Depeche Mode, “Songs Of Faith And Devotion”, 1993

depeche-mode-songs-of-faith-and-devotion“Songs Of Faith And Devotion” contende a “Violator” il titolo di miglior album dei Depeche Mode. Personalmente preferisco “Violator” ma questo “Songs” è un lavoro straordinario che segna il punto più alto dell’evoluzione stilistica raggiunto dalla celebre band inglese.

Nonostante tutte le canzoni portano la firma di Martin Gore, il sound complessivo di questo disco riflette il desiderio di Dave Gahan d’inserirsi nel filone dell’alternative rock, un genere che all’epoca stava segnando il culmine del suo successo critico/commerciale, sulla scia di band quali Nirvana, Pearl Jam, Red Hot Chili Peppers e Jane’s Addiction. Celebre la dichiarazione di Dave, in quel periodo, secondo la quale non avrebbe più interpretato brani danzerecci.

“Songs Of Faith And Devotion” inizia con quello che è il brano più potente dell’intero repertorio dei Depeche Mode, I Feel You: per quanto l’elettronica sia ben in vista, l’elemento dominante della struttura melodica di questa canzone è la chitarra ritmica, impegnata in un trascinante rock-blues. Con I Feel You i Depeche Mode fanno capire fin da subito che tipo di sonorità sono riusciti ad assimilare pur mantenendo intatto il loro personalissimo stile. Inoltre, nonostante la durezza della musica, I Feel You vanta uno dei testi più romantici mai proposti da Martin.

Walking In My Shoes è una delle canzoni dei Depeche Mode che più amo in assoluto: questo non è pop, non è rock, è un sound che solo un gruppo come questo è in grado di generare, in perfetto equilibrio fra sensibilità per le belle melodie & atmosfere tanto oscure quanto epiche. Anche in questo caso, inoltre, siamo in presenza d’un bel testo, caratteristica comune a tutte le altre canzoni del disco, a dire il vero.

Segue l’emozionante gospel di Condemnation, dove Dave Gahan ci regala la sua miglior prova vocale fino a questo punto della sua luminosa carriera: si stenta un po’ a credere che questa sia la band di Just Can’t Get Enough ma con Condemnation (edita come terzo singolo, dopo le due canzoni precedenti), i Depeche Mode portano il pop su una vetta altissima.

Con Mercy In You siamo alle prese con un secondo ibrido rock, dove – così come per I Feel You – è la chitarra di Martin lo strumento portante; da urlo la prova vocale di Dave, che si sdoppia nei ritornelli. Segue Judas, cantato dal solo Gore, che riflette invece atmosfere più intimiste e composte, in un brano alquanto disteso e meditabondo.

Con In Your Room torniamo al cospetto d’un autentico brano dark, imponente per strumentazione impiegata, parte vocale e testo: sono quasi sette minuti nei quali i Depeche Mode ci accompagnano in una dimensione che soltanto loro sono in grado d’evocare. La versione di In Your Room pubblicata come singolo è però notevolmente diversa, presentando un efficace arrangiamento rock.

Get Right With Me è un altro magnifico gospel, seppur con un sound più metropolitano – con tanto di scratch del giradischi – rispetto a Condemnation: il testo è molto positivo e la voce di Dave è ancora una volta superlativa. Il veloce Rush è invece un altro brano ascrivibile ai canoni dell’alternative-rock, impreziosito – manco a dirlo – da una grandissima prestazione vocale di Gahan. In particolare, mi piace molto la parte in cui canta ‘I’m not proud of what I do / when I come up / when I rush / I rush for you’.

In One Caress ritroviamo Gore alla voce solista, per quella che è una sinfonica & crepuscolare melodia: sembra un brano di musica lirica, con Martin che – forse per non sfigurare nei confronti di Dave – ci regala una prova vocale da brividi, soprattutto nel finale, quando viene accompagnato da un emozionante crescendo orchestrale.

