Sade

sade-immagine-pubblicaMi piace Sade, ho sempre apprezzato quella sua musica appassionata, sensuale, vellutata, cantata dalla sua voce così inconfondibile, calda e bassa. La musica di Sade sembra creata apposta per far da colonna sonora mentre si fa l’amore, forte di un’amalgama irresistibile fra pop, jazz, soul e funk. Da sottolineare, inoltre, che Sade è un’artista completa, in quanto è autrice delle sue canzoni, nonché arrangiatrice e produttrice delle stesse. Certo, si è avvalsa di valenti collaboratori, ma lei non ha mai vestito i rassicuranti panni della semplice interprete.

Nata nel 1959 da padre nigeriano e madre inglese, Sade Adu è cresciuta a Londra dove ha potuto maturare le prime esperienze musicali (per un periodo è stata anche una modella), finché nel 1984 ha debuttato con l’album “Diamond Life”. Il disco, forte di singoli famosi ed indimenticabili come la jazzata Your Love Is King (edita già a fine ’83), il raffinato funk di Smooth Operator e la ballabile Hang On To Your Love, ha subito proiettato Sade in una dimensione internazionale, rendendo il suo nome uno dei più interessanti fra le nuove proposte musicali di quel decennio. Nel 1985 è stato pubblicato l’album “Promise”, contenente altri celebri hit quali la sensuale The Sweetest Taboo, la calda Never As Good As The First Time e la intrigante Is It A Crime, che lo mandano al 1° posto della classifica americana, mentre nel 1988 esce “Stronger Than Pride”, contenente le danze suadenti di Paradise e Nothing Can Come Between Us e la splendida ballata Love Is Stronger Than Pride, che è una delle canzoni più belle e suggestive che io abbia mai ascoltato.

Nonostante l’enorme successo, l’attività discografica di Sade si fa più sporadica, per cui il quarto album, “Love Deluxe”, vede la luce solo nel 1992. E’ comunque un disco fortunato, contenente l’incredibile No Ordinary Love (un’altra delle mie canzoni preferite) ed altre notevoli perle quali Cherish The Day, Kiss Of Life e Pearls. Nel 1994 esce invece una raccolta, “The Best Of”, contenente i successi del periodo 1983-1993, mentre il nuovo album da studio di Sade, “Lovers Rock” – il quinto della sua carriera – esce solo nel 2000, anticipato dal singolo By Your Side.

Salutato come un gradito ritorno, soprattutto dai critici, “Lovers Rock” non è però riuscito a replicare i fasti dei dischi precedenti (anche se negli USA è arrivato al 3° posto in classifica) e così la nostra ne approfitta per concedersi un’altra lunga pausa. Tornerà soltanto nel 2010, ben dieci anni dopo, con l’album “Soldier Of Love”, che riporterà la fascinosa cantante in vetta alle classifiche.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 6 maggio 2010)

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The Police, “Outlandos d’Amour”, 1978

the-police-outlandos-damour-immagine-pubblicaOggi è una data storica per il rock: gli infiniti Police intraprendono da Vancouver (Canada) la loro prima tournée mondiale dopo il Sinchronicity Tour del 1983-84. E quindi, nella sbavante attesa di averli in Italia, il prossimo 2 ottobre, ecco un post di riscaldamento, dedicato al loro album d’esordio, “Outlandos d’Amour”, l’unico fra i cinque album da studio dei Police a non aver conquistato il 1° posto della classifica inglese.

Si parte con la tambureggiante e casinara Next To You, una canzone d’amore travestita da pezzo punk… fa ancora una certa impressione sentire che Sting, autore di brani raffinati come Englishman In New York e Fragile, abbia esordito con delle sonorità tanto ruvide.

Dopo Next To You troviamo l’eccitante reggae-rock di So Lonely, una delle prime composizioni di Sting, risalente ai tempi della sua band amatoriale, i Last Exit: tipica del ‘Police sound’ di quel periodo, So Lonely è caratterizzata da una sequenza di strofe dal ritmo saltellante, mentre il ritornello è un veloce e ripetitivo rock; bello, inoltre, l’assolo di chitarra alquanto bluesy di Andy Summers.

