Grande documentazione bowiana

libro-bowie-la-trilogia-berlineseFinalmente anche questo libro di Thomas Jerome Seabrook è stato tradotto per il mercato italiano: col titolo un po’ ruffiano ma indicativo di “La trilogia berlinese” [foto], sarà disponibile in libreria fra qualche giorno. La versione italiana è curata dalla Arcana, nota casa editrice che stampa molti libri essenziali sul pop-rock; come sempre, però, il prezzo non è popolarissimo, ben diciotto euro & cinquanta centesimi.

Se c’è qualcosa che all’Arcana lascia un po’ a desiderare sono i frequenti errori di battitura & alcuni imbarazzanti refusi… insomma, per quasi venti carte io mi aspetto un prodotto decisamente più curato. La cultura, la documentazione, comunque non sono in discussione e – appena potrò – darò la caccia spietata anche a questo libro, così come ho fatto per quest’altro.

Unica nota dolente, almeno per quanto riguarda il librone di Nicholas Pegg: è così ben documentato & scritto, pieno di storia bowiana & aneddoti & riflessioni & recensioni & interviste che mi è sembrato totalmente inutile continuare a parlare di David Bowie su Immagine Pubblica.

– Mat

Dalis Car, “The Waking Hour”, 1984

dalis-car-the-waking-hour-mick-karn-peter-murphySpesso trovo molto interessanti quegli esperimenti discografici nati dalla combinazione inedita fra due o più membri di gruppi diversi. In passato ho già scritto di “Blue Sunshine” dei Glove, oggi è invece la volta di “The Waking Hour” dei Dalis Car, una sigla che cela un curioso duo, proveniente per metà dai Bauhaus e per metà dai Japan.
Abbiamo infatti Peter Murphy alla voce e Mick Karn alla strumentazione, due grandi talenti artistici accomunati all’epoca dal senso di smarrimento per la fine delle due band inglesi che – molto probabilmente – alimenteranno di più la loro fama, i Bauhaus, scioltisi nel 1983, e i Japan, scioltisi l’anno prima.

Parlando musicalmente in senso stretto, “The Waking Hour” suona come un album solista di Mick Karn, il seguito ideale del suo “Titles” (1982), seppur i testi sono stati scritti e quindi cantati dall’inconfondibile voce dei Bauhaus. In seguito, non a caso, Peter Murphy rinnegherà il disco, nato da una collaborazione non proprio felice perché, a detta sua, forzava alla coesistenza due persone molto diverse fra loro. In effetti non so cos’abbia realmente spinto Peter e Mick ad unire le proprie forze, tuttavia il risultato finale non mi dispiace affatto, anzi resta tuttora un gradevolissimo punto di connessione fra due gruppi – i Bauhaus e i Japan per l’appunto – che non smetterò mai d’amare.

“The Waking Hour” abbìna l’indiscutibile talento visionario di Karn (oltre che strumentale, soprattutto per quanto riguarda l’uso del basso fretless, per il quale è un mago), il suo tocco etnico e quasi tribale, alla dimensione dark e teatrale di Murphy, e nel far ciò quest’album mi suona come un notevole esperimento in musica che ascolto sempre volentieri. Prodotto dagli stessi Dalis Car col tecnico del suono Steve Churchyard, “The Waking Hour” è costituito da sette brani, tutti musicati ed arrangiati dal solo Mick Karn. C’è comunque un terzo musicista che ha partecipato alle sedute, tale Paul Vincent Lawford, che ha costruito i ritmi, secondo le note interne dell’album.
Il contenuto musicale del disco, come prevedibile, è la visione della musica dei Japan interpretata da Mick Karn (più tribale e tetra, rispetto al sentimentalismo introspettivo di David Sylvian) unìta allo spiccato senso teatrale di Peter Murphy, alla sua fascinazione per l’espressionismo tedesco al tempo della repubblica di Weimar. Abbiamo quindi l’iniziale Dalis Car, il brano che ha dato il nome all’insolito duo (a sua volta tratto da un’opera del celebre Salvador Dalì), l’ipnotica His Box, la gotica e misteriosa Cornwall Stone (è la canzone che qui più s’avvicina allo stile di Peter), la pulsante Artemis (unico brano strumentale del disco, cosa che lascia supporre che Murphy non vi abbia partecipato), la propulsiva Create And Melt e l’epica Moonlife, basata su uno dei tanti Traditional presenti nel canzoniere storico dell’Inghilterra. Chiude quest’album così atipico ma avvincente che è “The Waking Hour”, l’unico singolo che ne è stato estratto, la sinuosa The Judgement Is The Mirror.

