The Style Council, il secondo gruppo di Paul Weller

the-style-councilContinua l’affascinante storia di Paul Weller che, dopo l’esordio nei Jam e la sua dipartita dagli stessi nel 1982, debutta l’anno dopo con una nuova formazione, The Style Council, alla quale è dedicato il post di oggi.

Per dare avvio al suo ambizioso progetto – un gruppo aperto alle svariate possibilità espressive (meglio se di matrice black) e alla collaborazione coi musicisti più disparati – Paul ha comunque bisogno d’un complice, d’un valido alter ego in grado d’arrangiare con la giusta finezza & professionalità le sue nuove canzoni: si ricorda quindi di Mick Talbot, abilissimo pianista, tastierista e organista dei Merton Parkas, che aveva già suonato nei Jam come turnista. Il buon Mick, classe 1958 come lo stesso Paul, ha avuto un ruolo cruciale nel sound degli Style Council e resta, molto probabilmente, il miglior collaboratore che Weller ha avuto nella sua lunga storia musicale.

Gli Style Council debuttano quindi già nell’83, col gioioso singolo Speak Like A Child / Party Chambers , dopodiché partono per Parigi per trovare nuovi spunti – sia per quanto riguarda la musica ma anche per quanto riguarda la raffinata immagine da viveur della dolce vita. Da qui l’ottimo EP “A Paris” – contenente la celebre Long Hot Summer – e, infine, un mini album intitolato “Introducing The Style Council” e contenente altre canzoni superlative quali Headstart For Happiness, Money-Go-Round e The Paris Match. Il primo album vero & proprio degli Style Council, “Café Bleu”, esce però nel 1984 e si presenta come il frutto già maturo d’una formazione molto eclettica: jazz, pop, rock, elettronica e addirittura rap si confondono con grande maestria in un album nel quale Weller e Talbot sono affiancati da un’invidiabile schiera di musicisti e cantanti ospiti, fra cui Tracey Thorn & Ben Watt dei nascenti Everything But The Girl che partecipano a una nuova versione di The Paris Match.

La canzone più famosa di “Café Bleu” è però la dolce You’re The Best Thing, uno dei pezzi più memorabili degli Ottanta. Vale la pena di segnalare che ogni pubblicazione di You’re The Best Thing (su album, su singolo, su EP e per il video) contiene una versione differente, non dei remix, bensì delle riesecuzioni vere e proprie. Questa differenziazione musicale in base ai vari formati discografici sarà una costante per molte altre canzoni degli Style Council: è uno degli aspetti che più mi hanno piacevolmente sorpreso di questo gruppo.

Anticipato dall’irresistibile singolo Shout To The Top!, nel 1985 esce l’album “Our Favourite Shop” che procede spedìto fino al 1° posto della classifica inglese: per Paul è il giusto riconoscimento dopo tre anni di dure critiche per aver sciolto i Jam, cosa che in realtà molti inglesi non gli hanno mai perdonato. In “Our Favourite Shop” la formazione degli Style Council è ormai un quartetto stabile (anche se, in tutta la vicenda del gruppo, amici & collaboratori non mancheranno mai) composto da Paul Weller, Mick Talbot, Dee C. Lee – cantante dalla voce dolce & suadente che in poco tempo diventerà la signora Weller – e dal bravissimo batterista Steve White, all’epoca ancora teenager e tuttora al fianco di Paul nella sua attività solista. E’ inutile recensire qui “Our Favourite Shop”, uno dei miei dischi preferiti che più in là avrà un post tutto suo.

Nonostante Weller abbia sciolto i Jam, nonostante abbia smesso i suoi panni da mod con tanto di Union Jack in bella vista a favore d’un abbigliamento più fighetto & raffinato, la sua musica e il suo impegno civile non smettono affatto di essere arrabbiati contro l’imperante thatcherismo della Gran Bretagna di quegli anni, anzi, complice una maturazione umana oltre che artistica, Paul e i suoi Style Council sono fra i pochi & credibili critici d’un regime politico che, di fatto, riuscì a modificare profondamente la vita socioeconomica (e non solo…) di milioni di britannici.