Col terzo brano siamo in presenza d’un autentico classico, Roxanne: c’è qualcuno che non conosce questa bella canzone rock-reggae venata di tango che narra dell’amore per un prostituta? E’ un pezzo di storia, Roxanne, e non a caso è stata scelta dalla band per annunciare il proprio ritorno dal vivo, lo scorso febbraio a Los Angeles.

Tornando all’album in esame, fra le canzoni dei Police mai edite su singolo, Hole In My Life è fra le mie preferite, anche se dura un po’ troppo: un brano che canta dell’insicurezza della vita, del disagio e della vulnerabilità senza per questo risultare lagnoso, bensì presentando un arrangiamento reggae-rock a scatti assolutamente irresistibile.

Con la successiva Peanuts ritroviamo uno stile e una velocità più vicini al punk, anche se i Police sono troppo bravi tecnicamente e Sting è un autore troppo raffinato per adottare gli stilemi di quel genere. Forse vale la pena di sottolineare che il testo di Peanuts è una sarcastica stoccata contro Rod Stewart, mentre la musica è firmata da Sting con Stewart Copeland, per quello che è il solo contributo autoriale nel disco da parte del grande batterista.

Poi è la volta d’un’altra canzone famosa, Can’t Stand Losing You, edita anche su singolo: uno dei miei pezzi polizieschi preferiti, Can’t Stand è un altro mirabile esempio del Police sound di quel periodo, stavolta accentuando ancor più l’arrangiamento reggae; è uno di quei brani che non possono mancare assolutamente in una selezione seria dedicata alla musica dei Police.

Altra influenza punk ben in evidenza per la ruvida ma coinvolgente Truth Hits Everybody, ben più vicina al rock invece la sonorità di Born In The 50’s, brano nel quale Sting introduce elementi di politica in un testo cantato con rabbia.

Con Be My Girl-Sally siamo alle prese con una delle canzoni più curiose e divertenti dei Police: a un ripetitivo ritornello rock di Sting segue un intermezzo recitato da Andy sulle virtù ‘terapeutiche’ di una bambola gonfiabile, prima che torni il ritornello iniziale a concludere lo scanzonato numero.

Più che una canzone vera e propria, la conclusiva Masoko Tanga è una lunga improvvisazione reggae-rock, prossima ai sei minuti di lunghezza: chiaramente un riempitivo, Masoko Tanga è comunque gradevole e testimonia la grande compattezza sonora di questi tre biondi capelloni che, è importante sottolineare, all’epoca suonavano insieme da un solo anno.

Registrato in appena dieci giorni di lavoro in studio, coordinati da un produttore dilettante, Nigel Gray (in realtà un medico di professione con la passione per il rock!), e utilizzando nastri usati, “Outlandos d’Amour” si segnala come uno degli esordi discografici più esaltanti e convincenti del rock, restando tuttora un ascolto fresco e divertente.

Una curiosità: il buffo titolo del disco è stato scelto da Miles Copeland – fratello di Stewart e all’epoca manager del gruppo – e significa grossomodo ‘fuorilegge dell’amore’.

The Professionals, “I Didn’t See It Coming”, 1981

the-professionals-immagine-pubblica-steve-jones-paul-cookThe Professionals è il nome del gruppo che Steve Jones e Paul Cook, rispettivamente chitarra e batteria dei Sex Pistols, hanno formato dopo la fine ufficiale dell’irriverente banda punk inglese. Reclutato il bassista Andy Allen, i Professionals fanno il loro debutto discografico nel luglio 1980, col bel singolo Just Another Dream, mentre sono impegnati in studio per la registrazione del primo album. In realtà, a parte la pubblicazione ad ottobre d’un secondo singolo, 1-2-3, i Professionals subiscono un imprevisto stop, con Allen che molla il gruppo e cita Jones e Cook in giudizio per mancati pagamenti. Inoltre, i crescenti problemi di droga di Steve non aiutavano certo a rasserenare l’atmosfera complessiva. Comunque, a fine anno, i Professionals raggiungono una formazione stabile con l’ingresso del bassista Paul Meyers (già coi Subway Sect) e del secondo chitarrista Ray McVeigh e riprendono le incisioni dell’album. Pure in questo caso le cose vanno per le lunghe e una nuova pubblicazione dei Professionals vede la luce solo nel luglio ’81, il singolo Join The Professionals, con la band che fino a quel punto non s’è mai esibita dal vivo. Finalmente, dopo ritardi e smentite, la Virgin pubblica a novembre il primo (e unico) album dei Professionals, “I Didn’t See It Coming”, anticipato dal singolo The Magnificent.

