Public Image Ltd., “Second Edition”, 1979

pil-second-edition-metal-boxNoto ai più come “Metal Box” per una ragione che vedremo fra poco, “Second Edition” è il secondo album dei Public Image Ltd., la suprema formazione dark-punk cui Johnny Rotten (o John Lydon che dir si voglia) ha dato vita assieme a Keith Levene all’indomani del suo abbandono ai Sex Pistols.

Probabilmente il miglior album dei PiL e uno dei dischi più intransigenti & anticonformisti che la storia del rock annoveri, “Second Edition” è purtroppo l’ultimo album della band inglese ad avvalersi delle eccezionali linee di basso di Jah Wobble; si tratta comunque d’un lavoro discografico incredibile, un’autentica prova di forza lunga un’ora nella quale troviamo abilmente fuse sonorità dub, reggae, funk, dark, punk, noise ed elettroniche.

“Second Edition” è un grandioso calderone di stili che pone i PiL come una delle band più originali – e purtroppo misconosciute – fra quelle della scena new wave (diciamo gli anni 1978-1982). Fatta questa breve premesssa passiamo all’analisi delle dodici tracce che compongono l’album.

La prima volta che ascoltai Albatross rimasi fin dai primissimi secondi incantato dal sound che le mie orecchie stavano percependo: un tempo medio molto groovy – caratterizzato dal pronunciato & pulsante basso di Wobble e dalla secca & puntuale batteria – sul quale s’innestano la tagliente chitarra di Levene e il canto insolitamente baritonale (e distante) di Lydon. Albatross si fa carico di tutto questo per l’epica lunghezza di dieci minuti e mezzo, ma sono dieci minuti e mezzo assolutamente coinvolgenti dove i PiL ci portano molto lontano, più lontano di quanto si siano mai spostate le band coeve di questa.

Segue il trascinante dub-rock di Memories, uno dei singoli estratti da “Second Edition”: vi ritroviamo il canto stralunato del più tipico John Lydon, mentre la base strumentale è ancora una volta molto groovy ed eccezionalmente compatta. Grazie ad alcune cadenze mediorientali (che i Pil proporranno con più vigore nel successivo “Flowers Of Romance”), Memories è una canzone trascinante e piacevolmente alienante.

Con Swan Lake siamo in presenza di uno dei pezzi più memorabili dei PiL, un’eccezionale fusione fra attitudine punk, testo darkeggiante e musica dance/funk. Straordinario all’inizio l’effetto chitarristico che Levene infonde alla sua chitarra (una sorta di avvitamento), seguìto dal geniale ed avvolgente giro di basso che s’inventa Wobble. Ottima tutta la parte di batteria, così come il canto stravolto di Lydon, impegnato in una delle sue performance più memorabili (e appassionate). Leggermente remixata, Swan Lake è stata anche pubblicata come singolo e per l’occasione reintitolata Death Disco.

Se con Poptones siamo alle prese con una disturbata & disturbante deriva dub-noise lunga oltre sette minuti e mezzo, con Careering troviamo invece una canzone che sfugge a qualsiasi catalogazione… forse un primordiale esempio di musica industrial, forse ancora un originale precursore del genere techno, Careering (edita pure su singolo!) rappresenta un interessantissimo esperimento sonoro elettro-dub/funk (uso questi termini per dare un’idea…) che solo un gruppo come i PiL poteva concepire nel ’79. Aggiungo solo che per me Careering è uno dei brani più rappresentativi mai registrati dai nostri.

A seguire troviamo due tracce strumentali: prima la vivace ma nervosa Socialist (con Levene che poggia la chitarra per dilettarsi ai sintetizzatori) e poi il coinvolgente noise-funk di Graveyard. Quest’ultima è in realtà la semplice base strumentale di Another, uno dei vari B-side.

Con la notturna The Suit ritroviamo il canto (piuttosto distaccato) di Lydon, adagiato su un’impassibile parte di batteria (molto probabilmente suonata da Levene) e su una morbida ma vivace parte di basso eseguita da Wobble.

Da qualche parte ho letto che il testo di Bad Baby, la canzone seguente, è uno scherzoso riferimento allo stesso Keith Levene. Dal canto suo, Levene molla ancora una volta la chitarra per dedicarsi al sintetizzatore, mentre una squadrata batteria, sorretta dal solido basso di Wobble, conduce il tempo in una sorta di marcia.

In No Birds ritroviamo pure la tagliente chitarra di Levene in quello che è forse il brano meno definito in questo disco (una sorta di veloce ma non troppo noise-rock). Tuttavia i quasi cinque minuti di No Birds si amalgamano bene nei sessanta totali per cui veniamo piacevolmente condotti al brano seguente.

L’implacabile e martellante marcia di Chant è la canzone più punk fra quelle contenute in questo disco, anche se in “Second Edition” (e in gran parte pure nel precedente “First Issue”) i PiL sono andati ben oltre i rigidi (e facili) schemi del pezzo punk.

Radio 4, suonato interamente da Keith Levene, è uno strumentale d’atmosfera, elettronico e quasi ambient, che poco somiglia a quanto abbiamo ascoltato finora. Rappresenta comunque una splendida chiusura per un album eccezionale quale è questo “Second Edition”.

