David Bowie, “Diamond Dogs”, 1974

david-bowie-diamond-dogs-immagine-pubblica-blogMi risulta davvero difficile scrivere d’un album come “Diamond Dogs”, il vertice creativo – secondo le mie orecchie – del periodo glam di David Bowie. Prima di scrivere questo post, infatti, ne ho cancellato altri che avevo abbozzato negli ultimi anni. Siccome “Diamond Dogs” è un disco che ascolto sempre con piacere e, di fatto, è uno dei lavori bowiani che più amo, una pur brutta recensione dovrebbe starci comunque bene in questo modesto blog.

Registrato in Inghilterra e in Olanda fra l’ottobre ’73 e il febbraio ’74, “Diamond Dogs” è una sorta di concept album basato su un poi-abbandonato adattamento teatrale che Bowie voleva fare di “1984”, il celebre romanzo di George Orwell. Da qui titoli come We Are The Dead, 1984 e Big Brother, tre fra le canzoni più teatrali e drammatiche presenti in quest’album che, per la prima volta dopo quattro anni, non figura il produttore Ken Scott e gli Spiders From Mars, il gruppo guidato dal grande Mick Ronson che aveva suonato con Bowie in altri famigerati dischi come “Ziggy Stardust” (1972) e “Aladdin Sane” (1973) . Di fatto, “Diamond Dogs” è un album scritto, arrangiato, prodotto e suonato quasi interamente dal solo Bowie. Vi partecipano alcuni musicisti turnisti ma soprattutto Tony Visconti, che qui si occupa delle parti orchestrali (simili a quanto già sentito in “Band On The Run” di Paul McCartney) ma che entro la fine degli anni Settanta sarà ricordato come il produttore più significativo nella carriera di David Bowie.

Se le tematiche di “Diamond Dogs” – rifacendosi alle atmosfere di “1984” – sono apocalittiche e oscure, la musica segna una fase di transizione fra il glam rock degli anni 1971-73 e la successiva fase di sperimentazione del nostro, culminata nel 1977 con gli impressionanti album “Low” e “Heroes”. In particolare è tuttora di grande impatto la magnifica sequenza fra Sweet Thing, Candidate e la ripresa della stessa Sweet Thing, praticamente una suite di oltre nove minuti che da sola basta a giustificare l’acquisto del disco. Il pezzo più famoso tratto da “Diamond Dogs” resta però il rock circolare di Rebel Rebel, una delle canzoni più conosciute e irresistibili di David.

Un mix vincente fra sonorità rock ‘n’ roll, teatro, recitazione e progressive caratterizzano i quasi trentanove minuti di musica che formano “Diamond Dogs”, un disco dove David Bowie – pur conservando ancora la chioma rossa sfoggiata dal suo alieno caduto sulla terra e datosi al rock – si mette in mostra come artista maturo, altamente creativo e musicalmente avanti coi tempi.

Detto in confidenza fra noi, “Diamond Dogs” è un album essenziale per tutti gli appassionati di David Bowie, nonché uno dei dischi rock più belli usciti da quella straordinaria fioritura musicale avvenuta in Gran Bretagna negli anni Settanta.

– Matteo Aceto

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Autore: Matteo Aceto

Quarantenne, lettore onnivoro, cinefilo selettivo, ancora compro dischi.

8 pensieri riguardo “David Bowie, “Diamond Dogs”, 1974”

  1. non è affatto brutta Mat, anzi direi che ti è venuta più che bene! Inutile dire che anch'io amo alla follia questo album percui mi unisco all'ovazione: immenso!…ora devo andare ad ascoltarlo 😉 ciao amico, buon WE!

  2. Concordo in pieno, caro Mat!!! Quel geniaccio di David..ne ha sfornato uno meglio dell'altro… In mio preferito, forse per una questione affettiva (con quel disco ho conosciuto il Bowie), resta Space Oddity… targato 69!! Che anno “superiore”!!!

  3. Lavinia,
    guarda che ridendo e scherzando a giugno compio anch'io i miei annetti… trenta. Se ci penso mi viene la depressione.

    Camelia,
    tranquilla, anzi fra poche ore dovrò anche svegliarmi perché andrò al seggio a fare lo scrutatore!

    Marco,
    beh, sì, merita molto, per me questo è uno dei dischi essenziali del nostro.

    Donnigio,
    vero, almeno la sua produzione 1969-1983 presenta un album meglio dell'altro. Bowie è semplicemente uno dei più grandi che io abbia mai sentito.

    Ciao a tutti, grazie per i commenti!
    😉

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