The Cure, “Burn”, 1994

the-crow-soundtrack-the-cure-burnDa bravo fan dei Cure non posso non trovare magnifica la loro Burn, la canzone che apre le tetre danze della colonna sonora de “Il Corvo”, noto film dello sfortunato Brandon Lee.

Una canzone dark, epica, imponente, bella lunga, percussiva, intensa, avvolgente come una notte carica di pioggia & nebbia. La prova vocale di Robert Smith è (come nella maggior parte dei casi) fantastica, il testo è tanto curiano quanto in linea col tema del film. Nel film, Burn la si ascolta quando il fantasma di Lee si trucca e si prepara a diventare quel vendicatore tanto caro agli appassionati della cultura dark.

Burn è stata pubblicata per la prima volta proprio nella colonna sonora de “Il Corvo” (1994) e, in quanto tale, rappresenta uno straordinario inedito nel repertorio dei Cure. Nel 2004, Burn è stata finalmente inclusa in una pubblicazione ufficiale della band, vale a dire il bel cofanetto di lati B ed inediti chiamato “Join The Dots”.

A proposito… buon Halloween a tutti!

– Mat

Lionel Richie

lionel-richieHo sempre amato la musica nera, mi mette istintivamente felicità, mi dà coraggio, mi dà speranza e, cosa sempre gradita, mi diverte & m’emoziona. La storia della musica nera è piena di grandi personaggi, di grandi artisti, di persone importantissime & influenti che hanno avuto molto più peso di quello che il grande pubblico bianco appassionato di musica sia pronto a riconoscere. Uno di questi grandi artisti neri, uno di quelli che mi sono sempre piaciuti, è Lionel Richie, sia come cantante dei Commodores e sia come affermato solista.

Sia a nome Commodores che a nome Lionel Richie, il nostro sarà eternamente ricordato per aver dato alle stampe almeno due classici intramontabili, rispettivamente, quella stupenda ballata chiamata Easy e quell’hittone danzereccio chiamato All Night Long. E’ inoltre coautore, assieme a Michael Jackson, della ormai storicissima (e superlativa) We Are The World. Insomma, basterebbero solo queste tre canzoni per far capire chi sia Lionel Richie…

La carriera professionale del buon Lionel Brockman Richie (20 giugno 1949… 20 giugno, la mia stessa data di nascita… un altro motivo per cui lui mi sta simpatico) prende avvio al principio degli anni Settanta, come tastierista e principale cantante dei Commodores, un gruppo appartenente alla formidabile scuderia Motown (che resta una delle case discografiche più prestigiose del mondo), pensato come supporto dei Jackson 5, in quel periodo gli artisti di maggior successo della stessa Motown. In realtà i Commodores, parallelamente ai Jackson 5 (che a metà anni Settanta passano alla CBS e assumono il nome di The Jacksons), si riveleranno molto più d’una semplice band di supporto in chiave funk, bensì una macchina sforna hit melodici & indimenticabili. Ecco quindi celebri canzoni come Just To Be Close To You (1976), la già citata Easy (1977), Three Times A Lady (1978), Sail On (1979) e Still (1979), tutte firmate dal solo Lionel, che si toglie pure lo sfizio di scrivere Lady, un hit da primo posto nella classifica americana per l’artista country Kenny Rogers. Nel 1981, invece, Lionel Richie duetta con la grande Diana Ross in una canzone da lui composta, la romantica & splendida Endless Love, colonna sonora del film omonimo e altro numero uno in classifica.

