The Smiths, “There Is A Light That Never Goes Out”, 1986

the-smiths-there-is-a-ligth-that-never-goes-outCerto che le canzoni degli Smiths sono veramente tristi! Ma che belle che sono…

Una di quelle che apprezzo di più, e che più m’impressiona, è There Is A Light That Never Goes Out, magnifica perla tratta dall’album “The Queen Is Dead” (1986). Bella fin dal titolo…

La musica, composta dal chitarrista della band, Johnny Marr, è un pop-rock medio-veloce per batteria & basso & chitarra ritmica, col tutto sorretto da un efficace & elaborato accompagnamento sintetizzato a partire dal primo ritornello. Una musica indimenticabile, a mio avviso.

E il testo? Scritto da Morrissey, la voce stessa degli Smiths, è uno dei più originali nei quali io mi sia mai imbattuto: triste perché il protagonista della storia dice di non voler più tornare a casa, dato che non ne ha più una, di casa, fra l’altro non ne sarebbe più nemmeno il benvenuto; si trova invero a bordo di una macchina come passeggero e prega il guidatore di portarlo fuori, portarlo in un posto qualsiasi, dato che non importa, basta che ci sia musica, luce & gente in giro. Ma poi, sul più bello, ovvero il ritornello, ecco che il protagonista della nostra canzone dice che se anche dovessero schiantarsi a morte in un incidente stradale la cosa sarebbe un privilegio & un onore per quel timido passeggero che, nonostante tutto, non riesce ad esprimere i suoi sentimenti più reconditi al guidatore.

Non credo d’aver mai sentito una roba del genere in una canzone! Soltanto un gruppo inglese avrebbe potuto proporre un brano come There Is A Light That Never Goes Out, e gli Smiths mi sembrano inglesi fino al midollo.

Nel complesso, la struggente musica di Marr unita alle originali parole di Morrissey ci regalano una canzone a dir poco notevole.

– Mat

ps: ora che ricordo, There Is A Light That Never Goes Out viene anche ampiamente citata dallo scrittore Enrico Brizzi in uno dei suoi libri, se non sbaglio “Tre Ragazzi Immaginari”.

The Clash, “The Clash”, 1977

the-clash-primo-album-omonimoQuesto 2007 ha segnato importanti anniversari discografici, celebrati chi più chi meno dalla stampa specializzata (e con molta più umiltà & meno pretese dal sottoscritto): “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” (1967) dei Beatles, “Velvet Underground & Nico” (1967) dei Velvet Underground, “The Doors” (1967) dei Doors, “The Piper At The Gates Of Dawn” (1967) dei Pink Floyd, ma anche “Exodus” (1977) di Bob Marley & The Wailers, “Never Mind The Bollocks” (1977) dei Sex Pistols, la colonna sonora di “Saturday Night Fever” (1977, quella coi pezzi dei Bee Gees per intenderci), ma pure “Appetite For Destruction” (1987) dei Guns N’ Roses.

Io a questa lista aggiungerei anche “Low” e “Heroes” di David Bowie, “The Idiot” di Iggy Pop, “News Of The World” (1977) dei Queen (è quel disco che contiene We Are The Champions e We Will Rock You, avete presente?), “The Clash” (1977) dei Clash, “…Nothing Like The Sun” (1987) di Sting, “Sign ‘O’ The Times” (1987) di Prince, e “Bad” (1987) di Michael Jackson: alcuni di essi li ho già recensiti alla bellemmeglio su questo blog, di altri mi piacerebbe parlare in post futuri, mentre di “The Clash” parlerò subito, riciclando idee già scritte in un mio vecchio post.

