Paul McCartney, “McCartney”, 1970

paul-mccartney-mccartney-album-1970-immagine-pubblicaGiusto un anno fa scrivevo di “Let It Be”, l’ultimo album dei Beatles ad essere stato pubblicato, un disco piacevolmente dimesso ma pur sempre molto emozionante. Poco tempo prima, tuttavia, giusto nell’aprile del 1970, usciva un altro disco beatlesiano, “McCartney”, il primo album da solista per Paul. Un album che, pur non essendo emozionante come “Let It Be”, è quantomeno piacevolmente dimesso come quello, e forse anche di più.

In effetti c’è una nota vicenda – con lungo strascico di polemiche – che lega i due album menzionati: si fece pressione su Paul McCartney affinché rinviasse l’uscita del suo primo album, in modo da non togliere prezioso respiro d’alta classifica a “Let It Be”, un lavoro che peraltro il buon Paul non aveva ancora autorizzato e che, per ironia della sorte, portava il nome d’una sua canzone. Il bassista tenne duro e anzi, non solo pubblicò il suo “McCartney” in quel lontano aprile del ’70, ma l’accompagnò pure con una celebre lettera/intervista nella quale si dichiarava fuori dai Beatles.

Per gli appassionati di musica sparsi in tutto il mondo – non solo quelli beatlesiani – fu un autentico shock: dopo aver fatto di tutto per tenere unita la band, Paul McCartney fu il primo fra i Beatles ad ammetterne pubblicamente la fine. Una dinamica di gruppo che, nel mio infinitamente più piccolo, ho vissuto di persona e che mi fa capire benissimo che cosa Paul può aver provato all’epoca. Insomma, secondo me fece la cosa giusta e la storia gli diede infine ragione.

“McCartney” resta uno dei capitoli solistici di Paul più amati dai fan (incluso il sottoscritto), un’autentica delizia per chi apprezza il bassista non solo come musicista ma anche come persona. Inciso prevalentemente da solo – tutti gli strumenti e le voci, con accompagnamento vocale della moglie Linda in alcune canzoni – & fra le mura domestiche, “McCartney” è ben lontano dalla raffinatezza produttiva di grandi capolavori beatlesiani come “Revolver”, “Sgt. Pepper” e “Abbey Road” e forse per questo il suo ascolto è un’esperienza sonora ancora più avvincente. Lo stesso John Lennon avrebbe cercato d’imitarne lo stile di base per il suo più riuscito “John Lennon/Plastic Ono Band”.
Tutto “McCartney” è dominato da chitarre acustiche (ma l’album non è affatto acustico nel suo complesso) e da arrangiamenti scarni & essenziali, con tredici canzoni alquanto brevi, un corpus che porta la durata totale del disco a trentacinque minuti.

L’iniziale The Lovely Linda è una breve improvvisazione di quarantatrè secondi, più che altro una prova di setting per la strumentazione collegata allo studio domestico di casa McCartney. That Would Be Something è invece un brano più compiuto, lievemente pulsante e pensoso, mentre Valentine Day è uno strumentale gentilmente rock, fra le prime composizioni maccartiane in ordine di tempo, se non ricordo male. Every Night è la canzone che più amo fra quelle contenute qui, oltre che una delle mie preferite nel repertorio di Paul: melodica, gentile, libera, innamorata, rivelatrice… un piccolo capolavoro, secondo la mia modesta opinione. Anche lo strumentale Hot As Sun è una composizione più datata, risalente – pare – al periodo in cui i Beatles si chiamavano ancora Quarry Men. In realtà Hot As Sun forma un medley con Glasses, una piccola traccia ambient che termina a sua volta con un piccolissimo frammento di Suicide, una canzone non accreditata e finora inedita nella sua forma completa. Segue quindi il sentimentalismo di Junk, una ballata provinata anche dai Beatles nel ’68 ma mai incisa formalmente dal gruppo. Man We Was Lonely è un altro dei momenti salienti dell’album, in pratica un duetto fra Paul e Linda che anticipa e prefigura l’avventura dei Wings. Oo You è invece una sorta di country-blues, amabilmente arrembante, mentre il successivo Momma Miss America è lo strumentale di questo disco che più preferisco, soprattutto in quella prima parte dal basso pronunciato & il pianoforte in stile anni Trenta. Teddy Boy è – come Junk – un pezzo originariamente pensato per i Beatles, tanto che la sua esclusione da “Let It Be” è stata un affare da ultimo minuto, probabilmente perché Paul aveva già deciso quando & come pubblicare la sua versione solista*. Se Singalong Junk altra non è che una take alternativa & strumentale della stessa Junk, la successiva Maybe I’m Amazed è la canzone più famosa del disco, una ruggente ballata, ripresa in seguito da Paul in seno ai Wings. Infine eccoci a Kreen-Akrore, uno strumentale particolarmente percussivo, anzi tribale, che forse lascia un po’ il tempo che trova.

