Un giorno sul tetto del mondo

the-beatles-concerto-sul-tetto-apple-gennaio-1969Giusto giusto quarantanni fa i mitici Beatles tennero l’ultima esibizione pubblica della loro carriera, nel più insolito dei posti: il tetto dei loro Apple Studios di Saville Row, a Londra.

Paul McCartney iniziò cantando speranzosamente Get Back ma il giorno dopo già guidava il gruppo in studio – al riparo dal freddo della storica mattinata precedente – nel commiato più bello & famoso, Let It Be.

A parte ogni considerazione musicale, quanto mi sarebbe piaciuto stare lì, in quella fredda mattina londinese di fine anni Sessanta! Non dico sul tetto coi Beatles, Billy Preston & la cricca della band, ma anche solo giù in strada, fra i passanti incuriositi dall’ascoltare quella musica inedita (il singolo Get Back / Don’t Let Me Down sarebbe stato pubblicato solo ad aprile, mentre l’album “Let It Be” sarebbe uscito oltre un anno dopo, quando gli stessi Beatles erano ormai finiti) ma riconoscibilissima.

Quaranta anni fa, i Beatles, sul tetto del mondo. Per l’ultima volta.

– Mat

C’è una luce che non viene mai fuori

the-smiths-there-is-a-ligth-that-never-goes-outDi solito non sono molto interessato ai testi delle mie canzoni preferite. Soltanto quando andavo alle superiori, chissà poi perché, leggevo avidamente i libretti dei miei amati ciddì, cercando di tradurre e d’interpretare le parole scritte dai miei beniamini. Avevo anche quella fissa, così tipicamente adolescenziale, di trascrivere i testi sul diario, magari mentre il professore di fisica spiegava il secondo principio della dinamica. Devo riconoscere che, grazie a quella mania, il mio inglese ne ha giovato parecchio, comunque da allora sempre più raramente sono andato a leggermi quello che i cantanti stessero dicendo.

Un’abitudine, quella di leggere i testi (non certo quella di trascrivere il tutto su improbabili diari… manco sui blog, ora che ci penso…) che ho in parte recuperato in seguito al mio recente acquisto di “The Sound Of The Smiths”, del quale ho già parlato un mesetto fa. Un doppio ciddì che ascolto molto spesso & assai volentieri e che m’interessa anche dal punto di vista delle tematiche, per così dire.

La musica degli Smiths mi piace tantissimo – il chitarrista Johnny Marr è un genio – ma la suadente voce di Morrissey canta alcuni dei testi più originali che io abbia mai avuto il piacere d’ascoltare. Mi è stato di prezioso aiuto questo ottimo sito, dove non solo ho trovato i testi con le relative traduzioni italiane ma anche la spiegazione dei significati e gli aneddoti di quei testi.

Da bravo Gemelli (come il sottoscritto), Morrissey non smette mai di essere cattivello e di sparare frecciate verso tutto & tutti, mentre il più delle volte il suo stile – così tipicamente british – rasenta una peculiarità unica. E così il nostro si chiede giustamente perché dovrebbe sorridere alle persone alle quali, piuttosto, darebbe un bel calcio in culo, quelle stesse alle quali non interessa se egli sia vivo o morto; oppure suggerisce d’impiccare quei d.j. che mettono continuamente una musica che non ci dice niente a proposito delle nostre vite. E io gli do pienamente ragione, in questo senso. Morrissey però stava scherzando quando disse ‘dolcezza, dovrebbero prenderti a bastonate nel letto’… ma poi non esiterebbe a calarsi i pantaloni davanti al mondo oppure, perché no, anche davanti alla regina. E, anche se la trova cattiva, non può che restare affascinato da quella ‘donna meravigliosa’ che si diverte a fare scherzi crudeli ai portatori di handicap.

C’è pure un senso di profonda inquietudine in alcuni dei testi che Morrissey ha cantato con gli Smiths: in quella che resta la mia canzone preferita del gruppo, There Is A Light That Never Goes Out, il nostro ritiene che potrebbe essere un grande onore e un privilegio schiantarsi contro un tir da dieci tonnellate assieme alla persona amata. Così come spera che – una volta messosi a letto – non si svegli mai più… ma non dovrete sentirvi dispiaciuti per lui, perché nel profondo del suo cuore vuole davvero andarsene.

Eppure, a ben vedere, da bravo Gemelli qual è, il buon Morrissey è una persona sensibile che, tutto sommato, vuole essere amata come chiunque altra. Inoltre, come disse in una sua bella canzone da solista, ‘lasciami in pace, stavo solo cantando’. Ed è soprattutto per questo motivo che il significato dei testi delle canzoni m’interessa relativamente poco… stanno solamente cantando.

– Mat

Nine Horses, “Snow Borne Sorrow”, 2005

david-sylvian-nine-horses-immagine-pubblica-blogSono sempre stato un grande ammiratore di David Sylvian e così, dopo essermi deliziato con una sua rinnovata collaborazione con Ryuichi Sakamoto chiamata “World Citizen” (un ‘ep’ pubblicato nel 2004), corsi tutto entusiasta a comprare il successivo progetto sylvianiano, un’altra rinnovata collaborazione. Stavolta col batterista Steve Jansen, già nei Japan e in seguito in diversi altri album legati al fratello David; dato che a registrazioni già avviate si unì al progetto un terzo componente, il tastierista tedesco Burnt Friedman, si decise di dare un nome a quest’inedito trio: Nine Horses, dal titolo d’una raccolta di poesie il cui autore ignoro ma che piace a David. E così con “Snow Borne Sorrow” – questo il titolo dell’opera prima dei Nine Horses – il buon Sylvian non solo realizzò uno dei suoi lavori più dinamici dai tempi di “The First Day” (l’ennesima collaborazione, in quel caso con Robert Fripp e datata 1993) ma di fatto produsse uno dei dischi migliori della sua straordinaria carriera.

