Pink Floyd, “Dark Side Of The Moon”, 1973

pink-floyd-dark-side-of-the-moon-immagine-pubblicaChe può aggiungere questo modesto blog alla storia di “Dark Side Of The Moon”, il classicissimo dei Pink Floyd? Un disco del quale si è già detto tutto, che ha fruttato lodi sperticate ma soprattutto un quantitativo mostruoso di vendite: ininterrottamente fra i cento dischi più venduti d’America a partire dall’anno in cui è stato pubblicato, il 1973, fino al 1988, l’anno che ha segnato il culmine commerciale dei ritrovati Pink Floyd (soprattutto grazie ai concerti) nei tardi anni Ottanta. “Dark Side” è tornato successivamente alla carica a periodi, soprattutto nel ’92 (quando è stato rimasterizzato su ciddì) e nel 2003, quando è stato ristampato in occasione del suo trentennale, di solito piazzandosi allegramente nelle Top Ten internazionali.

Basta fare una piccola ricerca su internet, o un salto in libreria, per ottenere le informazioni più complete sulla genesi tecnico/creativa di “Dark Side Of The Moon” e dei suoi tanti aneddoti, sugli sbalorditivi effetti speciali, sulle sovraincisioni e sui musicisti turnisti che vi hanno suonato, nonché sui motivi ispiratori dei testi – tutti scritti dal bassista Roger Waters – e dall’idea concettuale del lavoro. Insomma, un altro disco coi controcazzi, uno di quelli che hanno fatto epoca, c’è poco da fare…

Eppure, se posso dir la mia, “Dark Side Of The Moon” non è mai stato fra i miei dischi preferiti… per carità è un gran disco, su questo non c’è dubbio, però mi sembra troppo levigato, troppo perfetto, troppo studiato, troppo artificiale per non farmelo preferire ad altri capolavori floydiani dei quali non potrei mai fare a meno come “Atom Heart Mother” (1970), “Wish You Were Here” (1975), “The Wall” (1979) e “The Final Cut” (1983).

Certo è che “Dark Side Of The Moon” suona che è una bellezza: una sequenza musicale di quarantatrè minuti formata da grandi canzoni – su tutte metto Breathe, Time, The Great Gig In The Sky e Us And Them (sì, lo ammetto, Money non è fra le mie favorite…) – ed effetti stereofonici da paura che fanno sembrare ridicoli i moderni lettori mp3 & che fanno venir voglia d’andarsi a comprare un amplificatore serio da collegare a due robuste casse acustiche.

Quel che più m’affascina di “Dark Side Of The Moon” è che l’album rappresenta l’apice espressivo e commerciale al contempo di cinque anni di sperimentazioni sonore dove la band attraversò pure un fondamentale cambio d’organico: David Gilmour al posto di Syd Barrett, con Nick Mason e Richard Wright sempre più a loro agio nella compattezza dei suoni, e con un Roger Waters che già tirava il carro ma che tutto sommato qui si finge uno al pari degli altri. Dopo “Dark Side Of The Moon” i Pink Floyd non saranno più gli stessi dato che questo è l’ultimo loro album dove tutti e quattro i componenti vantano crediti autoriali ed è anche l’ultimo album nel quale sentiamo cantare Wright da solo. In seguito il marchio Pink Floyd, e quindi la musica prodotta sotto tale gloriosa insegna, sarà un affare privato fra i soli Waters e Gilmour, poi subito del solo Waters e infine del solo Gilmour.

Che altro dire… il pezzo che più amo fra quelli contenuti in “Dark Side Of The Moon” è Time, quello che meno apprezzo è On The Run, la prima volta che consapevolmente ho ascoltato l’album avevo quattordici anni, mio zio mi prestò la sua copia nuova di zecca su ciddì e io lo registrai sul lato A di una cassetta TDK da novanta minuti (sul lato B registrai “Wish You Were Here”, sempre preso da un ciddì del filantropico zio). Poche cose da dire, lo so, eppure giuro che se dovessi salvare un solo disco dei Pink Floyd perché la mia collezione sta andando a fuoco prenderei “The Wall”.

E questo per me è quanto… voi, se ne avrete voglia, potrete lasciarmi le vostre impressioni & i vostri ricordi su “Dark Side Of The Moon” fra i commenti. Ve ne sarò grato.

-Matteo Aceto

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Autore: Matteo Aceto

Quarantenne, lettore onnivoro, cinefilo selettivo, ancora compro dischi.

7 pensieri riguardo “Pink Floyd, “Dark Side Of The Moon”, 1973”

  1. Mat…è tardi (ore 00:15)!!! Ed è l'unico motivo per il quale non ti scrivo un “trattato” su questo disco.
    La mia canzone preferita è “Us and Them”. Ovviamente, da bassista, ancora oggi, uso Money per accordare il mio strumento. Un giro di basso “storico”.
    Riguardo ai Floyd, se dovessi scegliere il disco fondamentale, sicuramente Atom heart mother. Il disco da dimenticare…senza dubbio The Final Cut!!!!
    M'è venuta voglia di un'ascolto notturno.
    A presto…

  2. Sono d'accordo con te, Mat. Però anch'io, come Don, preferisco in assoluto “Us And Them”, sia per le musiche che per il testo. Non credo che “The Final Cut” sia da dimenticare, ha troppi momenti sublimi per considerarlo un album sbagliato, secondo me il loro album peggiore è “The Division Bell”. Quello da salvare in ogni caso, il top, a parer mio, è “Wish You Were Here”: solo 5 brani ma 5 capolavori.

  3. Donnigio,
    da qualche parte ho ascoltato il demo originale di Money cantato da Roger Waters: era per sola voce e… chitarra! “The Final Cut” in effetti è un disco 'dimenticato' da molti appassionati… non da me, che presto lo recensirò in questo blog e che resta fra gli album più intensi & commoventi che io abbia mai sentito.

    Finazio,
    vedo che la pensi come me… e anch'io la penso come te. Tranne che per “The Division Bell”… beh, certo, un capolavoro non è ma l'album floydiano che trovo più insignificante è “Obscured By Clouds” e anche certi momenti di “Ummagumma”.

    Ciao ragazzi, grazie i vostri preziosi interventi, alla prossima!
    😀

  4. Conservo gelosamente la mia copia in vinile con il poster e gli adesivi allegati…Peccato che la puntina “salta” su Money.Questo dal primo giorno che lo ho acquistato, e che il negoziante mi rifiutò di cambiarmi perchè a lui non saltava….

  5. Può capitare, dipende dal bilanciamento della puntina… hai mai provato ad appesantirla leggermente, magari con una monetina? Comunque, se la tua è una copia dell'epoca, fai benissimo a tenertela ancora stretta!
    😉

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