Mick Jones

mick-jones-the-clash-big-audio-dynamiteMichael Geoffrey Jones (Londra, 26 giugno 1955), musicalmente noto come Mick Jones, è stato il vero motore dei Clash, il principale architetto del sound del gruppo. A lui si deve l’evoluzione musicale della storica band inglese, dal furioso punk degli esordi con “The Clash” (1977) alle sonorità dance e funky di “Combat Rock” (1982), passando per i generi più disparati quali reggae, ska, soul, hip-hop, rap, rhythm ‘n’ blues e rockabilly. Nella sua immaginazione, non c’erano barriere che la musica dei Clash non avrebbe potuto sfondare; eppure il buon Mick ha dovuto vedersela con gli altri due leader della band, ovvero Joe Strummer e Paul Simonon, che nel 1983 hanno preferito buttarlo fuori dal gruppo e tornare ad un punk rock tanto anacronistico quanto banale negli intenti.

Figlio d’un tassista londinese e d’una madre d’origine ebrea fuggita dalle persecuzioni nella sua terra d’origine, la Russia, il piccolo Mick è stato allevato dalla nonna materna, Stella, dopo che il matrimonio dei Jones è andato in frantumi nel 1963. Abbandonato dalle persone che più avrebbero dovuto stargli vicino, Mick ha trovato conforto nella musica: una passione sconfinata per artisti quali Beatles, Rolling Stones, Cream, Jimi Hendrix, The Who, Mott The Hoople, David Bowie e più tardi New York Dolls lo ha convinto ben presto a comprarsi una chitarra e a fondare varie band con gli amici. Il suo cammino artistico giunge ad una svolta nel 1975, quando conosce Tony James, bassista col quale fonda i London S.S., e Bernie Rhodes, consociato in affari di Malcom McLaren, proprietario del Sex, la nota boutique alla moda londinese e manager dei New York Dolls.

Bernie, in una sorta di competizione artistica ma anche ideologica col suo partner McLaren, in procinto di lanciare il fenomeno Sex Pistols, decide di diventare il manager dei London S.S., divenendone in breve tempo anche il direttore d’immagine, l’ideologo e il talent scout per i nuovi membri del gruppo. Iniziano così una serie di audizioni che faranno dei London S.S. una band leggendaria per le origini della musica punk: nelle sue fila passeranno i prossimi membri dei Clash (Terry Chimes, Keith Levene, Topper Headon) ma anche future star come Brian James e Rat Scabies (che di lì a poco formeranno i Damned). Mick sarà costretto a separarsi da Tony James (mai abbastanza gradito da Bernie), anche se i due resteranno sempre amici, tanto che nei primissimi anni del successo coi Clash, Mick e Tony vanno a vivere sotto lo stesso tetto.

Con James fuori, il nome del gruppo cambia in The Young Colts, composto da Mick, dal chitarrista Keith Levene e dall’aspirante bassista Paul Simonon (Mick lo conobbe nel corso di un’audizione dei London S.S., rimanendo colpito dal suo look da rude-boy londinese… dovrà comunque insegnargli a suonare il basso). Il biennio 1976-77 è un periodo carico di novità che si susseguono rapidamente: i Young Colts propongono a Joe Strummer, il carismatico leader d’una pub-band chiamata The 101ers, di unirsi al gruppo come cantante. Joe, pressato da Bernie, finirà con l’accettare e la band, costituita a questo punto da Mick Jones, Keith Levene, Paul Simonon, il batterista Terry Chimes e quindi Strummer, assume il nome The Clash e vola verso la leggenda.

Gli anni che discograficamente hanno visto attivo Mick Jones nei Clash (1977-82) disegnano un paesaggio sonoro in continua evoluzione artistica che ha dato vita a tre capolavori indiscussi del rock, ovvero gli album “London Calling” (1979), “Sandinista!” (1980) e “Combat Rock” (1982). Tutti quelli che hanno conosciuto da vicino il mondo dei Clash ricordano Mick come il componente del gruppo più professionale, quello più interessato alle tecniche di produzione in studio, nonché quello che musicalmente era sempre al passo coi tempi. Aveva anche un carattere difficile che nei momenti di tensione tendeva a chiudersi in se stesso e a farne un divo capriccioso & intrattabile. I Clash si sono sempre considerati come una gang e come tale si comportavano ma, col tempo, Joe e Paul hanno iniziato ad accusare il comportamento da star che tendeva ad assumere Mick: questa frizione diventa sempre più insanabile e così i due (su pressioni di Bernie) forzano l’uscita di Mick dai Clash nella tarda estate del 1983.

Jones non resta con le mani in mano e di lì a poco progetta già una nuova band: per un breve periodo si unisce ai General Public, dopodiché crea i TRAC che debuttano nel 1984 a nome di Big Audio Dynamite. La storia dei B.A.D. è bella & affascinante e testimonia sulla lunga distanza che, musicalmente parlando, Mick aveva ragione su Joe e Paul. Terminato il progetto B.A.D. (dopo varie incarnazioni chiamate Big Audio Dynamite II e Big Audio), sul finire degli anni Novanta, Mick ha ripreso a scrivere canzoni con Joe Strummer e si è distinto nella produzione di altri artisti (recentemente per i Libertines e i progetti solistici di Pete Doherty, ma in passato anche per il suo idolo Ian Hunter, la cantante americana Ellen Foley, con la quale Mick ha vissuto una storia sentimentale, i Theatre Of Hate e altri).

