Jimi Hendrix

jimi-hendrix-immagine-pubblicaSecondo molti critici e appassionati di musica, Jimi Hendrix è stato il più grande chitarrista che la storia del rock ricordi. Io non so se è vero, di chitarristi abili & cazzuti ce ne sono (stati) a bizzeffe ma senza dubbio il compianto Jimi è fra i migliori chitarristi di tutti i tempi. Un musicista che suonava di puro istinto, con incredibile energia e passione, con una freschezza sonora tuttora perfettamente ravvisabile nelle sue canzoni.

Jimi Hendrix, nato a Seattle nel 1942, ha inciso soltanto tre album da studio, tutti accreditati come The Jimi Hendrix Experience, un trio composto con il batterista Mitch Mitchell e il bassista Noel Redding. E’ con questa formazione che Jimi Hendrix fa il suo straordinario debutto su disco, nel 1967, col fondamentale album “Are You Experienced?”, non solo uno dei debutti più fulminanti della storia del rock ma, di fatto, uno dei capolavori indiscussi del genere. L’album contiene brani storici come Foxy Lady, Fire e Manic Depression, i quali, insieme agli altri, ci portano in un inedito territorio (per l’epoca) fatto di rock, funk, jazz, proto-metal e psichedelia. Nello stesso anno sono stati pubblicati anche tre singoli importanti per la Jimi Hendrix Experience, vale a dire le celeberrime Hey Joe, Purple Haze e The Wind Cries Mary.

In un anno, quel 1967, in cui sono state pubblicate opere fondamentali e tuttora acclamate (una su tutte, “Sgt. Pepper” dei Beatles, ma pure i debutti su disco di Pink Floyd e Doors) è uscito il secondo album di Hendrix e soci, “Axis: Bold As Love”, contenente, fra le altre, If 6 Was 9, One Rainy Wish e uno dei miei brani hendrixiani preferiti, la sognante e delicata Little Wing.
Sul finire del turbolento 1968, ecco il terzo ed ultimo album della Jimi Hendrix Experience, “Electric Ladyland”, probabilmente il lavoro migliore per Jimi e compagni, forte di brani quali Voodoo Chile, Crosstown Traffic e la rilettura di All Along The Watchtower di Bob Dylan. Infine, dopo aver dato alle stampe un muscoloso disco dal vivo, “Band Of Gypsys”, dove il nostro si è fatto accompagnare da Buddy Miles e Billy Cox, Jimi trovò la morte in un albergo di Londra nel settembre del 1970. Le circostanze esatte della scomparsa del grande chitarrista non furono mai chiarite ma si è sempre parlato d’un abuso di droga che lo condusse all’overdose fatale.

Oltre ad averci lasciato degli album tuttora godibilissimi, Jimi ha inciso una mole notevole di materiale rimasto inedito al momento della morte. Questo materiale ha prodotto numerosi dischi postumi più o meno ufficiali, generando anche diverse controversie legali fra gli eredi di Hendrix e i possessori delle registrazioni originali. C’è da dire che la famiglia Hendrix non ha avuto un comportamento proprio immacolato nella gestione del celebre nome: sotto l’etichetta ‘Experience Hendrix’ è stata distribuita sul mercato tutta una serie di prodotti che poco o nulla hanno da spartire con la musica… persino le bottiglie di vino! Ma questo schifo pseudo-imprenditoriale non deve distoglierci da quello che è il vero testamento artistico di Jimi: un’eccezionale vitalità artistica che nello spazio di soli quattro anni si è guadagnata una posizione ben assolata fra i giganti del rock. Non c’è storia del rock che possa prescindere dalla musica di Jimi Hendrix.

Paul McCartney, “Once Upon A Long Ago”, 1987

paul-mccartney-once-upon-a-long-agoOnce Upon A Long Ago è una delle mie canzoni preferite del Paul McCartney solista. Il brano si rivela subito per quello che è, una struggente ballata, soprattutto nella sequenza del primo ritornello, quando Paul canta ‘once upon a long ago, children searched for treasure’, con l’eco sulla parola ‘treasure’, come a voler sottolineare qualcosa che ormai è svanita nel tempo. E qui il mio sentimentalismo mi fa inumidire gli occhi… mi capita spesso quando ascolto questo pezzo.