Dopo aver letto solo recensioni entusiastiche, come ho detto mi fiondai a comprare “Snow Borne Sorrow”; ricordo benissimo anche il periodo – la vigilia del Natale 2005 – e il fatto che il commesso del negozio mi assicurò che si trattava addirittura del disco migliore di David Sylvian dai tempi di “Secrets Of The Beehive” (1987). Tuttavia, al primo ascolto, non è che mi fece chissà quale impressione… certo, le canzoni si facevano via via più belle mentre l’album procedeva, ma che diamine, chissà cosa mi aspettavo! E invece, tempo qualche altro ascolto, in uno stato mentale certamente più disposto dopo gl’inevitabili bagordi natalizi, ecco che mi si apre un mondo: questo “Snow Borne Sorrow”, per cui David Sylvian s’è anche tolto lo sfizio di pubblicarlo sotto pseudonimo, è davvero un disco bellissimo, il migliore dopo la sublime sequenza solista di “Brilliant Trees” (1984), “Gone To Earth” (1986) e “Secrets Of The Beehive”. Un album che sintetizza magnificamente l’incrocio fra sonorità jazzistiche, d’avanguardia e sperimentali – il tutto con una spruzzata di world music – tentato dal nostro fin da quando ha messo fine ai Japan. Stavolta però la tipica miscela sylvianiana è stata proposta sotto le vesti di sofisticato pop d’autore, a tutto vantaggio della musica e per la gioia dell’ascoltatore.

In “Snow Borne Sorrow” non c’è una sola canzone brutta o trascurabile, anche grazie ad una produzione impeccabile: dal tetro ma solenne incedere del brano iniziale, Wonderful World, edito come singolo apripista, al caldo sentimentalismo della conclusiva The Librarian, passando per l’elegante pop-rock di Darkest Birds, il pacato pulsare notturno di The Banality Of Evil (inserito anche nella colonna sonora del film con Jim Carrey “The Number 23”), la sofisticata e corale Atom And Cell, la riflessiva A History Of Holes (il brano che più amo, nonché uno dei miei preferiti nel canzoniere di David), l’elettronico cullare di Snow Borne Sorrow, la meravigliosa ballata di The Day The Earth Stole Heaven e il piacevole dinamismo elettronico di Serotonin.

Come sempre nei migliori lavori di David Sylvian, anche qui il buon Sakamoto ci ha messo lo zampino, suonando il piano in due brani, ma anche i molti altri collaboratori hanno fatto la loro parte, soprattutto i musicisti impegnati ai fiati. Per quanto riguarda le tematiche, diversi testi riflettono la separazione di David dalla moglie Ingrid Chavez, ma in modo meno ossessivo rispetto a “Blemish” (2003), tuttora l’ultimo album pubblicato da Sylvian a suo nome. In questo 2009 dovremmo poterne apprezzare il seguito, che spero vivamente somigli a questo superlativo “Snow Borne Sorrow”.

– Mat

Prince, “The Black Album”, 1987

prince-the-black-album-immagine-pubblica-blog“The Black Album” non è solo il disco più controverso e misterioso presente nella sterminata discografia di Prince, ma anche uno dei più solidi e affascinanti. Il folletto di Minneapolis, dopo aver dato alle stampe il celebrato “Sign ‘O’ The Times” nella primavera del 1987, progettò la pubblicazione d’un nuovo album per il mercato natalizio, un disco tutto nero, senza note scritte, crediti o testi, per il quale non sarebbero stati né estratti singoli e né realizzati videoclip. Un album dove Prince avrebbe dovuto esprimere al meglio tutta la ‘blackness’ della sua musica, in modo da rispondere alle critiche del tempo (non tutte infondate) che lo facevano fin troppo compiacente ai gusti del grande pubblico bianco, quello che aveva comprato in massa un album come “Purple Rain” (1984), certamente magnifico ma non troppo rappresentativo dello stile di Prince.

Il nostro realizzò quindi l’album, registrando otto brani, un paio dei quali scartati da altri progetti irrealizzati, tuttavia, poco prima di distribuirlo, Prince (o la Warner Bros, questo non è chiaro), decise di farne ritirare le copie già stampate e pronte per essere immesse sul mercato. Un certo quantitativo di copie pirata riuscì comunque a farla franca ed entro la fine degli anni Ottanta non c’era un solo vero fan di Prince che non possedesse la sua bella copia del “Black Album”. In seguito, Prince continuò a rinnegare quel suo disco misterioso ma nel novembre 1994, anche per questioni contrattuali, la Warner decise di stampare ufficialmente il “Black Album”, sebbene in edizione limitata.