Per un talento come quello di Lionel Richie, senza nulla togliere agli altri bravissimi musicisti & autori in seno ai Commodores, intraprendere la carriera solista era solo una formalità (seppur, a quanto dichiarato dal nostro, presa non proprio a cuor leggero). Ecco quindi una trilogia di album firmati Lionel Richie che faranno la sua grande fortuna nel corso degli anni Ottanta e lo porteranno sulla vetta degli artisti più famosi e di successo di quel decennio: l’omonimo “Lionel Richie” del 1982, l’ormai classico “Can’t Slow Down” del 1983 e “Dancing On The Ceiling” del 1986, tutti contenenti hit famosi e bellissimi quali Truly (1982), All Night Long (1983), Hello (1983), Running With The Night (1983), Penny Lover (1983), Say You, Say Me (1985), Dancing On The Ceiling (1986) e pure qualcun altro che ora mi sfugge.

Sono anni, gli Ottanta, dove Lionel Richie si diverte anche a collaborare con gli artisti più disparati (diversi di essi cantano/suonano proprio nei suoi pezzi): oltre al già citato Michael Jackson e all’imponente progetto di USA For Africa legato al singolo We Are The World (1985), Lionel collabora con Joe Walsh degli Eagles, con Eric Clapton, con Joni Mitchell, col bassista Nathan East, col tastierista Greg Phillinganes, col percussionista Paulinho Da Costa e con altri musicisti d’eccezione.

Con l’arrivo degli anni Novanta, Lionel si ritira maggiormente dalle scene, seppur pubblichi due album in quel decennio, “Louder The Words” (1996) e “Time” (1998), e finora tre in questo decennio, “Renaissance” (2001), “Just For You” (2004) e “Coming Home” (2006). In questa produzione più recente del nostro non mancano le collaborazioni importanti e, soprattutto, le belle canzoni… insomma, pur se Lionel Richie sia maggiormente conosciuto come un artista legato agli anni Settanta e Ottanta, non ha perso nulla della sua innata classe.

Per questo, a chi ha voglia di saperne di più, consiglio una bella doppia raccolta intitolata “The Definitive Collection”, comprendente la produzione solista e commodoriana di Lionel dal 1974 al 2002: con un po’ di fortuna, in alcuni centri commerciali la si trova anche a dieci euro… due ciddì pieni di belle canzoni, a cinque euro l’uno, mi pare proprio un ottimo affare!

– Mat

John Lennon, “John Lennon/Plastic Ono Band”, 1970

john-lennon-plastic-ono-band-album-1970Spesso anche i fan beatlesiani più convinti hanno criticato a Paul McCartney l’incostanza di alcuni suoi dischi, cioè il fatto che accanto a grandi canzoni nello stesso album figurassero brani minori del tutto trascurabili. A mio modesto avviso non è che il ben più quotato John Lennon abbia fatto molto di meglio; tuttavia c’è almeno un album lennoniano che considero consistente nel vero senso del termine: “John Lennon/Plastic Ono Band”.

Pubblicato alla fine di quel fatidico 1970 che vide la conclusione della parabola artistica dei Beatles, “John Lennon/Plastic Ono Band” segna per il nostro un punto d’arrivo e un punto di partenza al contempo: la fine del periodo beatlesiano e degli ideali del 1967-68, l’inizio della sua carriera solista e la parallela presa di coscienza come artista impegnato per i diritti civili. Il John Lennon che il pubblico conoscerà negli anni Settanta sarà molto diverso dal gioviale componente dei Beatles negli anni Sessanta e la sua musica finirà col risentirne parecchio.

Questo è un album piuttosto scarno, dai testi duri, disillusi, molto autobiografici, per quello che è uno dei lavori più crudi e sinceri mai proposti da un musicista pop-rock. John Lennon non si fece infatti scrupoli ad esternare i suoi demoni e i suoi tormenti esistenziali, anche all’indomani della fine del mito Beatles: dopo che lui e Yoko Ono si sottoposero ad alcuni mesi di terapia primal scream condotta dal medico Arthur Janov, in modo da affrontare vecchi traumi infantili (soprattutto la prematura morte della madre, un tema che ricorre nel disco in questione), John tornò negli studi di Abbey Road nel settembre ’70 con pochi ma fidati amici – Ringo Starr (batteria), Klaus Voormann (basso), Billy Preston (piano) e la stessa Yoko – per produrre, assieme al celeberrimo Phil Spector, quello che ritengo essere il suo miglior album da solista.

