La bowienciclopedia

nicholas-pegg-bowie-enciclopediaUn altro oggetto al quale davo la caccia da tempo è finalmente entrato in casa mia, ieri sera: si tratta di “The Complete Bowie”, il mitico librone del giornalista Nicholas Pegg che tratta – in forma enciclopedica – della carriera dell’immenso David Bowie. E così, nel corso di ben settecento pagine, il buon Pegg analizza l’arte del Bowie canzone per canzone, album dopo album, tour dopo tour, video dopo video, film dopo film e tanto altro ancora.

Insomma, un’opera mastodontica e documentatissima che ho iniziato a leggermi con grande avidità. Il libro – edito in Italia dalla Arcana – non è affatto economico, costa infatti ventinove carte, però è la versione aggiornata all’ultimo album da studio di Bowie, “Reality” (2003), ed è una lettura che volevo affrontare da tempo, visto il mio incrementato interesse per David Bowie da dieci anni a questa parte.

Non lamentatevi con me, quindi, se i post futuri saranno più monotematici del solito e torneranno in maniera più approfondita su argomenti già trattati in questo blog!

– Mat

I concerti più memorabili

Se in questo 2008 che ormai volge alla fine ho stabilito il mio record personale di dischi acquistati, non ho però assistito a nessun concerto di particolare rilevanza. Un po’ per mancanza di soldi, un altro po’ per pigrizia e molto per via del fatto che i miei artisti preferiti non hanno dato concerti in Italia. E così, sia come augurio per l’anno che verrà e sia per guardarmi indietro con piacevole nostalgia, ecco una breve lista dei concerti che più mi hanno emozionato negli ultimi anni, con qualche sintetico commento da parte del sottoscritto.

Eric Clapton: dal vivo a Pesaro nel marzo del 2001 con una band cazzutissima. Anche se ora ritengo il buon Eric un sopravvalutato, questo fu un concerto bellissimo e senza nessun calo di forma e/o stile.

The Cure: dal vivo a Roma nell’estate del 2002, per quasi tre ore di musica dove la band di Robert Smith ha spaziato senza risparmiarsi dalle canzoni di “Three Imaginary Boys” ai brani più recenti (per l’epoca) di “Bloodflowers”. Grandissimi!

Depeche Mode: dal vivo a Bologna nell’ottobre 2001, in un concerto esaltante del tour di “Exciter” che la sera prima aveva fatto tappa a Milano. Una band in formissima alle prese con un repertorio che ho cantato dalla prima all’ultima canzone. Apprezzai anche l’esibizione del gruppo di supporto, i Fad Gadget.

Genesis: dal vivo a Roma nell’estate 2007, in occasione del Telecomcerto gratuito del 14 luglio che ha attirato ben 500mila persone. La formazione includeva tre membri originali – Phil Collins, Tony Banks e Mike Rutherford – più due storici collaboratori, Daryl Stuermer (chitarra) e Chester Thompson (batteria). Uno dei più maestosi spettacoli che ho avuto il privilegio di gustare.

Steve Hackett: dal vivo a Pescara nel marzo 2007, fu un graditissimo aperitivo acustico prima del grande concerto romano dei Genesis. Ne ho parlato QUI.

Scott Henderson: dal vivo a Orsogna (Chieti) nell’agosto del 2006 vidi in azione uno dei più abili e impressionanti chitarristi che io abbia mai avuto il piacere d’ascoltare. Eccezionalmente bravi anche i due musicisti che quella sera accompagnarono Scott sul palco: Kirk Covington alla batteria e John Humphrey al basso.

Paul McCartney: dal vivo a Roma, lungo il suggestivo sfondo dei Fori Imperiali, nel maggio del 2003, in occasione del primo Telecomcerto gratuito (nella foto sopra). Questo è stato forse il concerto più emozionante della mia vita, se la batte alla pari con un altro che vedremo fra poco…

The Mission: dal vivo a Roma nell’autunno del 2005, in una formazione che purtroppo includeva il solo Wayne Hussey fra i componenti storici della band inglese; la scelta dei pezzi e la loro esecuzione furono comunque memorabili.

Peter Murphy: dal vivo a Roma nell’estate 2005, in uno dei posti peggiori che io abbia mai visitato per ascoltare della musica dal vivo. Ma l’emozione di aver visto cantare a un metro da me il leader dei Bauhaus, il piacere di avergli stretto la mano, e i suoi autografi sulle copertine dei miei dischi hanno ben ripagato i soldi spesi per il biglietto e il viaggio.

The Police: dal vivo a Torino nell’ottobre del 2007… strepitosissimi! Ne ho parlato abbondantemente QUI.

Prince: dal vivo a Milano il 31 ottobre 2002 per un concertone che riportava il folletto di Minneapolis in terra italiana dopo dieci anni buoni d’assenza, stavolta per promuovere l’album “The Rainbow Children”. Ci andai da solo, contro tutti & tutto, e ne valse la pena alla grandissima, fosse solo per il fatto di averlo visto suonare e cantare Purple Rain a pochi metri da me!

