mo’ di quadro… penso che sia una delle più belle copertine mai realizzate per un disco.

Ora passiamo però alla musica, che è la cosa che qui c’interessa maggiormente. In “Avalon” abbiamo dieci canzoni che vedremo brevemente una ad una. Si parte con una delle canzoni più belle e famose degli anni Ottanta, More Than This, ed è già tutto un programma. Sono convinto che chiunque ascolti i primi secondi di questo indimenticabile brano poi dica ‘ah, questa, bella’. Non aggiungo altro, che dire, più di così… Segue The Space Between, con la base ritmica (basso massiccio, batteria secca e decisa, uso sapiente delle percussioni) in bell’evidenza, e con il sax e il discreto uso del synth che ne fanno uno dei brani più scintillanti e suadenti dei Roxy Music, soprattutto una volta che è entrata la voce di Bryan Ferry.

La successiva Avalon è l’altro brano famoso del disco, inserito in molte compilation dedicate agli anni Ottanta: un placido ritmo percussivo dal sapore caraibico, la voce rilassatissima di Ferry, la chitarra pigra e avvolgente di Phil Manzanera, la voce d’angelo della corista. Arte sopraffina per un pezzo di classe!

India, un breve brano strumentale, sembra più un abbozzo di canzone che un lavoro compiuto: l’irresistibile ritmo percussivo, unito ad un synth marpione, ne fanno comunque una canzone melodicamente valevole (stiamo pur sempre parlando di un gran disco, questo non dimentichiamolo). Poi è la volta della malinconica While My Heart Is Still Beating, arricchita dalle percussioni che contribuiscono ad alleviarne il senso di nostalgia incombente.

Abbassando la puntina del giradischi sulla seconda facciata del vinile, ecco entrare prepotentemente The Main Thing, una delle mie canzoni preferite dei Roxy Music: qui tutto è in bell’evidenza, dalla potente e trascinante base ritmica (un basso pulsante che sembra cantare da solo, delle percussioni fantastiche, una batteria secca e scandìta), i fraseggi di chitarra che esotizzano il tutto, la voce calda di Ferry. Un brano davvero molto sexy, eccellente anche se sì è alla guida (come del resto un po’ tutto “Avalon”).

Il pezzo successivo è Take A Chance With Me, che si apre con un’introduzione lenta e scandìta dai colpi (o meglio, dai tonfi) della grancassa e che poi procede con un ritmo simile all’iniziale More Than This. Un bel brano pop di classe, non c’è che dire. To Turn You On è maestosa: un ritmo medio-lento pieno di effetti percussivi, di basso saltellante, di voce piaciona di Ferry, di synth vaporoso (ma sempre discreto, davvero usato con maestria… lo suona Ferry). Gran bella canzone, bella davvero.

La successiva True To Life è semplicemente magnifica: una delle più belle di questo disco, una delle più belle dei Roxy Music, una delle più struggenti & potenti al contempo che io abbia mai sentito. Magnifica, non avrei altro aggettivo per sintetizzarla. A concludere questo straordinario calderone d’emozioni musicali che è “Avalon” ci pensa il breve strumentale di Tara, perlopiù un assolo del sax di Andy Mackay sorretto dalla tastiera di Bryan Ferry.

Come detto prima, “Avalon” è l’ultimo disco inciso in studio dai Roxy Music, che da qualche album a questa parte erano un trio composto dal superlativo Ferry, dall’ottimo Manzanera e dall’inconfondibile Mackay (nei primi due album del gruppo figurava Brian Eno, uscito dalla formazione per seguire impervie ma affascinanti vie sperimentali). Meritano comunque un plauso gli eccellenti musicisti che indubbiamente hanno contribuito (e non poco, direi) alla grandezza di questo disco: il batterista Andy Newmark, i bassisti Alan Spenner e Neil Jason e il percussionista Jimmy Maelen… a tutti un bell’undiciellode per il lavoro compiuto.