Dal 2002, Mick Jones è tornato in prima linea coi Carbon/Silicon, una nuova band creata col suo amico di sempre, Tony James. Inizialmente il gruppo ha iniziato a distribuire la propria nuova musica in download gratuito, anticipando band più acclamate come i Radiohead, dopodiché, nel corso del 2007 ha debuttato nel tradizionale mercato discografico con un primo album, “The Last Post”, che si avvale anche di Leo Williams, al fianco di Mick nella prima e più esaltante fase dei Big Audio Dynamite. Infine, proprio questi ultimi, saranno oggetto di una clamorosa reunion all’inizio del 2011, nella formazione originale. Ora attendiamo interessanti sviluppi.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 2 aprile 2011)

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Richard Ashcroft, “Keys To The World”, 2006

richard-ashcroft-keys-to-the-worldSul finire del 2005 ebbi il piacere d’ascoltare in radio una gran bella canzone che tornò a farmi interessare alla musica più contemporanea: si trattava di Break The Night With Colour di Richard Ashcroft (voce e anima dei Verve), canzone che continuai ad ascoltare per mesi e che, di lì a poco, mi spinse all’acquisto di “Keys To The World”. Acquisto avvenuto all’inizio di quest’estate, quando ho scovato in un centro commerciale una copia sola soletta di “Keys To The World” all’allettante cifra di otteurennovanta.

Terzo album solista per Richard Ashcroft, “Keys To The World” mi piace un po’ di più ogni volta che lo metto nel lettore, sia a casa che in auto: non è un disco contenente chissà quali mirabolanti effetti speciali o chissà quale musica innovativa (che di questi tempi è cosa assai rara), tuttavia è un bel lavoro, suonato e prodotto con gusto, caldo & sentimentale ma non stucchevole & lagnoso, leggero ma non stupido, coinvolgente ma non impegnativo. Insomma, un buon disco che assolve ottimamente alla sua funzione: farci compagnia per quarantacinque minuti con della buona musica pop-rock inglese, senza però ridursi a mero sottofondo.

1) Si parte con la spumeggiante Why Not Nothing?, un movimentato brano vagamente retrò (ma suona retrò un po’ tutto il disco, sarà per questo che mi piace così tanto…) che strizza l’occhio agli anni Sessanta. Anche la distribuzione spaziale degli strumenti ricorda il glorioso passato pop d’oltremanica, soprattutto le parti di chitarra, separate nei canali sinistro e destro.

2) Music Is Power è la rivisitazione da parte di Richard d’un vecchio brano del compianto Curtis Mayfield: in pratica sarebbe una cover, ma il nostro ne ha riscritto completamente il testo. Ammetto di conoscere poco l’arte del buon Curtis, tuttavia la coinvolgente Music Is Power mi ricorda perlopiù lo stile sonoro degli Style Council.

3-4) Ed eccoci finalmente all’emozionante Break The Night With Colour, che ritengo la migliore fra le dieci canzoni incluse in “Keys To The World”. Anzi, dirò di più… dopo pochi ascolti è diventata già una di quelle che amo di più, sarà che mi ricorda parecchio lo stile di John Lennon. Segue a ruota la melodica Words Just Get In The Way, pubblicata come secondo singolo, che è una canzone assolutamente deliziosa, strepitosamente semplice & appassionata. Nient’altro da dire.

5) A metà del disco troviamo la canzone che gli dà il titolo, Keys To The World, dal ritmo appena più sostenuto rispetto alle ultime che abbiamo visto. E’ il solo brano presente qui ad avvalersi di una voce che non sia quella di Richard (che di solito canta tutte le parti vocali, da quelle soliste ai vari tipi di cori), cioè quella d’una corista che infonde a Keys To The World un che di etnico. In effetti, questo quinto pezzo in programma suona come una metropolitana world music, sembra adatto come colonna sonora per un giro turistico nella parte più cosmopolita di Londra.

6) Davvero molto bella la canzone seguente, la commovente Sweet Brother Malcom, molto più minimale ed intima delle altre viste fin qui. Con l’inconfondibile voce di Richard ben in primo piano e una delicata orchestra a farle da contrappunto, lo strumento portante diventa quindi la chitarra acustica. Credo che Sweet Brother Malcom sia una delle migliori creazioni da parte del nostro.

7) A seguire troviamo la dolente ma magnifica Cry Til The Morning: l’inizio è lento ma dopo poco più d’un minuto subentra la bella base ritmica guidata dal piano. Stile vagamente lennoniano anche qui, per un pezzo maturo che conduce i nostri sentimenti alla deriva, specie nel finale, affidato ad un circolare & avvolgente assolo di chitarra elettrica.

8) La romantica Why Do Lovers? è un altro dei pezzi forti di questo disco: un crescendo melodico ed emozionale molto intenso, con la voce di Richard in primo piano che pare spezzarsi dopo ogni verso. Why Do Lovers? rappresenta un tipo di ballata che può venir fuori da una sola terra… la Gran Bretagna, senza dubbio.

9) Simple Song è il brano che meno mi piace in questo disco, anche se oggi lo apprezzo di più rispetto alle prime volte che l’ascoltavo. E’ una canzone piuttosto teatrale che s’incastra fino ad un certo punto con le altre presenti in “Keys”, anche se non si tratta affatto d’una cattiva prova… forse suona un po’ artificiosa.

10) La conclusiva World Keeps Turning è un classico pezzo da ascoltarsi in auto, meglio ancora se si è sulla via del ritorno. Dopo l’iniziale Why Not Nothing?, questo è il brano più veloce del disco, come se il buon Richard avesse voluto raccogliere un cuore più lento e riflessivo fra un inizio e una fine più movimentate.

Prodotto dallo stesso Richard Ashcroft col fido Chris Potter, “Keys To The World” figura diversi musicisti dal passato (per me) interessante: fra i batteristi troviamo l’ottimo Steve Sidelnyk, già con gli Orange Juice e ospite frequente nei primi singoli degli Style Council; fra i bassisti troviamo John Giblin, produttore e collaboratore di alcuni dei migliori lavori dei Simple Minds; al piano c’è invece Martin Slattery, già coi Mescaleros del compianto Joe Strummer. Infine, le efficaci partiture orchestrali, presenti un po’ ovunque, sono eseguite dalla London Metropolitan Orchestra.