La prima volta che ho sentito il disco, dopo averlo gioiosamente acquistato nell’estate ’95, ho avuto subito la netta impressione di avere a che fare con uno dei migliori lavori di Prince. In effetti si tratta d’un disco molto funky, molto black (se vogliamo usare il termine più appropriato), sul quale aleggia un certo senso d’inquietudine, con un Prince in splendida forma in ognuna delle otto canzoni contenute. Vediamole in dettaglio una ad una…

1) Le Grind è un lungo brano danzereccio, molto godibile e adattissimo per far festa in un club; senza dubbio Prince s’è divertito molto a registrarlo, giocando con le voci, i cori e il ritmo che rallenta o s’intensifica in vari punti. E’ sempre stato fra i miei pezzi preferiti di questo disco e mi sono sempre meravigliato di come – se fosse dipeso da Prince – Le Grind sarebbe ancora oggi chiuso in un archivio.

2) Della stessa vena è la seguente Cindy C., sempre danzereccia e molto coinvolgente ma dal ritmo ancora più sostenuto, dove il nostro si esprime perlopiù col suo caratteristico falsetto. Il finale è invece affidato al tirato rap di una delle innumerevoli collaboratrici di Prince. Pare che la Cindy in questione sia la modella Cindy Crawford, all’epoca giovanissima.

3) Dead On It è invece un duro rap, impreziosito da diverse voci di Prince più o meno sovrapposte, con una secca drum-machine sullo sfondo. A differenza dei due brani precedenti, questo suona decisamente come un’esecuzione del solo Prince e presenta tutt’altra atmosfera, ben più cupa.

4) La successiva When 2 R In Love è l’unica ballata del disco, la quale, a fronte d’un testo piuttosto esplicito sessualmente, offre una delle melodie più belle mai proposte da Prince. Per fortuna, When 2 R In Love venne ripescata e inclusa nell’album successivo, “Lovesexy” (1988), per cui non restò inedita ai fan princiani.

5) Con Bob George – probabilmente il brano più sconvolgente del “Black Album” – abbiamo un pezzo gangsta-rap duro & puro: il canto del nostro è distorto rallentando la velocità del nastro di registrazione, mentre un’implacabile drum-machine in stile Sign ‘O’ The Times scandisce il tempo. Sullo sfondo sirene della sbirranza, sparatorie e vocìo metropolitano, bella comunque tutta la parte di chitarra, eseguita dallo stesso Prince. Ancora oggi Bob George suona come uno degli episodi più interessanti e accattivanti del canzoniere princiano.

6) La successiva Superfunkycalifragisexy torna a velocizzare il ritmo: è un lungo brano funky, ma piuttosto tenebroso e non festaiolo come i primi due che aprono l’album. Per certe sonorità notturne e per l’uso di campionamenti orchestrali, Superfunkycalifragisexy anticipa le sonorità di “Batman” (1989) e si pone come uno dei numeri funky più concreti ad opera del nostro.

7) 2 Nigs United 4 West Compton, che coi suoi sette minuti e passa è il brano più lungo del disco, è invece un’improvvisazione strumentale (a parte il sordido vocìo nei primi trentotto secondi), dove Prince si diletta a suonare un po’ tutto quello che trova (potrei sbagliarmi ma mi pare che la mano sia la sua per tutti gli strumenti): tastiere, percussioni, drum-machine, basso e l’inevitabile chitarra. Forse alla lunga risulta un po’ ripetitiva ma 2 Nigs è un’ulteriore testimonianza della straordinaria versatilità di questo musicista.

8) La conclusiva Rockhard In A Funky Place – che è molto più funk di quanto il titolo suggerisca – sembra più l’opera d’un gruppo vero e proprio che suona in un caldo & fumoso club, con la voce di Prince accelerata su nastro (l’operazione inversa alla Bob George che abbiamo visto poco fa). Rockhard In A Funky Place fu ‘sfortunata’ due volte perché originariamente era uno degli otto brani che avrebbero dovuto formare l’album “Camille”, anch’esso ritirato all’ultimo minuto.

Insomma, concludendo, “The Black Album” non è certamente un disco con chissà quali effetti speciali ma si tratta comunque di una delle opere più riuscite e divertenti di Prince, un lavoro che non può mancare nella collezione di ogni ammiratore dell’intramontabile folletto di Minneapolis. E’ un disco che mi sento di consigliare anche a qualsiasi amante della black music, persino la più estrema: provate il “Black Album” ad alto volume con lo stereo, non vi lascerà indifferenti!

Miles Davis, “The Complete In A Silent Way Sessions”, 2001

miles-davis-the-complete-in-a-silent-way-sessionsNel 2008 appena trascorso, la mia passione per la musica di Miles Davis è cresciuta in modo esponenziale, tanto da indurmi a fare spese pazze per i suoi dischi. E così, oltre agli album da studio o dal vivo, in formato singolo o doppio che fossero, ho comprato anche diversi cofanetti: tripli, quadrupli o addirittura quintupli. Non so quanti soldi ho speso… certamente un sacco ma certamente n’è valsa la pena!