Le undici canzoni contenute qui sono state messe su nastro in poche take, alcune praticamente in presa diretta, probabilmente come reazione da parte di Lennon all’esasperante perfezionismo dei grandi capolavori beatlesiani del periodo 1966-69. S’inizia in modo alquanto tetro, con delle campane che suonano a morto: poi entra l’aspro canto di John e l’implacabile e monotona batteria di Ringo per quella che è una rabbiosa e indimenticabile ballata, Mother. La ben più mite Hold On è invece una ballata dove John infonde coraggio a se stesso – ma anche a Yoko e al mondo intero – nel tenere duro e nel cercare di andare avanti; nonostante tutto, il tipico ottimismo beatlesiano sembra ancora intatto.

I Foud Out, dal ritmo più serrato e secco, figura un altro cantato aspro da parte di John, il quale annuncia che finalmente ha aperto gli occhi sulla realtà che lo circonda, citando anche un certo Paul. La nota Working Class Hero è una canzone acustica che figura il solo Lennon con la sua chitarra: su ipnotici accordi, John canta un testo duro e disincantato, memore dello stile di Bob Dylan ma al contempo così tipicamente lennoniano. Con Isolation ritroviamo un po’ di dolcezza in quella che è una canzone davvero memorabile, una delle mie preferite nel catalogo di John: una ballata pianistica, anch’essa così tipicamente lennoniana, forte di una bella melodia e d’un indimenticabile bridge (‘I don’t expect you / to understand’ / ecc…) che poi sarà ripreso per vari provini di Real Life.

Caratterizzata da un incalzante pianoforte quale principale strumento ritmico, Remember si segnala soprattutto per la bella prova vocale da parte del nostro. Le fa seguito la famosa Love, un brano tanto semplice quanto bellissimo, fra i pezzi lennoniani più amati di sempre, dolcissimo in tutta la sua delicatezza acustica. Da segnalare, in Love, l’unico contributo strumentale di Phil Spector a questo disco, accompagnando al piano John che suona la chitarra acustica.

La minacciosa Well Well Well è altro pezzo caratterizzato dal tono aspro e rabbioso della voce di John (sul finale diventa urlata, in una sorta di esercizio primal scream), col tutto sorretto abilmente dalla pestante batteria di Ringo e dal cupo basso di Klaus. Ritroviamo un altro momento di dolcezza con la placida Look At Me, sorella di Julia, brano dei Beatles datato 1968: scritte praticamente insieme, qui Lennon propone per la prima volta questa delicata e sentimentale ballata acustica.

Ed eccoci infine a God, della quale ho già parlato… per non ripetermi rimando a quel vecchio post… però questa è una signora canzone, come si può non parlarne?! Straordinaria, che altro dire… se amate i Beatles e non avete mai sentito God correte ad ascoltarla… vi sorprenderà!

La conclusione di “John Lennon/Plastic Ono Band” è però affidata alla breve ma triste My Mummy’s Dead, una lenta filastrocca acustica che suona lontana e gracchiante, come se fosse filtrata da una radio. Mi ha sempre colpito il fatto psicologico che il dolore assorbito da piccoli e rimosso dalla spensieratezza giovanile prima o poi torna dal fondo della coscienza per chiedere il conto, anche ad uno come John Lennon, che all’epoca aveva trentanni, aveva appena messo fine alla storia più bella dell’arte del Ventesimo secolo, i Beatles, era fresco sposo ed era ricchissimo.