Nel 1986 gli Style Council, oltre a collaborare col regista Julien Temple per la colonna sonora del film “Absolute Beginners”, fanno pubblicare un disco dal vivo, “Live – Home & Abroad”, mentre sono impegnati in studio per il nuovo album, che vede quindi la luce al principio dell’87. Il disco, chiamato “The Cost Of Loving”, è inizialmente pubblicato in doppio 12″ da 45 giri l’uno, il tutto avvolto da una copertina completamente arancione con pochissime indicazioni. La casa discografica – la Polydor, la stessa che ha dato la possibilità a Paul di debuttare nel ’77 coi Jam – non gradisce molto e in breve edita un elleppì standard con una foto del gruppo in bella mostra. “The Cost Of Loving” esplora ancor di più il territorio soul, funky e rap – cosa che suscita un po’ di disaffezione da parte dei fan storici di Paul – ma, nonostante tutto, il terzo album degli Style Council giunge al 2° posto della classifica inglese, forte di canzoni notevoli come Heavens Above, It Didn’t Matter, Angel (cover d’un brano di Anita Baker) e Waiting. Di lì a poco esce pure un cortometraggio musicale, “JerUSAlem”, dove gli Style Council sbeffeggiano le contraddizioni della società inglese del tempo: è un film molto arguto & godibile che nel 2003 è stato ripubblicato nel fondamentale divuddì “The Style Council On Film”.

Mentre Margaret “Maggie” Thatcher viene eletta per la terza volta consecutiva a capo del governo britannico, Paul ha una crisi d’identità: dei suoi proclami musicali di stampo laburista sembra non fregarsene più nessuno, mentre il suo pubblico fatica a seguirlo nelle sue avventure artistiche. Anche la scena musicale sta cambiando, nei club impazza ormai la house music che, per il momento, gli Style Council guardano da lontano. E così i testi di Paul – che nel 1988 è ormai trentenne, ammogliato e in attesa d’un figlio – diventano più riflessivi, intimisti e malinconici: anche la musica ne risente e l’album che ne viene fuori, il quarto per gli Style Council, “Confessions Of A Pop Group”, riflette magnificamente tutti questi sentimenti & tutte le contraddizioni dell’epoca.

Seppur enormemente sottovalutato – in quel 1988 raggiunse un misero 15° posto in classifica – “Confessions Of A Pop Group” segna il definitivo tocco di classe d’una carriera come quella di Weller bella come poche altre. La storia ufficiale dice che con “Confessions Of A Pop Group” la vicenda degli Style Council giunge a conclusione: tempo una manciata di singoli – Wanted , una nuova versione di Long Hot Summer e l’ottima cover di Promised Land – & l’antologia “The Singular Adventures Of The Style Council” (1989), e con l’avvento dei Novanta il gruppo già non esiste più.

In realtà la conclusione di quella straordinaria avventura inizia da Weller nell’83 ebbe risvolti ben più polemici: nel corso del 1989 gli Style Council registrano un album di house music, “Modernism: A New Decade”, che lascia di stucco la Polydor. Il primo singolo previsto, Sure Is Sure, viene quindi ritirato prima della pubblicazione ufficiale mentre lo stesso “Modernism” non vedrà mai la luce, lasciando gli Style Council ad affrontare da soli l’ostilità del pubblico della Royal Albert Hall, che poco gradisce la svolta house di Paul.

E’ arrivato il fatidico 1990 e Weller, invece di festeggiare coi Council l’avvento d’una nuova decade che si preannunciava gravida di grandi speranze, decide di porre fine anche agli Style Council. In seguito, Paul diventerà un seguitissimo artista solista, tornando al 1° posto nella classifica inglese con l’album “Stanley Road” (1995), ma questa è già un’altra storia che verrà raccontata in un altro post.

Il tempo darà ragione agli Style Council dato che, già a partire dal ’93, la stessa Polydor (in seguito controllata dalla Universal) ha dato avvio a uno splendido florilegio di riproposizioni counciliane: prima la raccolta d’inediti & rarità “Here’s Some That Got Away”, poi nel ’98 addirittura un cofanetto di cinque ciddì – “The Complete Adventures Of The Style Council” – un’eccellente antologia con tanto di “Modernism: A New Decade”, il controverso album house (peraltro fantastico, secondo me) rifutato dall’etichetta meno di dieci anni prima – e tutta una serie di ristampe degli album originali, culminata nella recente versione deluxe di “Our Favourite Shop” in due ciddì.