David Sylvian: dal vivo a Roma nel settembre 2007 in uno dei posti più splendidi dove ho potuto ascoltare della musica live, l’Auditorium della Conciliazione, a pochi passi dal Cupolone. Tanti i pezzi tratti dal recente “Snow Borne Sorrow” (2005) ma anche tante piacevoli escursioni nel suo passato solista. Ospite d’eccezione, alla batteria, il fratello Steve Jansen.

Roger Waters: dal vivo a Roma nel giugno 2002 con una band grandissima di musicisti e coriste. Tre ore in compagnia di una leggenda alle prese con delle canzoni che sono entrate nella storia. Ho detto tutto. Permettetemi di chiudere questo post su toni di nostalgia dolceamara… mi sento fortunatissimo ad aver avuto l’opportunità di applaudire da vicino tutti questi grossi calibri, rimpiango però di non aver mai visto dal vivo Miles Davis, Freddie Mercury e i Clash.

– Mat

Guns N’ Roses, “Chinese Democracy”, 2008

guns-n-roses-chinese-democracy-immagine-pubblica-blogDopo ripetuti ascolti & lunghe meditazioni, sono finalmente pronto a scrivere su questo blog d’un disco che attendevo da anni. Premetto che è davvero un’impresa rischiosa recensire in pochi minuti un album ideato e registrato in dieci lunghi anni. Eppure, quando la maggior parte degli appassionati (fra cui il sottoscritto) pensava che questo disco fosse soltanto una chimera da parte d’un capriccioso divo del rock, ecco che nel novembre del 2008 questo album così atteso fa la sua comparsa nelle rivendite.

Stiamo parlando di “Chinese Democracy”, il quinto album da studio dei Guns N’ Roses, che giunge a quindici anni dal precedente “The Spaghetti Incident?”, il quale, peraltro, è un album di sole cover. Tuttavia, dopo tutto questo tempo, la stessa formazione dei Guns è cambiata innumerevoli volte, tanto che già a fine anni Novanta era il solo Axl Rose a condurre il gruppo, dopo aver fatto piazza pulita degli altri componenti originali. Gli è rimasto accanto il solo Dizzy Reed (entrato in pianta stabile nella formazione dei Guns N’ Roses durante le registrazioni di “Use Your Illusion”), mentre gli altri componenti hanno dato vita ad altri progetti, il più fortunato dei quali è di sicuro quello legato ai Velvet Revolver di Slash con Scott Weiland.

E’ proprio la sola presenza di Axl Rose in “Chinese Democracy” ad aver scatenato il maggior numero di critiche attorno al progetto. In realtà, a ben vedere, sono sempre più le band che negli ultimi anni si sono riformate senza uno o più membri originali. E così, tanto per fare un esempio, se i Queen non solo hanno fatto a meno di John Deacon ma addirittura anche di Freddie Mercury, non vedo perché Axl Rose – che comunque resta l’unico titolare del marchio Guns N’ Roses – non possa dilettarsi a fare musica utilizzando quel marchio glorioso (e lucroso, diciamolo pure).

Bisogna infine considerare, e questo è un aspetto assai più interessante, che una volta ascoltato “Chinese Democracy” e paragonatolo al recente “Libertad” (l’ultimo disco dei Velver Revolver, una band che conta tre ex Guns su cinque fra le sue file, tra cui Slash) si ha la netta sensazione che se c’era un genio fra i Guns N’ Roses originali, che guidava il gruppo in una certa direzione dandogli un sound caratteristico, beh quel genio non poteva che essere Axl Rose. “Chinese Democracy” è un album curatissimo, prodotto ed arrangiato magnificamente, con una presenza massiccia di chitarra (in alcuni brani vengono addirittura accreditati cinque chitarristi!) ma non privo di sontuose partiture orchestrali e di effetti elettronici d’ogni sorta. E’ anche un album molto generoso, grazie ai suoi oltre settanta minuti di durata.

Fatta questa premessa, passiamo a vedere più da vicino le quattordici canzoni che compongono il tanto atteso e più volte rimandato “Chinese Democracy”.

1) Si parte con l’omonima Chinese Democracy, una coinvolgente e movimentata canzone hard rock, ricca di chitarre taglienti e di voci sovrapposte; un brano che pur non rinnegando lo stile più duro dei Guns fa abilmente sfoggio di sonorità moderne. Come molte altre canzoni di questo album, Chinese Democracy non era sconosciuta ai fan: Axl e compagni l’avevano infatti eseguita durante gli ultimi tour della band, ma qui il livello è decisamente superiore.

2) Il successivo Shackler’s Revenge è un teso e robotico hard rock, sulla falsariga di Oh My God, il primo brano dei Guns dell’era post-Slash a vantare una pubblicazione ufficiale, nell’ormai lontano 1999. Shackler’s Revenge si segnala per le interessanti stratificazioni multiple della voce di Axl.