– Mat

The Good, The Bad & The Queen, 2007

the-good-the-bad-and-the-queen-damon-albarn-clash-blurIn questi giorni sto ascoltando quasi a ripetizione (o a manetta, come si dice in gergo) l’album omonimo di The Good, The Bad & The Queen, ovvero un supergruppo costituito nel 2006 da Damon Albarn dei Blur (o dei Gorillaz, se preferite), da quel monumento di Paul Simonon dei Clash, da Simon Tong (ex chitarrista dei Verve) e dal raffinato batterista Tony Allen, collaboratore di Albarn già da un po’.

“The Good, The Bad & The Queen” è un disco uscito al principio di quest’anno ma che non ho comprato immediatamente, nonostante l’allettante presenza di Paul, che suona il basso in tutti i pezzi e contribuisce ai cori. Diversi mesi prima, un amico blogger mi aveva già anticipato la bellezza di quest’album, avvertendomi che l’avrei apprezzato via via sempre di più. Ebbene devo dargli ragione (oltre che ringraziarlo): ho comprato il ciddì di “The Good, The Bad & The Queen” un mesetto fa ma in questi giorni è finalmente esploso il mio amore per questa musica. Sarò banale & scontato se mi azzardo a dire che questo è un sound di non facile catalogazione? A me suona come una sorta di disincantato ma cullante dub/reggae, spruzzato con la tipica eccentricità di tanti arrangiamenti pop-rock che la musica inglese ci ha splendidamente proposto dall’era Beatles ad oggi.

Qui non mi prodigherò in una delle mie solite (e forse noiose, chissà…) recensioni. Mi limiterò a dire che il motivo per cui ho comprato questo disco, cioè il basso di Paul Simonon, c’è & si sente, che lo stile di Damon Albarn (che conoscevo appena da qualche pezzo dei Blur e dei Gorillaz) è molto interessante & personale (lui è la mente del gruppo, il cantante & l’autore dei pezzi, e mi pare decisamente bravo), che Simon Tong è un menestrello tanto discreto & puntuale quanto abile, che il tocco di Tony Allen è proprio sorprendente.

Ovviamente, i pezzi che preferisco sono… tutti! Sul serio, non ce n’è uno che non s’incastri perfettamente nei quasi cinquanta minuti di durata dell’album. Comunque, se proprio devo citare qualche canzone, dico che trovo bellissima 80’s Life, con reminiscenze dell’era “Pet Sounds” dei Beach Boys, memorabili la saltellante Northern Whale e l’iniziale History Song. Ma anche A Soldier’s Tale … ma anche The Bunting Song… ma anche il primo singolo, Herculean …insomma, tutte!

Per farla corta, per farla breve, “The Good, The Bad & The Queen” è un album che non dovrebbe scontentare nessun vero fan dei Clash, specie se ammiratore come me dell’era “Sandinista!”. A me è piaciuto. E tanto.

– Mat

Alice In Chains

alice-in-chains-immagine-pubblicaUn altro dei miei post-omaggio datato 2006… forse oggi la ascolto un po’ meno, questa band, ma la sostanza delle cose che scrissi non cambia…

Alice In Chains
… conosco questo nome fin dai primi anni Novanta, quando, da poco interessato al rock, leggevo sulle riviste di questa band assieme ad altre che in quegli anni calcavano le scene & dominavano le classifiche angloamericane: Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden, Jane’s AddictionThe Stone Roses, Smashing Pumpkins, Red Hot Chili Peppers e altre ancora. Ne sentivo parlare sempre bene, di questi Alice In Chains, e per anni ho mantenuto l’intenzione di ascoltarmi la loro musica come si deve. Ma poi passa oggi e passa domani e così arriva il nuovo decennio, dove la band di Seattle non è più in attività. Acquisto allora la raccolta “Greatest Hits” (2001) che, seppur contenente solo dieci canzoni, mi fa innamorare di quelle sonorità: cupo hard rock, atmosfere tese e taglienti, un senso di rabbia e di desolazione che sembra trasudare da ogni brano. Le canzoni che mi colpiscono all’istante sono Man In The Box (formidabile!), Angry Chair (quasi gotica), Would? (bella potente), I Stay Away (magnifica) e Grind (sporca e tosta).