In realtà, ora che rileggo meglio questo post, ci sarebbe da scrivere ancora molto sul Paul Weller dell’epoca The Style Council – la mia preferita – ma magari gli eventuali commenti dei lettori daranno spunti interessanti per post futuri.

– Mat

The Jam, il primo gruppo di Paul Weller

the-jamAvrei voluto dedicare un post alla carriera solista di Paul Weller ma, prima d’addentrarmi nella sua discografia & di tentarne un ritratto, ho preferito far ordine in due post che avevo scritto in passato a proposito dei Jam e degli Style Council, vale a dire i due gruppi che hanno dato fama internazionale & credibilità artistica a Paul Weller, cantante, chitarrista (ma in realtà abile polistrumentista), autore, produttore & vero motore artistico di quei due gruppi. Due formazioni che amo tantissimo, i Jam e gli Style Council, molto più del Weller solista. Che poi, a ben vedere, la vicenda di Paul è imprescindibile dalla storia di questi due gruppi. Ecco quindi un post su Jam, mentre un altro sugli Style Council sarà pubblicato nei prossimi giorni.

I Jam, discograficamente attivi dal 1977 al 1982, hanno segnato per l’allora diciannovenne John ‘Paul’ Weller il debutto sulla scena musicale inglese, assieme al bassista Bruce Foxton e al batterista Rick Buckler. Il trio ha realizzato sei album da studio, una ventina di singoli memorabili e una manciata di raccolte di vario genere (hits, lati A e B dei singoli, rarità, live), conquistandosi nello spazio di pochi anni un posto ben soleggiato fra le band inglesi più fortunate & amate in patria di tutti i tempi.

Il primo album dei Jam, “In The City”, venne pubblicato dalla Polydor nella primavera del ’77, in pieno fermento punk: contiene l’irresistibile singolo In The City e altri undici ruggenti brani a cavallo fra punk e mod revival. Prima che quel fatidico 1977 finisse, uscì comunque un secondo album dei nostri, “This Is The Modern World”, col singolo The Modern World e altri brani simili nello stile a quanto già sentito con “In The City”. In effetti, travolti come tutti dal clamore con cui pubblico & critica accolsero i ben più aggressivi “The Clash” e “Never Mind The Bollocks”, i primi due album dei Jam passarono in secondo piano, presentando il gruppo più come dei cuginetti incazzati degli Who che delle future rockstar credibili. L’ora dei Jam sarebbe comunque arrivata, e presto, già nel 1978.

Nell’anno in cui il sottoscritto veniva al mondo, infatti, vide la luce il primo album d’una trilogia che vedrà i Jam definitivamente proiettati nello stardom musicale britannico: supportato da quattro singoli indimenticabili come Down In A Tube Station At Midnight, Mr. Clean, Billy Hunt e la cover kinksiana di David Watts, “All Mod Cons” raggiunse infatti il 6° posto in classifica, preparando la strada al coronamento definitivo. Ecco quindi “Setting Sons” (1979), che volò al 1° posto delle charts britanniche, spinto dal travolgente singolo Going Underground, anch’esso 1° nella rispettiva classifica. “Sound Affects” (1980) non bissò la conquista della vetta ma si arrestò al 2° posto: contiene comunque il singolo Start! (al 1°) e altre gemme d’una band in evoluzione verso uno stile molto più personale, antesignano del brit pop che esploderà come fenomeno riconosciuto solo nei Novanta (ecco perché parlare di brit pop per gruppi come Oasis e Blur, che non hanno inventato assolutamente nulla, mi è sempre parso ridicolo).

L’ultimo album dei Jam, “The Gift”, uscì nella primavera dell’82: anticipato dal formidabile Town Called Malice / Precious, al 1° posto fra i singoli, anche il sesto disco da studio dei nostri conquistò l’ennesimo 1° posto della classifica inglese. In qualche modo, tuttavia, il giocattolo si ruppe e a romperlo fu soprattutto Paul Weller, ormai insofferente alle ristrette possibilità espressive raggiunte con Foxton e Buckler, e sempre più affascinato dal funk e dalla musica nera in generale, in realtà una sua vecchia passione. C’è da dire, inoltre, che il ragazzo era ormai cresciuto e così – come ogni grande artista dovrebbe fare – decise di seguire le proprie inclinazioni espressive a discapito del facile successo commerciale che sarebbe derivato da una riproposizione continua della stessa musica e della stessa immagine.