– Mat

Roland Orzabal, “Tomcats Screaming Outside”, 2000

roland-orzabal-tomcats-screaming-outsideNel 2000 due ghiotte notizie risvegliarono prepotentemente il mio interesse per i Tears For Fears: Curt Smith e Roland Orzabal s’erano finalmente riappacificati e avevano preso a scrivere del nuovo materiale insieme, con Orzabal intanto nell’imminenza di pubblicare un album solista.

In realtà gli ultimi due album dei Tears For Fears – i magnifici “Elemental” (1993) e “Raoul And The Kings Of Spain” (1995) – erano già due lavori solistici per Roland Orzabal e il fatto che desse alle stampe un nuovo disco a suo nome faceva ben sperare per un imminente ritorno dei Tears For Fears. Insomma, mettendo il suo nome su un album, Roland dava ad intendere che il marchio Tears For Fears sarebbe riapparso solo con Curt Smith nei ranghi. E così fu, con lo splendido “Everybody Loves A Happy Ending”, pubblicato dopo non poche peripezie nel 2004.

Ma torniamo al 2000: pare che Roland Orzabal, dopo essersi dilettato a produrre un album per Emiliana Torrini, stia per pubblicare un disco a suo nome pesantemente influenzato dai ritmi jungle e drum ‘n’ bass. Alla notizia resto perplesso… Roland che fa drum ‘n’ bass?! Però è anche vero che Orzabal, almeno a nome Tears For Fears (ma anche a nome Graduate, come scoprirò in seguito), non ha mai sbagliato un colpo, per cui attendo fiducioso il risultato finale. Ma pure questo disco, intitolato “Tomcats Screaming Outside”, non ha vita facile: la casa discografica voleva pubblicarlo a nome Tears For Fears ma Orzabal intendeva giustamente farlo uscire come un progetto solista; e così, coraggiosamente, il nostro cede i diritti a una piccola etichetta, la Eagle Records, che pubblicò finalmente “Tomcats Screaming Outside” nel 2001.

Andai a comprarlo a scatola chiusa, pagandolo non poco, tuttavia ne ben valse la pena: il buon Roland, cheddiolobbenedica, ci ha azzeccato anche stavolta! Fortunatamente non è un disco drum ‘n’ bass come si vociferava… certo, un paio di canzoni sono influenzate da quelle sonorità e l’elettronica non manca in nessun brano però, per molti aspetti, “Tomcats Screaming Outside” è l’album più rockeggiante ad opera nel nostro.

Appena inserito il disco nel lettore, i primi secondi dell’iniziale Ticket To The World mi introducono in una bella dimensione rock lievemente spruzzata d’elettronica che subito m’esalta, anche se stentavo a riconoscere la voce di Roland a causa del suo timbro basso. Credo che non l’avrei riconosciuto se non sapessi chi stavo ascoltando, tuttavia, appena la canzone si avvicina al ritornello, la bella voce orzabaliana si erge con tutta la sua carica. Per il resto Ticket To The World è una delle cose più potenti pubblicate dal nostro, col finale quasi heavy e il basso in grande spolvero per tutta la durata del brano… brano che in poco tempo è diventato uno dei miei preferiti nel repertorio dell’artista inglese!

Ancora meglio fa la successiva Low Life, pubblicata come singolo apripista: su una base vagamente dance si staglia una canzone tanto tesa quanto rock, per un brano veloce e assai coinvolgente. Di fatto, Low Life è il brano che più preferisco fra quelli presenti in questo disco e spesso & volentieri l’ascolto una seconda volta prima di procedere con le altre canzoni. E’ inoltre un pezzo molto intenso se ascoltato in cuffia e particolarmente adatto mentre si è al volante.

Hypnoculture è un pulsante brano col basso in bella mostra: la prima parte della canzone è perlopiù strumentale, salvo dei campionamenti di canti tribali, poi, sul finale, entra la morbida voce del nostro a caratterizzarla inconfondibilmente come una sua creatura. In definitiva, Hypnoculture suona quasi come un brano di world music in chiave techno-rock.

La potente Bullets For Brains, anch’essa così tipica dello stile del nostro, potrebbe essere stata scritta durante le incisioni di brani tearsforfearsiani altrettanto potenti come Laid So Low e Break It Down Again: è comunque un arrembante brano pop-rock venato d’elettronica, con un’ottima performance vocale da parte di Orzabal.

La successiva For The Love Of Cain presenta un andamento ben più disteso, anche se dal ritornello ampio, arioso e cantabilissimo. For The Love Of Cain è un pezzo che non avrebbe sfigurato in nessun disco dei TFF e forse basterebbe la sua sola presenza per giustificare l’acquisto di “Tomcats” ad un fan della band inglese.

Con Under Ether inizia quella che considero la seconda parte di quest’album, un lato più sperimentale dove Roland si diverte a giocare con diverse strutture sonore. In questo caso troviamo un pezzo ipnotico e psichedelico, piuttosto lungo, con le chitarre ben in evidenza. Sulle prime, Under Ether non mi piacque molto ma ascolti successivi me l’hanno rivelata come una delle opere orzabaliane più affascinanti (ascoltare, in particolare, il tono morbido e al contempo impassibile che Roland infonde alla sua versatile voce).

A seguire troviamo Day By Day By Day By Day By Day, una lenta dalla melodia decisamente triste, tuttavia una bella canzone impreziosita dall’ennesima fantastica prova vocale ad opera di Orzabal. La rockeggiante Dandelion è invece un’altra divagazione del nostro in territori più heavy. Un altro buon brano, forse un po’ troppo corto (coi suoi tre minuti e tre è infatti il più breve presente qui) che avrebbe reso di più con l’aggiunta d’un altro interludio chitarristico.

Hey Andy! è piuttosto atipica nel panorama complessivo della musica tearsforfearsiana. Abbiamo infatti una base jungle sulla quale s’innestano gli atmosferici sintetizzatori, il discreto basso e la versatile voce di Roland, che è più pacata nella sequenza delle strofe e più potente & aperta nei ritornelli.