Qualcuno avrà forse notato che non ho menzionato il nome del batterista: il motivo è che si alternano ai tamburi ben sei musicisti diversi, nessuno accreditato nelle scarne note interne dell’album, fra i quali troviamo però gli stessi Levene e Wobble. Altri due sono sicuramente Richard Dudanski (già con The 101ers, la band pre-Clash di Joe Strummer) e Martin Atkins, quest’ultimo di lì a poco un membro permanente in seno ai PiL.

Infine, impossibili da ignorare in questo caso, alcune cose sulla veste grafica e il formato dell’album che abbiamo appena visto: originariamente pubblicato come triplo 12” (dodici pollici o elleppì da quarantacinque giri per i non avvezzi al gergo discografico) in una confezione metallica simile a quella usata per le vecchie bobine dei film (da qui il titolo di “Metal Box”), nel corso del 1980, su pressioni della casa discografica, l’album è stato ristampato come doppio elleppì (la cui copertina è raffigurata nella foto sopra) e col titolo cambiato in, per l’appunto, “Second Edition”.

Anche la scaletta dei brani è stata leggermente modificata per adattarsi al nuovo formato ma il contenuto di “Metal Box” è identico a quello di “Second Edition”: un’ora buona di musica originale, sfrontata, assolutamente anticommerciale ma tecnicamente ineccepibile. Un album che valuterei con un bel undiciellode!

– Mat

Pet Shop Boys, “Behaviour”, 1990

pet-shop-boys-behaviour-immagine-pubblicaQuarto album da studio dei Pet Shop Boys, “Behaviour” è il disco più raffinato e forse più memorabile del celebre duo elettropop inglese. E’ anche l’album (ma questo è il meno importante dei dati) che più apprezzo fra quelli incisi dalla premiata ditta Neil Tennant & Chris Lowe. Nel complesso, “Behaviour” presenta un sound molto meno danzereccio del solito ed è caratterizzato da un’atmosfera più riflessiva ed intimista.

Si parte con la dance malinconica di Being Boring, uno dei quattro singoli estratti da quest’album. Un ritmo morbidamente avvolgente, cantato da un Tennant rilassato e a suo agio su una base di elegante pop d’autore. Being Boring è una di quelle canzoni che forse non colpiscono all’istante, pur rivelandosi fin da subito interessante: ascolti successivi dovrebbero però renderla molto piacevole all’ascoltatore.

Segue quella che per me è la canzone più bella del disco, This Must Be The Place I Waited Years To Leave, dalla melodia tanto malinconica quanto epica. Con Johnny Marr degli Smiths alla chitarra, Angelo Badalamenti alla conduzione dell’orchestra e Chris Lowe alle prese con delle ottime parti di tastiera, This Must Be The Place è un ascolto molto emozionante e assolutamente coinvolgente, fra le migliori cose mai registrate dai Pet Shop Boys.

Poi è la volta della lenta e romantica To Face The Truth: l’inizio mi piace tantissimo, con quel breve coretto seguìto da spezzate ma morbide percussioni elettroniche. Su tutto la voce in falsetto di Neil, forse la cosa più evidente se volessimo descrivere un ‘pet shop boys sound’. Complessivamente, To Face The Truth resta una magistrale ballata d’atmosfera.

Segue un altro singolo, How Can You Expect To Be Taken Seriously?, dalla ritmica ben più imponente del brano precedente e vagamente rockeggiante. E’ un sound che si discosta leggermente dalla tipica musica petshopboysiana eppure è molto caratterista di questa band ed è perfettamente risconoscibile già al primo ascolto.

Con la riflessiva Only The Wind ritroviamo un’atmosfera più quieta e introspettiva ma anche la conduzione orchestrale di Badalamenti. L’elegante Only The Wind è un’autentica perla: non solo si pone come fra i pezzi migliori di questo album ma, a mio avviso, resta una delle canzoni migliori dei Pet Shop Boys.

My October Symphony è una lieve e delicata cavalcata pop, dove ritroviamo Johnny Marr alla chitarra. Sarà la suggestione del titolo ma in effetti siamo alle prese con un brano piacevolmente autunnale, quasi un accompagnamento allo scorrere del tempo che volge verso l’inverno. Bello l’accompagnamento orchestrale dell’Alex Balanescu Quartet, che si ritaglia uno spazio tutto suo in coda alla canzone.

So Hard, primo singolo tratto da “Behaviour”, presenta invece un arrangiamento più tipico dei Pet Shop Boys, a metà fra il pop d’autore e le atmosfere più marcatamente dance. Per certi aspetti, un pezzo come So Hard stona un po’ con gli altri, tuttavia la sua bella esecuzione – sia strumentale che vocale – fa di questa canzone una delle più coinvolgenti mai realizzate dai nostri.

Il lento pulsare di Nervously ci introduce quella che è una ballata elettronica di grande atmosfera, un brano molto intenso che ci regala un’indimenticabile parte vocale di Neil. Segue The End Of The World, un altro brano dagli accenti più danzerecci, ma pur sempre in linea col sound complessivo di “Behaviour”. E’ una canzone gradevolmente coinvolgente che avrei forse preferito ascoltare per ultima nel disco in questione.