Riguardo ai cofanetti, quello che più ho apprezzato e che del resto ascolto più spesso è “The Complete In A Silent Way Sessions”, tre ciddì racchiusi in una lussuosa confezione cartonata, con belle foto e molti dettagli tecnici/creativi sulla musica inclusa. Come suggerisce il titolo stesso, tale cofanetto è incentrato sull’album “In A Silent Way” del 1969, uno dei grandi capolavori di Miles Davis, il suo primo disco nel quale troviamo strumenti amplificati elettricamente (mentre fino al precedente “Nefertiti” era stata impiegata solo strumentazione acustica), il primo che fa uso di chitarra, in breve il primo album davisiano dell’era fusion. Lo stesso titolo del cofanetto è però fonte di fraintendimenti: non si tratta della totalità delle registrazioni effettuate dal gruppo di Miles per l’album “In A Silent Way”, bensì delle registrazioni più notevoli incise in studio fra il settembre 1968 e il febbraio ’69, una mole di materiale che poi è stata distribuita nel corso degli anni negli album “Filles De Kilimanjaro” (1969), “Water Babies” (1976), “Circle In The Round” (1979) e “Directions” (1981), oltre che ovviamente sullo stesso “In A Silent Way”. Vediamo comunque per sommi capi il contenuto dei tre dischi di questo “The Complete In A Silent Way Sessions”, quinto d’una serie di cofanetti che ha fatto (e sta facendo) la gioia di migliaia di appassionati davisiani.

Cd 1) Si parte con l’incantevole Mademoiselle Mabry, una lunga e sofisticata composizione dedicata a quella che di lì a poco diventerà (seppur per un solo anno) la seconda signora Davis, Betty Mabry. Pacata e briosa al contempo, Mademoiselle venne registrata il 24 settembre ’68 e inserita in “Filles De Kilimanjaro”, così come la spumeggiante Frelon Brun. La piacevolmente ipnotica Two Faced e la fantasia percussiva di Dual Mr. Anthony Tillmon Williams Process, entrambe incise l’11 novembre, sono invece apparse molto tempo dopo, su “Water Babies”. La movimentata Splash, incisa il 12 novembre, non era mai stata pubblicata in questa versione integrale, bensì priva d’introduzione nella compilation “Circle In The Round”. Splashdown, ancora una composizione ricca di movimento e messa su nastro il 25 novembre, è invece uno dei tanti gioielli di Miles rimasti nei cassetti della Columbia e riscoperti per questa strepitosa serie di cofanetti: è anche interessante dal punto di vista storico giacché segna l’inizio della collaborazione fra Davis e Joe Zawinul, uno dei suoi partner creativi più geniali e influenti.

Cd 2) La sognante Ascent, incisa il 27 novembre, è semplicemente una delle registrazioni più belle di Miles Davis: apparsa per la prima volta su “Directions”, questa versione restaurata rimedia ad alcuni difetti tecnici di quella prima edizione. Directions, nota e incalzante composizione zawinuliana, incisa quello stesso 27 novembre, è qui presente in due versioni (una è leggermente più estesa dell’altra) dall’arrangiamento simile. Poi si passa finalmente ai brani veri e propri intesi per l’album “In A Silent Way”, vale a dire Shhh/Peaceful, l’omonima In A Silent Way e It’s About That Time, registrati tutti il 18 febbraio 1969 e inediti in questa forma, vale a dire senza gli interventi di post-produzione. Da segnalare, in particolare, una versione Rehearsal di In A Silent Way sensibilmente più dinamica (suona quasi come una samba) ma assolutamente deliziosa.

Cd 3) Il terzo e ultimo disco comincia subito in modo memorabile, con The Ghetto Walk, una maestosa composizione prossima ai ventisette minuti di durata. Messa su nastro il 20 febbraio, sembra incredibile che una tale gemma come The Ghetto Walk sia rimasta inedita fino alla pubblicazione di queste “Sessions”. Anche l’elegante e malinconica Early Minor, registrata in quella stessa seduta, è rimasta inedita fino al 2001. I due brani restanti sono invece le versioni rimasterizzate di Shhh/Peaceful e In A Silent Way/It’s About That Time, così come erano apparse nel 1969 sull’album “In A Silent Way”, ovvero con tutti gli effetti di editing e looping curati dal produttore Teo Macero.

In definitiva, la splendida musica presente nei tre ciddì di “In A Silent Way Sessions” documenta un periodo di transizione nella carriera artistica di Miles Davis: l’utilizzo di strumenti elettrici, come detto, l’impiego di nuove metodologie compositive ma anche il ricorso a musicisti geniali e innovativi che hanno contribuito a spingere la musica di Miles in una dimensione che travalica ampiamente il concetto di jazz verso una forma d’avanguardia sonora che mescola brillantemente la spontaneità del jazz con la musica classica, il rock e la psichedelia. Davvero impressionante la lista dei nomi che hanno affiancato Miles Davis – peraltro in forma magnifica – nel periodo raccontato da questo cofanetto: il grande sassofonista Wayne Shorter, i celeberrimi tastieristi Chick Corea, Herbie Hancock e il già citato Zawinul, il solido bassista Dave Holland, i batteristi Tony Williams, Jack DeJohnette e Joe Chambers, uno più bravo dell’altro, l’inventivo chitarrista John McLaughlin. Oltre, ovviamente, al geniale Teo Macero che ha fatto dello studio di registrazione un ulteriore strumento creativo.

– Mat

Joy Division, “Closer”, 1980

joy-division-closer-immagine-pubblica-blogIl grande vantaggio dei cofanetti è che con una sola botta ci portiamo a casa l’intera produzione (o la parte più significativa di essa) del nostro gruppo preferito, spesso spendendo meno dei singoli titoli messi assieme che andiamo ad acquistare di volta in volta. D’altra parte, col ritrovarsi di colpo settanta, ottanta o anche più canzoni da ascoltare tutte in una volta si rischia di smarrire la strada e di fare confusione fra i capitoli discografici. E’ quello che m’è successo col primo cofanetto antologico che sono andato a comprarmi, ormai tanti anni fa: “Heart And Soul” dei Joy Division, un quadruplo ciddì del 1997 (ristampato lo scorso autunno).

