Jimi Hendrix, “Band Of Gypsys”, 1970

jimi-hendrix-band-of-gypsys-immagine-pubblicaCome ho già scritto in qualche altro post, non sono un grande fan dei dischi dal vivo, anche se a furia di sentire Miles Davis in tutto il suo fulgore elettrico mi sto ricredendo. Tra quei pochi live che ascolto con una certa frequenza & autentica gioia c’è “Band Of Gypsys”, l’ultimo album realizzato da Jimi Hendrix: un live muscoloso e sanguigno, insolitamente funky per chi conosce solo i tre album da studio realizzati dal celebre chitarrista mancino con l’Experience, tuttavia – forse proprio per questo – il suo disco migliore.

La nostra banda di zingari – registrata in presa diretta nel Capodanno ’70 al celebre Fillmore East di Nuova York – altro non è che un formidabile trio costituito dal bassista Billy Cox, dal batterista/cantante Buddy Miles e, ovviamente, dal chitarrista/cantante Jimi Hendrix. L’ultimo album realizzato da Jimi, s’è detto, dato che “Band Of Gypsys” venne pubblicato dalla Capitol nell’aprile 1970, cinque mesi prima della sua morte. La performance immortalata su disco comprende soltanto sei canzoni (in realtà il trio suonò per quattro set fra il 31 dicembre ’69 e il giorno dopo*), sei brani inediti (per l’epoca) che tracciavano una nuova direzione musicale per il chitarrista di Seattle: impelagato da vecchi vincoli contrattuali, in rotta col management, indeciso se resuscitare l’Experience, insoddisfatto e drogatissimo, Jimi concepì un modo più viscerale & terrestre di fare rock, con meno concessioni alla psichedelia e maggior apertura all’innata anima funk della musica nera, una dimensione sonora nella quale potesse fondere il rock col blues, il soul e – forse – anche il jazz orchestrale, tanto che Jimi Hendrix iniziò un ‘dialogo’ con Miles Davis e Gil Evans che s’interruppe solo con la prematura morte del chitarrista.

Dopodiché una marea d’incisioni inedite, più o meno autorizzate dalla famiglia Hendrix, di qualità non sempre eccelsa e, talvolta, di dubbia provenienza. Ad ogni modo, comunque, mi piace pensare che il vero testamento artistico di Jimi sia proprio “Band Of Gypsys”, l’opera incompiuta d’una grande carriera artistica rimasta a sua volta tragicamente incompiuta. Vediamo quindi le sei lunghe canzoni che compongono quest’album dal vivo.

Cantata da Jimi Hendrix con l’accompagnamento vocale di Buddy Miles, Who Knows è un’irresistibile escursione funk-blues di oltre nove minuti. La nerboruta linea di basso adottata da Billy Cox e l’implacabile batteria di Buddy sono la piattaforma di lancio da cui la chitarra del leader – viscerale & tagliente – parte per i suoi memorabili assoli. Ecco, basterebbero i nove minuti abbondanti di Who Knows per giustificare i soldi spesi per l’acquisto di questo disco.

Più fumosa e diradata l’atmosfera generale di Machine Gun, una delle tante canzoni rock ispirate alla guerra del Vietnam, all’epoca un inferno in pieno svolgimento. Il brano è una piccola epopea – dodici minuti e passa – dove la chitarra di Jimi, piena d’effetti e distorsioni, imita le incursioni aeree, i lanci di bombe e le esplosioni sul tormentanto suolo asiatico. Un pezzo straordinario, Machine Gun, una delle vette artistiche di Hendrix, secondo me.

Them Changes è la prima delle due canzoni presenti in “Band Of Gypsys” scritte da Buddy Miles. A lui spetta quindi il ruolo di cantante, in quello che è un soul-rock dalle forti venature blues e heavy, con un bel interludio dove la band cerca tutto l’appoggio del pubblico. A differenza dei due brani precedenti, Them Changes rientra comunque nella più canonica durata dei cinque minuti.

Power Of Soul presenta grossomodo lo schema dell’iniziale Who Knows: solida ritmica in tempo medio scandìta dal basso groovy di Cox e dalla batteria puntuale (ma divertita) di Miles, con Hendrix superbamente a suo agio con una chitarra che sembra squarciare la dimensione stessa del suono. Molto immediato il ritornello – ‘with the power of soul, anything is possible’ – quasi un mantra, per un brano che procede per emozionanti saliscendi e brevi sequenze stop/start.

Ben più convenzionale dei pezzi visti fin qui, Message Of Love è il momento più leggero del disco, suonato comunque con grande enfasi da un Jimi Hendrix che non si risparmia, soprattutto nel lungo assolo centrale. Ultimo in programma, We Gotta Live Together è il secondo contributo autoriale di Buddy Miles all’album, che conferma una dimensione più accessibile e apertissima all’interazione col pubblico, che pare gradire e divertirsi almeno quanto il formidabile trio che sta suonando.

Per concludere, “Band Of Gypsys” è un live album robusto e vitale, godibilissimo anche oggi, a quasi quarantanni di distanza dalla sua prima edizione, uno di quei dischi – evvivaddio – che è sempre un piacere spararsi a tutto volume con lo stereo.

(*se non ricordo male, esiste anche un cofanetto con l’esibizione integrale della Band Of Gypsys al Fillmore East)

Autore: Matteo Aceto

Quarantenne, lettore onnivoro, cinefilo selettivo, ancora compro dischi.