La conclusiva Jealousy, anch’essa estratta come singolo, è un’altra ballata elettronica, decisamente più epica (soprattutto nel maestoso finale) di quelle finora incontrate. Apparsa per la prima volta su “Behaviour” nel 1990, Jealousy è però una delle prime canzoni scritte dai Pet Shop Boys, risalente, se non erro, al 1983. Pare che il nostro duo voleva interpretarla con Ennio Morricone ma che infine la collaborazione è saltata per impegni da parte del leggendario compositore italiano. La collaborazione sarà tuttavia soltanto rimandata, al 1987, per un brano dell’album “Actually”… ma questa è già un’altra storia.

– Mat

David Bowie (seconda parte)

david-bowie-immagine-pubblicaRiprendiamo la storia dell’immenso David Bowie, dopo aver tracciato la sua vita fra gli anni 1967-1979 col post precedente.

L’avvento degli anni Ottanta segna un profondo cambiamento nell’arte bowiana: se da una parte la frequenza degli album del nostro sarà parecchio ridimensionata, dall’altra si registrerà una notevole espansione dei suoi interessi verso il cinema e la realizzazione di colonne sonore, oltre che una mole considerevole di collaborazioni (musicali e non) con altri artisti famosi, mentre al termine del decennio Bowie sarà preso da una nuova smania di sperimentazione.

Ma andiamo con ordine e partiamo dal 1980. E’ l’anno che riporta David Bowie dov’era stato spesso nel decennio precedente, vale a dire al 1° posto della classifica inglese, grazie al robusto album “Scary Monsters” e all’eccezionale singolo Ashes To Ashes. Se la collaborazione con Brian Eno è terminata col precedente “Lodger” (1979), in “Scary Monsters” ritroviamo comunque Tony Visconti (però al suo ultimo atto con Bowie per quanto riguarda il resto degli anni Ottanta) e Robert Fripp, che contribuiscono a modellare un album ottimamente bilanciato fra sonorità più commerciali & accessibili e incessanti sperimentazioni sonore (ma anche visuali, dato che David dirige pure lo stupefacente video di Ashes To Ashes).

Il 1981 non porta nessun nuovo album bowiano ma segna una collaborazione importante, quella del nostro con i Queen, per il celeberrimo hit di Under Pressure. E’ la prima d’una serie di illustri collaborazioni che continueranno nel corso del decennio con artisti del calibro di Bing Crosby, Mick Jagger, Iggy Pop, Tina Turner, Giorgio Moroder, Pat Metheny e altri. Nello stesso periodo, inoltre, Bowie è molto attivo in ambito cinematografico: qui ricordo i film “I Ragazzi dello zoo di Berlino” (1982), “Miriam Si Sveglia a Mezzanotte” (1983), “Furyo” (1983), “Labyrinth” (1986), “Absolute Beginners” (1986), “L’Ultima tentazione di Cristo” (1988), ma anche svariate colonne sonore, oltre che in alcuni dei film citati anche per “Il Bacio della Pantera” (1982), “The Falcon & The Snowman” (1985, con la bellissima This Is Not America), “When The Wind Blows” (1986), “Pretty Woman” (1990) e altri.

Gli album musicali veri e propri firmati da David Bowie negli anni Ottanta sono invece soltanto tre: il fortunatissimo “Let’s Dance” (1983, contenente i grandiosi singoli China Girl e Let’s Dance e prodotto dal nostro col leggendario Nile Rodgers), il discusso “Tonight” (1984, in realtà un buon disco di pop-rock) e il debole “Never Let Me Down” (1987). Sul finire del decennio, Bowie torna alla musica come parte integrante d’una nuova band, i Tin Machine, coi quali firma due album eponimi di rock alternativo fra il 1989 e il ’91. Formati dal nostro con Reeves Gabrels e i fratelli Hunt e Tony Sales, i Tin Machine non riusciranno però a catalizzare l’attenzione sperata e negli anni Novanta David Bowie tornerà a firmate dischi a suo nome. Ecco quindi gli album “Black Tie White Noise” (1993), “1. Outside” (1995, della cui genesi ho già parlato qui), “EAR THL ING” (1997) e “…Hours” (1999): tutti lavori che forse non aggiungono molto a quello che David Bowie ha già espresso artisticamente (per quanto alcuni di essi ci mostrano un uomo perfettamente a suo agio coi moderni stili musicali) ma che senza dubbio contribuiscono a definire un personaggio che non ha mai subìto cali di popolarità.

Se, nei Novanta, David Bowie continua ancora a cimentarsi in diverse esperienze cinematografiche – qui ricordo i ruoli d’attore nei film “Basquiat” (1996, dove interpreta Andy Warhol) e “Il Mio West” (1998, dove recita con Leonardo Pieraccioni!), la colonna sonora “The Buddha Of Suburbia” (1994) – anche la sua vita privata ed i suoi affari subiscono importanti modifiche: sposa la bellissima modella Iman (che gli darà una figlia, mentre un primo figlio di David era nato dal suo precedente matrimonio) e quota in borsa i suoi diritti & proventi editoriali. Inoltre, e qui Bowie dimostra ancora una volta tutta la sua versatilità artistica, organizza diverse esposizioni dei quadri dipinti da lui.