Higher Love è a mio avviso una delle migliori chiusure d’un album dei Depeche Mode: un brano intenso, oscuro, eppure carico di speranza, un originale inno all’amore che solo una band come questa avrebbe potuto concepire. Mi vengono i brividi quando Dave e Martin, all’unisono, cantano ‘heaven bounds on the wings of love, there’s so much that you can rise above’. Il finale, poi, con quelle voci distorte che s’incrociano, mi regala sempre grandi emozioni.

“Songs Of Faith And Devotion” è un disco imperdibile per gli appassionati dei Depeche Mode ma anche per chi apprezza l’affascinante scena dell’alternative-rock. All’epoca, l’album conquistò simultaneamente le vette della classifica britannica e statunitense, suggellando così l’apice commerciale dei Depeche Mode. Ignoro il reale contributo di Andy Fletcher a questo disco, ma la parte di Alan Wilder – il più efficace forgiatore musicale delle felici intuizioni autoriali di Martin Gore – è semplicemente da applausi. Purtroppo, “Songs Of Faith And Devotion” sarà per Alan l’ultimo album da studio come componente dei Depeche Mode.

Un album – infine – che è stato pubblicato anche in una potente versione dal vivo, al termine del 1993: se questo live è complessivamente inferiore alla versione da studio che abbiamo appena analizzato, la forza delle canzoni resta comunque intatta e in alcuni casi risplende con maggior vigore.

Autore: Matteo Aceto

Quarantenne, lettore onnivoro, cinefilo selettivo, ancora compro dischi.

10 pensieri riguardo “Depeche Mode, “Songs Of Faith And Devotion”, 1993”

  1. Mat, per quanto riguarda Violator….d'accordissimo con te. Per me i DM hanno raggiunto l'apice mai piu' raggiunto con Violator. Ovvio che anche qui e' un parere personale, dato che amo il lato piu' elettronico e meno quello rock (se cosi' lo vogliamo chiamare)dei DM.
    Per quanto riguarda Andy Fletcher….di contributi “musicali” credo ne abbia dati ben pochi (negli album di cui si parla). Lui diciamo…e' piu' una figura “politica”.
    Mentre per quanto riguarda Recoil, il mio consiglio e' di ascoltare “Bloodline”, uscito dopo Violator. Suoni simili a “Masses”. Mi e' piaciuto parecchio. E poi Alan nei DM era fondamentale….dopo il suo abbandono….la differenza l'ho sentita parecchio.

  2. E sì, Deepcri, anche per me tutto sommato “Violator” è superiore.
    Sui contributi di Andy però ho alcuni dubbi: non so se hai dato un'occhiata al nuovo sito dei DM, ma c'è un breve filmato – tratto dalle session che la band sta facendo in questi mesi per il nuovo album – dove si vede Andy sperimentare con creatività su alcune soluzioni sonore. Magari tanti effetti che abbiamo apprezzato nei dischi dei DM erano dovuti proprio a lui, chissà…
    Sì, l'assenza di Alan è stata pesante, mi sono sempre chiesto cosa sarebbe stato un disco come “Ultra” con il suo contributo. Da qualche parte devo avere una copia masterizzata di “Bloodline”, l'avrò ascoltata solo una volta anni fa… mi hai fatto tornare la curiosità!

  3. Ciao, Valerio. L'ho visto sul sito ufficiale dei Depeche Mode, mentre completavano in studio l'album “Sounds Of The Universe”. Ogni tanto postavano sul sito un breve filmato che mostrava brevemente una fase di registrazione delle nuove canzoni.

  4. Uhmmmm dovrò cercare….ma lavorava al synth?
    Comunque anche nel montaggio di Martyr con i video della “Fletchcam” lo si vede suonare una tastiera (molto probabilmente durante una registrazione di un brano, dato che indossava delle cuffie).
    Che negli ultimi due album sia tornato ad usare i sintetizzatori?

  5. Francamente non me lo ricordo più. Ricordo però qualcuno (ma forse era Martin Gore) che sperimentava con un cono d'altoparlante che emetteva suoni a contatto ravvicinato con una superficie dello studio.

  6. Allora, probabilmente era Gore….con questo, possiamo dire che il contributo in studio di Fletcher rimane ancora un mistero 😀

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