3) Better resta a mio avviso il migliore dei quattordici brani di “Chinese Democracy”; anch’esso era noto ai fan, giacché circolava in rete almeno dal 2006, in una forma pressoché uguale a questa versione definitiva. Ciò non toglie che l’ascolto di Better, una dura ma al tempo stesso melodica e accattivante canzone rock, sia un’esperienza esaltante e illuminante sulle doti vocali e artistiche di Axl Rose. Ogni volta che sento Better mi prende l’irrefrenabile voglia di alzare il volume!

4) Anche la successiva Street Of Dreams era nota ai fan, giacché da tempo circolava su internet, anche se col nome The Blues. Qui abbiamo un deciso cambio d’atmosfera, rispetto ai tre ruggenti brani iniziali: siamo infatti alle prese con una magnifica ballata guidata dal piano, molto vicina allo stile dei Queen, dove Axl fa sfoggio di grande espressività emozionale.

5) Ad un primo ascolto, If The World potrebbe lasciare disorientati per quanto sia distante dal più tipico sound dei Guns N’ Roses: chitarre in stile flamenco e una strisciante base per lo più pre-progammata fanno da suadente tappeto sonoro ad una prestazione vocale condotta sul registro più alto. In realtà If The World è un’altra ottima canzone che, se pubblicizzata a dovere, potrebbe diventare anche una hit single non indifferente.

6) La maestosa There Was A Time segna l’episodio più epico di “Chinese Democracy”: lunga ballata rock, prossima ai sette minuti, è figlia di canzoni del glorioso passato dei Guns come November Rain e Civil War. Molto coinvolgente, con diversi cambi melodici e un lungo ed emozionante assolo centrale di chitarra, There Was A Time è una delle migliori realizzazioni marcate Guns N’ Roses.

7) Così come la precedente There Was A Time, anche questa Catcher In The Rye era pressoché nota ai fan nella sua versione definitiva, che vagava nella rete da alcuni anni. Tuttavia quella prima versione di Catcher In The Rye si avvaleva d’un ospite prestigioso: Brian May, lo storico chitarrista dei Queen. A quanto pare, è solo poco prima della pubblicazione ufficiale di “Chinese Democracy” che Axl ha fatto sostituire le parti strumentali di May (risalenti, si dice, al 1999!) con quelle dei suoi fidi chitarristi che compongono i redivivi Guns N’ Roses. Chi scrive è un vecchio appassionato dei Queen e questa collaborazione Rose-May avrebbe fatto la sua ulteriore felicità, tuttavia la canzone in sé resta tale e quale: una grandiosa ballata rock da stadio. Peccato per il finale, che affoga fra le troppe sovraincisioni e una cacofonia che forse Axl avrebbe potuto risparmiare per economizzare la buona idea di fondo.

8-9) Con l’arrembante Scraped torniamo a ritmi rock più furiosi: qui abbiamo un altro derivato di Oh My God per un teso hard rock interessante ma non troppo esaltante. Decisamente migliore è la successiva Riad N’ The Bedouins, sorta di moderna Immigrant Song di ledzeppeliniana memoria, questa canzone fonde piacevolmente bene la potenza del rock duro con linee melodiche ed accattivanti. Leggendo il testo, vi si può trovare qualche cenno alle dispute legali ed artistiche fra Axl Rose e i suoi ex compagni di gruppo.

10) Dolente ma al tempo stesso irresistibilmente epica, Sorry ci riporta sul campo delle ballate, con una canzone degna dei fasti di Don’t Cry. Al brano partecipa anche Sebastian Bach, la voce degli Skid Row, ma la sua presenza è francamente inutile in quanto Axl risplende in tutto il suo carisma.

11-12) Il paranoico lamento di I.R.S. è forse l’unica idea modesta di “Chinese Democracy”: non che sia una brutta canzone, ma la sua lagnosità e i suoi monotoni cambi d’atmosfera non la rendono simpatica. Ben più interessante è la seguente Madagascar, che anch’essa può disarmare al primo ascolto. Axl inizia a cantare con tono sofferto su una base pre-programmata… in effetti questa è la canzone più elettronica dell’intero disco – anche grazie ad una sezione centrale ricca di voci campionate, in particolare quella di Martin Luther King – ma mentre il pezzo procede entra la tipica strumentazione rock. E’ una canzone complessa, Madagascar, che ha bisogno di qualche ascolto in più per farsi apprezzare, tutt’altra cosa rispetto alla versione dal vivo, nota ai fan, che girava in internet qualche anno fa.

13) Con This I Love siamo alle prese con l’ultima ballata proposta in questo disco… ma che ballata! Fra le cose più appassionate e struggenti mai pubblicate a nome Guns N’ Roses, questa canzone è la testimonianza lampante della maturità artistica raggiunta da Axl Rose (che firma questa gemma da solo) e del suo talento di autore raffinato. This I Love è fra i principali motivi che dovrebbero giustificare i soldi spesi per l’acquisto di “Chinese Democracy”.