E così, al culmine del successo raggiunto coi Jam, Paul Weller sconvolse tutti dichiarando che – ultimata la serie di concerti prevista per il 1982 – alla fine di quell’anno avrebbe detto addio ai Jam. Non lo fecero desistere nemmeno gli ultimi grandi successi conquistati dalla band, due fortunatissimi singoli come The Bitterest Pill e Beat Surrender più la doppia raccolta “Snap!”.

Dispiacerà a tutti la fine di questo grande & influente trio inglese, soprattutto ai due diretti interessati, Bruce Foxton e Rick Buckler, i quali pubblicheranno insieme un libro che non risparmierà frecciate verso Weller. Dal canto suo, Paul era già lontano, di nuovo ai primi posti delle classifiche con un nuovo progetto, The Style Council… ma questa è già un’altra storia.

Per quanto mi riguarda, sono arrivato a scoprire pienamente la musica dei Jam solo dopo essere diventato un drogato degli Style Council, gruppo del quale avevo già memorie infantili: decisi di non perdere tempo perciò – dopo essermi assicurato qualche anno prima il cofanetto in cinque ciddì “The Complete Adventures Of The Style Council” (1998) – puntai direttamente all’altro cofanetto quintuplo, “Direction, Reaction, Creation” (1997), contenente l’intera avventura di Paul nei Jam così com’è stata immortalata in studio, con tanto di ghiotti inediti.

– Mat

Genesis

genesisC’è stato un periodo, tra gli ultimi anni Novanta & i primi di questo decennio, in cui ho avuto un bisogno bruciante d’andarmi a sentire e/o comprare quanti più dischi dei Genesis potevo, sia che fossero cantati da Peter Gabriel, sia da Phil Collins, sia che facessero a meno di tutteddue, e sia che l’album in questione fosse un’opera solista. In tempi più recenti, tuttavia, ammetto d’aver ascoltato sempre meno i Genesis, seppur si siano ormai conquistati un posto ben soleggiato fra le mie passioni. Insomma, anche se oggi non li sento più con lo stesso fervore d’una volta, ho pur sempre tutti gli album da studio dei Genesis, gran parte di quelli dal vivo, un cofanetto, tutti i dischi di Phil Collins, quasi tutti quelli di Peter Gabriel, la prima raccolta dei Mike & The Mechanics, l’album eponimo dei GTR, e “Still” di Tony Banks. Ho inoltre avuto modo di sentire “The Geese & The Ghost” di Anthony Phillips, ho assistito a un concerto solista di Steve Hackett, anche se non ho mai ascoltato i Brand X. Tutti questi nomi rappresentano personaggi & vicende legati alla straordinaria storia dei Genesis, una storia che cercherò di ripercorrere a grandi linee in questo post, basandomi su un mio scritto precedente.

Siamo in Inghilterra, nella seconda metà dei Sessanta, quando due band di studenti si fondono per dar vita a un nuovo gruppo, i Genesis per l’appunto. La formazione è un quintetto composto da Peter Gabriel (voce, flauto), Tony Banks (tastiere varie, chitarre), Mike Rutherford (basso, chitarre), Anthony Phillips (chitarre assortite) e un batterista vacante, in questo caso John Silver (tanto per dirne uno). I primi singoli dei Genesis, That’s Me e The Silent Sun, sono pubblicati tra il ’67 e il ’68 – quando l’età media dei componenti del gruppo s’aggira sui diciotto anni – ma già nel ’69 la Decca pubblica un primo album, “From Genesis To Revelation”. E’ un disco ispirato ai temi biblici della creazione, forse un intento più ambizioso delle reali capacità creative/espressive dei nostri, che riescono comunque a proporre un lavoro apprezzabile.