Il mio entusiasmo è così grande che qualche anno dopo vado anche a comprarmi “Unplugged” (1996), l’esibizione del ’96 che gli Alice In Chains realizzarono per la nota trasmissione di MTV. Bel disco pure questo, non c’è che dire. Nel frattempo, purtroppo, nell’aprile 2002 muore Layne Staley, il tormentato cantante della band (foto sopra), tossicodipendente cronico da anni. Una fine ingloriosa, della quale preferisco non parlare… mi dispiacque molto, davvero.

Più tardi un mio amico mi prestò un mini album degli Alice In Chains, “Jar Of Flies” (1994), un EP contenente sette canzoni, perlopiù acustiche. Gran bel disco anch’esso che m’ispira un’idea diabolica: comprare tutti gli album degli Alice In Chains, che non sono poi molti… “Facelift” (1990), un altro mini chiamato “SAP” (1991), “Dirt” (1992) e l’omonimo “Alice In Chains” (1995). Ci sarebbe anche “Above”, un disco che lo sfortunato Staley ha realizzato come Mad Season in compagnia di altri musicisti della scena rock di Seattle, tra cui Mike McCready dei Pearl Jam.

Poi però scopro l’oggetto delle meraviglie: il cofanetto antologico degli Alice In Chains, “Music Bank” (1999), composto da tre CD e un DVD che ripercorre la carriera audiovisiva dei nostri. Prenderò questo, appena ne avrò la possibilità monetaria, si capisce…

Ora una breve biografia sugli Alice In Chains: la band si forma a Seattle sul finire degli anni Ottanta dall’incontro tra Layne Staley e Jerry Cantrell (chitarrista e principale autore delle canzoni), ai quali si aggiungono di lì a poco il bassista Mike Starr e il batterista Sean Kinney. Il debutto discografico degli Alice In Chains avviene nel 1990 con l’EP “We Die Young” ma nel corso del ’92 la band vede l’abbandono di Kinney, il quale verrà così rimpiazzato da Mike Inez. Gli Alice In Chains riscuoteranno un enorme successo nel corso degli anni Novanta, sia da parte del pubblico (soprattutto quello statunitense) che della critica, tuttavia la loro attività concertistica sarà sempre piuttosto limitata a causa delle precarie condizioni di salute di Layne Staley.

Dopo il fattaccio dell’aprile 2002, ovviamente la band si scioglie (anche se, in pratica, s’era già sciolta molto tempo prima) con Jerry che va avanti come solista. Qualche anno dopo, gli Alice In Chains, nella formazione Cantrell-Starr-Inez, effettueranno una performance per raccogliere fondi a favore delle vittime dell’uragano Katrina e successivamente, nel corso del 2006, daranno vita ad un breve tour con un nuovo cantante, William Duvall… sono stati anche a Milano, nell’estate 2006, in occasione del noto festival Gods Of Metal. Ora, per gli Alice In Chains, si prospetta un ritorno in grande stile per il 2009, con tanto di nuovo album, il primo da quello eponimo del 1995.

(ultimo aggiornamento il 19 settembre 2008)

The Police… dal vivo a Torino!

the-police-2007-stewart-copeland-sting-andy-summersSono da sempre un fan di Sting e dei Police. Non avevo mai visto il mio idolo dal vivo ma fino al dicembre del 2006 non avrei mai creduto che la prima volta che avrei visto Sting in azione sul palco sarebbe stata coi due compari storici, ovvero Stewart Copeland e Andy Summers, vale a dire The Police! Se me l’avessero predetto anni addietro mi sarei fatte sonore risate… e invece no, ho davvero visto i Police dal vivo, cazzo, allo Stadio delle Alpi di Torino, lo scorso 2 ottobre! Per giunta nel giorno del compleanno di Sting… beh, mi sento abbondantemente ripagato da tanta attesa: detto fra noi, ho assistito ad uno dei concerti più entusiasmanti della mia vita (forse IL concerto più entusiasmante della mia vita… ci sto riflettendo in questi giorni…). Da dove cominciare? Dal viaggio? Vediamo un po’…