“The Clash”, album di debutto dei Clash, fu il secondo grande album punk a vedere la luce in Gran Bretagna, nel corso del 1977, l’anno che sancì l’affermarsi nelle classifiche riservate al pop-rock di una nuova & ruvida sonorità, il punk per l’appunto. Iniziarono a febbraio i Damned di Brian James e Captain Sensible con l’album “Damned Damned Damned”, ad aprile seguirono i nostri con “The Clash” e completarono la trilogia di classici punk i Sex Pistols, col fondamentale “Never Mind The Bollocks”, pubblicato a novembre, anche se era pronto già da diversi mesi prima.

A partire dal 12 febbraio 1977, nel corso di tre lunghi weekend giovedì-domenica, i Clash e il produttore Mickey Foote (lo stesso tecnico del suono che accompagnava la band nei concerti) sono impegnati per l’incisione del loro album d’esordio agli studi londinesi della CBS . L’atteggiamento assunto dai Clash nei confronti del personale in studio è di aperta sfida: all’epoca la CBS era la casa discografica più grande al mondo e i Clash la vedevano come una sorta di multinazionale alla quale opporsi per non farsi fagocitare. Joe Strummer preferisce incidere le sue parti vocali quando il resto del gruppo non c’è: canta rivolto contro il muro e al contempo suona la sua chitarra ritmica. Evidentemente, secondo lui, ciò era il solo modo possibile per ricreare in studio una sua performance dal vivo; tuttavia la sua voce non è nelle condizioni ottimali, dato che Joe accusava dei noduli alla gola.

Pare, inoltre, che molto del suo contributo strumentale sia stato sostituito a sua insaputa dalla chitarra di Mick Jones, che è il componente dei Clash che, in fin dei conti, più si adatta all’ottica lavorativa in studio: utilizza tre diverse chitarre e collabora col fonico per la resa ottimale dei suoni. Mick dirige anche le operazioni dei compagni: in particolare, insegna a Paul Simonon quali parti di basso deve eseguire… Paul, infatti, aveva le note disegnate sulla tastiera del suo strumento! Contrariamente ad alcune dicerie, però, Simonon eseguì effettivamente le sue parti di basso. C’è da dire, comunque, che il suono di basso che si ascolta per tutto il disco è piuttosto pronunciato e contribuisce enormemente alla definizione del sound complessivo in “The Clash”.

Terry Chimes, già ufficialmente fuori dai Clash, è stato il membro della band meno collaborativo: s’è limitato ad eseguire le istruzioni impartite dagli altri & a suonare le sue parti di batteria correttamente. Si discute, invece, sull’effettivo ruolo del produttore Mickey Foote: anche se Mick Jones abbia potuto svolgere un ruolo di produttore di fatto, a Foote si deve riconoscere quantomeno l’importante ruolo da lui assunto di cuscinetto tra l’aggressività dei Clash in studio e i tecnici della casa discografica, per la prima volta alle prese con la musica punk e i suoi stilemi (ricordiamoci che a quei tempi la CBS andava forte con gente come gli ABBA…).

Per quanto riguarda le singole canzoni, invece…

1) L’iniziale Janie Jones è dedicata ad una nota ‘signora’ londinese: è un brano carico di ruvida urgenza, cantato perlopiù coralmente, mentre negli ultimi ventitré secondi esplode la sola voce di Mick.

2) Remote Control, un duetto tra Mick e Joe, è il brano più convenzionalmente rock dell’album: perciò è stato scelto come secondo singolo dalla CBS (ad insaputa dei Clash che s’incazzarono parecchio).

3) I’m So Bored With The U.S.A. parla dell’americanizzazione della Gran Bretagna e dei suoi costumi; originariamente la canzone era intitolata I’m So Bored With You ed in effetti è questa la frase che cantano Mick e Paul nei cori.

4) La versione di White Riot contenuta nel disco risulta più grezza all’ascolto rispetto a quella pubblicata su singolo qualche tempo prima: è diversa sia nella strumentazione e sia nel cantato, inoltre non prevede gli effetti (sirena, vetro infranto, allarme antincendio, ecc.) usati per il singolo.

