Woody Allen, “Basta che funzioni”, 2009

woody-allen-basta-che-funzioni-immagine-pubblica-blogLa dolce Antonella & io, ieri sera, siamo andati in un multisala a vederci il nuovo film di Woody Allen, “Whatever Works – Basta che funzioni”. Sapevo che con questo film, dopo una parentesi europea (ambientazioni inglesi per “Scoop” e “Match Point”, spagnole per “Vicky Cristina Barcelona”), il celebre attore/regista tornava alla sua città, New York, teatro delle sue storie più famose & apprezzate.

E in effetti, a New York, Woody Allen sembra ritrovare un’ispirazione comica e una maniera di fare cinema che apprezzo maggiormente: questo “Basta che funzioni” è un tipico film di Woody Allen, tanto che mi sono chiesto come mai non vi abbia recitato, dato che il protagonista della storia – un candidato Nobel per la fisica ormai ritirato, misantropo, cinico, afflitto da ipocondria e tendente al suicidio – sembra tagliato su misura per lui. Tuttavia l’attore protagonista, Larry David, è stato così bravo che il film funziona anche senza vedere la faccia e le movenze impacciate di Woody.

E’ un film sugli anticonformisti che diventano conformisti e viceversa, con una morale di fondo che sa di sopravvivenza più che di speranza, ‘basta che funzioni’, per l’appunto. E così, alla fine, tutto torna a posto, tutto riacquisisce quell’equilibrio necessario affinché le nostre vite di gente comune possano procedere serenamente. Consigliatissimo agli appassionati di Woody Allen.

– Mat

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Anche l’editoria fa la sua parte

Miles Davis:Layout 1Nel post precedente ho riportato un elenco dei principali titoli discografici legati a Miles Davis che mi piacerebbe molto acquistare in un prossimo futuro. Ebbene, ora c’è un altro titolo che vorrei aggiungere, di natura cartacea stavolta: un bel librone fresco di stampa chiamato “Bitches Brew”, scritto da Enrico Merlin & Veniero Rizzardi e dedicato all’omonimo capolavoro davisiano del 1970.

Mi trovavo in una grande libreria di Pescara, l’altro ieri; dopo aver preso un libro di Federico Fellini – “Il viaggio di G. Mastorna” (al quale vedrò di dedicare un post più in là), passo al reparto dei libri musicali e mi trovo davanti questo volume dedicato ad uno dei miei dischi preferiti. Lo sfoglio brevemente, ci sono un sacco di note, di foto interessanti e decido di fare un passo ulteriore: vedere quanto costa. Accidenti, sono ben trentacinque euro! Lo ripongo ma mi appunto la casa editrice, Il Saggiatore, e lo inserisco nella fantomatica lista dei miei acquisti filmici/editoriali/discografici futuri. Per chi volesse saperne di più rimando a questo link, mentre invece, per quanto mi riguarda, a questo punto accetto offerte & donazioni!

– Mat

Per fanaticoni davisiani

miles-davis-the-complete-columbia-album-collectionLa Columbia/Legacy ha da poco pubblicato un cofanettone dedicato a Miles Davis chiamato “The Complete Columbia Album Collection”, quasi un’opera omnia contenente la bellezza di settanta ciddì!

In pratica, con un sol colpo si hanno tutti gli album registrati da Miles in studio e dal vivo ufficialmente editi dalla Columbia fra gli anni Cinquanta e Ottanta. I titoli, tra singoli e doppi, sono così cinquantadue, più un divuddì contenente un concerto europeo inedito del 1967; il tutto impreziosito da un corposo libretto con note biografiche, tecniche e discografiche. La vera ghiottoneria è forse però la versione integrale dell’esibizione di Davis nel 1970 allo storico festival dell’Isola di Wight, mai pubblicata prima. I ciddì sono presentati all’interno del cofanettone in confezioni cartonate del tipo ‘mini LP replica’ e comprendono quelle succose bonus tracks già apparse nelle riedizioni Legacy dai tardi anni Novanta in poi.