L’avvento del Terzo millennio saluta il caro David Bowie come uno splendido sessantenne che si permette d’incidere quando vuole discreti album – finora “Heathen” (2002) e “Reality” (2003) – e di essere sempre riconosciuto come una leggenda vivente ed uno degli artisti più influenti che la storia della musica possa annoverare fra le sue pagine.
Per quanto mi riguarda, David Bowie è uno di quegli artisti che mi piacciono sempre di più e la sua musica la ascolto spesso & volentieri, a casa o in viaggio: sono intenzionato a completare la collezione dei suoi dischi (mi trovo a buon punto, però!) e a saperne di più sulla sua straordinaria carriera acquistando la monumentale enciclopedia bowiana scritta da Nicholas Pegg. Insomma, è solo una questione di soldi!

– Mat

David Bowie

David BowieHo già scritto di David Bowie in altri post, dato che è uno dei miei artisti preferiti. E’ anche uno dei nomi che conosco da più tempo: praticamente sento parlare di David Bowie da quando ho memoria, anche se, e non so perché, quand’ero piccolo la sua immagine mi faceva paura!
In questo post voglio tracciare un breve profilo – scandito dalla sua vasta discografia – di quello che reputo uno dei personaggi musicali più influenti e originali della musica moderna.

Il nostro nasce come David Jones l’8 gennaio del 1947 (un anno che segna anche la nascita di, fra gli altri, Elton John e Brian May dei Queen) e fin da giovanissimo inizia a cimentarsi con la musica (oltre che col mimo), imparando quindi a suonare prima il sassofono e poi la chitarra, oltre che, ovviamente a cantare. In seguito imparerà a destreggiarsi discretamente anche con piano, tastiere e sintetizzatori, divenendo a tutti gli effetti un polistrumentista, anche se a partire dagli anni Ottanta si concentrerà soprattutto sul canto, preferendo avvalersi di ottimi musicisti turnisti e ospiti d’eccezione.

Il primo, omonimo album di David Bowie vede la luce nel 1967, quando lui aveva soltanto ventanni, e conteneva anche una manciata di brani pubblicati come singoli nel biennio precedente. Tuttavia è soltanto nel 1969 che il nostro inizia a farsi notare, con una canzone finalmente memorabile, la straordinaria Space Oddity. Curiosamente, anche l’album che conteneva Space Oddity venne chiamato “David Bowie”, cosa che generò un po’ di confusione fra i collezionisti ma che comunque viene oggi identificato come “Space Oddity”.

Nel 1970 il nostro stringe il primo dei suoi tanti sodalizi musicali, quello col bravissimo chitarrista, pianista e arrangiatore Mick Ronson, col quale Bowie realizzerà alcune fra le pagine più belle del rock degli anni Settanta. Escono quindi gli album “The Man Who Sold The World” (1970) – contenente il noto singolo omonimo – “Hunky Dory” (1971) – contenente le fantastiche Changes, Oh! You Pretty Things e l’indimenticabile Life On Mars? – e soprattutto “The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars” (1972), l’album che proietta definitivamente Bowie nell’olimpo del rock. Supportato da singoli incredibili quali Suffragette City, Ziggy Stardust e Starman, “Ziggy Stardust” viene giustamente considerato una pietra miliare nell’evoluzione della musica contemporanea, nonché la vetta più alta del genere glam (uno stile iniziato dall’inglese Marc Bolan dei T. Rex, che si avvale di una musica allegramente rockeggiante, corale e coinvolgente, e d’uno sfoggio di eccentrici costumi sgargianti, zatteroni ai piedi e pesante make-up sul volto). Da questo punto in poi, David Bowie diventa quell’icona rock tuttora riconosciuta ma soprattutto avvia il suo cammino artistico verso un percorso d’evoluzione sonora a dir poco straordinario che lo porterà in pochi anni a realizzare alcuni dei dischi più belli e influenti di sempre. In questo periodo, inoltre, Bowie inizia a supportare alcuni dei suoi artisti preferiti che, grazie a lui, ritroveranno la via del successo smarrita; il nostro quindi (alternativamente o tutto in una volta) scrive, suona, canta, arrangia e produce materiale per The Stooges, il loro istrionico leader, cioè Iggy Pop, poi Lou Reed (celeberrimo il suo “Transformer”) e ancora i Mott The Hoople, manifestando un’attitudine filantropica del nostro che si ripeterà in anni successivi con Amanda Lear, Tina Turner e ancora una volta Iggy Pop (Bowie pensava anche di resuscitare le carriere di Syd Barrett e dello stesso Marc Bolan ma qui fu più sfortunato, dato che il primo s’isolò sempre più nella sua pazzia mentre il secondo morì tragicamente nel ’77).