In precedenza avevo comprato “Still” (1981) e di lì a poco ebbi modi d’ascoltarmi il mitico “Unknown Pleasures” (1979), prestatomi da un amico. A questo punto mi mancavano solo “Closer” (1980) e l’antologica “Substance” (1988) per avere una visione definitiva della breve ma seminale esperienza discografica dei Joy Division: conquistato dalla peculiarissima fusione fra dark e punk, tipica di questa band inglese, andai perciò a comprarmi direttamente “Heart And Soul” come regalo natalizio. Un cofanetto che, per carità, mi soddisfò tantissimo e che ascolto sempre molto volentieri, ma che tuttavia non mi ha fatto ben capire la portata di “Closer”.

Questo post – con tale invadente introduzione alla quale chiunque è legittimato a rispondere con ‘e sti cazzi, Mat?’ – cerca così d’affrontare “Closer” una volta per tutte, dopo aver programmato in sequenza i nove brani originali (fra i diciassette che compongono il secondo disco di “Heart And Soul”) di quello che purtroppo fu l’ultimo album dei Joy Division, uscito all’indomani del tragico suicidio di Ian Curtis, il cantante del gruppo. Ecco quindi i brani di “Closer”, ognuno accompagnato da una piccola analisi da parte mia…

  1. Atrocity Exhibition: una tetra danza tribale, con Stephen Morris in grande spolvero sulle percussioni, che arricchisce la sensibilità dark di suggestioni etniche. Un brano a suo modo indimenticabile, forse tirato un po’ troppo per le lunghe.
  2. Isolation: una stupenda gemma new wave, fra le cose più trascinanti, inconfondibili ed emozionanti prodotte dai Joy Division. Un brano che musicalmente puntava dritto al futuro di questo gruppo…
  3. Passover: brano ben più notturno e monotono, leggermente meno sostenuto dei due precedenti ma più viscerale e inquietante.
  4. Colony: scandìta dall’aspra chitarra di Bernard Sumner, è però caratterizzata da un incedere irregolare e minaccioso al tempo stesso.
  5. A Means To An End: la migliore di “Closer” e fra le migliori nel canzoniere dei Joy Division… irresistibile col suo ritmo implacabile di marcia veloce, di parti chitarristiche intrusive ma sinuose, forte d’un canto da parte di Ian ricco di rassegnazione ma anche di rabbia. ‘I put my trust in you’… da pelle d’oca!
  6. Heart And Soul: brano veloce, notturno – soprattutto per merito del tenebroso andamento del basso di Peter Hook – adattissimo ad un attraversamento in macchina di qualche deserta periferia cittadina.
  7. Twenty Four Hours: nonostante riesce a mantenere viva l’attenzione per i suoi cambi di tempo, è il brano di “Closer” che trovo più sfuggente.
  8. The Eternal: questa atmosferica ma realmente funerea composizione è senz’altro il numero più tetro creato dai nostri. Spettacolare, a suo modo.
  9. Decades: atipica non solo rispetto alle altre canzoni di “Closer” ma anche nel repertorio stesso dei Joy Division, questa meditabonda canzone è incentrata principalmente sull’uso dei sintetizzatori (ancor più di Isolation), tracciando un evidentissimo ponte fra la musica di questa band e la sua rinascita post-Curtis, i New Order.

Rispetto al precedente “Unknown Pleasures” (che comunque preferisco), “Closer” segna decisi passi in avanti per i Joy Division, una definizione ancor più personale e stilizzata della loro arte: non solo la musica lascia intuire quali connotati avrebbero assunto le future canzoni della band, ma la stessa abilità canora di Ian Curtis è notevolmente maturata. E’ stato un gran peccato che un artista del genere non abbia dato tempo a se stesso e al suo gruppo di dimostrare al mondo di che cosa sarebbero stati capaci di fare di lì ad un paio d’anni. Un vero peccato, una perdita grandissima… di certi cazzoni che invadono oggi le classifiche e che non hanno mai inventato nulla o influenzato nessuno non si parlerebbe affatto.

Non ho menzionato le tematiche di “Closer” ma già dando un’occhiata superficiale ai titoli delle sue canzoni si possono indovinarne alcune: atrocità, isolamento, trapasso, fine, ma anche i poco rassicuranti eterno, colonia e decenni. Insomma, i Joy Division sono i Joy Division! Un’ultima curiosità: la macabra ma affascinante foto di copertina è stata scattata in un cimitero italiano, da qualche parte in Liguria.

– Mat

Pink Floyd, “The Wall Live 1980-81”, 2000

pink-floyd-the-wall-live-1980-1981Sempre a proposito di album dal vivo, Miles Davis non è certamente il solo ad aver pubblicato dei live coi controcazzi: fra di essi c’è infatti un epocale doppio album dal vivo dei Pink Floyd, lo straordinario “Is There Anybody Out There? / The Wall Live 1980-81”, edito nel 2000 in occasione del ventennale del celebre “The Wall“.