1-2) Composto da dieci canzoni, questo vigoroso album inizia proprio col pulsante The Magnificent, potente e irresistibile punk-rock eseguito con notevole grinta; il riff principale è però un’imitazione bellebbuona di Public Image, primo singolo dei PiL, la band dell’ex collega John Lydon. Segue un brano ancora più tirato, Payola, altro grande esempio di punk-rock di classe.

3) In Northern Slide la voce da hooligan di Steve Jones lascia il posto a quella di Paul Cook per la sua seconda prova come cantante solista (la prima era stata Silly Thing, nel delirante “The Great Rock ‘N’ Roll Swindle” dei Pistols): il brano è meno nervoso e si avvale di alcuni fraseggi di sax, comunque lo stile dei Professionals non viene smentito e anche qui sentiamo un deciso punk-rock.

4-5) Come suggerisce il titolo, la successiva Friday Night Square è una canzone alquanto notturna e meditabonda, la più lenta del disco, per quanto non sia certo una ballata. Segue Kick Down The Doors, uno dei momenti migliori del disco: una strumentazione tipicamente punk-rock ma priva dell’urgenza più sfrenata del genere… anzi, qui la fusione fra punk e rock è pressoché perfetta (molto corale il ritornello, lo si impara subito e – almeno personalmente – non si riesce a fare a meno di canticchiarlo quando lo si ascolta) e la prestazione vocale di Jones è una delle migliori della sua carriera.

6-8) Segue la mia canzone preferita di tutto il disco, la veloce e trascinante Little Boys In Blue: l’arrangiamento è tagliente e tirato, Steve esegue una parte vocale mozzafiato, i riff di chitarra sono epici e memorabili… insomma, una stupenda canzone punk (una delle mie preferite del genere), non c’è che dire! Il successivo All The Way è un altro pezzo tirato e robusto, nel quale si risente l’impiego del sax, seguìto dalla distesa e saltellante Crescendo.

9-10) I ritmi più serrati (e tipici) del punk-rock tornano quindi con la movimentata Madhouse, uno dei brani più riusciti del disco, forte d’un bel ritornello, mentre la conclusiva Too Far Too Fall, con tanto di lungo assolo centrale di sax, non smentisce il sound complessivo dell’album, regalandoci un’ultima corsa di sano ‘Jones & Cook sound’.

Nonostante “I Didn’t See It Coming” sia uno dei dischi più consistenti usciti dalla scena punk inglese, il grande pubblico finisce con l’ignorarlo bellamente, minando l’esistenza stessa dei Professionals. Dopo il madornale errore di rifiutare un tour in USA di supporto ai Clash (che in quel periodo stavano ottenendo una clamorosa accoglienza in America), la band subisce il colpo di grazia definitivo poco dopo l’uscita dell’album, quando Cook, Meyers e McVeigh restano feriti in un incidente stradale. Di lì a pochi mesi, col tour americano che va in malora e l’album che praticamente segna un flop, la breve e sfortunata avventura dei Professionals giunge a conclusione.