14) La conclusiva Prostitute è un altro brano molto interessante: per metà ballata, per metà rock, con innesti di pop pre-programmato ma anche di musica sinfonica. Molto bella tutta la parte vocale di Axl, che, partendo da un tono pacato e quasi commosso, si fa più dura e incisiva in prossimità dei ritornelli. Infine, la frase ‘ask yourself why I would prostitute myself to live with fortune and shame’ dovrebbe spiegare da sola perché Axl si è preso tutto questo tempo per pubblicare quest’album così ambizioso e complesso.

Un album che, pur essendo ambizioso, non è certamente quel capolavoro che ci si poteva attendere dopo questa lunga gestazione. No, forse “Chinese Democracy” non sarà mai ricordato come un capolavoro ma come un ottimo disco di moderno rock sì. E in questo Axl Rose non avrebbe potuto fare francamente di meglio; non solo ha dimostrato una grande maturità artistica ma, se ce ne fosse ancora bisogno, ha testimoniato ancora una volta la sua eccezionale versatilità canora. La musica di oggi ha ancora bisogno d’un personaggio come Axl Rose, con o senza Slash e gli altri. Bentornato!

– Mat

Smile: un interesse crescente

brian-wilson-smile-immagine-pubblicaSto ascoltando con crescente interesse “Smile” di Brian Wilson, il leader storico dei Beach Boys. La storia di questo disco è alquanto complessa: inizialmente registrato in estenuanti sedute fra il 1966 e il ’67, e pensato come seguito di “Pet Sounds” dei Beach Boys, “Smile” è stato infine accantonato, anche per via del crollo mentale nel quale il buon Brian incappò in quel periodo.

Dopo anni di misteri, pubblicazioni più o meno ufficiose & ufficiali del materiale tratto dalle registrazioni di “Smile”, nel 2004 lo stesso Brian Wilson s’è assunto l’onere di dare una forma coerente al materiale inciso in quelle lontane session e di pubblicarlo in forma di album.

Un album meraviglioso della durata di quarantasette minuti, reinciso daccapo (anche se a me suona più come una rifinitura e una sovraincisione sulle basi dell’epoca…) e pubblicato in quel 2004. Le atmosfere dolcemente surreali sono le stesse che si possono ascoltare in “Pet Sounds”, tanto che “Smile” suona perfettamente come la seconda parte di “Pet Sounds”. Davvero notevole, in particolare, la canzone numero dieci, Surf’s Up.

Ricordo che questa definitiva versione wilsoniana del capolavoro perduto dei Beach Boys venne accolta con tutti gli onori dalla critica, e anche il pubblico dimostrò un certo interesse. Nel 2004 vidi “Smile” nelle vetrine dei negozi ma, seppur compiaciuto, non ci feci troppo caso: ora che il disco m’interessa veramente non lo vedo da nessuna parte. Ma non ho fretta, il giorno che me lo troverò davanti a prezzo speciale lo farò mio. E magari verrà fuori anche un post più esauriente sull’argomento.

– Mat

Lou Reed, “Berlin”, 1973

lou-reed-berlin-immagine-pubblica-blogQuesto è uno di quei dischi che sentirò sì & no due volte l’anno, seppur non ho alcuna intenzione di separarmene. Sì, perché deprimente è deprimente. E’ stato più volte votato come uno degli album più tristi mai pubblicati, e concordo con l’opinione generale. Sto parlando di “Berlin”, uno dei grandi capolavori solistici di Lou Reed, e uno dei dischi di più difficile catalogazione e valutazione.

All’epoca, quando uscì sul mercato discografico nel lontano 1973, “Berlin” fu un flop clamoroso, ancor di più se paragonato al successo ottenuto dall’album precedente, “Transformer”. C’è da dire che “Berlin” – che commerciale non lo è per niente – ebbe una gestazione travagliata: il progetto originale prevedeva un doppio elleppì, per una durata complessiva del lavoro prossima alle due ore. La casa discografica, la RCA, intuendo lo scarso appeal commerciale del disco, intimò a Lou Reed e al produttore Bob Ezrin di accorciare notevolmente l’album. Ed ecco quindi il triste concept album di Lou Reed – sulla coppia tossica Jim & Caroline nella Berlino all’ombra del muro – ridotto a cinquanta minuti scarsi, con tutto ciò che ne conseguì.

Come altre opere legate a Lou Reed, però – in primis penso al debutto discografico dei Velvet Underground, quello dalla celebre copertina con la banana – anche “Berlin” suonava un po’ troppo avanti per i suoi tempi e così, col passare degli anni, l’album ha finalmente ottenuto quello status di grande opera rock che oggi tutti (critici e semplici appassionati) gli riconoscono. In particolare, nel 2007, Reed è andato in giro per il mondo con la riproposizione dal vivo del suo “Berlin”, suonandolo nella versione lunga originariamente concepita.