Kill Love è l’esperimento più simile alla drum ‘n’ bass (soprattutto dopo il primo ritornello) contenuto in “Tomcats”, ma la malinconica melodia cantata dal nostro riporta tutto nella giusta prospettiva. Ascoltando Kill Love per la prima volta ho avuto la netta impressione che Roland Orzabal potrebbe destreggiarsi con qualunque sonorità restando spettacolarmente se stesso.

Segue Snowdrop, altro brano alquanto atipico per gli standard del nostro: una melodia calda e rilassata poggiata su una base elettronica leggermente jungle. La melodia si fa più imponente nei ritornelli, rendendo Snowdrop molto più coinvolgente, tuttavia credo che l’arrangiamento elettronico impiegato qui abbia un po’ penalizzato quella che poteva essere un’altra interessante ballata.

La pacata e riflessiva Maybe Our Days Are Numbered, canzone conclusiva, è quella che meno amo fra quelle presenti nell’album. Tuttavia, con ascolti successivi, ho imparato ad apprezzare pure la sua circolare atmosfera elettronica, ipnotica ma anche calda, e la suadente performance vocale di Roland. In fin dei conti, Maybe Our Days è una gradevole chiusura per un album che mi piace molto.

Prodotto dallo stesso Roland Orzabal col fido Alan Griffiths, bravissimo chitarrista e polistrumentista, collaboratore del nostro fin dai primi anni Novanta (in pratica da quando Smith è uscito dai TFF), “Tomcats Screaming Outside” è un disco che piacerà a ogni fan tearsforfearsiano e che perciò mi sento di consigliare vivamente a tutti loro. Inoltre, la sua originale (e riuscitissima) fusione di elementi pop, rock, techno ed elettronici dovrebbe rendere quest’album molto interessante anche ad un casuale appassionato di musica.

– Mat

Guns N’ Roses, “Use Your Illusion II”, 1991

guns-n-roses-use-your-illusion-iiDopo aver dato alle stampe il loro primo album, il fortunato & celebrato “Appetite For Destruction” (1987), i Guns N’ Roses tornarono in studio per dargli un degno seguito. Ma le cose andarono inaspettatamente per le lunghe, sia a causa dei noti problemi di droga e sia a causa delle tensioni fra i membri dell’irrequieta band americana; ma anche per un’indiscutibile maturazione artistica dei Guns che, partiti da un robusto ma poco innovativo hard rock, iniziarono a cimentarsi con il punk, le ballate, dei lunghi brani in stile progressive, ma anche blues, country e cover di lusso, oltre che ovviamente rock duro & puro. Il tutto introducendo in studio una serie di strumenti che non s’erano sentiti in “Appetite For Destruction”, ingaggiando un nuovo batterista, ovvero il tosto Matt Sorum dei Cult (quello originario dei Guns, Steven Adler, partecipò comunque ad alcune sedute), più un sesto componente di fatto, ovvero il tastierista/polistrumentista Dizzy Reed, oltre che una serie di preziosi collaboratori, sia in veste di coautori di canzoni che in veste di musicisti/cantanti. Insomma, una formazione dei Guns N’ Roses molto allargata a partire dagli ‘storici’ Axl Rose, Izzy Stradlin’, Slash e Duff McKagan.

Tutto questo trambusto risultò esplosivamente positivo e se i fan e gli ammiratori dei Guns N’ Roses dovettero attendere quattro anni per mettere le mani sul secondo album della band, furono però ricompensati di tanta attesa con un doppio appuntamento, ovvero i due volumi del seguito di “Appetite For Destruction”, “Use Your Illusion I” e “Use Your Illusion II”, pubblicati in simultanea nel 1991 e volati, rispettivamente, al 2° e al 1° posto della classifica americana degli album. Sono due corposi dischi della durata di settantaminuteppassa ciascuno, per un totale di trenta brani. Qui ne vediamo brevemente gli ultimi quattordici, cioè l’intero album “Use Your Illusion II” (che detto fra noi è l’album che preferisco fra i due volumi).

1) Si comincia con uno dei brani più imponenti ed epici dei Guns N’ Roses, la grandiosa ballata rock di Civil War: con una durata prossima agli otto minuti, Civil War ci offre un’eccellente prova vocale da parte di Axl, magnifici assoli di Slash (comunque tutte le parti di chitarra qui sono sue) ed un finale accelerato che testimonia ancora una volta la grande versatilità raggiunta da questa band in così pochi anni di carriera. Il copyright di Civil War è datato 1990 e non a caso è l’unico brano pubblicato nel progetto “Use Your Illusion” ad avvalersi di Steven Adler, sbattuto fuori durante le sedute d’incisione per via della sua debilitante tossicodipendenza.

2-3) Se in Civil War non abbiamo tracce di Izzy Stradlin’, nella successiva 14 Years ce lo ritroviamo alla chitarra ritmica e alla voce solista, con Axl relegato ai cori e al piano. Per il resto, 14 Years è una buona canzone di rock vivace e stradaiolo. Yesterdays è invece un brano molto disteso e melodico: non esattamente una ballata ma quasi, con passaggi ariosi sia per quanto riguarda le parti vocali che per quelle chitarristiche.

4) A seguire troviamo la celeberrima cover di Knockin’ On Heaven’s Door, fra i pezzi più popolari dei Guns N’ Roses. Ho sempre preferito la versione originale, quella ben più minimale di Bob Dylan, tuttavia questa maestosa reinterpretazione gunsiana è molto spettacolare e praticamente suona come se fosse una composizione degli stessi Guns.

5) La successiva Get In The Ring suona in tutta evidenza come un pezzo live: probabilmente è stata ritoccata in studio, tuttavia questo rock tirato offre un reale coinvolgimento col pubblico contro tutti i detrattori della band americana (gli insulti, sia da parte di Axl che di Duff – che spesso qui cantano all’unisono – si sprecano).