In quanto a “I Didn’t See It Coming”, l’album è stato ristampato dalla EMI nel 2001 con ben otto canzoni aggiunte, due delle quali inedite. Le preziose aggiunte sono i tre singoli Just Another Dream (una delle canzoni migliori dei Professionals), 1-2-3 e Join The Professionals, i relativi lati B, cioé Has Anybody Got An Alibi, la cover di White Light/White Heat dei Velvet Underground e la cover di Baby I Don’t Care di Gene Pitney; le inedite sono invece Kamikaze e Mods, Skins, Punks, due belle canzoni, potenti e corali, che avrebbero potuto trovare felicemente posto sull’album originale ma che purtroppo sono rimaste in archivio per molti anni. Un disco, questo “I Didn’t See It Coming”, che consiglio a tutti i fan dei Sex Pistols ma anche a tutti gli appassionati del punk e dei suoi derivati musicali.

I sostituti (a breve termine)

the-beatles-jimmy-nicolAnche il panorama pop-rock ha i suoi contrattisti a progetto… questo post cerca di dimostrarlo!

Qualche tempo fa ho letto su Rockol che Joey Jordison, batterista degli Slipknot, farà parte nei Korn per cinque mesi, sostituendo il dimissionario Terry Bozzio, mentre la band valuterà un sostituto permanente. La notizia mi ha dato lo spunto per un post dedicato ai sostituti a breve termine, vale a dire quei componenti che hanno fatto parte d’una band per un breve periodo, giusto il tempo di completare un album in studio o di affrontare alcune parti d’un tour. Insomma, dei veri co.co.pro in ambito musicale! Vediamo qualche caso, cercando di procedere in ordine cronologico.

Partiamo dai Beatles, i quali, nel giugno del 1964 e alla vigilia d’un tour internazionale, sono costretti a rimpiazzare un influenzato Ringo Starr. Per non cancellare all’ultimo momento tutti gli impegni previsti, i Beatles decisero quindi di ricorrere ad un sostituto, il batterista Jimmy Nicol (nella foto sopra, coi Beatles ‘originali’), sconosciuto ai più nell’ambiente musicale e tornato a vestire i panni dello sconosciuto dopo questa prestigiosa parentesi di undici giorni. Anche i Bee Gees, fra il 1969 e il ’70, dovettero avvalersi d’un sostituto, anzi una sostituta, del tutto particolare: in quel periodo Robin Gibb aveva lasciato momentaneamente il gruppo e per riproporre dal vivo le tipiche armonie vocali a tre dei fratelli, Barry e Maurice pensarono bene di ricorrere alla propria sorella, Lesley Gibb. Una volta che Robin tornò all’ovile, di Lesley si perse però ogni traccia (artisticamente parlando, ovvio).

Pure i Genesis hanno dovuto far ricorso ad un sostituto, all’indomani della sofferta decisione del chitarrista Anthony Phillips – uno dei fondatori del gruppo – di andarsene, nel corso del 1970. Prima che Peter Gabriel e compagni trovassero in Steve Hackett un componente stabile (per poi rimanervi fino al 1977), venne quindi reclutato Mick Barnard, in modo che la band inglese potesse concludere la serie di concerti prevista in quel periodo. Anche per Mick… non so che cosa abbia combinato negli anni futuri.

Facciamo un salto temporale di oltre dieci anni e arriviamo al 1985, quando, nel corso della lavorazione al fortunato album “Love”, il batterista dei Cult, Nigel Preston, si rivelò troppo fuori di testa per poter continuare le sedute; la band si affidò così al bravissimo Mark Brzezicki dei Big Country per terminare l’album. Anche gli irlandesi Pogues beneficiarono d’un illustre sostituto, Joe Strummer dei Clash: al principio degli anni Novanta, Strummer sostituì in alcuni concerti il dimissionario (e fuori di testa) Shane McGowan, finché Spider Stacy, flautista degli stessi Pogues, decise d’assumere permanentemente anche il ruolo di cantante.

Restiamo sempre in ambito concertistico ma passiamo ai Depeche Mode: durante il massacrante “Devotional Tour” del bienno 1993-94, la band era giunta ad un punto di rottura; un depresso Andy Fletcher capì tutto e mollò il tour nelle sue battute finali. Impossibilitati nel cancellare le date ma forse anche per togliersi di dosso il lavoro, i Depeche Mode ingaggiarono uno dei loro collaboratori, il tastierista Daryl Bamonte, che suonò con Martin Gore e compagni fra il maggio e il luglio ’94, in tutte le tappe previste nel continente americano.