Ma che cos’ha “Berlin” che non va? Niente, solo che è sostanzialmente lento, triste, cupo, parla di droga, di suicidio, di prostituzione, di disperazione e di allontanamento dei bambini dalla custodia dei propri genitori, il tutto condito da una certa dose di cinismo, tipica dell’autore. Dal punto di vista musicale suona quasi come una lunga suite nella quale sono abilmente fusi elementi blues, rock, progressive e cabarettistici. Gli arrangiamenti sono curatissimi – Boz Ezrin in questo è un mago – e i musicisti che vi prendono parte sono bravissimi (fra cui Jack Bruce dei Cream, Steve Winwood, i fratelli Michael e Randy Brecker, e Tony Levin) e l’ascolto dell’album è tutto fuorché indifferente.

Il problema principale è che un disco come “Berlin” non lo si mette come sciocco sottofondo mentre, che so, ripittiamo una parete, così come non lo ascoltiamo mentre siamo alla guida o, peggio ancora, diamo una festicciola in casa.
“Berlin” è un album che richiede attenzione, interesse e voglia d’immergersi nei bassifondi dell’umana coscienza. Prendetevi cinquanta minuti di tempo, spegnete il cellulare, abbassate le tapparelle e mettetevi comodi, queste sono le dieci canzoni che compongono l’album…

  1. Berlin
  2. Lady Day
  3. Men Of Good Fortune
  4. Caroline Says I
  5. How Do You Think It Feels
  6. Oh, Jim
  7. Caroline Says II
  8. The Kids
  9. The Bed
  10. Sad Song

… e buon ascolto!

– Mat

The Smiths, “The Sound Of”, 2008

the-smiths-the-sound-of-the-smithsEffinalmente una raccolta degli Smiths come si deve! Erano anni che cercavo di portarmi a casa un’antologia del celebre gruppo inglese condotto da Morrissey, e l’altro ieri ho finalmente compiuto la missione, comprando “The Sound Of The Smiths”.

Edita dalla Rhino, celebre etichetta della Warner Bros specializzata in raccolte e ristampe, questa nuova compilation degli Smiths non è certamente la prima ma è senza dubbio quella più completa. Infatti, in un modo o nell’altro, le precedenti antologie smithsiane – “The World Won’t Listen”, “The Best I”, “The Best II”, “The Singles” e “The Very Best Of” – non solo non sono mai state proposte nella categoria ‘mid price’ ma mi sembravano anche incomplete. Inoltre, questa raccolta è stata curata dagli stessi Morrissey e Johnny Marr, rispettivamente cantante e chitarrista, entrambi autori delle canzoni del gruppo.

Ho così comprato la versione deluxe di “The Sound Of The Smiths”, formata da due gustosi ciddì in confezione cartonata, per un totale di quarantacinque brani del periodo 1983-88, tratti dai singoli, dagli album e dai live degli Smiths. Non ci sono inediti, tuttavia è la raccolta essenziale e definitiva per chi non ha nessun disco degli Smiths e vuole avere una panoramica completa della loro musica. Il generoso libretto interno è quasi interamente fotografico, con molti scatti promozionali e diversi altri dove ammiriamo la band sul palco.
L’audio è l’unico aspetto che mi ha un po’ deluso: come frequentemente avviene col materiale del passato, le attuali rimasterizzazioni aggiungono un effetto loudness che predilige la potenza a discapito della dinamica. Ma, che diavolo, ascolterò così tanto questa compilation da farci l’orecchio!