Al termine del primo ritornello troviamo un breve assolo di sax, mentre una pesante batteria entra in scena col secondo ritornello. Il terzo ritornello (senza batteria) è invece costituito da sovrapposizioni vocali, frasi prese dai due precedenti ritornelli e vocalizzi vari, dopodiché rientra la batteria per accompagnare due diversi assoli, prima uno di chitarra elettrica e poi uno di violino, entrambi molto intensi. Poi ecco l’orchestra in bell’evidenza (simile alle orchestrazioni usate per le beatlesiane – e altrettanto commoventi – You Never Give Me Your Money e Golden Slumbers, entrambe su “Abbey Road”), infine di nuovo il violino (brevemente) e la chitarra solista che ci accompagna maestosamente fino alla fine. Un pezzo intensamente maccartiano, non c’è che dire!
Once Upon A Long Ago era l’inedito singolo che Paul pubblicò per promuovere la sua raccolta “All The Best!”, datata 1987. Per la serie “The Paul McCartney Collection” del 1993, sull’album “Press To Play” è stata inclusa come bonus una versione leggermente più lunga di Once Upon A Long Ago.

Keith Levene, la chitarra dei PiL

keith-levene-pil-immagine-pubblicaKeith Levene, inglese, classe 1957, è uno dei fondatori dei Clash ma, a pochi mesi dalla nascita della band, nel settembre del 1976 Keith era già fuori dal gruppo. Avrà modo di rifarsi con la sua militanza nei Public Image Ltd., uno dei gruppi più innovativi e misconosciuti del rock. E uno dei preferiti del vostro Mat. Fatta questa breve premessa, vediamo la storia di questo musicista.

Keith s’interessa alla musica fin da giovanissimo, preferendo marinare la scuola per seguire in tour i suoi beniamini, gli Yes, del quale diventa ben presto un aiutante tuttofare. A tempo perso picchia sulla batteria, ma la sua passione è la chitarra… e che passione! Con le sei corde è un autentico mago, ha uno stile tutto suo che riconoscerei tra mille: una specie d’effetto metallico che pare avvitarsi su se stesso… sarebbe meglio ascoltarsi l’introduzione di Death Disco dei PiL o la sua I’m Looking For Something per capire il senso della mie parole.

Tra il 1975 e il 1976, la formazione punk emergente dei London S.S., composta da Mick Jones e Tony James, effettua numerosi provini per reclutare nuovi membri: grazie alla sua abilità, Keith diventa uno di essi, con la band che (tolto di mezzo il povero Tony) assume il nome di The Young Colts. A Keith, inoltre, va il merito d’aver caldeggiato l’ingresso in formazione di Joe Strummer: mentre il maggio ’76 volgeva al termine, così come un concerto dei 101ers (band nella quale Joe militava), Keith e Bernie Rhodes, manager dei Young Colts, vanno a prendere Joe per fargli conoscere il resto del gruppo. Di lì a poco, Joe Strummer diventa un componente della band in pianta stabile, band che quindi adotta il nome di The Clash.

Seguono prove su prove, con i Clash che scrivono il loro primo materiale, la maggior parte del quale finì nel loro primo e omonimo album, “The Clash” (aprile 1977). Ma l’album non figura già più Keith Levene tra i ranghi, la sua unica traccia come Clash è un credito di coautore con Strummer e Jones del brano What’s My Name?. Anni dopo, Keith disse in una delle sue rare interviste che, per quanto trovasse complessivamente poco piacevole l’album “The Clash”, avrebbe dovuto spettargli un credito di coautorialità per ogni altro brano del disco. Certo è che nessun altro lavoro successivo dei Clash suona come questo primo album, ma è anche vero che suonano diversamente tutti gli altri dischi che hanno visto la partecipazione di Keith. La verità è che stiamo parlando, sia per il duo Strummer/Jones e sia per Levene, di incredibili talenti in continua evoluzione, per cui ogni nuovo disco è un passo stilistico in avanti (almeno fino al 1982).