Questo per la cronaca, visto che m’interessa tutto ciò che esce ufficialmente a nome Miles Davis. Tuttavia mi lascerò sfuggire quest’ennesimo cofanetto(ne) perché ho già la maggior parte di quei dischi, diversi dei quali inclusi in altri cofanetti della serie “The Complete Sessions” (ad esempio questo). Ecco, restando quindi in tema, i cofanetti di Miles che m’interessano davvero e che spero di poter comprare in un prossimo futuro sono (in ordine di preferenza):

  • “Miles Davis Quintet 1965-1968”: un box di sei ciddì edito sempre dalla Columbia/Legacy riguardante uno dei periodi più celebrati della lunga carriera artistica di Miles, quando si faceva accompagnare da Wayne Shorter, Herbie Hancock, Tony Williams e Ron Carter.
  • “Seven Steps: The Complete Sessions 1962-1964”: altri sette dischi in un box della Columbia/Legacy contenenti il periodo storico precedente a quello del quintetto di cui sopra.
  • “The Complete Miles Davis At Montreux”: un monumentale cofanetto di venti ciddì, edito dalla Warner Bros, contenente tutte le esibizioni che Miles ha tenuto (dal 1973 al 1991) in occasione del celebre Jazz Festival sul lago di Ginevra.
  • “The Complete On The Corner Sessions”: sei dischi in un altro box della Columbia/Legacy riguardanti il periodo 1972-1975 del nostro. E’ un acquisto che un po’ mi pesa perché ho già una buona parte del materiale distribuita su altri titoli davisiani.
  • “The Legendary Prestige Quintet Sessions”: quattro ciddì se non ricordo male, in un cofanetto curato dalla Prestige, ovvero la casa discografica con la quale Miles incideva dischi prima di passare alla Columbia.

In definitiva, per quanto mi riguarda, che nessuno dicesse da parte mia alle case discografiche che i dischi non si vendono! Ah, mi dispiace per i Beatles, ma…

– Mat

Un post a ruota libera

fellini autoritratto immagine pubblicaUn post nuovo, più per la voglia di scrivere che per il bisogno di dire chissà che cosa. E poi è una così bella sensazione quella di cliccare l’opzione per creare un nuovo post e iniziare a digitare le prime, difficili righe, come in questo caso, del resto. Tanto per non tradire lo spirito originario di Immagine Pubblica, ecco una serie di associazioni (senza capo né coda, temo) su visioni, ascolti & letture. Passati, presenti & futuri.

La musica di Nina Simone è fantastica, nient’altro da aggiungere da pare mia. Non vedo l’ora di potermi vedere al cinema “Alice nel paese delle meraviglie” di Tim Burton, in lavorazione da oltre un anno ma programmato per la primavera del 2010. A proposito, come suona bene quest’anno, il 2010… speriamo che ci offra dodici mesi di gran lunga migliori di quelli proposti finora da quest’orribile 2009 (che spero passi al più presto, come vorrei che oggi fosse già la vigilia di Natale, tanto per dire). Sul comodino ho piazzato “Il deserto dei tartari” di Dino Buzzati, un libro che devo leggere da anni ma che – per motivo o per l’altro – ho sempre trascurato. In effetti al momento sto leggendo tutt’altro ma, come ho detto, il classico di Buzzati è in pole position sul mio comodino per cui non dovrebbe sfuggirmi ulteriormente. Se il libro dovesse piacermi, vedrò di procurarmi anche il film che ne è stato tratto: se non ricordo male uscì negli anni Settanta, con Vittorio Gassman come attore protagonista.

Sempre restando in tema di letture (ma anche di musica), ultimamente ho avuto il bisogno d’andarmi a rileggere due biografie che avevo comprato & letto diversi anni fa: si tratta della storia di Freddie Mercury raccontata dal suo amante Jim Hutton in “I miei anni con Freddie Mercury” (edito dalla Mondadori) e dal suo assistente personale Peter Freestone in “Freddie Mercury… adesso svela ogni segreto” (edito dalla Lo Vecchio ma di recente riedito dall’Arcana). Entrambe le storie – piuttosto intime, soprattutto quella di Hutton – partono negli anni Ottanta e si concludono con la triste morte del celeberrimo cantante dei Queen, nel novembre del 1991. Non so perché sono andato a rileggermi in sequenza questi due libri, non è che ultimamente ho ascoltato chissà quanto la musica di Mercury.

