Aretha Franklin, “Soul ’69”, 1969

aretha-franklin-soul-69-immagine-pubblicaDavvero molto gradevole “Soul ’69”, forse uno degli album più sottovalutati della divina Aretha Franklin. Personalmente lo trovo divertente, elegante, caldo e sensuale, un disco fortemente intriso di jazz, una scelta stilistica che all’epoca dispiacque non poco ai fan della primora della divina.
Accompagnata da una cazzuta big band di turnisti guidati dal celebre arrangiatore/conduttore Arif Mardin, “Soul ’69” ci mostra tuttavia una Franklin straordinariamente a suo agio e dalla potenza vocale & espressiva davvero al top.

Prodotto da Jerry Wexler e da Tom Dowd (in seguito noto produttore dei successi di Rod Stewart e Eric Clapton), “Soul ’69” offre dodici grandi interpretazioni di classici vecchi e nuovi (per quei tempi) dimostrando che la divina poteva tranquillamente affrontare il jazz senza perdere nulla del suo stile, per quanto il titolo dell’album cercava di mascherare il cambio di direzione. Infatti, in seguito, Wexler disse che il titolo originale dell’album era “Aretha’s Jazz Album”.

Tutte le sedute d’incisione per “Soul ’69” si tennero negli studi dell’Atlantic di New York, a partire dal 17 aprile 1968: quel giorno, accompagnandosi al piano, la divina registrò una nuova, immensa versione di Today I Sing The Blues (l’aveva già proposta qualche anno prima), assieme al singolo The House That Jack Built (pubblicato di lì a poco), la famosa I Say A Little Prayer e The Night Time Is The Right Time (queste ultime due saranno però pubblicate sull’album da studio precedente a “Soul ’69”, ovvero “Aretha Now”). Altra seduta per il giorno dopo, con una calda & rilassata cover Tracks Of My Tears di Smokey Robinson & The Miracles, dopodiché Aretha si trasferì in Europa per effettuare il suo primo tour nel vecchio continente.

Le sessioni ripresero quindi il 23 settembre, per cinque giorni consecutivi al termine dei quali verranno messe su nastro l’elegante So Long, la rilsassata I’ll Never Be Free, l’irresistibile soul-jazz di Ramblin’, la sensuale Pitiful (il classico pezzo da jazz club cantato da una soul woman…), la suadente Gentle On My Mind, la briosa Bring It On Home To Me, l’intensa Crazy He Calls Me, la grandiosa Elusive Butterfly, la scintillante River’s Invitation e la stupenda If You Gotta Make A Fool Of Somebody. Durante queste sedute vennero incise almeno altre due canzoni, Talk To Me e I Can’t Turn You Loose, scartate però dal progetto finale.

Suonato da una schiera di musicisti comprendenti tastieristi, pianisti, organisti (fra i quali Joe Zawinul), chitarristi, bassisti, batteristi, percussionisti, sassofonisti (fra i quali King Curtis), flautisti, trombettisti, trombonisti e coriste, “Soul ’69” venne pubblicato nel gennaio 1969 riscuotendo soltanto un modesto successo e non diede vita a nessun vero hit single. Ma oggi come oggi chi se ne frega… sono passati quarantanni ma quella contenuta in “Soul ’69” resta sempre grande musica!

– Mat

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Autore: Matteo Aceto

Nato negli anni Settanta, abruzzese con un pezzetto di cuore lasciato a New York, marito, papà, impiegato, tifoso della Ferrari, nostalgico di Schumi e dei vecchi campioni del pugilato, lettore avido ma distratto, cinefilo che rivede sempre gli stessi film, compratore assiduo di dischi.

4 thoughts on “Aretha Franklin, “Soul ’69”, 1969”

  1. no, non sono un irriducibile rockettaro, adoro Aretha, così come parecchi artisti suol e blues. Ti segnalo Sharon Jones & the Dap King, negli ultimi giorni non ascolto altro.
    zundapp

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