Mentre era ancora nella band, Keith solidarizzò con Sid Vicious, tanto che, una volta espulso dai Clash (si disse perché consumava troppe amfetamine), si unì alla fantomatica banda punk di Sid chiamata The Flowers Of Romance. Di lì a poco, tuttavia, Sid diventò uno dei Sex Pistols, mentre Keith entrò in una sorta di limbo artistico; pare che comunque, così come i Clash, il nostro diede una mano al gruppo punk al femminile delle Slits. Grazie a Sid, però, Keith ebbe modo di fare amicizia col cantante dei Pistols, John Lydon (in arte Johnny Rotten), il quale si ricordò di Keith dopo aver abbandonato il gruppo nel gennaio ’78. Fu così che, come Public Image Ltd. ed in compagnia di altri talentuosi musicisti, John Lydon e Keith Levene diedero vita a una strepitosa trilogia di album dark-punk: “First Issue” (1978), “Metal Box” (1979, anche conosciuto come “Second Edition“) e “Flowers Of Romance” (1981). Nel 1982 avvenne un cordiale riavvicinamento tra Keith ed i Clash: in più occasioni, infatti, Levene e Lydon passarono a salutare i Clash nel backstage dei loro concerti durante il trionfale tour statunitense di questi con gli Who. Tuttavia, Keith e John non si capivano più e così nel 1983, durante le incisioni del quarto album dei PiL, Levene abbandonò il gruppo portandosi dietro i nastri con le nuove canzoni in fase di realizzazione.

Lydon proseguì comunque per la sua strada e così nel 1984 furono pubblicate due versioni dello stesso materiale: “Commercial Zone” per Levene e “This Is What You Want, This Is What You Get” per Lydon. Ma a quel punto, in fondo, la cosa non interessava più a Keith, ormai tossicodipendente, che decise di proseguire da solo: si trasferì in America, dove iniziò addirittura a creare programmi per computer. Partecipò saltuariamente a progetti musicali (qui ricordo una sua collaborazione del 1985 con i Dub Syndicate di Adrian Sherwood), per lo più componendo colonne sonore per dei serial televisivi e suonandovi abilmente un po’ tutto quello che gli capita fra le mani. Collaborò anche coi Red Hot Chili Peppers (anche se la sua produzione dell’album “The Uplift Mofo Party Plan” sfumò, a quanto pare, per le solite storie di droga) e con Jah Wobble (già insieme nei PiL), finché decise di raccogliere parte di questo suo materiale in un interessante album datato 1989, “Violent Opposition”.

Tuttavia la presenza di Keith Levene nel music-business continuò ad essere sporadica anche negli anni Novanta e così, dopo aver collaborato di nuovo coi Dub Syndicate nei primi anni del decennio e poi brevemente con Glen Matlock dei Sex Pistols in una primordiale versione dei Philistines, il nostro si ritirò praticamente dalle scene. Levene fece ritorno soltanto nel 2002, con un mini album chiamato “Murder Global”, mentre dieci anni dopo si ripresentò nuovamente accanto a Jah Wobble in un album comune intitolato “Yin & Yang”. Tra il 2013 e il ’14, infine, in occasione del trentennale del controverso progetto “Commercial Zone”, Keith lanciò tra i fan una campagna di autofinanziamento via web per ripubblicare in grande stile il materiale proveniente da quelle ormai storiche sedute. Da allora non ne ho più saputo niente, tuttavia. Notizie ne abbiamo?

(ultimo aggiornamento: 5 marzo 2017)

The Beatles, “Julia”, 1968

the-beatles-album-bianco-white-album-juliaNon è detto che nel catalogo di un artista le canzoni più belle siano quelle pubblicate su singolo. Di conseguenza non è detto che un ‘greatest hits’ rappresenti per forza un ‘best of’. Tanto per dirne una, fra le canzoni che più amo dei Beatles c’è Julia: mai edita su singolo, mai apparsa nelle raccolte dedicate ai Fab Four, bensì posta a chiusura del primo LP del doppio “The Beatles” (1968), il celebre album bianco.

Julia è una tenerissima ballata acustica dedicata dal suo autore, John Lennon, alla propria madre, morta quando John era poco più che un bambino. La chitarra acustica arpeggia lievemente, trasportandoci pigramente alla deriva, mentre il canto di Lennon, quasi un sussurro, è di una dolcezza commovente. In alcuni punti la voce è raddoppiata mentre gli accordi di chitarra sono simili a quelli di altre due coeve creature lennoniane, Dear Prudence (incisa dai Beatles per lo stesso album bianco) e Look At Me (incisa dal solo John per il suo primo album post-Beatles, “John Lennon/Plastic Ono Band”, edito nel 1970).