In fatto di ascolti, ultimamente ho invece sentito parecchio i Beatles, Miles Davis, i Depeche Mode e i Cure. Mi piacerebbe scrivere altri post su di loro in questo blog, così come di Nina Simone, citata sopra. Spesso mi manca però l’ispirazione. A proposito di Miles Davis, avrei voglia anche di rileggermi lo splendido “Lo sciamano elettrico” di Gianfranco Salvatore (edito da Stampa Alternativa), di sicuro fra i migliori libri dedicati all’arte & alla figura del leggendario trombettista americano. Uhm, mi sa che il buon Buzzati slitterà ulteriormente…

Tornando a parlare di film: ho un bisogno sfrenato di vedermi & rivedermi le opere di Federico Fellini [sopra, in un autoritratto], sembra che di questi tempi mi bastino solo quelle per soddisfare le mie curiosità cinematografiche. Avevo iniziato a scrivere un nuovo post sui film di Fellini, qualche giorno fa, ma l’ispirazione latitava in modo imbarazzante. In fondo, a volte, non c’è proprio niente da dire (e da scrivere): certi capolavori vanno forse soltanto ammirati per quelli che sono, in rigoroso silenzio da parte nostra.

– Mat

The Beatles, “Abbey Road” (Digital Remaster 2009)

the-beatles-abbey-road-immagine-pubblica-blogAvendo già avuto il piacere di recensire su Immagine PubblicaAbbey Road” dei Beatles, questo post cercherà di fare un po’ di luce & di dare qualche informazione aggiuntiva sulla recente riedizione remasterizzata dell’album, comprata l’altro ieri dal sottoscritto.

Una ristampa che – come tutti i musicofili sanno – ha coinvolto ogni album dei Beatles pubblicato fra il 1963 e il 1970, compresa la doppia raccolta “Past Masters”, originariamente edita nel 1988 in due volumi separati e contenente i lati A e B dei singoli che non figuravano sugli album dell’epoca.

Diciamo subito che la qualità audio di questa riedizione di “Abbey Road” è molto più nitida: i suoni – specialmente i piatti della batteria, le coloriture d’organo e soprattutto quelle di chitarra – sono più definiti e puliti. In generale l’audio è più spaziale e quindi meno piatto, anche se a discapito d’un maggior fruscìo di sottofondo (il cosiddetto noise). Una canzone come I Want You (She’s So Heavy), ad esempio, mantiene il suo già notevole fruscìo di base (visto che il pezzo subì durante la sua creazione in studio diverse sovraincisioni e riversamenti da nastro a nastro) ma suona inevitabilmente più controllata nel turbolento finale, dato che le singole tracce sonore sono state remasterizzate (e quindi ripulite).

A mio avviso, il miglior lavoro di recupero si può apprezzare in Octopus’s Garden, molto più nitida e splendente di quanto avessi mai ascoltato prima. Segno, forse, che all’epoca i Beatles avevano dedicato non troppa attenzione alla seconda creatura autoriale di Ringo Starr. In particolare, le chitarre sono più incisive & taglienti, mentre i cori risultano più prominenti.

Notevolmente migliorate mi sembrano anche You Never Give Me Your Money (linee di basso, impatto della batteria, chitarra arpeggiata sul finale) e la successiva Sun King, ma è un po’ tutto il medley che costituisce la parte finale di “Abbey Road” ad aver giovato di più dell’operazione di digitalizzazione. In certi passaggi, infine, si può apprezzare un effetto che per quanto mi riguarda m’è sempre piaciuto: lo scorrere delle dita sulle corde d’una chitarra.

La confezione del disco rappresenta anch’essa un bel passo in avanti rispetto alle precedenti versioni in ciddì del 1987: tutta la confezione è cartonata (a quanto pare è un’edizione limitata, le stampe del futuro saranno protette dalla tipica plastica), il libretto interno ha la copertina plastificata, le foto interne sono prese dagli scatti promozionali del 9 aprile ’69, dai celebri scatti che i Beatles si fecero fare il 22 agosto successivo nella tenuta di John Lennon, e pose alternative dell’ancor più celebre scatto dell’attraversamento pedonale di Abbey Road, la strada londinese dove sono tuttora situati gli studi di registrazione della EMI. Le note storiche e tecniche a cura di Kevin Howlett, Mike Heatley e Allan Rouse non aggiungono però niente a ciò che ogni fan dei Beatles dovrebbe già sapere.