Ritroviamo un altro illustre sostituto nel caso dei Jane’s Addiction: la band californiana effettuò una serie di concerti nel 1997 per suggellare il ritorno sulle scene dopo lo scioglimento del 1991, anche se il bassista Eric Avery non fu della partita. E così i Jane’s Addiction ingaggiarono l’amico Flea, il funambolico bassista dei Red Hot Chili Peppers.

In anni più recenti anche il produttore Bob Rock ha vestito i panni del sostituto: è stato il bassista dei Metallica in studio di registrazione durante le fasi preparatorie dell’album “St. Anger” (2003), dopo che Jason Newsted diede forfait ma prima che quest’ultimo venisse rimpiazzato in pianta stabile da Rob Trujillo dei Suicidal Tendencies.

Ecco, questi sono solo alcuni esempi di sostituzioni temporanee, i primi che mi sono venuti in mente (sono sicuro che anche Eric Clapton è stato un sostituto di lusso in qualche occasione ma al momento non ricordo nulla in proposito). Se ne conoscete degli altri siete calorosamente invitati ad intervenire!

Bruce Springsteen, “Streets Of Philadelphia”, 1993

bruce-springsteen-streets-of-philadelphiaSono poche le canzoni di Bruce Springsteen capaci d’emozionarmi davvero. Una di queste è Streets Of Philadelphia, brano tanto malinconico quanto possente nella sua carica drammatica.

Uno Springsteen dolente, quasi dimesso rispetto alla sua grinta abituale, qui alle prese con una delle sue canzoni più semplici e sincere.

Se vogliamo pignoleggiare, forse la base vagamente hip-hop non è proprio gradevolissima ma nel complesso si tratta di una canzone davvero memorabile.
Streets Of Philadelphia è apparsa per la prima volta nella colonna sonora del film “Philadelphia” (1993), prima di essere inclusa nelle successive raccolte del Boss.

George Harrison, “Living In The Material World”, 1973

george harrison living in the material world immagine pubblicaAssieme al monumentale “All Things Must Pass” (1970), il più sentimentale “Living In The Material World” è il mio album preferito fra quelli del compianto George Harrison. Registrato dopo lo storico concerto per il Bangladesh, organizzato dallo stesso Harrison nell’estate ’71, “Living In The Material World” è il secondo album post-Beatles per George ed è quello che lo consacrò una volta per tutte come solista di successo. Vediamo uno ad uno gli undici brani che formano il disco originale.

Si comincia con la dolce ed indimenticabile Give Me Love (Give Me Peace On Earth), semplicemente una delle canzoni più belle di George; pubblicata come singolo apripista, Give Me Love volò meritatamente al 1° posto della classifica americana. Segue la dolente ma sarcastica Sue Me Sue You Blues, una stoccata sulle cause legali in corso a quel tempo fra i Beatles, in particolare fra Paul McCartney (forse il principale bersaglio della canzone) ed il resto del gruppo; caratteristica saliente di questo blues è l’uso della chitarra slide, suonata dallo stesso George.

Ma l’amarezza lascia di nuovo posto alla dolcezza e al sentimentalismo (caratteristiche salienti di questo lavoro), con la successiva The Light That Has Lighted The World, una delle canzoni più tenere del nostro; davvero magnifica, nient’altro da aggiungere. Segue la più ritmata Don’t Make Me Wait Too Long, forse il brano più beatlesiano del disco, che non avrebbe sfigurato affatto in un album come “Abbey Road” (1969). La canzone successiva, Who Can See It, è invece una delle più commoventi mai incise da George, romantica e appassionata, con un morbido & avvolgente suono di chitarra.

Con l’omonima Living In The Material World ritroviamo un ritmo più movimentato (e somigliante a Lucy In The Sky With Diamonds, sebbene accelerata): il brano è assai interessante per i suoi cambiamenti di tempo (più disteso nel ritornello, dove ricorda pure Within You Without You grazie al medesimo impiego di strumenti indiani), per l’arrangiamento (bello lo scambio di frasi tra sax e chitarra solista) e per la citazione nel testo della frase ‘John and Paul in the material world’, altra frecciata verso i suoi ex colleghi.