6-7) A dispetto del titolo, Shotgun Blues è un’altra sortita dei nostri in ambiti sonori più punkeggianti. Per quanto mi riguarda, non trovo niente d’eccezionale in Shotgun Blues, anche se suona inconfondibilmente come una potente canzone dei Guns N’ Roses. Più blueseggiante (almeno in certe sezioni) è proprio la successiva Breakdown, una lunga canzone rock, sostenuta ma mai troppo aggressiva. Non male ma niente di speciale, ad essere sinceri.

8) Ben più coinvolgente è il brano che segue, Pretty Tied Up, introdotto da un insolito sitar. Musicalmente si tratta d’un altro bel rock stradaiolo, mentre il testo affronta alcuni aspetti dell’essere una decadente rockstar.

9) Di livello decisamente superiore è invece Locomotive, lungo brano firmato dal duo Rose/Slash. Caratteristica saliente di questo pezzo medio-veloce sono le avvolgenti parti di chitarra, sia soliste che ritmiche, tutte comunque suonate da Slash. Altra ideale colonna sonora per un viaggio in auto (ma anche per una corsa in treno, a giudicare dal titolo), Locomotive è uno dei pezzi migliori fra quelli inclusi nel progetto “Use Your Illusion”.

10) Scritta dal solo Duff McKagan – che canta pure diverse sezioni soliste – e dedicata a Johnny Thunders, So Fine è una deliziosa ballata rock unita ad una sezione più veloce col piano in evidenza, col tutto che ricorda ancora una volta le tipiche sonorità dei Queen, una band che viene comunque ringraziata nelle note interne ai libretti.

11) Coi suoi nove minuti e venti, Estranged è la canzone più lunga e ambiziosa presente su “Use Your Illusion II”, quasi l’equivalente di November Rain su “Use Your Illusion I”: si tratta comunque d’un eccezionale brano di rock progressive, composto dal solo Axl Rose e stilisticamente debitore dei più famosi gruppi rock inglesi degli anni Settanta, Led Zeppelin in primis.

12) Pubblicato come primo estratto dell’intero progetto “Use Your Illusion”, You Could Be Mine si segnala come uno dei pezzi più tosti e coinvolgenti mai proposti dai Guns. All’epoca anticipata nella colonna sonora del film “Terminator 2”, You Could Be Mine è una trascinante e potente cavalcata hard rock, caratterizzata da splendide parti di chitarra (una solista e ben due ritmiche) e da una grandissima prova vocale da parte di Axl, col tutto sorretto magistralmente dalla batteria di Matt. Fra i miei pezzi rock preferiti, la massiccia You Could Be Mine!

13) A seguire abbiamo una versione alternativa della stessa Don’t Cry presente in “Use Your Illusion I”, soltanto che Axl ricanta parte del testo (in pratica tutto tranne i ritornelli). Per il resto è la stessa magnifica ballata che abbiamo già visto nel primo volume.

14) Più che una canzone dei Guns, la conclusiva My World è un’escursione estemporanea del solo Axl Rose in territori rap e industrial. In effetti non c’entra nulla col resto dell’album che abbiamo appena visto, tuttavia il cantante ha il buon gusto di farla durare poco più d’un minuto, dilettandosi con l’amico Johann Langlie a suonare tastiere, batteria e campionamenti vari.

– Mat

Guns N’ Roses, “Use Your Illusion I”, 1991

guns-n-roses-use-your-illusion-iDopo aver dato alle stampe il loro primo album, il fortunato & celebrato “Appetite For Destruction” (1987), i Guns N’ Roses tornarono in studio per dargli un degno seguito. Ma le cose andarono inaspettatamente per le lunghe, sia a causa dei noti problemi di droga e sia a causa delle tensioni fra i membri dell’irrequieta band americana; ma anche per un’indiscutibile maturazione artistica dei Guns che, partiti da un robusto ma poco innovativo hard rock, iniziarono a cimentarsi con il punk, le ballate, dei lunghi brani in stile progressive, ma anche blues, country e cover di lusso, oltre che ovviamente rock duro & puro. Il tutto introducendo in studio una serie di strumenti che non s’erano sentiti in “Appetite For Destruction”, ingaggiando un nuovo batterista, ovvero il tosto Matt Sorum dei Cult (quello originario dei Guns, Steven Adler, partecipò comunque ad alcune sedute), più un sesto componente di fatto, ovvero il tastierista/polistrumentista Dizzy Reed, oltre che una serie di preziosi collaboratori, sia in veste di coautori di canzoni che in veste di musicisti/cantanti. Insomma, una formazione dei Guns N’ Roses molto allargata a partire dagli ‘storici’ Axl Rose, Izzy Stradlin’, Slash e Duff McKagan.

Tutto questo trambusto risultò esplosivamente positivo e se i fan e gli ammiratori dei Guns N’ Roses dovettero attendere quattro anni per mettere le mani sul secondo album della band, furono però ricompensati di tanta attesa con un doppio appuntamento, ovvero i due volumi del seguito di “Appetite For Destruction”, ovvero ancora “Use Your Illusion I” e “Use Your Illusion II“, pubblicati in simultanea nel corso del 1991 e volati, rispettivamente, al 2° e al 1° posto della classifica americana degli album. Sono due corposi dischi della durata di settantaminuteppassa ciascuno, per un totale di trenta brani. Qui ne vediamo brevemente i primi sedici, cioè l’intero album “Use Your Illusion I”.

1) L’album prende selvaggiamente avvio con la punkeggiante Right Next Door To Hell, un brano duro e tirato che, pur non essendo certo un campione d’originalità, funge da ottima introduzione a tutto il lavoro.

2) Segue la stradaiola Dust N’ Bones – cantata da Izzy – da sempre fra i miei pezzi gunsiani preferiti: dal ritmo meno sostenuto rispetto al brano d’apertura, Dust N’ Bones è di ottima compagnia mentre si è al volante.