Dopo questo tentativo di procedere come duo sotto il nome di Dalis Car, Mick Karn e Peter Murphy troveranno modo di procedere brillantemente con le loro rispettive carriere soliste per tutto il corso degli anni Ottanta, e anche oltre.

– Mat

P.S.
Piccola nota autobiografica: la prima bozza di questo post risale allo scorso 20 marzo, poi varie vicissitudini – compreso l’orrendo terremoto che ha sconquassato il mio Abruzzo – mi hanno fatto perdere le idee. Il titolo di questo disco, l’ora del risveglio, mi sembra decisamente appropriato.

Le visioni televisive del giovane Mat

mazinga-immagine-pubblica-blogNegli ormai lontani anni Ottanta, quand’ero un bambino biondissimo & pieno d’entusiasmo, vedevo un sacco di cartoni animati. La maggior parte su Italia 1 e Rete 4, e in particolare nelle trasmissioni “Bim Bum Bam” (condotto dai giovani Paolo Bonolis e Licia Colò) e “Ciao Ciao” (mi pare che si chiamava così, ora mi viene il dubbio…), dove trovavo cartoni giapponesi a valanga. Eppure i miei cartoni giapponesi preferiti restavano quelli sugli improbabili robottoni in lotta per la salvezza del genere umano. Cartoni che venivano trasmessi in canali dalle frequenze regionali, all’interno di programmi come Junior TV e altri che ora non rammento nel titolo.

Il mio robottone preferito è stato senza dubbio Mazinga (foto)… ricordo che ce n’erano due: Mazinga Zeta e il Grande Mazinga. Ora non ricordo le connessioni fra i due, in certi episodi comparivano assieme, ma ricordo che il Grande Mazinga mi affascinava moltissimo, con la navicella-pilota di Tetsuya che entrava nella testa del robot che, a sua volta, usciva dalle acque. Un’immagine di grande potenza, drammatica & epica, che deve avermi condizionato nel profondo per quanto riguarda i miei orientamenti artistici. Ho visto molte puntate della serie di Mazinga, ma non quante avrei voluto: ai tempi, la programmazione regionale era piuttosto mutevole, io mi mettevo davanti alla tivù (della nonna paterna) al solito orario e se il cartone veniva passato era okay, altrimenti mettevo su Italia 1.

In compenso ho visto tutte, e dico tutte, le puntate della serie di Goldrake (o Ufo Robot che dir si voglia, io l’ho sempre chiamato Goldrake…), avevo perfino il mitico robottone a giocattolo, addirittura come canotto per quando andavo al mare coi miei. Vedevo anche Daitan 3 (non ho mai capito quali fossero l’1 e il 2…), Vultus 5, Voltron, e la serie dei Transformers, questa però d’origine americana. I Transformers mi piacevano tantissimo, li vedevo su Junior TV, e alcuni li avevo anche a giocattolo… un po’ tutti i miei amici li avevano, ci divertivamo a scambiarceli e a giocarci insieme. La stessa cosa può dirsi di He-Man e i personaggi della serie dei Masters.

Tornando ai cartoni giapponesi, oltre ai robottoni, fra i miei preferiti vi erano Dolce Remì, Lupin Terzo (e la procace Margot era notevole…), Mac 5 e Carletto il Principe dei Mostri. Ma c’erano altri cartoni di fantascienza, a metà fra il disegno animato e la vera ripresa filmica di pupazzoni in movimento, che mi piacevano tantissimo: uno che vedevo poco (e non per colpa mia) ma volentieri – del quale purtroppo non ricordo più il titolo – aveva a che fare con dei dinosauri-robot che viaggiavano nel tempo, o una roba simile. Anche Ulisse, ora che ricordo, una versione fantascientifica del protagonista de “L’Odissea”: mi piaceva molto, così come quel cartone con un galeone che vagava nello spazio (anche qui… niente nome…).