La successiva The Lord Loves The One (That Loves The Lord) è la canzone (un pop-blues piuttosto monotono) che amo meno di questo disco, seguìta però da una di quelle che amo di più, la meditabonda Be Here Now. Brano perlopiù acustico, Be Here Now è una delle cose più toccanti mai proposte da un Beatle, una gemma preziosa che forse da sola vale l’acquisto di tutto il disco. Try Some Buy Some è invece una collaborazione di George Harrison con Phil Spector, il più blasonato dei produttori, iniziata nel 1971: se l’ingombrante arrangiamento orchestrale ci riporta alle atmosfere del beatlesiano “Let It Be” (album prodotto dallo stesso Spector, così come “All Things Must Pass”), il brano in sé è un’altra dolce ed indimenticabile melodia offerta dal nostro.

La delicata The Day The World Gets ‘Round è un altro pezzo che ricalca alcune sonorità tipiche dei Beatles: l’orchestrazione, in particolare, ricorda Across The Universe, ma non manca un pizzico di The Long And Winding Road. Appropriatamente conclude il tutto la lieve e malinconica That Is All, un’altra grande canzone, splendida per sentimento, per un grande album.

Da segnalare, infine, alcuni musicisti che hanno contribuito ad arricchire questo lavoro autoprodotto dallo stesso George: il mitico Ringo Starr, il pianista/tastierista Nicky Hopkins, il batterista Jim Keltner e il bassista Klaus Voormann, amico dei Beatles fin dai tempi di Amburgo e frequente collaboratore anche di John Lennon.

Tears For Fears, “Everybody Loves A Happy Ending”, 2004

tears-for-fears-everybody-loves-a-happy-endingNei primi mesi del 2003 viene dato l’annuncio ufficiale che i Tears For Fears, vale a dire Roland Orzabal e Curt Smith, sono tornati finalmente insieme e che si apprestano a pubblicare un nuovo album da studio, il primo da “Raoul And The Kings Of Spain”, datato 1995, ma soprattutto il primo da “The Seeds Of Love” del 1989, l’ultimo album della band inglese a figurare Smith in formazione.

Passa oggi e passa domani e la pubblicazione del disco, intitolato “Everybody Loves A Happy Ending”, viene rinviata a data da destinarsi, con ogni probabilità nel corso del 2004. La cosa mi sembra assurda perché i Tears For Fears hanno firmato per la Universal, una delle quattro major discografiche, e non riesco a capire il motivo di tanto ritardo, considerando che il primo singolo, la stupenda Closest Thing To Heaven, è in rotazione nelle programmazioni radiofoniche. Per me sono mesi lunghissimi, come forse si saprà i Tears For Fears sono fra i miei gruppi preferiti e attendevo questo ritorno da molto tempo, dato che se ne parlava fin dal 2000.

Arriva così il fatidico 2004, passano i mesi, uno dopo l’altro, e del disco non si sa nulla, finché, si dice, “Everybody Loves A Happy Ending”, è uscito nel solo mercato nordamericano. Poi, in un tetro pomeriggio di dicembre, vedo il nuovo disco dei Tears For Fears esposto nella vetrina d’un negozio di Pescara! Entro immediatamente e controllo il disco: è una stampa canadese (un import quindi), etichettata dalla NewDoor, una branca della Universal, e venduta alla non modica cifra di ventitrè euro. Macchissenefrega, penso io allegramente, sono anni che aspetto e chissà quanto altro tempo dovrà passare prima che ‘sto ciddì esca pure in Italia!

Con mia somma gioia scopro che “Everybody” non è soltanto un bel disco ma è anche uno dei migliori mai proposti dai Tears For Fears. E’ un vero peccato che un album del genere abbia avuto una distribuzione tanto tribolata; tuttavia, nei primi mesi del 2005, il disco è finalmente disponibile anche nel mercato europeo, con due nuovi brani in aggiunta. Lo compro di nuovo… per regalarlo ad un amico che ha preso l’agognata laurea. Fatta questa lunga ma doversa introduzione, passo a recensire le singole canzoni dell’album, dodici in tutto.