Un fantastico doppio album che andai a comprare quasi subito, optando per la più costosa ma più bella ‘limited edition’, ovvero i due ciddì cofanettati in una lussuosa confezione cartonata (nella foto). Si tratta della rappresentazione integrale che i Pink Floyd diedero del loro capolavoro, fra il 1980 e il 1981, in quattro selezionate arene fra gli USA e l’Europa: partita dalla Los Angeles Sports Arena nel febbraio ’80, la rappresentazione dal vivo di “The Wall” continuò per un anno per concludersi quindi alla Wastfallenhande di Dortmund (Germania) nel febbraio ’81. Le altre due arene erano il Greater Nassau Coliseum di New York (febbraio ’80) e la celebre Earl’s Court di Londra (agosto ’80 e giugno ’81).

Se il limite principale di un’opera come “The Wall” stava nei suoi sofisticati effetti sonori, di difficile riproposizione in un contesto dal vivo (tanto che si fece abbondante ricorso a nastri di effetti che, manovrati dal tecnico James Guthrie, entravano fra le canzoni quando dovevano entrare), è anche vero che questi concerti fornivano la storia in musica della versione originariamente concepita da Roger Waters. Un’opera dalla lunghezza prossima alle due ore e bastevole a riempire tre elleppì; come sappiamo, invece, “The Wall” venne ridotto fino a rientrare in due canonici vinili ma dal vivo l’opera non perse nulla della sua forza, includendo anche alcune canzoni che – sempre per motivi di spazio & tempo – erano state scartate dall’edizione discografica.

Personalmente continuo a preferire la classica versione da studio di “The Wall”, un disco che reputo pressoché perfetto, tuttavia devo ammettere che diverse canzoni contenute in questo “Is There Anybody Out There?” suonano decisamente meglio nella loro esecuzione dal vivo. C’è da dire, però, che il prodotto audio finale è un magistrale taglia-e-cuci dei momenti migliori della spettacolare versione live di “The Wall”, anche all’interno delle canzoni stesse, pe cui, per fare un esempio, può essere che il cantato (o parte di esso) di una canzone sia stato inciso in Germania nel 1981 mentre gli assoli di chitarra possono risalire ad un concerto americano dell’anno prima. Il risultato finale è comuque meraviglioso e ci offre la miglior rappresentazione sonora possibile dei Pink Floyd in azione dal vivo con “The Wall”, in quello che fu l’ultimo tour di Waters in seno alla band, nonché l’ultimo tour dei Pink Floyd come quartetto.

Fatte queste debite introduzioni e precisazioni, addentriamoci ora in una breve disanima traccia dopo traccia del contenuto di “Is There Anybody Out There?” così come è stato pubblicato dalla EMI nel 2000.