5) Hate & War è un brano cantato perlopiù da Mick e cita l’opposto dell’ideale hippy di ‘peace & love’: la situazione non è certamente vista come positiva, bensì viene criticata come segno dei tempi che rende più difficile la vita dei ragazzi.

6) Tranne Police & Thieves (che vedremo fra poco), tutte le canzoni di questo disco sono accreditate alla coppia Strummer/Jones, mentre la breve & coinvolgente What’s My Name? reca un credito di composizione anche per Keith Levene, chitarrista nei Clash fino al settembre ’76. Intervistato in anni recenti, Levene ha affermato che, pur non piacendogli l’album, avrebbe dovuto spettargli lo status di coautore con Strummer & Jones in tutte le canzoni contenute in “The Clash”. Chissà…

7) Deny presenta una struttura più complessa: il tempo cambia più volte dopo il ritornello, mentre a poco più di un minuto dalla fine la voce di Mick s’intreccia al canto rabbioso di Joe.

8) London’s Burning è uno dei pezzi più rappresentativi dell’album: la dichiarazione iniziale di Strummer che sembra asserire un dato di fatto (e il rullare dei tamburi rafforza il tutto), mentre il ritornello corale ad opera di Mick e Paul, l’assolo di chitarra supportato dalle frasi gridate di Joe, e il pestare della batteria di Terry rendono il finale di questa canzone davvero esplosivo.

9) Career Opportunities presenta una complessità atipica per gli standard punk: questo come altri brani dell’album fanno intendere chiaramente che i Clash hanno (e avranno) molto più da dire rispetto ai loro colleghi e rivali musicali.

10) Cheat, a mio parere, è il brano meno riuscito del disco: le idee ci sono (come l’effetto di phaser sul finale) ma evidentemente i tempi ristretti di lavoro e la difficoltà dei Clash ad ambientarsi in un ambiente non familiare come quello dei CBS Studios hanno fatto la loro parte.

11) Protex Blue è un puro brano punk, una canzone ricca di vitalità dove Mick canta uno dei primi testi che ha scritto.

12) Eccoci quindi alla cover di Police & Thieves, un pezzo reggae di Junior Marvin: seppur aggiunta per dare più corpo all’album (dura la bellezza di sei minuti), tutti i Clash si dimostrarono entusiasti del risultato finale, in particolare colpisce l’efficace arrangiamento per due chitarre che Mick s’è inventato.

13-14) 48 Hours presenta un grande coro a tre voci e un assolo di chitarra piuttosto rock ‘n’ roll, mentre Garageland è il malinconico brano di chiusura con tanto di armonica a bocca; il testo è una risposta al famigerato articolo di chi voleva rispedire i Clash al garage lasciando il motore acceso.
“The Clash” raggiunse piuttosto in fretta il 12° posto della classifica britannica: trattandosi d’un nuovo sound proposto da una nuova band, il risultato è sbalorditivo e la dice lunga sulla voglia di cambiamento che i giovani inglesi del tempo cercavano nel panorama musicale.

E per finire, alcune curiosità…
La strategia promozionale per “The Clash” era congiunta al magazine New Musical Express: le prime 10mila copie del disco contenevano un adesivo rosso da applicare a un tagliando pubblicato sul numero di aprile di NME, così da ottenere gratuitamente il singolo Capital Radio.
“The Clash” è stato pubblicato negli USA dalla Epic il 23 luglio 1979 con una scaletta differente: alle prime copie era anche allegato il singolo Gates Of The West / Groovy Times. Poche altre band sono state generose quanto i Clash.

– Mat

Paul McCartney & Wings, “Band On The Run”, 1973

paul-mccartney-wings-band-on-the-run-immagine-pubblicaFinalmente “Band On The Run”! Dico finalmente perché è da oltre un anno che vorrei scrivere di questo fantastico disco uscito nel 1973 ad opera di Paul McCartney e dei suoi Wings… praticamente da quando ho iniziato a scrivere sui blog!