La mia ragazza Antonella, mio fratello Luca & il sottoscritto partiamo da Pescara (ancora un po’ assonnati) alle sette del mattino, con un bus a due piani, appositamente organizzato per il concerto. Il viaggio scorre tranquillo, anche perché intervallato da alcuni piacevoli dvd come ‘Live 8’ (lo storico megaconcertone mondiale svoltosi nel luglio 2005) e ‘Vieni avanti, cretino!’ di Lino Banfi e soprattutto dalle soste in Autogrill. Tuttavia il viaggio è lungo e appena entrati in Piemonte l’attesa inizia a farsi palpabile: in effetti nessuno pare farcela più a stare sull’autobus ma ormai manca poco, Torino (dove non ero mai stato) non può essere molto lontana ormai.

L’arrivo in città inizia ad elettrizzarci: vediamo alcune direzioni consigliate per raggiungere lo stadio e gente con addosso le magliette dei Police! Cazzo, ci siamo, penso io. Fermiamo proprio davanti allo stadio, sono all’incirca le sei del pomeriggio, dopodiché, tutti contenti, Luca, Anto & io ci dirigiamo verso il nostro ingresso, la curva nord. Con mio sollievo è una splendida giornata, fa caldo e c’è un botto di gente… in giro sento un po’ tutti i dialetti d’Italia, specie quello lombardo. Una volta controllati & staccati i nostri biglietti dagli addetti ai lavori, mettiamo finalmente piede nello stadio, prima però ho una missione da compiere: devo acquistare il tour book, che per fortuna non costa esageratamente, giusto quindici carte.

Entriamo nello stadio e rimango colpito dall’imponenza del posto, nel quale, ovviamente, non ero mai stato: uno stadio enorme, la culla storica della Juventus! Prendiamo posto in curva, siamo al primo livello, e con mio altro grosso sollievo siamo in una posizione centralissima. Certo, il palco è distante (e io, per l’ennesima volta, ho scordato a casa il cannocchiale…) ma sta lì, bello bello di fronte a noi. Ci sistemiamo, andiamo in bagno, facciamo tutto ma l’attesa è spasmodica: sono le sette e non vediamo l’ora di vedere/sentire i Police!

Poi finalmente c’è il primo gruppo di supporto, i salentini La Notte Della Taranta (coi quali Stewart Copeland si è entusiasticamente esibito in passato) che, per carità, saranno anche bravissimi, ma che dopo quattro/cinque pezzi hanno già rotto le palle. Luca sembra distratto, Anto & io non ne possiamo davvero più. Dopodiché ecco il secondo gruppo supporto, i Fiction Plane, una band nota per il fatto di essere capitanata dal primogenito di Sting, Joe Sumner: sono molto meno peggio di quanto mi aspettassi, sono un trio e quel raccomandato di Joe suona il basso ma la musica c’entra ben poco con quella dei Police ed è più che dignitosa. Se non altro, Joe si sforza di parlare l’italiano, si rivela abbastanza umile e, cosa a me molto più gradita, ha un timbro e una tecnica vocale che somigliano molto a quelli dell’illustre papà.

Sono ormai le nove di sera, data fatidica dell’inizio ufficiale del concerto dei Police, anche se il quarto d’ora accademico è lecito. Il quarto d’ora diventa mezzora e lo stadio è ormai al massimo della frenesia: nessuno sembra poterne più dell’attesa, anche quando ci mettono una gradita Get Up, Stand Up di Bob Marley & The Wailers ben sparata dall’impianto di amplificazione, e le grida & le ola & le risate si sprecano.