Ora facciamo una brevissimissima panoramica, canzone dopo canzone…

  1. Hand In Glove: primo singolo, autoprodotto, edito nel maggio ’83 e successivamente incluso nell’album di debutto “The Smiths” (1984).
  2. This Charming Man: uno dei singoli più irresistibili degli Smiths, pubblicato nel novembre ’83.
  3. What Difference Does It Make?: versione eseguita in una delle celebri ‘John Peel Sessions’ per la BBC e pubblicata nell’album “Hatful Of Hollow” (1984).
  4. Still Ill: tratta da un singolo promozionale del febbraio ’84 ma contenuta anche in “The Smiths”.
  5. Heaven Knows I’m Miserable Now: una delle mie canzoni smithsiane preferite, edita su singolo nel maggio ’84.
  6. William, It Was Really Nothing: altro brillante singolo pubblicato nel 1984.
  7. How Soon Is Now?: epico brano pubblicato su singolo nel febbraio ’85, qui nella sua versione più celebre, quella del 12”, inclusa anche nell’album “Meat Is Murder”.
  8. Nowhere Fast: trascinante cavalcata in stile country tratta da “Meat Is Murder” (1984).
  9. Shakespeare’s Sister: simile al brano precedente, edito come singolo nel marzo ’85.
  10. Barbarism Begins At Home: uno degli episodi più coinvolgenti tratti da “Meat Is Murder”, qui nella 7” version del singolo originale, pubblicato nell’aprile ’85.
  11. That Joke Isn’t Funny Anymore: splendido brano meditabondo, edito su singolo nel luglio ’85.
  12. The Headmaster Ritual: la stessa grandiosa canzone che apre l’album “Meat Is Murder”.
  13. The Boy With The Thorn In His Side: un’altra delle mie canzoni smithsiane preferite, edita su singolo nel settembre ’85 e successivamente inserita nell’album “The Queen Is Dead” (1986).
  14. Bigmouth Strikes Again: altro bel singolo, molto trascinante, tratto da “The Queen Is Dead”.
  15. There Is A Light That Never Goes Out: il brano degli Smiths che amo di più, anch’esso un singolo tratto da “The Queen Is Dead”.
  16. Panic: fra le molte canzoni degli Smiths che apprezzo particolarmente, edita come singolo nell’agosto ’86. Hang the DJ!!!
  17. Ask: irresistibile singolo pubblicato nell’ottobre ’86.
  18. You Just Haven’t Earned It Yet, Baby: pensato come singolo, è stato poi incluso come inedito nella compilation “The World Won’t Listen” (1987).
  19. Shoplifters Of The World Unite: un bel singolo pubblicato nel febbraio ’87.
  20. Sheila Take A Bow: un brioso singolo edito anch’esso nel 1987.
  21. Girlfriend In A Coma: pulsante estratto dall’album “Strangeways, Here We Come” (1987), edito su singolo ad agosto.
  22. I Started Something I Couldn’t Finish: altro singolo tratto da “Strangeways…”, pubblicato nel novembre ’87.
  23. Last Night I Dreamt That Somebody Loved Me: chiude il primo dei due ciddì di questa raccolta un altro bel singolo tratto da “Strangeways…”, una dolente ballata, alquanto teatrale per gli standard degli Smiths.
  24. Jeane: originale lato B del singolo This Charming Man, col quale inizia il secondo ciddì.
  25. Handsome Devil: versione live – alla celebre Hacienda di Manchester – edita sul lato B di Hand In Glove.
  26. This Charming Man: un remix esteso chiamato ‘New York Vocal’ francamente inutile.
  27. Wonderful Woman: lato B dell’edizione 12″ di This Charming Man.
  28. Back To The Old House: originale lato B di What Difference Does It Make?.
  29. These Things Take Time: lato B dell’edizione 12″ di What Difference Does It Make?.
  30. Girl Afraid: bel lato B dell’edizione 12″ di Heaven Knows I’m Miserable Now.
  31. Please, Please, Please Let Me Get What I Want: delizioso e minimale lato B del singolo William, It Was Really Nothing.
  32. Stretch Out And Wait: delicato lato B dell’edizione 12″ di Shakespeare’s Sister.
  33. Oscillate Widly: strumentale edito sul lato B dell’edizione 12″ di How Soon Is Now?.
  34. Meat Is Murder: versione live del brano che dà il titolo all’album, pubblicata sul lato B di That Joke Isn’t Funny Anymore.
  35. Asleep: delicata e minimale ballata pianistica, edita sul lato B di The Boy With The Thorn In His Side.
  36. Money Changes Everything: unico brano – uno strumentale – firmato dal solo Marr a comparire in questa raccolta, originariamente pubblicato sul lato B di Bigmouth Strikes Again.
  37. The Queen Is Dead: lo stesso rocambolesco brano che apre l’album omonimo.
  38. Vicar In A Tutu: altro vivace estratto da “The Queen Is Dead”, poi pubblicato anche sul lato B di Panic.
  39. Cemetry Gates: ancora un estratto da “The Queen Is Dead”, in seguito edito sul lato B di Ask.
  40. Half A Person: il bel lato B del singolo Shoplifters Of The World Unite.
  41. Sweet And Tender Hooligan: registrata in una delle Peel Sessions e pubblicata sul lato B dell’edizione 12″ di Sheila Take A Bow.
  42. Pretty Girls Make Graves: versione ‘Troy Tate Demo’ pubblicata sul lato B di I Started Something I Couldn’t Finish.
  43. Stop Me If You Think You’ve Heard This One Before: stessa brillante canzone inclusa nell’album “Strangeways, Here We Come”.
  44. What’s The World?: unico brano qui presente a non recare la firma Morrissey/Marr, questa cover dei James è stata registrata dal vivo nel 1985 e pubblicata due anni dopo in una delle edizioni di I Started Something I Couldn’t Finish.
  45. London: registrata dal vivo nel 1986, è la stessa che compare sull’album live “Rank” (1988).

Insomma, per concludere, “The Sound Of The Smiths” è un’ottima raccolta che ha soddisfatto appieno la mia fame di Smiths. Se siete interessati allo storico gruppo di Morrissey e di Johnny Marr e non avete nessuno dei loro album, questo è il disco che fa per voi.

– Mat

Ringo Starr

ringo-starr-immagine-pubblicaAvevo già dedicato un (brutto) post a Ringo Starr ma, più che uno scritto biografico, era invece un mio risentito sfogo contro pagine poco lusinghiere che avevo letto sul conto del celebre batterista dei Beatles. Ora ritento la fortuna con questo post, completamente nuovo.