3) Forse all’epoca del tutto inaspettata per i fan del gruppo, ecco una potente rivisitazione di Live And Let Die, uno dei pezzi più noti del Paul McCartney solista. Qui i Guns sostituiscono l’incalzante partitura orchestrale originale con un arrangiamento convenzionalmente rock, pur rispettandone perfettamente la forma.

4) Poi è la volta di una delle canzoni più belle e famose dei Guns N’ Roses, la splendida Don’t Cry, una ballata rock che dovrebbe mettere daccordo cuori teneri e convinti metallari. Molto bella, bisogna dire, tutta la parte vocale di Axl.

5) Con la dura Perfect Crime ritroviamo una sonorità decisamente punkeggiante, sullo stile dell’iniziale Right Next Door To Hell. E’ un buon brano, molto tirato, che ha il buon gusto di fermarsi dopo due minuti e venti di durata.

6) Segue la distesa You Ain’t The First, a metà fra il blues e il country, e comunque molto atipica per lo stile dei Guns. Anch’essa si aggira sui due minuti e mezzo ed è cantata dal suo autore, Izzy Stradlin’.

7) Con la successiva Bad Ossession siamo alle prese con un pezzo tanto blueseggiante quanto irresistibilmente stradaiolo, con tanto di consistente impiego dell’armonica a bocca (suonata da Michael Monroe degli Hanoi Rocks). Sì, insomma, una di quelle canzoni che sembrano nate su una polverosa highway statunitense.

8) Sempre a bordo di un’auto e sempre sulla stessa polverosa highway, pare condurci la seguente Back Off Bitch, dallo stile musicale più vicino a quello tipico dei Guns. Molto bello, c’è da dire, l’assolo centrale di chitarra ad opera di Slash.

9) Double Talkin’ Jive, cantata ancora da Izzy, che ne è il solo autore, pare continuare sulla stessa strada dei due brani precedenti, stavolta però l’atmosfera è più notturna. Anche qui troviamo un assolo molto bello da parte del solito Slash, che porta a conclusione il brano finché questo sfuma in un breve assolo acustico, vagamente spagnoleggiante.

10) A seguire, c’imbattiamo nella superlativa November Rain, un lungo brano (dura le bellezza di nove minuti) di rock progressive. E’ un’emozionante ballata guidata dal piano che sembra rubata ai Queen, con dei lunghi e coinvolgenti assoli di chitarra ad opera di Slash. November Rain rappresenta forse il vertice artistico-espressivo dell’intero catalogo dei Guns N’ Roses e si avvale d’una memorabile prova vocale da parte di Axl. Il coro finale, sulla parte più movimentata della canzone, è eseguito da un po’ tutti i componenti del gruppo più alcuni amici.

11) Anche la successiva The Garden potrebbe essere ascritta ai canoni del progressive rock, giacché alterna efficacemente due distinti momenti musicali: uno più disteso cantato da Axl Rose e uno più incalzante cantato da un ospite illustre, Alice Cooper, con la chitarra slide di Slash a fare da brillante collegamento.

12) La breve ma tiratissima Garden Of Eden rappresenta un’altra sortita dei nostri in territori punk. Nell’economia complessiva di quest’album si tratta forse d’un brano inutile, tuttavia Garden Of Eden risulta almeno divertente.

13-14) Se con Don’t Damn Me abbiamo un robusto pezzo di rock medio-veloce, così inconfondibilmente gunsiano (forse perché vi suonano insieme i soli sei membri della band, con ognuno al ruolo musicale che gli compete), con la seguente Bad Apples c’imbattiamo in un brano rock dalle reminiscenze rollingstoniane… un sound alquanto retrò, se non altro. In grande spolvero, in entrambi i brani, la chitarra solista di Slash.

15) Pure la successiva Dead Horse non ha da offrirci che un muscoloso rock, seppur all’inizio e alla fine del brano troviamo delle parentesi acustiche per sola chitarra e voce eseguite da Axl, che è l’unico autore della canzone.

16) La conclusiva Coma è, con i suoi oltre dieci minuti di durata, il brano più lungo incluso nel progetto “Use Your Illusion”. A differenza di quel che ci si potrebbe attendere, tuttavia, Coma non è un brano in stile progressive sull’esempio di November Rain, bensì un tortuoso hard rock intervallato in diversi punti da effetti sonori e brevi decelerazioni del ritmo. A mio avviso, un brano un po’ troppo artificioso, seppur di buon livello.

– Mat

The Beatles, “In My Life”, 1965

the-beatles-in-my-life-immagine-pubblicaIn uno special televisivo di qualche anno fa dedicato a John Lennon, si parlava d’un media inglese (non ricordo più se un giornale, se una radio o cos’altro) secondo cui In My Life dei Beatles era stata votata come la canzone più bella del mondo.

Ora non so se In My Life è veramente la canzone più bella del mondo, ma di certo la canzone più bella del mondo deve somigliare non poco a In My Life, giacché si tratta in effetti d’un brano stupendo.

Apparsa per la prima volta nel dicembre 1965 sull’album “Rubber Soul”, In My Life rappresenta una delle tante vette artistiche nel catalogo beatlesiano, una canzone per la quale solo un gruppo come i Beatles poteva concedersi il lusso di non farla pubblicare come singolo. E questo rende In My Life meno sputtanata rispetto a tanti altri celeberrimi singoli dei Beatles. Insomma, un gioiellino per intenditori.

Scritta principalmente da John Lennon e musicata prevalentemente da Paul McCartney (una costante di tante effettive creazioni Lennon/McCartney), In My Life venne incisa agli Abbey Road Studios nel pomeriggio del 18 ottobre ’65 dai quattro Beatles al gran completo. Qualche giorno dopo, il 22 ad essere precisi, George Martin vi aggiunse il breve ma delizioso assolo di piano elettrico.