Dopo aver pubblicato altri due album nel corso del 1973, l’originale “Aladdin Sane” (contenente la superlativa The Jean Genie, uno dei pezzi bowiani che più amo) e la raccolta di cover “Pinups”, sempre assistito da Mick Ronson e dalla band The Spiders From Mars, Bowie decide di dare un’altra svolta alla sua carriera. Suonando la maggior parte degli strumenti da solo e autoproducendo il tutto, Bowie realizza così “Diamond Dogs” (1974), quello che secondo diversi critici è il suo miglior album da studio. Basato sulle vicende narrate da George Orwell nel suo noto libro “1984”, “Diamond Dogs” è una sorta di compatto concept-album che si pone esattamente a metà fra il periodo glam di Bowie e la sua successiva fase sperimentale. E’ in effetti un album strepitoso (è quello che include la nota Rebel Rebel) – uno dei miei preferiti fra quelli firmati dal nostro – che spero di recensire presto. Con “Diamond Dogs” Bowie ritrova un preziosissimo collaboratore di qualche anno prima, il celebre produttore Tony Visconti: se in “Diamond Dogs” il buon Tony si limiterà ad arrangiare alcune partiture orchestrali, da qui in avanti sarà fra i principali artefici delle sonorità bowiane più suggestive.

Dopo aver dato alle stampe “David Live” (1974), il nostro torna con un nuovo album da studio nel 1975, il discusso “Young Americans”; se da una parte “Young Americans” fa di Bowie un divo anche in America, dall’altra viene tacciato di insulsa commercialità in quanto le sonorità del disco sono fin troppo influenzate dal cosiddetto Philadelphia Sound, ovvero un morbido e patinato soul danzereccio che a quel tempo stava portando notevole fortuna a band quali The Stylistics e Harold Melvin & The Blue Notes. In realtà “Young Americans” è un altro bel disco da parte del nostro, un lavoro molto professionale, impreziosito dalla partecipazione del grande John Lennon, che firma con David il suo primo singolo numero uno statunitense, Fame.

In questo periodo Bowie vive stabilmente in America, è ormai un artista affermato, frequenta il bel mondo ma è separato dalla moglie Angela, è schiavo della cocaina e soffre delle contraddizioni dello show business. Nonostante tutto, resta intatta la sua voglia di sperimentare e di mettersi in discussione: nel 1976 si cimenta con la sua prima grande parte d’attore, nel film fantascientifico “L’uomo che cadde sulla Terra” e dà alle stampe un disco importante come “Station To Station”. Pur senza Tony Visconti (lo ritroveremo fra poco, però) e non ancora alle prese col genio visionario di Brian Eno, Bowie realizza con “Station To Station” un campione d’equilibrio fra atmosfere sperimentali (il lungo brano omonimo) e soul-pop di classe (il singolo di Golden Years e l’intensa cover di Wild Is The Wind), con i testi che affrontano direttamente il suo momento d’incertezza e di transizione.

“Station To Station” segna al contempo una punto d’arrivo ed un punto di partenza nella storia di Bowie: mette fine alla sua parentesi americana e alla sua prima fase da rockstar e dà avvio al suo periodo più sperimentale, che avverrà a Berlino, dove il nostro si trasferisce nel corso del 1976 in compagnia del collega e amico Iggy Pop. E’ nella storica città tedesca, all’epoca divisa dal famigerato muro eretto dai sovietici, che David realizza un magnifico poker di dischi: “The Idiot” (1977), firmato da Iggy Pop”, “Low” (1977), “Heroes” (1977) e “Lodger” (1979), con questi ultimi noti come ‘trilogia berlinese’ e creati assieme a quel mago delle ambientazioni sonore che è Brian Eno e al ritrovato Tony Visconti. Di questi quattro capolavori ho già parlato in altri rispettivi post, per cui, per non ripetermi troppo, vado oltre con questa storia. Anzi no, mi fermo qui che ho già scritto abbastanza! Il post successivo arriverà però domani.

– Mat

The Beatles

the-beatles-immagine-pubblica-blogSpesso & volentieri ho scritto dei Beatles su questo blog, ma non ho mai dedicato uno specifico post alla loro straordinaria avventura musicale complessiva. Anche perché sarebbe un’impresa: migliaia di persone prima di me (e meglio di me) hanno parlato dei Beatles, della loro importanza e della loro influenza culturale… che cosa potrei aggiungere io in questo piccolo spazio virtuale a mia disposizione?

Forse mi conviene parlare dei Beatles per quello che rappresentano per me, su che cosa hanno significato nella mia vita e quali siano i miei ricordi in proposito. Anche in questo caso… forse è un’impresa ma… voglio provarci.