Tra il ’69 e il ’70 avvengono i primi dei numerosi cambiamenti importanti nella storia dei Genesis: John Mayhew diventa il nuovo batterista, e il gruppo firma per la Charisma (in seguito inglobata dalla Virgin), la casa discografica alla quale resterà legata per sempre. Con la formazione rinvigorita e forte d’un contratto discografico più concreto, i Genesis approntano così un nuovo album, “Trespass”, edito nel 1970. Pur non essendo un capolavoro, il disco segna un importante passo avanti nello stile artistico dei nostri, che riescono pure a circondarsi d’una piccola schiera di fedeli ammiratori. Gli evidenti passi in avanti non impediscono però a uno dei pilastri compositivi, Anthony Phillips, d’abbandonare la band, seguìto qualche tempo dopo anche da Mayhew. Pare proprio che il povero Phillips – a disagio coi meccanismi della discografia e con una pur minima popolarità – abbia lasciato un’impronta ben più grande di quanto gli sia stato riconosciuto in anni successivi. Di recente, comunque, l’ombrosa figura di Anthony è tornata al centro dell’attenzione degli studiosi. Io stesso vorrei saperne di più, sperando quindi di poter approfondire il discorso con un post futuro.

Sulle prime l’abbandono del chitarrista principale è sconfortante ma i Genesis riescono ad andare avanti (sarà una costante…) arruolando in pochi mesi due nuovi membri: il batterista Phil Collins e il chitarrista Steve Hackett. Finalmente si completa quella che viene ricordata come la formazione classica dei Genesis – il quintetto Banks, Collins, Gabriel, Hackett & Rutherford – una formazione che, secondo il parere di molti critici & appassionati, ha dato vita ai dischi migliori della band. Abbiamo in effetti un magnifico poker d’album di ‘rock progressive’ che – da “Nursery Cryme” del ’71 fino a “The Lamb Lies Down On Broadway” del ’74 – ha ridefinito i canoni della musica inglese degli anni Settanta. In particolare, gli album “Foxtrot” (1972) e “Selling England By The Pound” (1973), sono due dei dischi più belli che io possa vantare nella mia collezione.

Tuttavia, all’apice d’una ricerca artistica, creativa & espressiva assolutamente degna di nota, Peter Gabriel, l’uomo immagine dei Genesis, il leader carismatico, lascia il gruppo nel ’75 con grande costernazione dei fan sempre più numerosi. Peter covava l’ambizione della strada solista, seguendo tutt’altro tipo di sperimentazioni sonore, anche se la sua defezione dai Genesis sembrava più una crisi personale (forse pure un esaurimento nervoso) che un reale contrasto in seno al gruppo. Gabriel resterà infatti sempre legato ai suoi amici (in particolare a Collins) tanto da riapparire – per quanto solo episodicamente – nella storia dei Genesis già nel 1978, e poi nel 1982 e ancora nei Novanta.

L’abbandono di Peter non segnò la fine del gruppo, come molti paventavano, anzi, i Genesis raggiunsero senza di lui l’apice del successo & della popolarità, proprio a partire dall’album “A Trick Of The Tail”, registrato all’indomani della defezione di Gabriel e fermatosi al 3° posto della classifica inglese, ovvero il più alto piazzamento per un album dei nostri fino a quel momento. Edito al principio del ’76, “A Trick Of The Tail” è un disco bellissimo, cantato dall’uomo che fino a quel momento della storia del gruppo aveva profittato ben poco del microfono principale: il batterista. A breve, Phil Collins dimostrò un talento naturale per l’istrionismo tipico dei frontmen, anche perché aiutato dalle sue esperienze recitative in gioventù. Oltre che, va da sè, dotato d’una voce molto bella & particolare che è diventata un marchio di fabbrica, sia per i dischi dei Genesis e sia per quelli (baciatissimi dal successo per tutti gli Ottanta) che pubblicherà a proprio nome.