L’unico Beatle ad aver assunto un nome d’arte, il nostro in realtà si chiama Richard Starkey, ed è nato a Liverpool il 7 luglio 1940, mentre l’Inghilterra subiva le conseguenze della guerra contro la Germania. I genitori di Richie provenivano dalla classe operaia più modesta, col papà che, quando il piccolo aveva tre anni, decide di mollare moglie & figlio. La madre di Richie, nonostante l’abbandono e le ristrettezze economiche, farà in modo di non far mancare nulla a quel suo unico figlio, fin troppo cagionevole di salute: infatti, nel corso dell’infanzia, Richie passerà più tempo in ospedale che a scuola.

A partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta, l’esplosione del rock ‘n’ roll in America e del fenomeno Elvis Presley hanno notevole risonanza in Inghilterra, specie in una città portuale come Liverpool, commercialmente aperta via mare agli Stati Uniti. Richie diventa un teddy boy ma non sarà mai un delinquente perché la sua gracile costituzione e la sua bassa statura non glielo permetteranno. Tuttavia la sua crescente passione per la musica trova finalmente sfogo quando il secondo marito di sua madre gli regala una batteria.

Il ragazzo inizia così a pestare sui tamburi con entusiasmo, rivelandosi alquanto portato. Ben prima di aver compiuto il suo ventesimo anno di vita, Richard Starkey sarà un richiesto batterista di diversi complessi & complessini liverpooliani, fra cui Rory Storm & The Hurricanes. Più o meno in quel periodo assume il suo noto pseudonimo artistico: Ringo perché portava (e porta tuttora) sempre diversi anelli (‘rings’) alle dita e Starr perché costituiva un’abbreviazione del suo cognome.

Con l’istrionico Rory Storm e i suoi Hurricanes, Ringo ha modo di girare l’Inghilterra e la città tedesca di Amburgo, meta lavorativa di vari altri gruppi liverpooliani. Sarà proprio ad Amburgo che il nostro avrà la possibilità di socializzare con un’altra band di Liverpool, i Beatles, un quartetto costituito dal ruvido John Lennon, dal talentuoso Paul McCartney, dallo schivo George Harrison e dall’anonimo Pete Best. E sarà proprio quest’ultimo che Ringo Starr andrà a sostituire dietro ai tamburi, una volta che i Beatles – guidati dal geniale manager Brian Epstein – avranno firmato un contratto discografico con George Martin della EMI.

Ringo debutta come batterista dei Beatles in studio, ad Abbey Road, nel settembre 1962, dopo un non propriamente caloroso benvenuto negli spettacoli dal vivo, quando le tante ammiratrici di Pete Best gliene urlavano di tutti i colori. Martin non fu particolarmente impressionato dalla tecnica di Ringo, tuttavia in poco tempo il nostro farà passi da gigante, contribuendo notevolmente alla definizione del sound dei Beatles. Essendo anche mancino (come McCartney), Starr svilupperà uno stile tutto suo e, con l’esplosione della beatlemania in tutto il mondo fra il ’63 e il ’64, quel suo stile diventerà presto una sorta di standard per tutti i futuri batteristi pop-rock. Il suo lavoro alla batteria, per quanto non virtuosistico, è sempre stato professionale ed impeccabile, lo documentano i nastri originali dei Beatles conservati negli Abbey Road Studios, parte dei quali pubblicata nel progetto “Anthology”. Inoltre, come cantante, Ringo ha avuto l’opportunità di farsi apprezzare in alcuni dei più amati e scanzonati brani beatlesiani, su tutti Yellow Submarine e With A Little Help From My Friends.

Nel corso degli elettrizzanti ma anche stressanti primi anni della beatlemania, Ringo viene visto come l’uomo normale fra quattro ragazzi altrimenti favolosi, quello attorno al quale il gruppo si stringe per smorzare la tensione, grazie alle sue battute fulminanti (Starr se ne usciva con espressioni incredibili che suscitavano l’ilarità degli altri tre, fra cui ‘it’s been a hard day’s night’ e ‘tomorrow never knows’… vi dicono niente?) e al suo tipico stile rilassato alla peace & love. Starr diventa quindi una sorta di mascotte in seno ai Beatles e non a caso sarà il componente del gruppo più in vista e divertente nei film “A Hard Day’s Night” (1964) e “Help! (1965). Queste sue prime esperienze cinematografiche fecero capire a Ringo che forse avrebbe potuto avere qualcosa da dire anche come attore e non solo come musicista. Infatti, nel momento più difficile dei Beatles, su finire dei Sessanta, Ringo parteciperà come apprezzato attore in diversi film.

Dopo John Lennon, Ringo fu il primo Beatle a prender moglie, sposando nel 1965 Maureen, la sua fidanzata storica: il matrimonio durerà dieci anni e darà tre figli alla coppia, fra cui Zak Starkey, noto batterista anch’egli. Tuttavia il grande amore di Ringo sarà Barbara Bach, una delle più belle ‘bond girl’ mai apparse sullo schermo, che il batterista sposa quindi in seconde nozze nel 1981, dopo averla conosciuta l’anno prima sul set de “Il Cavernicolo”.