Se la memoria non m’inganna, devo essermi imbattuto nei Beatles nel 1987, quando avevo nove anni. Mi trovavo a casa dei nonni materni, con la famiglia al gran completo, in un’allegra sera di dicembre. Il televisore era fisso su Rai 1 dove stavano passando un noto programma per famiglie, credo ‘Fantastico’… si chiedeva quale gruppo avesse più lasciato il segno, i Beatles o i Rolling Stones. Vedendo l’entusiasmo per questi Beatles da parte degli ospiti televisivi e della gente che chiamava da casa, curioso come tutti i bambini, chiesi ai miei famigliari chi fossero mai questi Beatles. Mi risposero un po’ tutti, mamma, papà, zii, zie (forse anche il nonno ma non ricordo bene): i Beatles erano un gruppo musicale inglese, anzi il gruppo musicale più bravo e famoso di tutti i tempi, però si era sciolto molti anni prima, uno di loro, John Lennon, era stato ucciso, gli altri tre, vivi, si chiamavano Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr (di quest’ultimo mi dissero che era il batterista del gruppo ma soprattutto un simpatico nasone), le loro canzoni erano famosissime. Ovviamente la trasmissione di Rai 1, quale che fosse, passava diversi spezzoni di canzoni e filmati di questi Beatles e la curiosità in me iniziò a montare, anche grazie alla mia fervida immaginazione.

Tempo pochi mesi e iniziai a chiedere dei Beatles ad ogni adulto che potesse darmi qualche informazione in meritò finché, nell’agosto del 1988, andai in bici fino al negozio di dischi sito nella piazza del paese, per ritirare una musicassetta che i miei avevano ordinato per me poco tempo prima. Avevo appena festeggiato la prima comunione e fra i regali avevo ricevuto un bellissimo walkman: ci avevo sentito qualche cassetta presa/prestata qua & là ma solo una cosa precisa volevo ascoltare, la musica dei Beatles. Arrivai al negozio in piazza tutto contento, non sapendo neanche bene che cosa mi sarei trovato fra le mani; la bionda proprietaria del negozio mi diede tutta sorridente la cassetta che i miei mi avevano promesso: la custodia era nera, le costine laterali erano azzurre, così come alcune scritte, la copertina era completamente bianca, col nome ‘The Beatles’ formato da un collage d’immagini dei quattro musicisti, il titolo era “20 Greatest Hits”.

Non persi un solo minuto: tornai a casa pedalando di gran lena sulla mia bmx rossa, presi il walkman, ci misi la cassetta, indossai le cuffie e mi accomodai sul balcone. La prima canzone in programma, She Loves You, già mi fece capire con chi avessi a che fare: probabilmente le mie orecchie non avevano mai sentito nulla di così vivace, coinvolgente e ottimistico al tempo stesso… in breve tempo She Loves You divenne la mia canzone preferita! Ma la cassetta era piena di belle canzoni… mi piacevano tantissimo I Want To Hold Your Hand, Can’t Buy Me Love, Paperback Writer, All You Need Is Love, Hello Goodbye e Let It Be, facevo più fatica ad accettare Come Together e The Long And Winding Road. Restavo perplesso di fronte a Yesterday. Tempo poche settimane e già conoscevo a memoria sia l’ordine delle canzoni che i loro ritornelli, leggevo e rileggevo quei nomi che per me erano ancora carichi di mistero: che significavano le parole ‘All songs composed by John Lennon & Paul McCartney / BMI’ e ‘ produced by George Martin / Recorded in England’? Ma in fondo non m’importava granché, quella benedetta cassetta conteneva la musica più bella che io avessi mai sentito, la musica dei Beatles!

Ricordo che mi portavo appresso “20 Greatest Hits” un po’ dappertutto… di lì a poco smisi di guardare i cartoni animati… i Beatles (e la musica) e la Ferrari erano ormai diventati le mie passioni principali, tutto il resto sarebbe passato in secondo piano. Poi un giorno avviene il fattaccio: torno a casa da scuola – facevo la quinta elementare – la prima cosa che faccio è cercare la mia cassetta dei Beatles, invece scopro con orrore che mio fratello, all’epoca di quattro anni, aveva tirato fuori tutto il nastro magnetico, lo aveva avvolto e strappato, con la povera cassetta vuota che giaceva ai suoi piedi. Scoprii che la complice del misfatto era stata mia madre, troppo occupata con le pulizie domestiche per accorgersi del delitto. Per me fu un dispiacere enorme, una perdita molto dolorosa. Chiusi coi Beatles, l’unico piacere che mi concessi fu l’ascoltare a bocca spalancata la nuova canzone di Paul McCartney che la radio trasmetteva in quei giorni: si chiamava My Brave Face e non la dimenticherò mai.

Arrivarono gli ingloriosi anni Novanta, arrivò l’adolescenza, arrivò una botta di solitudine che mai avevo incontrato in vita mia. Però scoprii la mia grande passione per la musica, in senso generale: acquistai il mio primo stereo, acquistai il mio primo CD, il mio primo LP, iniziai a comprare riviste musicali e a scambiare opinioni con ogni appassionato di musica che incontrassi, insomma iniziai a diventare quel soggettone che sono ora.

Poi, finalmente terminati gli anni Novanta, come un incantesimo che si spezzi, in un imprecisato giorno del 2000 mi svegliai con una fame incredibile di Beatles: di colpo mi ricordai delle ‘vecchie’ canzoni e nel giro di un anno mi procurai tutti i loro dischi. Successivamente mi procurai gran parte di quelli solisti (una ricerca tuttora in atto, seppure a buon punto) e lessi tutto quello che c’era da leggere sulla storia e l’arte del più grande gruppo musicale che la storia ricordi. Se in quegli anni stravedevo per gruppi quali Queen e Pink Floyd, fra il 2000 e il 2002 capii definitivamente che i Beatles erano gli indiscussi numeri uno. Mi sembrava di essere tornato indietro al 1988!