Finalmente il miracolo si compie: le luci si spengono, il palco si trasforma e si riveste di scintillanti colori, i tre eroi (senza alcun supporto di strumentisti aggiunti e di coriste) salgono sul palco fra il delirio della folla! I Police attaccano con Message In A Bottle (con Sting che non perde tempo e inserisce un graditissimo ‘ciao Torino’ nel testo), poi proseguono con una versione strepitosa di Synchronicity II e poi ancora con Walking On The Moon.

La band appare subito in grande forma, tenendo presente che non va in tour dal 1984 e che il più giovane, Stewart, ha cinquantacinquanni e il più vecchio, Summers, quasi sessantacinque. Sting fa paura, è uno splendido cinquantaseienne (fresco fresco nel giorno del suo compleanno) e appare notevolmente rilassato, Copeland è Copeland (leggasi il miglior batterista rock vivente) e Summers pare essersi ritagliato uno spazio chitarristico tutto suo e di ottima fattura. Ecco, a me è bastato vedere i Police in azione in questi primi tre pezzi per giustificare i soldi spesi per biglietto & viaggio, potevano finirla anche lì e sarei stato felice lo stesso! Ma lo spettacolo ovviamente è andato avanti, per due ore buone, davanti ad un pubblico molto caloroso che evidentemente sentiva tantissimo questa storica reunion.

I Police eseguono quindi brani tratti dai loro cinque album da studio, ovvero (non in quest’ordine preciso, che non ricordo la sequenza esatta… abbiate pazienza, ero in estasi!) la pulsante Driven To Tears, un medley fra Voices Inside My Head e When The World Is Running Down, la scanzonata De Do Do Do De Da Da Da, la punkeggiante Truth Hits Everybody, una Invisible Sun completamente riarrangiata (è più distesa), la celebre Don’t Stand So Close To Me, un interesante medley fra Hole In My Life e Hit The Road, Jack (storico hit di Ray Charles), una stupenda Wrapped Around Your Finger con Copeland in grande spolvero sulle percussioni, lo storico medley fra Can’t Stand Losing You e Reggatta De Blanc, la coinvolgentissima Every Little Thing She Does Is Magic, una più rockeggiante Walking In Your Footsteps e la celeberrima Roxanne (con tanto di nuova improvvisazione centrale, già sentita ai Grammy Awards lo scorso febbraio).

Dopodiché la solita tiritera della band che saluta, abbandona il palco & si ripresenta qualche minuto dopo fra sessantacinquemila ecclamazioni per il bis conclusivo. Si parte con la fantastica King Of Pain, si prosegue con So Lonely (ma forse è stata eseguita in precedenza e qui c’è una delle prime canzoni che ho citato poco fa), per poi finalmente imbattersi in Every Breath You Take. Ammetto di essermi commosso un pochino… i Police che a cento metri da me stanno suonando il loro classico… sono un loro fan da una vita…

Finita Every Breath You Take la band saluta il pubblico ma poi propone una ruggente versione della punkeggiante Next To You, con il pubblico alle stelle per tutto quello che ha visto e sentito. Fine del concerto… che dire… veramente emozionante, Antonella è felicissima, Luca è contento & rilassatissimo (anche perché ha fatto baldoria con due simpatici ubriaconi e s’è fatto grasse risate mentre quelli diventavano sempre più instabili sulle proprie gambe), io… beh, io… ero conscio di aver assistito ad uno dei più grandi spettacoli della mia vita.

Ritorno tranquillo, con quasi tutti i presenti sull’autobus addormentati, intervallato da ‘Fracchia la Belva Umana’ di Paolo Villaggio. Distrutti ma felicissimi dopo altre nove ore di strada e il sorgere del nuovo giorno. Se ne è valsa la pena? Cazzo se sì!!

– Mat