Infine, un breve cenno al minidocumentario che è incluso per ogni titolo: è davvero mini, dura una manciata di minuti, però mostra parecchie foto interessanti (animate o meno) dei Fab Four alle prese con le registrazioni dell’album. Tra i frammenti d’interviste audio ai quattro Beatles e al produttore George Martin che si ascoltano, sono inseriti tre o quattro break fra le sedute, dove i Beatles parlano fra loro. Roba simpatica ma in fondo non c’è niente di che.

In definitiva sono del parere che questa serie di remaster beatlesiana è stata una manna per noi appassionati, tuttavia l’operazione poteva essere condotta anche meglio, alla maniera di tante altre operazioni di remasterizzazione che nell’ultimo decennio hanno riguardato un po’ tutti i nomi storici del pop rock: da un lato l’album originale opportunamente remasterizzato, dall’altro un ciddì aggiuntivo con inediti e/o versioni alternative dei brani; il tutto in una confezione deluxe con un libretto ben più corposo, sia in fatto di annotazioni tecniche che d’immagini.

– Mat

9/9/09

the-beatles-09-09-09-immagine-pubblica-blogNove, nove, duemilanove. Una data che tutti gli appassionati dei Beatles ricorderanno a lungo. E’ il giorno della pubblicazione – in contemporanea mondiale – dell’intero catalogo beatlesiano digitalmente remasterizzato e dell’uscita del videogioco “The Beatles Rockband”.

Dopo aver aiutato un mio cuginetto coi compiti per la vacanze & dopo aver ritirato la matmobile da un’officina per un piccolo controllo, a mezzogiorno sono finalmente pronto per la mia missione, una missione esplorativa.

Arrivo al vicino centro commerciale con un misto d’impazienza & d’incredulità, il tutto condìto da un vago senso d’eccitazione. Parcheggio la matmobile a pochi passi dall’ingresso, ignorando alcuni passanti con carrelli della spesa che avrebbero dovuto giovarsi d’una inspiegabile precedenza sulle strisce pedonali. Entro nel centro commerciale a grandi passi, il reparto media/tecnologici è di fronte a me, entro, data l’ora non c’è molta gente.

La prima cosa che mi trovo davanti, appena avvicinato al reparto videogiochi, è la pila con le scatole di queste misteriose (per me) diavolerie elettroniche. Il videogioco “The Beatles Rockband” vero e proprio è invece già in scaffale: le numerose copie sono distinte in due edizioni, l’una per Nitendo Wii e l’altra per Playstation 3. Guardo il tutto con una curiosità distratta, poi passo al mio luogo preferito del grande centro commerciale, il reparto dischi. E qui… oh, meraviglia! Vedi la foto sopra…

Le nuove edizioni remaster dei Beatles ci sono tutte: i tredici titoli pubblicati originariamente dalla EMI fra il 1963 e il 1970, la doppia compilation “Past Masters” originariamente edita nel 1988 in due volumi separati, il cofanetto con le versioni mono degli album del periodo 1963-68. Come si può notare subito, manca il cofanetto con le versioni stereo (del periodo completo, 1963-70, ovvio): chiedo al commesso, mi dice che è stato venduto pochi minuti dopo che i dischi dei Beatles sono stati esposti al pubblico. Nutro forti sospetti sull’acquirente (un mio scatenatissimo amico discofilo di Chieti Scalo…), pensando a lui con una punta d’invidia.

I prezzi vanno dai 16.90 euro per i singoli abum, ai 289 (cazzo!) del cofanetto mono; gli album doppi – vale a dire “The Beatles” (1968) e “Past Masters” (1988) – costano 25.90; l’ormai sparito cofanetto stereo stava a 249 euro, almeno così ricorda il commesso.