1-2) Si parte con l’omonima Everybody Loves A Happy Ending, sorta d’introduzione a tutto il disco, un brano piuttosto teatrale dai continui cambiamenti di tempo e d’atmosfera cantato da Roland. Segue la magnifica Closest Thing To Heaven, primo singolo estratto dall’album: il brano presenta un’evidente somiglianza con Sowing The Seeds Of Love, successo dei nostri datato 1989, ma la canzone in sè è una delle migliori mai offerte dal gruppo.

3-4) Call Me Mellow è un delizioso pop rock, altamente orecchiabile e melodicamente irresistibile, tanto da essere stato pubblicato anch’esso come singolo. Con Size Of Sorrow ritroviamo finalmente la voce solista di Curt Smith in un disco dei Tears For Fears dopo la bellezza di quattordici anni! Un brano piuttosto meditabondo, eseguito e cantato con infinita dolcezza per quello che è uno dei momenti migliori dell’album.

5-6) La successiva Who Killed Tangerine? presenta due tempi distinti: un’atmosfera più drammatica e vagamente psichedelica caratterizza la sequenza delle strofe, cantate da Roland, mentre il ritornello è un’autentica esplosione corale, con la voce di Curt in bell’evidenza. Segue la rockeggiante Quiet Ones, un brano che sembra uscito dalle sedute di registrazione di “Elemental” (1993), quando il gruppo era lo pseudonimo artistico del solo Orzabal; in realtà la presenza di Smith in questa coinvolgente canzone è forte e chiara.

7-8) Ancora Curt è il protagonista della dolce e melodica Who You Are, un brano originariamente pensato per il suo “Halfway, Pleased“, un album solista pubblicato soltanto nel 2007. Con la successiva The Devil ritroviamo la voce di Roland in primo piano, per un’atmosfera dolente ed epica al tempo stesso; un brano più atmosferico ma dal sicuro impatto sull’ascoltatore.

9-10) Secret World, una delle canzoni più belle e orecchiabili del disco, ricorda molto le sonorità di Paul McCartney al tempo dei suoi Wings, specie un brano come Let ‘Em In. E’ comunque un altro dei momenti salienti di quest’album. La successiva Killing With Kindness è un’altra magnifica canzone: la sequenza delle strofe è più grave e dolente, mentre lo spazioso ritornello è alquanto liberatorio… l’atmosfera complessiva mi ricorda alcune sonorità tipiche degli anni Settanta.

11-12) Ladybird è una canzone molto interessante: al cullante ritmo nelle strofe, con Roland che sembra cantare ad occhi chiusi, seguono due ritornelli (‘there’s a room somewhere…’ ad opera di Roland e ‘ladybird fly away…’ ad opera di Curt), mentre il bridge ricorda alcune atmosfere presenti in “Pet Sounds” (1966), il capolavoro dei Beach Boys. Il tutto sembra trasportarci via in una dimensione di sogno. Con Last Days On Earth siamo così giunti all’ultima canzone di “Everybody”: un brano vitale, ottimo se suonato mentre si è al volante, ma al contempo suadente e rilassato.

Fin dal primo ascolto ho avuto la certezza di trovarmi alle prese con un gran bel disco, dove si sente chiaramente che per Orzabal e Smith è stato un vero piacere poter tornare a fare musica insieme, infischiandosene delle mode e traendo spunto dagli artisti che più li hanno ispirati: Beatles e Beach Boys sopra gli altri, ma mi pare anche di ravvisarvi qualcosa del compianto Barry White. Purtroppo, come ho cercato di spiegare sopra, la distribuzione di “Everybody Loves A Happy Ending” non è stata delle più felici e forse i continui ritardi di pubblicazione hanno finito col confondere le aspettative di molti potenziali acquirenti. Ma in fondo la questione non m’importa più di tanto: da fan dei Tears For Fears posso assicurare che questo è uno dei loro dischi migliori.