George Harrison, “Living In The Material World”, 1973

george harrison living in the material world immagine pubblicaDopo il monumentale “All Things Must Pass” (1970), il più sentimentale “Living In The Material World” è il mio album preferito fra quelli del compianto George Harrison. Registrato dopo lo storico concerto per il Bangladesh, organizzato dallo stesso Harrison nell’estate ’71, “Living In The Material World” è il secondo album post-Beatles per George ed è quello che lo consacrò una volta per tutte come solista di successo. Vediamo uno ad uno gli undici brani che formano il disco originale.

Si comincia con la dolce ed indimenticabile Give Me Love (Give Me Peace On Earth), semplicemente una delle canzoni più belle di George; pubblicata come singolo apripista, Give Me Love volò meritatamente al 1° posto della classifica americana. Segue la dolente ma sarcastica Sue Me Sue You Blues, una stoccata sulle cause legali in corso a quel tempo fra i Beatles, in particolare fra Paul McCartney (forse il principale bersaglio della canzone) ed il resto del gruppo; caratteristica saliente di questo blues è l’uso della chitarra slide, suonata dallo stesso George.

L’amarezza lascia però di nuovo posto alla dolcezza e al sentimentalismo (caratteristiche salienti di questo lavoro), con la successiva The Light That Has Lighted The World, una delle canzoni più tenere del nostro; davvero magnifica, nient’altro da aggiungere. Segue la più ritmata Don’t Make Me Wait Too Long, forse il brano più beatlesiano del disco, che non avrebbe sfigurato affatto in un album come “Abbey Road” (1969). La canzone successiva, Who Can See It, è invece una delle più commoventi mai incise da George, romantica e appassionata, con un morbido & avvolgente suono di chitarra.

Con l’omonima Living In The Material World ritroviamo un ritmo più movimentato (e somigliante a Lucy In The Sky With Diamonds, sebbene accelerata): il brano è assai interessante per i suoi cambiamenti di tempo (più disteso nel ritornello, dove ricorda pure Within You Without You grazie al medesimo impiego di strumenti indiani), per l’arrangiamento (bello lo scambio di frasi tra sax e chitarra solista) e per la citazione nel testo della frase ‘John and Paul in the material world’, altra frecciata verso i suoi ex colleghi.

La successiva The Lord Loves The One (That Loves The Lord) è la canzone (un pop-blues piuttosto monotono) che amo meno di questo disco, seguìta però da una di quelle che amo di più, la meditabonda Be Here Now. Brano perlopiù acustico, Be Here Now è una delle cose più toccanti mai proposte da un Beatle, una gemma preziosa che forse da sola vale l’acquisto di tutto il disco. Try Some Buy Some è invece una collaborazione di George Harrison con Phil Spector, il più blasonato dei produttori, iniziata nel 1971: se l’ingombrante arrangiamento orchestrale ci riporta alle atmosfere del beatlesiano “Let It Be” (album prodotto dallo stesso Spector, così come “All Things Must Pass”), il brano in sé è un’altra dolce ed indimenticabile melodia offerta dal nostro.

La delicata The Day The World Gets ‘Round è un altro pezzo che ricalca alcune sonorità tipiche dei Beatles: l’orchestrazione, in particolare, ricorda Across The Universe, ma non manca un pizzico di The Long And Winding Road. Appropriatamente conclude il tutto la lieve e malinconica That Is All, un’altra grande canzone, splendida per sentimento, per un grande album.

Da segnalare, infine, alcuni musicisti che hanno contribuito ad arricchire questo lavoro autoprodotto dallo stesso George: il mitico Ringo Starr, il pianista/tastierista Nicky Hopkins, il batterista Jim Keltner e il bassista Klaus Voormann, amico dei Beatles fin dai tempi di Amburgo e frequente collaboratore anche di John Lennon.

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Autore: Matteo Aceto

Quarantenne, lettore onnivoro, cinefilo selettivo, ancora compro dischi.

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