– Mat

The Beatles, “Abbey Road”, 1969

the-beatles-abbey-road-immagine-pubblica-blogForse, e voglio rimarcare per bene il forse, “Abbey Road” è l’album migliore dei Beatles… non so se possa valere qualcosa ma è comunque il loro disco che ascolto più spesso.

L’ultimo album inciso dal celeberrimo quartetto inglese (anche se l’ultimo ad essere stato pubblicato fu “Let It Be”) iniziò a prender corpo ai Trident Studios di Londra il 22 febbraio 1969. S’iniziò con una nuova canzone di John Lennon, I Want You, una delle più suggestive dei Beatles che, secondo me, anticipa di dieci anni quel genere dark tanto caro agli inglesi dopo la sbornia punk alla fine degli anni Settanta.

Per giungere al risultato finale, tuttavia, le sessioni per I Want You si protrassero fino ad agosto, col brano che aveva assunto il titolo definitivo di I Want You (She’s So Heavy) e che durava la bellezza di oltre sette minuti, con tanto di rumore bianco (generato dal primo sintetizzatore ad essere usato nelle sessioni dei Beatles) ad intrufolarsi nel tenebroso arpeggio finale ad opera di George Harrison e dello stesso Lennon. Incisive parti d’organo ad opera di Billy Preston contribuiscono ad arricchire il già notevole risultato complessivo.

Nel frattempo altre canzoni presero corpo: il 25 febbraio, giorno del suo compleanno, George mise su nastro tre bellissimi demo acustici, ovvero Old Brown Shoe, All Things Must Pass e Something (è possibile ascoltarli su “Anthology 3”): solo quest’ultima venne lavorata dai Beatles per l’album “Abbey Road”, mentre la prima finì come lato B del prossimo singolo della band e la seconda divenne la title track del primo album post-Beatles di Harrison.

Nei giorni successivi, i nostri si presero una pausa per tentare di riordinare le precedenti sedute, quelle di “Get Back”, poi edito come “Let It Be” (ad aprile uscì il primo singolo estratto da questo materiale, Get Back / Don’t Let Me Down, che volò al 1° posto della classifica) ma, ormai stressati, i Beatles si separano per un po’. Ringo Starr iniziò quindi le riprese del film “The Magic Christian”, George andò all’estero, John sposò Yoko Ono, e Paul McCartney produsse altri artisti.

Le sessioni ripresero finalmente il 14 aprile allo Studio 3 degli EMI Studios di Londra, in Abbey Road per l’appunto: erano però presenti i soli John e Paul, per incidere un’impellente canzone con cui Lennon voleva denunciare le invasioni dei mass media nella sua vita privata. Il brano, chiamato appropriatamente The Ballad Of John And Yoko, si avvale quindi dei soli Lennon e McCartney alle voci e alla strumentazione; un risultato davvero notevole, pensato appositamente come lato A del prossimo singolo dei Beatles. I quattro si ritrovano comunque due giorni dopo, sempre allo Studio 3, per incidere quindi il lato B del singolo, la già citata Old Brown Shoe di George.

Diligenti & professionali come sempre, i Beatles mandarono avanti pure il nuovo album (anche se a quel punto non era ancora identificato dal titolo “Abbey Road”), lavorando sulla bellissima Something, sempre di George. Considerata da molti appassionati come la canzone più bella firmata da Harrison, la dolce e romantica Something rappresenta di certo uno dei vertici artistici dei Beatles per arrangiamento complessivo (bellissime le parti di basso e quelle orchestrali) e sentimento espresso.

Il 20 aprile si cominciò con un nuovo brano, stavolta ad opera di Paul, Oh! Darling: una bella canzone in stile doo-wop caratterizzata da un’urlante voce di McCartney. Sei giorni dopo e Ringo pure presentò una sua canzone, la scanzonata e divertente Octopus’s Garden, una sorta di Yellow Submarine in chiave country, mentre a fine mese si sovraincisero alcune parti di quello che doveva essere il secondo singolo tratto dal materiale di “Get Back”, ovvero Let It Be / You Know My Name. Ma anche qui le cose non sembrarono andare per il verso giusto e i Beatles tornarono a dedicarsi ai nuovi brani.

Un’altra nuova canzone venne introdotta da Paul il 6 maggio, la commovente You Never Give Me Your Money: un pezzo a dir poco superbo, senza dubbio fra i migliori dei Beatles, la testimonianza palese che McCartney vedeva il futuro più chiaramente degli altri, tanto che alle stesse conclusioni John sarebbe arrivato soltanto un anno dopo, nel suo “John Lennon/Plastic Ono Band”. Seguono quindi altri lavori infruttuosi per “Get Back” e più concretamente la pubblicazione del singolo The Ballad Of John And Yoko / Old Brown Shoe, il quale volò anch’esso al 1° posto della classifica inglese.