Al momento della sua pubblicazione, di certo anche cavalcando l’onda emozionale della dipartita di Paul dai Beatles, l’album “McCartney” schizzò al 1° posto della classifica americana, inaugurando così una tendenza che avrebbe caratterizzato tutti gli anni Settanta per i Beatles in veste solista: i loro dischi avrebbero trovato ben più fortuna nel ricco mercato statunitense, con Paul gran dominatore delle charts a dispetto degli altri Three che, in un modo o nell’altro, gettarono la spugna a metà del decennio.

Ultimi due aneddoti su “McCartney”: durante le sovraincisioni che Paul effettuò agli studi EMI di Abbey Road in vista della pubblicazione dell’album, preferì accreditarsi con lo pseudonimo di “Billy Martin”, forse per non dare troppo nell’occhio.

(*le versioni beatlesiane di Junk e Teddy Boy sono state ufficialmente editate nel 1996, sul terzo volume della serie “Anthology”).

– Matteo Aceto

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Autore: Matteo Aceto

Quarantenne, lettore onnivoro, cinefilo selettivo, ancora compro dischi.

7 pensieri riguardo “Paul McCartney, “McCartney”, 1970”

  1. Non è uno dei miei dischi preferiti, ma anche io l'ho rivalutato nel tempo e comunque è da apprezare lo sforzo di McCartney in quegl periodo travagliato nella storia dei Beatles.

    Difficile dire se preferisco John a Paul (…e George dove lo mettiamo?)
    Credo che vado a momenti.
    I miei gusti musicali si alternano col passare del tempo (sarà l'età…)

  2. Ciao, Max, bentornato! Sapevo che questo post non ti sarebbe stato indifferente. Anche i miei gusti si alternano con gli anni, i Beatles rimangono però una piacevolissima costante. 🙂

  3. Ciao Mat.
    La produzione di studio di Paul da solista e con i Wings non mi ha mai entusiasmato per l'interezza di un album, ma sempre e solo per due o tre episodi per disco, e questo “McCartney” non fa eccezione. E, a dire il vero, potrei fare lo stesso tipo di considerazione per quasi tutti gli album solo dei restanti componenti del resto della band……
    di questo lavoro mi sono rimaste tre cose nelle orecchie: la grande “Maybe i'm amazed”, “That Would Be Something” ed “Every Night”; il resto, francamente, le trovo “cazzatelle” trascurabili e quasi indegne dell'autore di certi capolavori che adoriamo…..discorso diverso per i “live”: quanto ho amato “Wings Over America”, tanto da renderne il vinile quasi inservibile per consunzione! E “Unplugged (The Official Bootleg)” è un album che ancora mi commuove e mi emoziona a quasi 20 anni dall'uscita! Ecco, il punto è questo: i quattro erano “essenziali” e “complementari” all'interno del gruppo, a cui offrivano solo il meglio della propria creatività, mentre gli standards qualitativi si riducono notevolmente nei dischi solistici, dove talvolta sembra siano quasi “costretti” a riempire lo spazio di un intero album…..
    Ciao, e scusami ancora per la lunghezza.
    Hermitage

  4. P.S.: a proposito della data di uscita dell'album, la storia narra che la casa discografica mandò il malcapitato Ringo da Paul a negoziare il rinvio della pubblicazione di “McCartney”, vista la concomitanza con l'uscita di “Let It Be”; ma Paul, alla richiesta del batterista di “farlo in nome del gruppo”, si incazzò talmente da cacciarlo in malo modo fuori di casa! Un gesto che il “mite” Paul, a suo dire, non si è mai dato pace di aver compiuto…..
    Hermitage

  5. Hermitage, anch'io ho sempre pensato che da soli i Beatles solisti non valessero lo sforzo dell'intero gruppo ma, a differenza di te, io amo davvero questa gente e non mi sento di sputare su nessuno dei dischi solisti, nessuno. Tenetevi i vostri Radiohead, i vostri U2 e i vostri Oasis che io questi dischi me li tengo stretti!

  6. Hermitage, no scusami tu, che mi sono espresso malissimo (ultimamente mi succede spesso, a quanto pare): volevo solo dire che, per quanto imperfetti, questi dischi solistici dei Beatles mi sembrano più attranenti – forse proprio per una questione affettiva – di ciò che il mercato mi propone oggi. Tutto qui. Poi, in realtà, quando scrivevo mi riferivo a “Band On The Run” (1973), “John Lennon/Plastic Ono Band” (1970), “Ringo” (1973) e soprattutto “All Things Must Pass” (1970): non eguaglieranno i dischi dei Beatles come gruppo ma sono dei capolavori lo stesso. Secondo me. 😉

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