– Mat

Sting

stingNella fantascientifica ipotesi che io mi reincarni in una rockstar, mi piacerebbe rinascere Sting. Perché Sting è un personaggio che ha sempre prodotto grandissima musica, sia coi Police che da solo, è famoso in tutto il mondo, non ha mai subìto cali di popolarità, se l’è spassata alla grande ma senza mai inciampare nei soliti eccessi della sua professione, s’è dilettato spesso e volentieri nel cinema, ha dato vita a numerose e interessanti collaborazioni, tanto in studio quanto dal vivo, ed è da sempre impegnato nel sociale. E poi, perché negarlo, è sempre stato un bell’uomo e sta invecchiando splendidamente.

Sting è un altro di quei nomi che conosco da quando ho memoria, in pratica non ricordo il giorno preciso che ho conosciuto la parola Sting: probabilmente, dopo ‘mamma’ e ‘papà’, ‘sting’ è la prima parola che ho imparato! È, inoltre, una di quelle voci che riconosci immediatamente appena la ascolti, ha uno stile inconfondibile e da trentanni a questa parte – un periodo che ha visto notevoli cambiamenti nell’industria discografica ma anche nella stessa industria culturale – Sting s’è meritatamente ritagliato uno spazio tutto suo come una delle più amate e ammirate rockstar di fama mondiale.

Nel 2003 Sting ha pubblicato “Broken Music”, una sua parziale autobiografia, dall’infanzia al debutto discografico dei Police con “Outlandos d’Amour”: è un libro piuttosto intimo ma molto godibile che ho letto finora due volte. In esso, Sting sembra descriversi come una persona fondamentalmente molto umana, con tutte le debolezze che questa condizione comporta, ma anche arso da una smania di sfondare che forse l’ha portato più lontano di quel che poteva immaginare da ragazzo, quando alternava la sua passione per la musica (suonava il basso in diverse formazioni locali, la più notevole, i Last Exit, nei quali cantava e componeva la maggior parte del materiale) alla sua professione d’insegnante d’inglese nelle scuole elementari.

Nato Gordon Matthew Sumner da umili origini (parte delle quali irlandesi) a Wallsend, vicino Newcastle, il 2 ottobre 1951, venticinque anni dopo ebbe la fortuna d’incontrare Stewart Copeland, all’epoca batterista dei Curved Air che, di fatto, scoprì Sting proponendogli d’entrare a far parte della band che stava costituendo col chitarrista corso Henri Padovani (in seguito rimpiazzato da Andy Summers), The Police. La storia di questo infinito trio rock l’ho raccontata già, per cui passo al 1985, quando Sting debutta definitivamente come solista con l’album “The Dream Of The Blue Turtles”, contenente i noti singoli If You Love Somebody (Set Them Free) e Russians. Nello stesso anno collabora con Miles Davis, Phil Collins, i Dire Straits, un side-project dei Duran Duran chiamato Arcadia, e inoltre partecipa allo storico evento musicalmediatico del Live Aid, organizzato da Bob Geldof per raccogliere fondi a favore delle popolazioni africane più bisognose.

In quella prima metà degli anni Ottanta, Sting si confronta con numerose vicissitudini private: il divorzio dalla prima moglie, l’attrice irlandese Frances Tomelty, la fine dei Police, l’inizio d’una nuova relazione con la modella Trudie Styler, che gli darà altri quattro figli oltre ai due avuti dalla Tomelty. Inoltre, nei tre anni successivi, Sting deve affrontare la dolorosa perdita di entrambi i genitori. In mezzo a tutto questo, nel 1987, troviamo quello che forse è il suo album migliore, “…Nothing Like The Sun”, contenente, fra l’altro, le indimenticabili Englisman In New York, Fragile e They Dance Alone. Un successo mondiale come il precedente “The Dream Of The Blue Turtles” che fa capire chiaramente che Sting non aveva più bisogno dei Police per andare avanti e che era ormai una delle più grandi stelle dello spettacolo.

Il terzo album solista di Sting, il mio preferito, “The Soul Cages”, viene pubblicato al principio del 1991, supportato dagli splendidi singoli All This Time e Mad About You. L’anno seguente Sting sposa finalmente Trudie Styler e, nel corso della serata, riunisce brevemente i Police per un concerto privato. Gli anni Novanta sono un periodo in cui il nostro non fa altro che consolidare la sua fama e la sua bravura, producendo come sempre dischi di qualità – “Ten Summoner’s Tales” (1993), “Mercury Falling” (1996) e “Brand New Day” (1999) – continuando le sue apparizioni cinematografiche e intessendo interessanti collaborazioni con altri noti artisti (qui mi limito a citare Elton John, Bryan Adams, Tina Turner, Eric Clapton e Rod Stewart).

Sting resta sinceramente sconvolto dai tragici fatti dell’11 settembre 2001, esprimendo direttamente le sue sensazioni al riguardo sull’album “Sacred Love” (2003), supportato dai singoli Send Your Love e Whenever I Say Your Name con Mary J. Blige. Ma la cosa che forse più ammiro di Sting è la sua continua evoluzione e maturazione artistica (oltre che, si capisce, umana) che lo ha portato a proporre sempre grande musica senza mai fare un solo passo falso: ulteriore testimonianza con “Songs From The Labyrinth” (2006), un album prevalentemente per sola voce e liuto dove il nostro rivisita l’opera del musico medievale John Dowland.

Il regalo più grande che Sting potesse fare ai suoi tanti ammiratori sparsi per il mondo arriva però al principio del 2007: annuncia la reunion dei Police, che quindi intraprendono un lungo tour internazionale che tocca anche l’Italia, il 2 ottobre a Torino. Quel concerto fu per me la prima occasione che ebbi di vedere il mio idolo dal vivo, per giunta alle prese col repertorio musicale di uno dei gruppi rock che più hanno entusiasmato gli appassionati di musica. Terminato il tour coi Police nell’estate 2008, Sting è tornato in studio per l’album “If On A Winter’s Night…” (2009) – altra escursione nel passato con canti e filastrocche natalizie dei secoli scorsi – e tentando con successo sperimentazioni nel teatro o per orchestra. Un’esperienza, quest’ultima, che ha portato alla realizzazione dell’album “Symphonicities” (2010) – una rivisitazione dei classici di Sting per voce e orchestra – e al relativo tour mondiale.