  1. MC: Atmos: introduzione dello show da parte del presentatore Gary Yudman, il quale dà il benvenuto al pubblico inglese dell’Earl’s Court (in realtà, come già detto, questa non è l’esibizione integrale di un preciso concerto ma un montagio audio coi momenti migliori dell’intero tour).
  2. In The Flesh?: irrompe brutalmente mentre il buon Yudman sta dando le ultime noiose raccomandazioni al pubblico. E’ però una versione un po’ fiacca, nettamente inferiore alla In The Flesh? incisa in studio.
  3. The Thin Ice: anch’essa non riesce ad eguagliare la bellezza della versione da studio; David Gilmour è fin troppo impassibile (sia alla voce che alla chitarra) mentre il canto di Roger tradisce un po’ d’emozione. Insomma, l’inizio di questo disco lascia un po’ a desiderare…
  4. Another Brick In The Wall, Part 1: questa versione riesce invece ad emozionare alla stessa maniera del pezzo originale, anzi la dimensione dal vivo risalta ancor di più la sua maestosa atmosfera dark.
  5. The Happiest Days Of Our Lives: abbastanza fedele all’originale da studio, con tanto di effetto d’elicottero in avvicinamento.
  6. Another Brick In The Wall, Part 2: rende giustizia al duetto vocale fra Roger e Dave (mentre il mix da studio favoriva Dave) e inoltre annovera ulteriori passaggi strumentali, molti dei quali chitarristici.
  7. Mother: oltre ad essere più lenta, estesa ed atmosferica rispetto alla versione da studio, è addirittura migliore di quella, grazie soprattutto ad un lungo ed emozionante assolo di chitarra centrale.
  8. Goodbye Blue Sky: praticamente identica alla versione da studio.
  9. Empty Spaces: leggermente più lunga nella parte cantata, con Roger che recita il testo originariamente concepito, con il tutto che si raccorda al brano successivo come un’unica sequenza.
  10. What Shall We Do Now?: rock martellante e suggestivo, scartato dall’album del ’79 (tanto che la precedente Empty Spaces – che di fatto ne costituiva l’introduzione – venne riscritta) ma sempre presente negli spettacoli dal vivo di “The Wall”, così come nella versione filmica di Alan Parker.
  11. Young Lust: piuttosto fedele alla versione da studio anche se possiamo apprezzarne quell’attacco iniziale che su disco si perdeva a causa della sua sovrapposizione alla precedente Empty Spaces.
  12. One Of My Turns: ricalca fedelmente la versione da studio ma si avverte benissimo la performance dal vivo di quest’altra magnifica canzone.
  13. Don’t Leave Me Now: fra i pezzi meno adatti ad essere riproposti dal vivo, la sequenza finale è forse più vivace della versione in studio.
  14. Another Brick In The Wall, Part 3: appena più accelerata, questa versione è anch’essa più accattivante rispetto alla versione da studio.
  15. The Last Few Bricks: non è una canzone inedita (così come pubblicizzò la EMI nel 2000) ma un interessante medley strumentale fra The Happiest Days, Young Lust e Empty Spaces. Oltre ad estendere lo spettacolo, questa sequenza dava anche più tempo agli operai d’innalzare il (finto) muro di mattoni fra il pubblico e la band.
  16. Goodbye Cruel World: leggermente più lunga ma fedele all’originale, quando Roger finiva di cantarla, due operai sul palco fissavano l’ultimo mattone del muro, che andava proprio a nascondere il volto del bassista. A questo punto dello spettacolo finiva la prima parte della rappresentazione e in questo caso giunge a conclusione il primo ciddì.
  17. Hey You: qui la band suona ormai dietro quel muro che la separa dal pubblico. Si tratta di una versione piuttosto fedele alla magnifica canzone originale, con la presenza del pubblico che contribuisce un po’ ad alleviarne il senso di sconforto.
  18. Is There Anybody Out There?: almeno nella sequenza iniziale, quella più dark dove Roger chiede se ‘c’è qualcuno là fuori [oltre il muro]?’, siamo alle prese col nastro della versione da studio mentre il pubblico grida & risponde all’insistente domanda. La seconda parte, invece, presenta dal vivo il bel duo di chitarre acustiche mentre tutti gli altri effetti sono anch’essi pre-registrati.
  19. Nobody Home: fra i brani più introspettivi e commoventi dei Pink Floyd, questa versione dal vivo veniva salutata dal pubblico ogni volta che da una finestrella del muro spuntava Waters seduto tutto solo nella sua (finta) camera d’albergo. Anche qui siamo in presenza di numerse parti pre-registrate (orchestra, televisione in sottofondo e schiamazzi vari) ma il canto dal vivo di Roger resta intenso ed appassionato.
  20. Vera: anche quest’altro toccante numero è registrato dal vivo solo per metà ma il canto di Roger pone tutto nella giusta prospettiva.
  21. Bring The Boys Back Home: fedele all’originale in studio, anche perché la base e il coro sono gli stessi, con la voce di Waters in maggior evidenza.
  22. Comfortably Numb: non solo una delle canzoni più belle dei Pink Floyd ma anche una delle canzoni più belle del mondo, questa versione ci permette di apprezzarne appieno tutta l’intensità rock, soprattutto nell’assolo finale di Gilmour, portato a conclusione e non sfumato come nella versione da studio. Per il resto l’orchestra è pre-registrata, l’esecuzione è alquanto fedele ma l’emozione di ascoltare questo capolavoro è sempre grandissima. Da pelle d’oca!
  23. The Show Must Go On: fra le cose più interessanti di questo “The Wall Live”, giacché possiamo apprezzarne il testo integrale – cantato da Dave – che sul disco del ’79 veniva notevolmente abbreviato.
  24. Mc: Atmos: sempre la sola voce del presentatore Yudman, stavolta con un ridicolo effetto di nastro rallentato, che annuncia quella che – secondo la trama della rappresentazione – era un ‘ gruppo surrogato’ giacché Pink stava male in albergo. E’ qui che i Pink Floyd rientrano in scena – ponendosi davanti al muro – con quel discusso abbigliamento in stile nazista.
  25. In The Flesh: se l’iniziale In The Flesh? risulta opaca rispetto alla versione da studio, questa è invece molto più convincente e riesce a non far rimpiangere troppo quella su disco.
  26. Run Like Hell: introdotta da una sarcastica arringa di Roger agli spettatori, questa versione è superiore a quella ben più nota da studio ed è più convincente di qualsiasi altra esecuzione di Run Like Hell che i Pink Floyd del dopo-Waters hanno proposto nei loro concerti. Da brividi il rabbioso scambio di versi – di fatto un duetto – fra Dave e Roger, con la musica tesa, tirata e incalzante. Fra i momenti culminanti di questo disco, sette minuti di puro godimento!
  27. Waiting For The Worms: pur piuttosto fedele all’originale, non riesce tuttavia a riprodurne la totale drammaticità della versione da studio.
  28. Stop!: breve interludio per piano e voce, anch’esso fedele all’originale.
  29. The Trial: il brano più teatrale dei Pink Floyd, in una versione leggermente estesa ma alquanto fedele, con Roger ad interpretare magnificamente tutti i personaggi di questo processo (mentre sul muro venivano proiettate quelle magnifiche sequenze animate di Gerald Scarfe che poi sarebbero state reimpiegate nel film di Parker) al termine del quale – accolto da un boato del pubblico – viene abbattuto il muro.
  30. Outside The Wall: una versione più lunga e molto meno scarna di quella apparsa su disco, al termine della quale un sensibilmente soddisfatto Waters ringrazia e saluta il pubblico e i dodici componenti del gruppo (sì… i quattro Floyd più altrettanti musicisti aggiuntivi, più i quattro coristi) fanno i dovuti inchini alla folla.

Descrivendo alla bellemmeglio queste trenta canzoni, ho citato diverse volte lo spettacolo visuale che faceva parte integrante del concerto: nel 2000 Roger Waters impedì una pubblicazione anche in formato video di “The Wall Live 1980-81” ma pare che in questo 2009 dovrebbe veder la luce anch’esso. Se non altro, qualche mese fa lessi che Roger stava visionando alcuni filmati per poi scegliere le sequenze migliori… speriamo bene! Per il resto, a chi volesse arricchire questa lettura con ulteriori dettagli, consiglio quest’altro post.
In conclusione, dunque, chi ama quel capolavoro di “The Wall” non potrà non apprezzare anche questa magnifica versione dal vivo: la consiglio perciò caldamente a tutti gli appassionati floydiani. Un annetto fa la versione standard del live è stata deprezzata per la categoria ‘special price’, per cui quale occasione migliore per colmare una tale eventuale lacuna?

