Joe Jackson, “Night and Day”, 1982

joe-jackson-night-and-day-immagine-pubblica“Night and Day” è l’album più noto e celebrato di Joe Jackson, bravo cantautore inglese a quel tempo in fuga a New York, città nella quale stava definendosi il sound che avrebbe caratterizzato la musica leggera per tutti gli anni Ottanta. Lì il nostro scrive ed incide un lavoro notevolmente compatto, colorato ed effervescente, grazie all’uso continuo di percussioni di vario tipo (conga, bonghi, timpani, xilofoni, campanacci e quant’altro), il tutto però caratterizzato – come si evince dall’immagine di copertina – dal pianoforte e dalle tastiere, suonate dallo stesso Jackson. Gli altri strumenti impiegati sono basso, batteria, sax, archi… ma curiosamente non c’è traccia di chitarra in questo lavoro.

“Night and Day” è idealmente suddiviso in due parti, ‘night’ (con cinque canzoni tutte collegate musicalmente) e ‘day’ (con quattro canzoni separate), per l’appunto. Vediamole entrambe procedendo secondo la scaletta dell’album.

Si parte con Another World, brano che mette già in luce tutti gli elementi tipici del disco: belle melodie, arrangiamenti ricercati, vitalità ritmica (con percussioni a go-go), strizzata d’occhio alla world music, testi semplici ma mai banali. Segue quindi la danza esotica (e vagamente ipnotica) di Chinatown, canzone ben più notturna della precedente ma pur sempre molto vivace.

Poi è la volta dell’interessante T.V. Age, un misto fra pop, rap e world music, col caldo sound del sassofono a ritagliarsi maggior spazio. Con Target gli elementi più latineggianti finora incontrati si fanno ancora più accentuati, in quello che è un variopinto e coinvolgente brano calypso.

La successiva Steppin’ Out è invece la canzone più famosa di Joe Jackson, credo che se la ricordi chiunque abbia avuto dai dieci anni in su negli anni Ottanta; qui il ritmo si discosta parecchio da quel che abbiamo ascoltato finora, vale a dire un trascinante electro-pop sul quale si innesta comunque il delicato piano e la bella parte vocale di Joe.

Fin qui abbiamo visto la parte notturna del disco… ora passiamo a quella diurna. Si inizia con un altro brano famoso, Breaking Us In Two: per quanto sia leggermente malinconica, si tratta d’una canzone emotivamente molto coinvolgente, sulla quale – dopo qualche ascolto – è praticamente impossibile non canticchiarci sopra. Un brano pop di classe, ecco cos’è Breaking Us In Two in poche parole!

Segue la latineggiante Cancer che forse, dal punto di vista melodico, è il pezzo meno riuscito di questo disco: tuttavia il ricco arrangiamento percussivo e soprattutto il bell’interludio strumentale (guidato dal pianoforte) rendono piacevole anch’esso. Le ultime due canzoni in programma, Real Men e A Slow Song, sono invece due lente ballate: la prima è un tantino epica e, nell’elaborata sequenza armonica, somiglia ad una composizione classica; bella la parte vocale di Joe in tutto il pezzo, anzi Real Men è la canzone dove canta meglio in questo disco. La seconda, la delicata A Slow Song, è un invito al DJ di turno a suonare una canzone lenta, una canzone per sottolineare i momenti di tenerezza con la persona amata. E’ una grande ballata che chiude un grande disco, null’altro da dire.

– Matteo Aceto

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Autore: Matteo Aceto

Quarantenne, lettore onnivoro, cinefilo selettivo, ancora compro dischi.

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