Dopo un’esperienza a teatro con l’interpretazione del musical tratto dall’album “The Last Ship” (che se non altro, pur non essendo un capolavoro di disco, ci mostra Sting alle prese con delle sue canzoni nuove di zecca), il nostro torna alle collaborazioni illustri per quanto riguarda l’attività concertistica (prima Paul Simon e successivamente Peter Gabriel) e soprattutto alla musica rock, suggellato dal nuovo album “57th & 9th” (2016) e dal relativo tour mondiale. Inarrestabile Sting.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 4 marzo 2017)

Perry Farrell’s Satellite Party, “Milky Avenue”, 2007

perry-farrell-satellite-party-ultra-payloadedIn questi giorni sto ascoltando “Ultra Payloaded” (2007), l’album di debutto dei Satellite Party, la nuova band di Perry Farrell. Sulle prime non è che mi dicesse molto ‘sto disco ma poi, a poco a poco, ho apprezzato sempre più le singole canzoni in esso contenute. In particolare, ce n’è una chiamata Milky Avenue che mi sembra un’ottima colonna sonora per queste ultime settimane d’estate.

Milky Avenue è il classico pezzo da sentirsi a tutto volume mentre si guida in macchina al tramonto coi finestrini spalancati & il vento nei capelli: un brano caldo, rilassato, vagamente malinconico e sognante.

Scritta da Perry Farrell con Flea dei Red Hot Chili Peppers (che vi suona pure il basso), Milky Avenue è una di quelle canzoni che m’incoraggiano nel pensare che, per fortuna, una musica pop-rock decentemente godibile può essere prodotta anche oggi.

– Mat

ps: …e mi sa che mi toccherà comprare pure questo “Ultra Payloaded”…

David Sylvian, “Secrets Of The Beehive”, 1987

david-sylvian-secrets-of-the-beehive-immagine-pubblica‘Settembre è di nuovo qui’ canta serenamente David Sylvian nel brano che apre quello che molto probabilmente è il suo album da studio più bello ed emozionante, “Secrets Of The Beehive”, pubblicato dalla Virgin nel 1987.

Un album che oggi, primo settembre, sono andato a riascoltarmi subito con grande piacere: questo è uno dei miei dischi preferiti e settembre è uno dei miei mesi preferiti. Una combinazione pressoché perfetta, anche se il disco non è di facile recensione. Posso solo dire d’averci provato, ecco.

Il brano che abbiamo appena citato è, appunto, September, poco più d’un minuto per piano e voce, quella calda e bellissima di David. L’orchestrazione discreta è invece opera di quel mago degli arrangiamenti e delle ambientazioni sonore che risponde al nome di Ryuichi Sakamoto. Anzi, il riuscito connubio Sylvian-Sakamoto si ripete per tutte le altre tracce di “Secrets”.

Dopo la poesia minimale di September, troviamo The Boy With The Gun, un grande brano melodico che mette in risalto il nuovo approccio voluto da Sylvian per la sua musica dell’epoca: un sound più acustico, più suonato e pulito ma al tempo stesso più lieve, quasi minimale.

La successiva Maria è un pezzo decisamente dark, quasi gotico: la voce profonda di Sylvian – in alcuni casi raddoppiata – e la tetra atmosfera sonora resa da Sakamoto creano uno dei brani più suggestivi dell’intera discografia di David. Segue la splendida ed elegante Orpheus, semplicemente una delle canzoni più belle di Sylvian e, di fatto, uno dei vertici espressivi di quest’album. E’ un brano di gran classe, all’epoca edito anche su singolo, che forse giustifica da solo l’acquisto di “Secrets Of The Beehive”.

Poi è la volta d’un altro brano d’atmosfera, The Devil’s Own, una lenta filastrocca scandita dal piano. Anche qui siamo in presenza di una delle canzoni più suggestive del nostro, una canzone dalla quale è difficile non farsi ammaliare. La successiva When Poets Dreamed Of Angels è un pezzo d’immensa classe che unisce gli umori intimisti, comuni a tutto il disco, col flamenco, la cui chitarra è qui affidata al bravissimo Phil Palmer (è quello che suona quegli strabilianti assoli nella Con il nastro rosa di Lucio Battisti, per capirci).

Se con Mother And Child siamo ancora in presenza d’una filastrocca – principalmente acustica – con la successiva Let The Happiness In troviamo un lungo brano meditabondo, caldo e disteso, dall’effetto cullante con l’impiego in bella mostra delle percusioni di Steve Jansen (il fratello di David, già nei Japan e presente anche in altri brani di “Secrets”). La conclusiva Waterfront è una struggente & indimenticabile canzone per voce – David – e piano – Ryuichi – sostenuta dal sapiente e mai invadente uso dell’orchestra, sempre a cura di Ryuichi.

Fin qui, la splendida versione su elleppì di “Secrets Of The Beehive”, mentre in ciddì (negli anni Ottanta, per lanciare il nuovo supporto, vi s’inserivano brani aggiuntivi) è inclusa un’ulteriore perla: la rilettura di Forbidden Colours, brano che il duo Sylvian-Sakamoto aveva già realizzato nel 1983. Forbidden Colours è in assoluto una delle mie canzoni preferite e la versione originale non si tocca: tuttavia, questa del 1987, col suono minimale ricreato dal trio Sylvian-Sakamoto-Jansen è, come dicevo, un’autentica perla.

Se volete procurarvi il ciddì di “Secrets Of The Beehive” con Forbidden Colours state però attenti alla ristampa: in quella recente del 2003 non è inclusa; al suo posto figura l’ugualmente bella Promise (The Cult Of Eurydice), un B-side tratto da uno dei singoli. Mi chiedo perché la casa discografica non abbia incluso entrambe le canzoni, dato che ce n’era tutto lo spazio… mah, misteri insondabili del marketing discografico.