Sempre nel ’76, il redivivo quartetto dei Genesis pubblica persino un nuovo album, “Wind & Wuthering”, un disco tanto malinconico quanto complesso (‘il nostro disco più complesso’ affermerà Collins), seguìto qualche tempo dopo da un ottimo doppio elleppì dal vivo, “Seconds Out” (1977). Tuttavia il quartetto ha una vita ancor più breve del quintetto, dato che il ’77 segna anche l’abbandono di Steve Hackett, che già nel ’75 – con l’album “Voyage Of The Acolyte” – aveva tentato un primo discorso solista, seppur coadiuvato da Rutherford e Collins (i quali, fra l’altro, suoneranno pure nell’ammirevole e già menzionato “The Geese & The Ghost” di Phillips). Per quanto il buon Steve sia sempre stato un ottimo chitarrista, il suo abbandono fu ancora meno sofferto di quello di Peter, tanto che il gruppo ci scherzò sopra: “And Then There Were Three”, e alla fine rimasero in tre, si chiama quel bel disco di transizione pubblicato in un anno, il 1978, in cui i vecchi eroi del rock inglese avevano dovuto reinventarsi in seguito all’esplosione del fenomeno punk che metteva proprio i ‘dinosauri’ della musica al centro delle sue critiche. Nonostante i cambiamenti interni & esterni, “And Then There Were Three” – spinto dall’irresistibile singolo Follow You, Follow Me – conquistò comunque piazzamenti importanti in Top Ten. E il meglio, dal punto di vista del successo, deveva ancora arrivare!

Nel 1980 esce il decimo album da studio dei Genesis, “Duke”, che vola al 1° posto della classifica inglese, così come fanno i successivi “Abacab” (1981), “Genesis” (1983), “Invisible Touch” (1986) e “We Can’t Dance” (1991). E tutto ciò mentre in quegli stessi anni Phil Collins riscuote un enorme successo da solista e Peter Gabriel diventa ormai un punto fermo per tutti gli appassionati di musica contemporanea. Il record arriva nell’86, in un momento in cui ben cinque dischi piazzati nella Top Ten inglese sono di derivazione genesisiana: “No Jacket Required” di Collins, l’eponimo primo album dei Mike & The Mechanics (band formata da Rutherford col bravissimo Paul Carrack), l’eponimo dei GTR (supergruppo costituito da Hackett con Steve Howe), “So” di Gabriel e, ovviamente, “Invisible Touch” al 1° posto.

Il resto è storia abbastanza recente: Phil annuncia nel ’95 d’aver lasciato i Genesis per mutuo consenso & senza rancore, mentre il gruppo – rivitalizzato da un nuovo, giovante cantante, lo scozzese Ray Wilson – pubblica nel ’97 l’album “Calling All Stations” (2° posto della classifica inglese). Nel ’99 esce l’antologia “Turn It On Again/The Hits”, dove Peter e Phil duettano in una nuova versione di Carpet Crawlers, mentre ai primi del 2007 viene annunciato con grande enfasi un tour mondiale che segna il ritorno del trio storico dei Genesis – Banks, Collins & Rutherford. Il tour ha grande successo, il gruppo non solo si toglie lo sfizio di partecipare al Live Earth ma si concede la bella soddisfazione di suonare al Circo Massimo di Roma al cospetto di cinquecentomila entusiastici appassionati, fra cui il sottoscritto.

Dal 2008, complice pure una grande operazione di riproposizione del catalogo storico della band, si torna a parlare con una certa insistenza d’una reunion dei Genesis che coinvolga anche Peter Gabriel e Steve Hackett. Per me i tempi sono ormai maturi e, sempre che la questione abbia un vero fondamento, ne vedremo/sentiremo presto delle belle!

– Matteo Aceto

John Coltrane, “A Love Supreme – Deluxe Edition” (1965, 2002)

john coltrane a love supreme deluxe edition 2002Se è vero che di questi tempi la musica non ha più niente di nuovo da dire, è altrettanto vero che mai come in questo decennio s’era vista una tale fioritura di ristampe di album storici. Spesso impreziositi da brani aggiuntivi e/o inediti, presentati in lussuose confezioni, per non parlare della resa sonora, di solito migliorata o curata dai difetti delle edizioni precedenti.

Fra le tante, succose ristampe che sono andato a comprarmi negli ultimi anni, la più recente è quella di “A Love Supreme”, il classico di John Coltrane, del quale mi sono già occupato in un post precedente. Questa Deluxe Edition, edita dalla Verve nel 2002, è formata da due ciddì: l’uno con l’album originale del ’65 e l’altro con l’unica esibizione integrale dal vivo di “A Love Supreme” più ghiotte take alternative.