Beh, dato che lo sto ascoltando spessissimo in questi giorni, ora mi sembra l’occasione buona per tentare di scrivere qualcosa di decente su quello che reputo uno dei migliori lavori registrati da un componente dei mitici Beatles, “Band On The Run”, per l’appunto.

Come spesso accade agli artisti, è proprio nei periodi di maggior pressione & stress emotivo che danno il meglio di sé: McCartney, sebbene già all’epoca si stava rivelando come il Beatle solista di maggior successo (sempre nel ’73 uscì “Red Rose Speedway”, un numero uno in classifica, anche se non ricordo se solo in USA o anche in UK) sentì il bisogno di dimostrare alla critica & ai suoi detrattori (fra i quali pure John Lennon e George Harrison) che poteva conciliare il suo innato talento per le belle melodie & i temi romantici con una musica corposa & innovativa. E così, ben prima di gente come Peter Gabriel, Paul decise di andare a registrare il suo prossimo album in Africa, e precisamente negli studi EMI di Lagos, in Nigeria.

Soltanto che la band costituita nel ’71 come supporto dal vivo e in studio, i Wings, si oppose alla trasferta: o meglio, dissero di sì soltanto la tastierista Linda McCartney (ovvio, era la moglie di Paul, nonché la madre dei suoi bambini…) e il fido chitarrista Denny Laine. Per tutto il resto ci pensò lo stesso Paul, che prese posto alla batteria & imbracciò la chitarra, cosa che aveva fatto anche ai tempi dei Beatles (che Paul McCartney sia un ottimo polistrumentista penso che sia cosa nota ai musicofili sparsi per il mondo). Inoltre contribuirono il tecnico Geoff Emerick (già coi Beatles per alcune delle loro creazioni più geniali) e il produttore/arrangiatore Tony Visconti (celebre per i suoi eccezionali lavori con David Bowie), ma quest’ultimo operò a Londra, una volta che i McCartney e i loro collaboratori tornarono in patria dopo un soggiorno nigeriano non proprio tranquillissimo, sovraincidendo delle superbe partiture orchestrali sui natri originali del gruppo. Se non ricordo male, pure Ginger Baker, lo storico batterista dei Cream, contribuì ad alcune percussioni di questo gran classico che è “Band On The Run”.

E le canzoni? Manco a dirlo mi piacciono tutte! Si parte con l’omonima Band On The Run che già di per sé è un capolavoro, di certo una delle migliori creazioni maccartiane. La successiva Jet è, detto fra noi, una delle canzoni che più amo di Paul e una di quelle che mi emozionano di più. Seguono la deliziosa Bluebird, la pulsante & coinvolgente Mrs. Vandebilt (unica canzone di questo album con qualche chiara ispirazione afro nel sound), la distesa Let Me Roll It, la melodicissima & strepitosamente maccartiana Mamunia, la tenera No Words (unico pezzo di questo disco non accreditato alla coppia McCartney, bensì scritto da Denny con lo stesso Paul), la geniale Picasso’s Last Words (Drink To Me) e la conclusiva Nineteen Hundred And Eighty Five, che è uno dei più illuminanti esempi dell’arte teatrale di Paul McCartney, forse il Beatle più visionario in fatto di espressioni sonore.

Fin qui l’album originale, quello stampato in vinile per il mercato inglese. Per il più ricco mercato americano venne inclusa nella scaletta di “Band On The Run” anche il trascinante & stradaiolo singolo Helen Wheels, uscito (anche in patria) poco tempo prima dell’album. Per la serie ‘The Paul McCartney Collection’ curata dalla EMI nel 1993, è possibile invece avere una versione in ciddì contenente tutteddieci le canzoni summenzionate, più Country Dreamer, che è l’originale lato B di Helen Wheels. Per i più fanaticoni di cose beatlesiane (come il sottoscritto…), consiglio invece la bella ristampa di “Band On The Run” del 1999, contenente un secondo ciddì di materiale aggiunto & confezionato in un’elegante cartonatura.