Vedevo pure diversi altri cartoni che non apprezzavo particolarmente ma che guardavo come passatempo, accendendo la tivù dopo aver fatto i compiti durante le fredde giornate invernali: cose tipo Holly e Benji o Hello Spank, anche alcuni di quelli destinati soprattutto alle femminucce, tipo Heidi, Lady Oscar, Candy Candy e Occhi di gatto.

C’erano anche dei cartoni europei, che apprezzavo comunque parecchio: l’Ispettore Gadget, che trovavo sempre molto buffo & divertente, e quelli educativi sul corpo umano… non ne ricordo il titolo, il disegno era francese se non erro, la versione italiana era doppiata da Cristina D’Avena. I Puffi mi stavano un po’ sulle scatole, preferivo Asterix & Obelix, che comunque non ho seguito granché.

Un cartone americano che apprezzavo da matti erano gli Acchiappafantasmi: non i Ghostbusters, quelli derivati dal celebre film di Ivan Reitman dell’84, bensì quelli che viaggiavano su una sgangherata auto d’epoca, con a bordo un biondino dal naso aquilino e uno scimmione col cappello. Anche i chipmunk della serie di Alvin mi piacevano, tranne quando si mettevano a cantare… non ho mai gradito quelle canzoni stravolte nella parte vocale!

L’ultimo cartone che ho seguìto è stato Denver, il dinosauro fighetto con la chitarra elettrica: me lo ricordo bene, era il 1988, lo davano su Italia 1. Poi, da qualche parte in quel 1988, ho di colpo perso l’interesse per i cartoni*…. e avevo solo dieci anni! Avevo scoperto i Beatles e stavo cominciando a seguire come si deve il campionato mondiale di Formula 1… due passioni – Beatles & Ferrari – che palpitano tuttora nel mio cuore.

Sono sicuro d’aver dimenticato di citare altri bei cartoni che vedevo, in quei colorati anni Ottanta. Per ora questi possono bastare, magari più in là – anche col vostro aiuto, se vorrete – aggiungerò qualche altra riga sull’argomento.

– Mat

(*tranne quelli della Disney!)

Notiziole musicali #3

the-beatles-09-09-09-immagine-pubblica-blogMioddio, che settimana da incubo che è stata! Non ho avuto più la forza di aggiornare questo blog, di parlare di musica quando c’era ben altro da dire… e da fare. Non ce l’ho fatta nemmeno a rispondere ai commenti di solidarietà, a curiosare come una volta fra i blog degli amici. Si è spento tutto, all’improvviso.

Ora ho un disperato bisogno di normalità, di riprendere un percorso che forse non sarà più come prima ma che si tenterà comunque di portare avanti. Fra tante notizie di cronaca preoccupanti – spesso tragiche e a volte tragicomiche – ho trovato un po’ di sollievo nello scoprire le ultime novità discografiche per quando riguarda i miei beniamini. Le propongo qui di seguito, così come vengono.

I Beatles, che Dio li benedica! Il prossimo 9 settembre la EMI pubblicherà tutti i ciddì dei Beatles (foto) rimasterizzati digitalmente e riconfezionati in lussuosi cortoneggiamenti. La prima (e finora unica) volta che il catalogo beatlesiano è stato stampato in ciddì risale al lontano 1987, con una qualità audio non proprio impeccabile, specie al cospetto del vinile. Materiale successivo come la serie “Anthology” (1995-96), “1” (2000), “Let It Be… Naked” (2003) e “Love” (2006) ha dimostrato come la musica dei Beatles possa essere ascoltata straordinariamente bene anche dopo quarantanni dallo scioglimento del gruppo, per cui penso che accoglierò a braccia aperte questa serie rimasterizzata prevista per settembre. Non credo che comprerò tutti i ciddì – ai quali è abbinato anche un divuddì per ogni titolo – per via dei costi e soprattutto per il fatto che i dischi dei Beatles li ho già tutti… originali, s’intende. Sono una quindicina in tutto, vedrò comunque di prendermi almeno “Revolver”, “Sgt. Pepper” e “Abbey Road”.