– Mat

La musica del 2009 tra realtà e sogni

Eccoci così al 2009! Prima di cominciare, però, lasciatemi augurarvi buon anno, di cuore. Non possiamo dire come sarà l’ultimo anno di questo decennio, ovvio, ma possiamo già tracciare i contorni della musica che ascolteremo nei prossimi mesi. Ecco quindi una breve rassegna della musica che verrà…

Album
Per me il più atteso è il nuovo dei Depeche Mode, previsto in primavera e al momento ancora senza titolo: la band inglese (nella foto) ha anche girato il video di Wrong, il singolo apripista… sono molto curioso, non vedo l’ora di vederlo! Pare che questo nuovo capitolo depechiano dovrebbe recuperare delle sonorità retrò. Intanto usciranno anche i nuovi album di Bruce Springsteen (a giorni), Peter Murphy (il cantante dei Bauhaus), Prince, David Sylvian, Morrissey, Neil Young, Megadeth, P.J. Harvey, Green Day, Devo, Roxy Music, U2, No Doubt e Robin Gibb. Forse anche il nuovo di Michael Jackson e forse – udite udite – anche il secondo album dei redivivi Sex Pistols, che darebbero quindi un seguito al celeberrimo “Never Mind The Bollocks” del 1977.

Concerti
Per quanto riguarda gli appuntamenti live previsti nel nostro paese, per ora segnalo solo i Depeche Mode, gli Eagles, i Metallica, gli Ac/Dc, i Judas Priest, i Megadeth, i Lynyrd Skynyrd e gli odiosi Oasis. Mi piacerebbe tantissimo vedere il concerto degli Eagles… ma suoneranno a Milano… per me sarà difficile starci. Spero anche che i Verve recuperino l’unica tappa del loro tour del 2008 – quello che segnava la reunion dopo quasi dieci anni dallo scioglimento – che avevano programmato in Italia: dovevano suonare a Livorno ma la loro esibizione saltò perché Richard Ashcroft aveva la laringite.

Reunion
Dopo le innumerevoli reunion degli ultimi anni, nel 2009 si attendono i ritorni – sul palco e/o in studio – di Blur (nella originale formazione a quattro), Magazine, Ultravox (nella formazione condotta da Midge Ure), The Specials, The Faces (sì, proprio il gruppo di Rod Stewart e Ron Wood, scioltosi nei primi anni Settanta!) e forse anche Faith No More, Smiths (ma qui ci credo poco… sarebbe un miracolo!), Stone Roses e Spandau Ballet. Voci incontrollate parlano anche dei Jackson 5

Ristampe
“Odessa” dei Bee Gees uscirà fra pochi giorni, il 12, in un bel cofanetto con tanto di rarità & inediti (… e io ho già la bava alla bocca!) in occasione del quarantennale della sua edizione. A marzo sarà invece la volta di “Ten”, il classico dei Pearl Jam. Dovrebbero uscire anche gli ultimi capitoli della bella serie di remaster dei Cure, in particolare dell’album “Disintegration” che nel 2009 compie ventanni. In autunno, secondo alcune indiscrezioni, dovrebbero uscire anche i ciddì rimasterizzati di tutti gli album dei Beatles… chissà, io lo spero vivamente, a patto, cazzo, che vi siano inclusi degli inediti!

Film
In questo 2009 dovremmo vedere il benedetto film sulla vita di Bob Marley, in cantiere almeno dal 2003. Pare che quest’anno sia la volta buona, chissà, certo è che al momento non se ne conoscono molti particolari. Don Cheadle dovrebbe dar vita al suo film sull’immenso Miles Davis, in attesa almeno dal 2007. Si attendono anche film biografici su Freddie Mercury e Kurt Cobain, annunciati anch’essi alcuni anni fa. Correrei subito al cinema per vedermi quello su Mercury, si era parlato di Johnny Depp per la sua interpretazione, chissà.

Questo quello che è stato confermato, in maniera più o meno ufficiale da parte dei diretti interessati o da chi per loro. Ora passo brevemente alle mie aspettative per quest’anno:

  • spero in un ritorno sulle scene del grande David Bowie, magari anche solo per dei concerti, ovviamente con transito obbligatorio in Italia;
  • una cazzutissima ristampa di “The Wall” dei Pink Floyd in occasione del trentennale di quello che resta il mio album rock preferito;
  • un nuovo album da studio di Sting che, a parte la divagazione medievale di “Songs From The Labyrinth”, non mi pubblica un album con canzoni sue dal 2003;
  • un nuovo album e/o tour per i Tears For Fears con tassativo passaggio live in Italia;
  • la pubblicazione d’un cofanetto di Miles Davis con le sue collaborazioni con Prince (si parla comunque d’un nuovo cofanetto davisiano della sua discussa produzione anni Ottanta);
  • almeno un concerto in terra italiana per Paul McCartney;
  • un nuovo album per Roger Waters, che non pubblica un disco d’inediti dai tempi di “Amused To Death”.

Questo è quel che le mie antenne sono riuscite a captare nell’aria; se non altro si prefigura un 2009 abbastanza interessante sotto il profilo musicale. Per tutto il resto, come sempre, staremo a vedere!

– Mat