Ah, dimenticavo… bellisima la foto di copertina, che ritrae i tre Wings e alcuni loro amici famosi come se fossero una banda di galeotti sorpresi nella fuga. E’ una delle copertine più belle che io abbia nella mia collezione.

– Mat

Eagles

eagles-glenn-frey-don-henley-joe-walsh-timothy-b-schmidtCon molto piacere ho letto & sentito che “Long Road Out Of Eden”, il primo album da studio dei grandissimi Eagles dopo “The Long Run” del 1979, è al 1° posto di numerose classifiche internazionali, fra cui quella del paese che più compra musica, ovvero gli USA. Più in là, magari come regalo natalizio, andrò anch’io a comprarmi la mia bella copia di questo doppio ciddì a prezzo speciale… nel frattempo, ecco un post che scrissi mesi fa sul vecchio blog.

La storia di oggi riguarda gli Eagles, uno dei gruppi che più apprezzo e ascolto. Semplicemente, ho sempre trovato gradevolissima quella fusione di country e rock: per me è il solo modo di ascoltare quel genere musicale, il country per l’appunto, così tipicamente americano. Per me gli Eagles hanno il merito di aver reso molto più appetibile questo stile, inventandosi a loro volta uno stile unico al mondo, perfettamente riconoscibile, grazie all’impeccabilità dei loro arrangiamenti, alla loro abilità come musicisti, al loro innato senso melodico e ai loro inconfondibili effetti corali. E allora vediamo un po’ cosa hanno combinato questi Eagles nel corso della loro fortunata carrierra discografica.

La band si forma a Los Angeles nei primi anni Settanta, costituita da Glenn Frey (chitarra), Randy Meisner (basso), Bernie Leadon (chitarra) e Don Henley (batteria). La cosa più interessante da notare è che tutti e quattro i membri della band sono in grado di cantare e che tutti si alterneranno alla voce solista, anche se il principale cantante resterà Don Henley.

Gli Eagles debuttano con l’omonimo album nel 1972: “Eagles” è il disco che contiene il loro primo successo, Take It Easy, scritto da Glenn Frey con Jackson Browne, ma pure la deliziosa Peaceful Easy Feeling. Nel ’73 esce uno dei loro dischi migliori, “Desperado”, album che non solo contiene la stupenda Desperado (secondo me una delle canzoni più belle di sempre) ma anche la westerniana Doolin Dalton e la magnifica Tequila Sunrise. Nel ’74 è la volta di “On The Border”, un album che forse segna un passo indietro ma che comunque contiene una memorabile ballata da 1° posto in classifica, The Best Of My Love. “On The Border” segna anche l’ingresso in formazione d’un quinto membro, il chitarrista Don Felder, in modo da rafforzare l’aspetto rock delle performance dal vivo della band.

Gli Eagles tornano alla grande già nel 1975, col fantastico album “One Of These Nights”, disco che contiene alcune delle migliori canzoni dei nostri – ovvero One Of These Nights, Lyin’ Eyes, Take It To The Limit e After The Thrill Is Gone – e che vola ovviamente al 1° posto della classifica americana riservata agli album. Per celebrare il momento di grazia, la casa discografica pubblica una raccolta del periodo 1972-75, intitolata “Thier Greatest Hits”, raccolta che a tuttoggi è il disco più venduto di sempre negli USA. Tuttavia, sul finire dell’anno, gli Eagles accusano l’abbandono del gruppo da parte di Bernie Leadon anche se la cosa, per fortuna, non inficia sul momento di grazia della band, anzi. Nel 1976 gli Eagles se ne escono infatti con un altro album numero uno, il celebrato & celeberrimo “Hotel California”. Il brano omonimo è semplicemente sensazionale ma tutte le altre tracce del disco sono stupende… qui mi limito a citare Wasted Time, New Kid In Town e Life In The Fast Lane. C’è da segnalare che in “Hotel California” il posto di Leadon è preso dal nuovo acquisto, il grande chitarrista Joe Walsh.
Dopo “Hotel California” e il relativo tour, al termine del quale anche Randy Meisner lascia la band, gli Eagles si prendono per la prima volta un periodo di pausa, interrotta nel novembre 1978 dal singolo natalizio Please Come Home For Christmas. Qui fa la comparsa il nuovo quinto membro della band, il bassista Timothy B. Schmit, in fuga dai Poco.