– Mat

Wolfgang Amadeus Mozart, “Messa di Requiem in Re minore”, 1791

mozart-requiem-immagine-pubblicaLa “Messa di Requiem in Re Minore” è sicuramente l’opera di Wolfgang Amadeus Mozart più discussa e controversa. Si tratta d’una composizione classica di musica sacra per orchestra, coro e quattro solisti composta dal celeberrimo artista austriaco nel 1791, un’opera che purtroppo restò incompiuta a causa della prematura morte del suo autore. Bisognosa di denaro, la vedova Mozart consegnò quindi gli spartiti originali ad alcuni allievi del marito, affinché potessero completarne l’opera, commissionata da un nobile misterioso per una lauta cifra; fu soprattutto Franz Süssmayr ad avere l’onore di portare a compimento il “Requiem” di Mozart. Ma ciò non toglie nulla a questo lavoro straordinario, la cui visione è stata ideata da un uomo che molto probabilmente, sentendo l’approssimarsi della morte, scrisse un requiem per se stesso. Musicalmente parlando, il “Requiem” di Mozart – noto fra studiosi e musicisti anche come “K626” – è suddiviso in otto parti – Introitus, Kyrie, Sequentia, Offertorium, Sanctus, Benedictus, Agnus Dei e Communio – per un totale di quattordici brani.

1) Il primo che incontriamo è Requiem Aeternam, un tema grave e solenne che illustra pienamente tutti i caratteri sonori dell’opera, con la complessa parte vocale ad incastrarsi perfettamente ai superbi disegni ascendenti e discendenti degli archi. Il tutto è una melodia dolente ma dalla resa magnifica se suonata ad alto volume con un buon impianto stereo.

2) Il successivo Kyrie è un turbinìo nel quale s’intrecciano magistralmente archi e voci, in quello che è uno dei momenti migliori dell’opera, nonché uno dei più emozionanti brani di musica classica.

3) Poi entriamo nella terza parte del “Requiem”, la Sequentia, col brano Dies Irae: archi incalzanti e cori poderosi per un pezzo di assoluta potenza lirica e drammatica.

4) Col meditabondo Tuba Mirum torna invece la quiete iniziale, mentre il baritono, il tenore e i due soprani si danno il cambio per la parte vocale.

5-6) Il grave Rex Tremendae è un altro dei momenti salienti del “Requiem”, dove il coro torna protagonista e i violini ricamano un contorno da antologia. Il finale, lento e disteso, introduce la successiva Recordare, una lenta sinfonia alla quale si aggiungono per sovrapposizione i quattro solisti: il tutto ne fa un brano particolarmente delicato e toccante.

7) Confutatis Maledictis irrompe con forza prima di sciogliersi brevemente per poi riprendersi ancora con vigore: è tutta una coinvolgente alternanza di questi due momenti, col finale più basso e dolente.

8) Il successivo Lacrimosa è probabilmente il pezzo più famoso del “Requiem”, penso che sia noto a chiunque, anche a chi non ascolta abitualmente la musica classica. Siamo in presenza d’un brano altamente drammatico e struggente, con gli archi che sembrano evocare il pianto trattenuto a stento, mentre il coro esprime tutto il suo cordoglio (molto efficacemente, questa è la musica che si ascolta nel bellissimo film “Amadeus”, diretto da Milos Forman, durante la scena del funerale dello stesso Mozart). Il Lacrimosa è forte d’una carica drammatica assai emozionante che cattura completamente l’attenzione dell’ascoltatore.

9-10) Con Domine Deus entriamo nella quarta part del “Requiem”, l’Offertorium: un brano vivace ma composto al tempo stesso, con gli archi in bella mostra ma mai fuori dalle righe, con il coro e le voci soliste libere d’esprimersi in tutta la loro potenza, raggiungendo il climax nel bellissimo finale. Segue Hostias che, partendo quieta e sommessa, si conclude con una ripresa del finale di Domine Deus.

11) Il successivo Sanctus è un momento altamente solenne, quasi una lode all’Altissimo, dato che tutto il brano sembra elevarsi prepotentemente, quasi a voler uscire dallo sconforto e dal senso di perdita.

12) Il rasserenarsi dell’atmosfera prosegue in Benedictus, il brano più lirico dell’opera, con l’orchestra che per lo più fa da supporto alla complessa parte vocale.