E’ uscito il nuovo album di Prince, “Lotus Flower”, che in America è attualmente al 2° posto della classifica di Billboard. Ora io non so se verrà distribuito anche nell’italietta del malaffare, e soprattutto non so quando costa, dato che si tratta in realtà d’un triplo ciddì: due distinti album di Prince e un terzo prodotto per una sua protetta, Bria Valente. Aspetterò, con un prolificone come Prince non ho mai avuto fretta!

Venerdì esce “Sounds Of The Universe”, il nuovo dei Depeche Mode! Io sono in fremente attesa… non so quale formato sceglierò, dovrò vedermi il tutto davanti agli occhi per decidere… sono proprio un bambinone per queste cose!

A maggio uscirà anche “Graffiti Soul”, il nuovo dei Simple Minds, il primo album dai tempi del convincente “Black & White” (2005). Il 2009 marca il trentennale del debutto discografico della band scozzese con “Life In A Day”… mi aspetto una celebrazione come si deve!

Mario Giammetti, uno dei più grandi esperti italiani sui Genesis, ha da poco pubblicato un nuovo libro, “Anthony Phillips – The Exile”. Il libro, edito dalla Edizioni Segno e venduto alla non popolarissima cifra dei venti euro, narra la vicenda del componente dei Genesis più oscuro e misterioso, il chitarrista Anthony Phillips.

– Mat

(aggiornato il 16 aprile)

Terence Trent D’Arby, “Sign Your Name”, 1987

terence-trent-darby-sign-your-name-1987Stamani mi sono svegliato con una canzone ben precisa in testa: Sign Your Name di Terence Trent D’Arby. Ho continuato a canticchiarla fra me & me per ore, finché non ho deciso d’estrarre dalla bacheca dei vinili la mia copia di “Introducing The Hardline According To…”, per giunta pure autografata!

Sign Your Name è una canzone d’amore bellissima, sinuosa, sensualmente percussiva e perfino stradaiola, probabilmente la vetta artistica d’un album, quell'”Introducing The Hardline”, davvero grandioso (e che meriterebbe un post a sè).

Il bello è che il buon Terence canta tutte le parti vocali e la strumentazione in Sign You Name, ormai considerata il suo classico. Col tempo, il musicista angloamericano s’è un po’ perso per strada ma non ha mai smesso di sfornare belle canzoni qua & là. Vedremo di parlarne più approfonditamente in futuro.

Un pezzo come Sign Your Name è poi chiaramente un altissimo dito medio contro i deficienti che pensano che la musica degli anni Ottanta sia stata tutta durànduràn e spandauballè.

– Mat

Paul McCartney, “McCartney”, 1970

paul-mccartney-mccartney-album-1970-immagine-pubblicaGiusto un anno fa scrivevo di “Let It Be”, l’ultimo album dei Beatles ad essere stato pubblicato, un disco piacevolmente dimesso ma pur sempre molto emozionante. Poco tempo prima, tuttavia, giusto nell’aprile del 1970, usciva un altro disco beatlesiano, “McCartney”, il primo album da solista per Paul. Un album che, pur non essendo emozionante come “Let It Be”, è quantomeno piacevolmente dimesso come quello, e forse anche di più.

In effetti c’è una nota vicenda – con lungo strascico di polemiche – che lega i due album menzionati: si fece pressione su Paul McCartney affinché rinviasse l’uscita del suo primo album, in modo da non togliere prezioso respiro d’alta classifica a “Let It Be”, un lavoro che peraltro il buon Paul non aveva ancora autorizzato e che, per ironia della sorte, portava il nome d’una sua canzone. Il bassista tenne duro e anzi, non solo pubblicò il suo “McCartney” in quel lontano aprile del ’70, ma l’accompagnò pure con una celebre lettera/intervista nella quale si dichiarava fuori dai Beatles.

Per gli appassionati di musica sparsi in tutto il mondo – non solo quelli beatlesiani – fu un autentico shock: dopo aver fatto di tutto per tenere unita la band, Paul McCartney fu il primo fra i Beatles ad ammetterne pubblicamente la fine. Una dinamica di gruppo che, nel mio infinitamente più piccolo, ho vissuto di persona e che mi fa capire benissimo che cosa Paul può aver provato all’epoca. Insomma, secondo me fece la cosa giusta e la storia gli diede infine ragione.