Altra grande prova di Paul, che il 2 luglio incise col gruppo la sua Golden Slumbers/Carry That Weight, un’altra stupenda e memorabile canzone che il bassista ha regalato ai Beatles (sia Golden Slumbers che You Never Give Me Your Money condividono lo stesso tema – la fine di quell’avventura straordinaria chiamata Beatles – e parte della musica, tanto commovente quanto maestosa). Poi, quasi per scherzo, Paul registrò in solitaria l’acustica Her Majesty che sarà collocata casualmente in chiusura di “Abbey Road”.

Il 7 luglio George presentò la gentile e ottimistica Here Comes The Sun, mentre due giorni dopo Paul introdusse la grottesca Maxwell’s Silver Hammer: se la prima è un’altra delle opere più memorabili di Harrison, tanto spensierata quanto deliziosa, la seconda è una delle canzoni meno amate (anche da Lennon) composte da McCartney, soprattutto per via del suo testo disturbante.

In quel periodo John Lennon ebbe un incidente automobilistico, avvenuto mentre scorrazzava in famiglia per la Scozia, che lo costrinse al ricovero: tornò in studio il giorno 21 con un classico dei Beatles, Come Together. Il brano, che comunque è una scopiazzatura di You Can’t Catch Me del grande Chuck Berry, è molto potente – anche se decisamente tenebroso – e verrà scelto come canzone d’apertura dell’album. Se si pensa a ciò che è accaduto a John l’8 dicembre 1980, è ancora inquietante sentirlo sussurrare ‘shoot me’ in alcuni punti di Come Together… è anche vero, d’altra parte, che il verbo ‘to shoot’ in slang inglese è un riferimento alla droga e in quel periodo John stava sperimentando l’eroina.

Terminata questa prima fase d’incisioni, Paul ebbe una (ennesima) idea: creare un medley che potesse riempire l’intera facciata B dell’album. Ciò diede l’opportunità ai Beatles di liberarsi di alcuni frammenti di vecchie canzoni che non erano state completate e di legarli fra di essi: da qui i brani Sun King (disteso e sonnacchioso), Mean Mr. Mustard (memore delle sonorità di “Sgt. Pepper”), Polythene Pam (nervoso e sarcastico), She Came In Through The Bathroom Window (disteso e sicuro di sè) e, come gran chiusura, l’apposita The End (brano decisamente progressivo, perlopiù strumentale, con tanto di unico assolo batteristico di Ringo in tutta la sua carriera beatlesiana) ad opera del solito Paul. Il 1° agosto, tuttavia, John introdusse una nuova canzone, la corale ma tetra Because, dopo la quale i Beatles tornarono a perfezionare e raffinare i lavori per l’album, avvalendosi per la prima volta anche del sintetizzatore al quale ho accennato sopra. Suonato alternativamente da George, John e Paul, quest’ultimo e innovativo strumento elettronico compare sempre in modo calibrato e funzionale tra le canzoni, senza mai stravolgere l’autenticità delle stesse.

Il produttore storico dei Beatles, George Martin, si occupava nel frattempo delle dovute partiture orchestrali, anche queste sempre ben mirate e mai invasive sugli arrangiamenti originali. Insomma, con “Abbey Road”, stiamo parlando pur sempre d’un capolavoro.

Il tutto, fra incisioni vere e proprie, ritocchi & ripensamenti, tagli e missaggi, terminò il 25 agosto, dopodiché i Beatles andarono a farsi la storica passeggiata sulle strisce pedonali davanti agli Abbey Road Studios per la copertina del disco. Disco che venne pubblicato il 26 settembre 1969 dalla Apple/EMI, che riscosse il solito enorme successo mondiale e che, giustamente, viene oggi considerato una pietra miliare nella storia del rock. Forse, e ripeto il forse, l’album migliore dei Beatles.

Il giorno 9/9/09 è stato ristampato tutto il catalogo beatlesiano, fra cui ovviamente anche “Abbey Road”, in una versione Digital Remaster notevolmente più nitida e pulita per quanto riguarda l’audio.

– Mat

Depeche Mode, “Enjoy The Silence – Reinterpreted”, 2004

depeche-mode-mike-shinoda-enjoy-the-silcence-2004Mai provato grande simpatia per i remix, specie quelli più smaccatamente dance. Però ammetto che in certi casi un bravo remixer è quello che ci vuole per far decollare una canzone che altrimenti risulterebbe molto più piatta.

Ora, Enjoy The Silence è forse la canzone più famosa e rappresentativa dei Depeche Mode… ed è perfetta così! Però la versione Reinterpreted che ne ha fatto Mike Shinoda dei Linkin Park nel 2004 è straordinaria: il buon Mike ha svolto un lavoro eccellente, non storpiando un brano già perfetto ma reinterprentandolo (per l’appunto) secondo il proprio stile caratteristico e, cosa assai più mirabile, senza alterare minimamente lo spirito originale della canzone.

La versione originale di Enjoy The Silence si trova sull’album “Violator” (1990), quella Reinterpreted – nota anche come Enjoy The Silence 04 – è contenuta nell’edizione tripla di “The Remixes 81>04” (2004). Entrambe sono state pubblicate come singoli.

– Mat