Come sappiamo, l’album originale è stato eseguito dal quartetto storico di Coltrane, ovvero McCoy Tyner (pianoforte), Jimmy Garrison (basso), Elvin Jones (batteria) e, ovviamente, lo stesso John col suo inimitabile sax tenore. “A Love Supreme” così come lo conosciamo è stato registrato nello studio di Van Gelder la sera del 9 dicembre 1964, in poche ma ispiratissime take. In realtà, la sera successiva, Coltrane aggiunse due musicisti al suo quartetto che a quel punto divenne un sestetto: il noto sassofonista Archie Shepp (un allievo di John) e il bassista Art Davis. Quest’inedita formazione – comprendente quindi due sax tenori, un piano, una batteria e due bassi – incise versioni alternative di alcuni brani che vennero però scartate dalla prima edizione dell’album (comunque, già nelle note originali del disco, Coltrane ringraziava Shepp e Davis per il loro contributo).

Ciò che rende davvero allettante la Deluxe Edition è proprio l’inclusione di due take alternative – entrambe per Acknowledgement – registrate in quel 10 dicembre 1964 in cui John Coltrane aveva sperimentato col sestetto. Si tratta quindi di una performance che è rimasta ufficialmente inedita per ben trentasette anni e che, nonostante una qualità audio non eccelsa, costituisce una straordinaria testimonianza sonora che rende ancora più ammirevole il lavoro che Coltrane e i suoi collaboratori realizzarono in quei giorni al Van Gelder Recording Studio. Le due take di Acknowledgement incise dal sestetto sono sensibilmente più lunghe (oltre i nove minuti di durata) e spiccano per l’inedito scambio frasistico fra i rispettivi sax tenori di Coltrane e Shepp (quest’ultimo soprattutto in funzione ritmica, contrappuntando gli svolazzi melodici del leader).

La Deluxe Edition comprende inoltre anche una take alternativa di Resolution (leggermente più lunga) e un’altra sfumata – forse per qualche errore – a poco più di due minuti dall’inizio di quello stesso titolo. Entrambe sono state incise dal quartetto la sera del 9 dicembre ’64.

Infine, qualche parola sull’esibizione dal vivo: “A Love Supreme” è stata eseguita nella sua interezza in una sola occasione, durante la partecipazione (per due serate) del John Coltrane Quartet al noto festival jazz di Antibes, sulla Costa azzurra. L’esibizione – datata 25 luglio 1965 – è stata rimasterizzata, restaurata della sua introduzione parlata da parte del conduttore francese del festival e quindi ufficializzata nel catalogo coltraniano proprio con questa bella riedizione. Se il quartetto è lo stesso che aveva già inciso “A Love Supreme” in studio, in questo concerto l’improvvisazione dei musicisti si concede ancora più spazio, con un Coltrane già proiettato verso quella dimensione free che caratterizzerà la seconda (e purtroppo ultima) parte della sua carriera.

Segnalo, per chiudere, un libro che penso proprio sia il caso di comprare, la storia di “A Love Supreme” curata da Ashley Kahn, dalla quale sono stati tratti preziosi contributi per il libretto della Deluxe Edition.

– Mat

Visioni felliniane

Fra il 2007 e il 2008 ho avuto l’impulso definitivo nell’accogliere a braccia aperte la musica di Miles Davis, dopo alcuni anni di lento ma inesorabile avvicinamento alla sua arte e alla sua figura. Per me Miles Davis è l’artefice della musica più visionaria & straordinaria che io abbia mai avuto il piacere di sentire. Probabilmente non è affatto per caso che di lì a poco ho provato il bisogno d’un altro grande artista del Novecento, altrettanto visionario & straordinario, che potesse accontentare anche i miei occhi: Federico Fellini. Tralasciando per il momento Miles – del quale mi sono già occupato qui ma sempre del quale mi piacerebbe rioccuparmene a breve – passo così a Federico, o meglio alle mie visioni dei suoi film.