“McCartney” resta uno dei capitoli solistici di Paul più amati dai fan (incluso il sottoscritto), un’autentica delizia per chi apprezza il bassista non solo come musicista ma anche come persona. Inciso prevalentemente da solo – tutti gli strumenti e le voci, con accompagnamento vocale della moglie Linda in alcune canzoni – & fra le mura domestiche, “McCartney” è ben lontano dalla raffinatezza produttiva di grandi capolavori beatlesiani come “Revolver”, “Sgt. Pepper” e “Abbey Road” e forse per questo il suo ascolto è un’esperienza sonora ancora più avvincente. Lo stesso John Lennon avrebbe cercato d’imitarne lo stile di base per il suo più riuscito “John Lennon/Plastic Ono Band”.
Tutto “McCartney” è dominato da chitarre acustiche (ma l’album non è affatto acustico nel suo complesso) e da arrangiamenti scarni & essenziali, con tredici canzoni alquanto brevi, un corpus che porta la durata totale del disco a trentacinque minuti.

L’iniziale The Lovely Linda è una breve improvvisazione di quarantatrè secondi, più che altro una prova di setting per la strumentazione collegata allo studio domestico di casa McCartney. That Would Be Something è invece un brano più compiuto, lievemente pulsante e pensoso, mentre Valentine Day è uno strumentale gentilmente rock, fra le prime composizioni maccartiane in ordine di tempo, se non ricordo male. Every Night è la canzone che più amo fra quelle contenute qui, oltre che una delle mie preferite nel repertorio di Paul: melodica, gentile, libera, innamorata, rivelatrice… un piccolo capolavoro, secondo la mia modesta opinione. Anche lo strumentale Hot As Sun è una composizione più datata, risalente – pare – al periodo in cui i Beatles si chiamavano ancora Quarry Men. In realtà Hot As Sun forma un medley con Glasses, una piccola traccia ambient che termina a sua volta con un piccolissimo frammento di Suicide, una canzone non accreditata e finora inedita nella sua forma completa. Segue quindi il sentimentalismo di Junk, una ballata provinata anche dai Beatles nel ’68 ma mai incisa formalmente dal gruppo. Man We Was Lonely è un altro dei momenti salienti dell’album, in pratica un duetto fra Paul e Linda che anticipa e prefigura l’avventura dei Wings. Oo You è invece una sorta di country-blues, amabilmente arrembante, mentre il successivo Momma Miss America è lo strumentale di questo disco che più preferisco, soprattutto in quella prima parte dal basso pronunciato & il pianoforte in stile anni Trenta. Teddy Boy è – come Junk – un pezzo originariamente pensato per i Beatles, tanto che la sua esclusione da “Let It Be” è stata un affare da ultimo minuto, probabilmente perché Paul aveva già deciso quando & come pubblicare la sua versione solista*. Se Singalong Junk altra non è che una take alternativa & strumentale della stessa Junk, la successiva Maybe I’m Amazed è la canzone più famosa del disco, una ruggente ballata, ripresa in seguito da Paul in seno ai Wings. Infine eccoci a Kreen-Akrore, uno strumentale particolarmente percussivo, anzi tribale, che forse lascia un po’ il tempo che trova.

Al momento della sua pubblicazione, di certo anche cavalcando l’onda emozionale della dipartita di Paul dai Beatles, l’album “McCartney” schizzò al 1° posto della classifica americana, inaugurando così una tendenza che avrebbe caratterizzato tutti gli anni Settanta per i Beatles in veste solista: i loro dischi avrebbero trovato ben più fortuna nel ricco mercato statunitense, con Paul gran dominatore delle charts a dispetto degli altri Three che, in un modo o nell’altro, gettarono la spugna a metà del decennio.

Ultimi due aneddoti su “McCartney”: durante le sovraincisioni che Paul effettuò agli studi EMI di Abbey Road in vista della pubblicazione dell’album, preferì accreditarsi con lo pseudonimo di “Billy Martin”, forse per non dare troppo nell’occhio.

(*le versioni beatlesiane di Junk e Teddy Boy sono state ufficialmente editate nel 1996, sul terzo volume della serie “Anthology”).

– Mat