In quel periodo, comunque, la band è impegnata in studio con un nuovo album: le sessioni si prolungano a causa di manie di perfezionismo e di attriti crescenti fra i membri del gruppo. Il lavoro che ne esce, “The Long Run”, pubblicato nel corso del 1979, è comunque notevole: supportato da tre singoli eccezionali come la scanzonata Heartache Tonight, la dolcissima I Can’t Tell You Why e l’omonima The Long Run, l’album vola anch’esso al 1° posto della classifica. Il primo disco dal vivo ufficiale degli Eagles, “Eagles Live”, viene pubblicato nel 1980 ma nel corso del 1981 la band si scioglie con ogni membro apparentemente ansioso di cimentarsi con la propria carriera solista.

Durante gli anni Ottanta, l’amore del grande pubblico per gli Eagles non diminuirà affatto, tanto che saranno diverse e fortunate le raccolte pubblicate in quel decennio. La band torna trionfalmente per un tour mondiale nel corso del 1993, immortalato nell’album “Hell Freezes Over” – che contiene anche alcune nuove canzoni, le prime da oltre dieci anni – edito nel 1994. La reunion è però provvisoria, dopodiché ognuno torna a curare i suoi affari personali. E’ significativo però che la prima raccolta di Glenn Frey sia intitolata “Solo Collection”, a testimonianza che, nonostante dieci anni di carriera solista, il buon Glenn si senta ancora parte di una band. Un buon auspicio.

Gli anni Duemila segnano infatti una nuova reunion degli Eagles, tanto che il gruppo torna a calcare i palcoscenici internazionali nel corso di due distinte tournée. La band ha anche modo di tornare in studio, dando così vita al singolo Hole In The World, ispirato ai tragici fatti dell’11 settembre 2001. Il brano è contenuto in una stupenda, doppia raccolta antologica pubblicata nel 2003, “The Complete Greatest Hits”, un acquisto che consiglio vivamente a tutti gli amanti del rock. Per la cronaca, l’ultima reunion degli Eagles non ha visto la partecipazione di Don Felder, per cui, come all’inizio, la band è tornata ad essere un quartetto.

Per il 2007 si vocifera che ci sarà sia un nuovo tour da parte degli Eagles e sia un nuovo album da studio, il primo dal 1979. Considerando che quest’anno segnerà il ritorno dei Genesis, degli Stooges, dei Roxy Music e dei Police, un ritorno in grande stile degli intramontabili Eagles ci sta benissimo.

Bob Marley & The Wailers, “Redemption Song”, 1980

bob-marley-wailers-uprisingSemplicissima, soltanto una voce & una chitarra come accompagnamento, eppure una canzone struggente & sincera come poche. Una canzone immortale, ecco. Con Redemption Song, credo che Bob Marley si sia consegnato definitivamente alla leggenda.

Per quanto mi riguarda, la frase del testo di questa canzone che trovo più suggestiva è ‘emancipate yourself from mental slavery’…

Redemption Song
fa parte dell’avvincente album “Uprising” (1980), di Bob Marley & The Wailers, l’ultimo disco registrato dal re del reggae prima della valanga di pubblicazioni postume che è seguita.