La prima opera felliniana che ho visto è stata “La Dolce Vita”, su videocassetta originale prestatami da uno zio, ai tempi dell’università: m’ero stufato di ascoltare studenti – o presunti tali – che parlavano solo di telefilm e di reality show, e così iniziai spesso a fare tuffi nel passato, perché sapevo che per quanto riguardava l’arte e lo spettacolo il passato era stato ben più glorioso. Qualche tempo dopo ebbi il grande piacere di guardare “8 1/2” in tivù: purtroppo il film veniva proiettato in terza (o forse quarta…) serata, ma lasciamo perdere (per ora) il discorso complesso sulla cattiva televisione. Un altro grande passo lo feci uno o due anni dopo, quando mi decisi a comprare a scatola chiusa “Amarcord”, il solo divuddì felliniano che trovavo di frequente nelle rivendite (e soprattutto al prezzo ragionevolissimo dei dieci euro). Finché, come detto sopra, è definitivamente esplosa la mia manìa per i film di Fellini, per cui mi sono proposto di vedermeli tutti, prima o poi, senza fretta ma inesorabilmente. E di comprarmeli tutti, originali, si capisce, man mano che il mio portafogli me lo potrà permettere & il mercato mi garantirà la reperibilità dei titoli.

Quel che segue è l’elenco in ordine cronologico dei film di Federico Fellini (come regista) che ad oggi ho avuto l’immenso piacere di vedere.

  • “I Vitelloni” (1953): un vero classico del cinema italiano, con un titolo mutuato direttamente da un’espressione abruzzese utilizzata da Ennio Flaiano, all’epoca assiduo collaboratore del nostro in veste di sceneggiatore e soggettista. Un film dalle tematiche ancora attualissime e nel quale mi sono riconosciuto non poco.
  • “La Strada” (1954): un film che ha valso a Fellini il primo Oscar della sua straordinaria carriera cinematografica. E’ un film molto profondo e toccante, con una Giulietta Masina – moglie del regista – veramente da applausi.
  • “La Dolce Vita” (1960): un film superbamente attuale, un vero pezzo di storia del cinema, uno di quei film entrati nell’immaginario collettivo, tanto che l’espressione dolce vita è usata così com’è in tutto il mondo.
  • “8 1/2” (1963): secondo molti critici è questo il vero capolavoro felliniano (e io, nel mio piccolo, sono d’accordo). Non vorrei dilungarmi molto su questo filmone in cui vi ho trovato praticamente TUTTO e al quale mi piacerebbe dedicare un post più in là.
  • “Roma” (1972): qui Fellini mostra i suoi sentimenti, i suoi ricordi e le sue impressioni sulla più bella città d’Italia, il tutto però – bisogna dirlo – nel rumore più completo, nella caciàra, come dicono i romani. E’ comunque un altro filmone che apprezzo un po’ di più ad ogni visione.
  • “Amarcord” (1973): altro bel filmone, un altro gran capolavoro del cinema, anch’esso premiato con l’Oscar come miglior film straniero (negli USA, ovvio). Anche di questo mi piacerebbe scrivere qualcosa in uno specifico post.
  • “Il Casanova” (1976): un gigantesco talento visionario alle prese con la vita pubblica & privata del latin lover per eccellenza.
  • “La Città Delle Donne” (1980): quel gigantesco talento visionario di cui sopra stavolta alle prese con l’universo femminile.
  • “E La Nave Va” (1983): una delle mie opere felliniane preferite, è un viaggio in nave al tempo della prima guerra mondiale che diventa metafora della vita (e della morte). Anche in questo caso mi piacerebbe parlarne in un post a parte.
  • “Ginger e Fred” (1985): forse l’ultimo grande film di Fellini. Il suo gigantesco talento visionario è qui alle prese con l’arrogante mediocrità della televisione. E anche in questo caso, ora che ci penso, vorrei approfondire il discorso con qualche altro post.

Prossimamente metterò le mani sul “Satyricon” (1969) ma, come detto, è mia intenzione vedermeli tutti, i film felliniani, prima o poi. Ciò che mi ha completamente conquistato di questi film è la loro forte personalità, o meglio, la forte personalità d’un artista come Fellini che riesce a destreggiarsi splendidamente in tutta la sua carica visionaria anche quando cambia soggettisti, sceneggiatori, produttori, tecnici, arredatori, attori protagonisti e quant’altro. Un po’ come ha fatto Miles Davis: ha collaborato con una miriade di altri giganti della musica, eppure Miles è Miles e i suoi dischi te lo fanno capire. E così Federico è Federico… e i suoi film te lo fanno capire.

– Mat