16 pensieri riguardo “Jimi Hendrix, “Band Of Gypsys”, 1970”

  1. Il mio preferito di Jimi nonché il suo album che ho più ascoltato. Aveva tracciato una nuova direzione, chissà cosa avrebbe fatto poi!
    Se mi chiedessero chi fra gli artisti scomparsi giovani vorresti resuscitare, direi senza dubbi Hendrix. Chissà che musica farebbe esattamente oggi a 28 anni!

  2. e su questo qui sono d'accordo.
    sai che io ho sempre preferito i live rispetto ai dischi da studio? perchè se qualcuno sa suonare, e se i pezzi “reggono”, è nel live che lo senti, in studio forse canto bene anch'io (no, non è vero…). Sempre che i live non siano sovraincisi poi in studio, come avviene piuttosto spesso negli ultimi anni. Quelli che mi sono sempre piaciuti di più poi erano quelli che cambiavano i pezzi, l'arrangiamento, non si limitavano a rifare il pezzo già conosciuto. Va bene, roba da anni 70, non più attuale…purtroppo…
    zundapp

  3. Anto e Lucien,
    mi fa davvero piacere che anche a voi piace questo gran disco, uno dei live più appassionanti, secondo me. Essì, Lucien, in pochissimi anni Hendrix ha rivoluzionato il modo di fare musica, chissà che avrebbe combinato con una carriera almeno decennale…

  4. Zundapp,
    dici bene, anche a me piacciono quei live in cui l'esecuzione è ben differente da quella in studio. Ed è per questo che i dischi dal vivo di Miles Davis (del periodo elettrico) mi stanno facendo impazzire! Ad esempio, una cosa che non mi è mai andata troppo giù nei live dei Pink Floyd è che sono fin troppo fedeli agli orginali: avrei gradito tantissimo, che so, sentirmi “Dark Side Of The Moon” suonato dal vivo da Roger, Dave & compagni senza tutti gli effetti sonori.

  5. Non mi fate pensare a cosa avrebbe potuto fare Hendrix non fosse morto. Mat l'ha accennato, ma era nell'aria (vedi autobiografia di Miles) un inizio di collaborazione tra i due…non sapremo mai cosa ne sarebbe uscito, il solo pensare a questa occasione mancata per la musica e la storia mi fa venire l'ansia.
    Stay rock Mat.
    ciao, silvano.

  6. Silvano,
    già, fu un'occasionissima sprecata! Ci erano andati vicini fra il '69 e il '70, l'avrebbero fatto…
    Tornando ai Floyd: non mi riferivo alla loro esecuzione strumentale ma al fatto che hanno sempre proposto dal vivo tutti gli effetti presi di sana pianta dai dischi da studio. Trovo magnifico “The Wall Live 1980-81”, lo sai, ma avrei voluto sentirne anche una versione scarna, dura & pura. 😉

  7. Devo ammettere di non essere un grandissimo fan di Hendrix, tuttavia ritengo che questo disco sia uno dei più brillanti esercizi di abilità e di creatività alla chitarra elettrica mai prodotti. In particolare, quello che fa con lo strumento in Machine Gun è strabiliante, mentre considero i primi minuti di Power of Soul uno dei più grandi assoli della storia del rock. Hermitage

  8. Ciao Mat, concerti dal vivo ne ho visti tanti, anche se ormai sono decenni che non ne vedo di nuovi.
    Ricordo che l'emozione di vedere un gruppo dal vivo viene quasi sempre delusa all'ascolto del loro Live Album, magari relativo alla stessa Tournee.
    Ricordo ad esempio gli Yes, rimasi stupefatto a Milano nell'83, ma il DVD della Tournee di 90125 e le varie registrazioni sono decisamente sotto tono, rispetto a quello che ricordo del concerto.
    Un caso straordinario fu quello dei Queen, il loro Live Killers è davvero fenomenale, ma vederli dal vivo a Milano fu semplicemente incredibile!
    Se devo pensare ad un Live Album realmente stupendo, sarò tradizionalista, ma credo che il migliore in assoluto sia Made in Japan di Blackmore – Gillan e soci.
    Stammi bene

  9. In effetti, caro Eternauta, non si può proprio comparare l'emozione di sentire/vedere i propri idoli dal vivo con l'ascoltarsi i loro concerti sui dischi, chiusi nelle nostre stanze. Trovo che la maggior parte degli album live sia deludente, però a volte abbiamo delle superbe eccezioni, come questo disco di Hendrix, o quello dei Deep Purple che citi tu. E' un disco famoso, “Made In Japan”, osannato da tutti, che però non ho mai ascoltato perché Blackmore & soci non li ho mai seguiti. Ciao, è stato un piacere ritrovarti qui. 😉

  10. Quattro (cinque) bei consigli:
    – Allman Brothers live at Fillmore East
    – Grateful Dead Live/Dead
    – Quicksilver Messenger Service, Happy trails.
    – Tim Buckley, Dream letter e Live at the Troubadour.

    Tutta roba un po' stagionata, ma da perdercisi dentro.
    Nei decenni successivi non ho più seguito molto il rock, ma posso dirti che anche nell'opera e nella musica sinfonica ci sono dischi in studio molto brutti, ahinoi. Invece in teatro la stessa cosa (stesso cast, stesso direttore) era meravigliosa, solo che quando li pubblicano gridano ai pirati…
    Ma questo sarebbe un discorso lungo.

  11. Riguardo alla stagionatura, non è mai stata un problema, per me la musica (arte, del resto) non ha tempo. Grazie per i consigli, Giuliano, sono dischi che non ho mai sentito.

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