13) Agnus Dei sembra ricondurci invece ad umori più gravi e drammatici, ma è solo nella parte iniziale del brano, giacché subito dopo la composizione assume un pacifico e consolatorio lirismo.

14) Il brano finale di questa storica opera d’arte che è il “Requiem” di Mozart è Lux Aeterna: una sequenza eccezionale che, grazie all’uso magistrale di orchestra e coro, utilizza melodie già presenti in alcuni brani precedenti (sopratutto il Kyrie) per tradursi in una chiusura davvero emozionante ed indimenticabile.

Barbra Streisand, “Guilty”, 1980

barbra-streisand-guilty-immagine-pubblica-blog“Guilty” è quel bellissimo disco che il geniale Barry Gibb dei Bee Gees ha realizzato per Barbra Streisand nel 1980, producendo di fatto l’album di maggior successo della grande cantante americana. “Guilty” ottenne infatti un fenomenale successo in tutto il mondo, issandosi al primo posto della classifica sia negli USA che in Gran Bretagna.

Si tratta d’un lavoro molto orecchiabile, sentimentale, melodico ed indimenticabile che ascolto sempre molto volentieri. I due artisti summenzionati ne hanno anche fatto un seguito, “Guilty Pleasures”, pubblicato nel 2005, ma questa è un’altra storia che forse tratteremo in un altro post. Ora torniamo quindi a “Guilty” e alle sue canzoni, che andremo brevemente a vedere una ad una.

Si comincia proprio con la canzone omonima, un delizioso duetto fra Barry e Barbra: semplicemente uno dei migliori duetti che io abbia mai sentito, Guilty è un romantico e straordinario crescendo easy-listening, firmato dai Bee Gees al gran completo. Forse può dire qualcosa il fatto che Guilty si aggiudicò un Grammy Award come miglior duetto…

La successiva Woman In Love è probabilmente la canzone più famosa della Streisand, un brano dal pathos magnifico per quella che è meritatamente una delle ballate più celebri degli anni Ottanta. Run Wild sembra invece rubata agli stessi Bee Gees: un altro superbo easy-listening dove la Streisand ci regala l’ennesima straordinaria prestazione vocale, sorretta sul finale dall’inconfondibile voce di Barry Gibb.

Con Promises siamo alle prese con un brano morbidamente funky, dove la nostra sfoggia un canto rilassato & suadente, sostenuto in più punti dalla voce di Barry, compreso il suo inconfondibile falsetto. Molto bella, inoltre, la parte di batteria di Steve Gadd. The Love Inside è un brano decisamente più atmosferico, dove, per quanto riguarda la strumentazione, il sintetizzatore la fa da padrone; il tutto, comunque, si traduce in una dolente ma appassionata canzone d’amore.

La struggente What Kind Of Fool rappresenta il secondo duetto vero e proprio fra Barbra e Barry: un brano tanto delicato (e commovente) quanto indimenticabile, per quello che è senza dubbio uno dei momenti migliori di questo disco. In Life Story la Streisand sfodera alla grande la sua bellissima voce, in una canzone pop ma più teatrale che presenta un andamento alquanto circolare nelle varie sequenze strofa/ritornello.

Never Give Up ci riconduce a sonorità (lievemente) più danzerecce, tipiche dei Bee Gees di quel periodo: le strofe sono cantate da Barbra in una sorta di sussurro mentre nel ritornello passa per due diverse tonalità, una più alta dell’altra, dimostrando, se mai ce ne fosse bisogno, perfetta padronanza della voce e grande versatilità canora.

La conclusiva Make It Like A Memory è un lento rock, decisamente malinconico: bello l’assolo di chitarra, eseguito da Pete Carr, grandiosa come sempre la parte vocale di Barbra. In coda la canzone accelera il tempo, con gli ottoni e l’orchestra che la fanno da padrone, regalandoci così un finale decisamente più teatrale.

Registrato completamente negli Stati Uniti con eccellenti musicisti turnisti, “Guilty” si avvale dello stesso team produttivo che all’epoca lavorava coi Bee Gees, vale a dire Albhy Galuten (co-autore insieme a Barry Gibb di alcune canzoni e strumentista) e Karl Richardson, mentre, per quanto riguarda la composizione dei brani, Robin Gibb firma assieme al fratello Barry ben quattro canzoni.