Facciamo però un salto indietro: nel 1969 la storia dei Beatles volge al termine e il nostro si guarda ansiosamente attorno per decidere quale strada seguire per il futuro. E così, oltre ad apparire in una grande produzione cinematografica – “The Magic Christian” – accanto ad un’altra grande star, Peter Sellers, Ringo appronta l’album “Sentimental Journey”, una pregevole raccolta di standard degli anni Trenta e Quaranta pubblicata nel marzo 1970. Passa al country di lì a poco, con l’album “Beaucoup Of Blues” (1970), poi proverà anche a fare il regista, dirigendo l’amico Marc Bolan e i suoi T. Rex nel film “Born To Boogie” (1972).

Torna trionfalmente alla musica con l’album “Ringo” (1973), al quale partecipano in vario modo anche gli altri Beatles. L’album, che raggiunge il 2° posto della classifica americana, viene tuttora ricordato come il capolavoro solista di Starr. Nel frattempo, Ringo ha anche modo di farsi notare sul mercato dei singoli, grazie ai grandi successi di It Don’t Come Easy, Photograph e You’re Sixteen. Starr prova a ripetere i fasti di “Ringo” con l’album “Goodnight Vienna” (1974) ma riesce a prendervi parte il solo Lennon e il disco non ottiene lo stesso successo del predecessore. “Goodnight Vienna” fu comunque l’ultimo successo da Top Ten per il nostro, dato che col successivo “Ringo’s Rotogravure” (1976) inizierà un lento declino commerciale ma, sotto certi aspetti, anche artistico.

A metà dei Settanta, infatti, Ringo Starr balzerà agli onori delle cronache più per i suoi bagordi con gli amici John Lennon, Harry Nilsson e Keith Moon che per i suoi meriti musicali. Tuttavia, dopo i disastrosi risultati degli album “Ringo The 4th” (1977) e “Bad Boy” (1978), Ringo preparava un ritorno in grande stile, grazie al supporto degli altri Beatles e rinfrancato dal successo d’un disco per bambini al quale aveva preso parte in quel periodo. Nel novembre 1980 Ringo è a New York, ospite dei Lennon per discutere del prossimo disco del batterista, in programma nell’81. John aveva già scritto per il suo amico quattro nuovi pezzi – fra cui Life Begins At 40 – ma fu soltanto la mano d’uno squilibrato ad impedire ai due di realizzare un disco che, probabilmente, sarebbe stato il trampolino di lancio per una reunion dei Beatles nel corso degli Ottanta.

Anni Ottanta che invece, per Ringo, si trasformano in un progressivo ritiro dalle scene, anche per combattere una volta per tutte il suo alcolismo. Vincerà nell’88, assieme all’amata moglie Barbara, e così sarà nuovamente pronto ad affrontare un nuovo decennio in forma smagliante, con nuovi tour e nuovi dischi. In particolare, Ringo torna a far parlare di sé presso gli appassionati di musica col celebrato progetto “Anthology” (1995-2000) dei Beatles e con il buon album solista “Vertical Man” (1998), al quale presero parte anche George e Paul.

Ringo Starr è stato musicalmente attivo anche in questo decennio, pubblicando finora tre pregevoli album da studio a suo nome – “Ringo Rama” (2003), “Choose Love” (2005) e “Liverpool 8” (2008) che, seppur non riportandolo ai fasti dei primi anni Settanta, lo hanno riabilitato musicalmente nei confronti dei tanti critici che in passato lo avevano stroncato.

Infine, una piccola annotazione… davvero invidiabile la lista di musicisti e cantanti che hanno preso parte, in epoche differenti, ai dischi solisti di Ringo: qui ricordo Quincy Jones, David Gilmour, Elton John, Maurice Gibb dei Bee Gees, Eric Clapton, Steve Cropper dei Blues Brothers, Dave Stewart degli Eurythmics, Ozzy Osbourne, Alanis Morissette, Joe Walsh e Timothy B. Schmit degli Eagles, Ron Wood dei Rolling Stones, Chrissie Hynde dei Pretenders, Willie Nelson e Stephen Stills.

– Mat

Alicia Keys, “If I Ain’t Got You”, 2003

alicia-keys-if-i-aint-got-you-immagine-pubblicaM’è sempre piaciuta If I Ain’t Got You di Alicia Keys, fin dalla prima volta che l’ho sentita in radio, cinque anni fa. Tirai allora un respiro di sollievo, pensando che anche fra le nuove generazioni d’idoli pop c’è qualcuno che riesce a cacciare fuori una magnifica ballata pianistica carica di soul, suonata e interpretata come si faceva una volta.

Soul ammaliante è la prima cosa che mi viene in mente per descrivere If I Ain’t Got You, tratta da “The Diary Of Alicia Keys” (2003), secondo album della brava (e pure bella) cantante americana, dalle origini anche italiane.

Che poi, a dirla tutta, la versione di If I Ain’t Got You che preferisco è quella che Alicia ha riregistrato con Usher, diventata in poco tempo uno dei miei duetti preferiti.

– Mat