Rifletto per una ventina di minuti sul da farsi: i soldi per i cofanetti al momento non li ho, e se mi prendessi uno degli album? “Revolver” magari… o forse no, meglio puntare su “Abbey Road”. E se invece mi prendessi “A Hard Day’s Night”? Uhm, forse è meglio “Magical Mystery Tour”, che ha la riproposizione miniaturizzata dell’originale libretto che accompagnava il vinile del ’67… E se invece mi portassi a casa il “Sgt. Pepper” con tutti i suoi effetti speciali?

No, no, no, qui sto correndo troppo con la fantasia. Non so che fare in effetti, non so decidermi. Me ne vado dopo un rapido & confuso giretto al reparto jazz. Infine non prendo niente, scatto la foto, saluto il commesso (che mi ha detto comunque che una nuova copia del cofanetto stereo dovrebbero riportarla) e recupero la matmobile. A bordo, sul breve viaggio verso casa, rifletto nel traffico: e se prendessi proprio quel benedetto cofanetto mono? Magari prendendo più in là le copie stereofoniche mancanti (vale a dire “Abbey Road” e “Let It Be”)… oddio, non lo so, la spesa è una bella botta.

Rientro a casa perplesso ma eccitato. Mi sa che nel tardo pomeriggio farò un salto ad un secondo centro commerciale, munìto d’un altro bel reparto dischi. Non so, forse un titolo a 16 euro & 90 centesimi me lo porterò a casa. Quale? Non lo so, ovvio. Magari ve lo dirò in un prossimo aggiornamento di questo post.

Aggiornamento serale
E infatti il salto in un secondo centro commerciale l’ho fatto, stavolta in compagnia di mio fratello: tutti gli album dei Beatles a 14.90 euro (i due doppi a 21.90) in un angolo tutto loro, accanto alle diavolerie elettroniche per “The Beatles Rockband”. Tuttavia non c’è traccia dei cofanetti: chiedo così alla commessa che mi dice che le uniche due copie – la versione stereo e la versione mono, niente di più & niente di meno – sono già state acquistate. Cavoli, poi dicono che i dischi originali non si vendono più!

Tergiverso ancora un po’, con mio fratello che va a farsi un giro al reparto informatica. Infine, fra mille perplessità, mi decido a prendere un titolo… “Abbey Road”, dài. Vado velocemente alla cassa prima che cambi idea… è fatta! Ma forse questa è già la storia d’un altro post.

– Mat

Il ritorno dei Public Image Ltd.

public-image-ltd-2009Il sospetto che, dopo aver rimesso insieme i Sex Pistols, quel soggettone di John Lydon tornasse ad incarnare anche l’anima dei Public Image Ltd. era nell’aria già da qualche anno. Il fatto di leggere, poche ore fa, che questa reunion è stata ufficialmente annunciata mi ha però riempito di stupore & contentezza.

E allora eccola, la grande notizia: i PiL torneranno insieme a dicembre, quando s’esibiranno fra il giorno 15 e il 21 per cinque concerti nella nativa Gran Bretagna. I biglietti saranno già in vendita da venerdì prossimo.

La formazione del gruppo è così composta: John Lydon (o Johnny Rotten che dir si voglia) alla voce, Lu Edmonds alla chitarra e alle tastiere, Bruce Smith alla batteria, e il nuovo acquisto, Scott Firth, al basso. Se per me il buon Firth è un totale sconosciuto, Smith ed Edmonds erano stati componenti dei PiL nella seconda metà degli anni Ottanta. Stupisce che al basso non vi sia più Allan Dias, mentre il chitarrista John McGeoch è purtroppo morto qualche anno fa.

Sono molto contento di questa reunion, la prima dal 1992, anche se – data la ‘scusa’ ufficiale dell’evento, il trentennale d’un album fenomenale come il “Metal Box” – avrei gradito un ritorno sulle scene al fianco di Lydon di Keith Levene e di Jah Wobble, rispettivamente il più geniale chitarrista e il più inventivo bassista coi quali Johhny abbia mai lavorato. Io mi accontento, per carità – e spero tantissimo che nel 2010 i PiL possano intraprendere un tour vero e proprio, magari pure con puntatina tutta italiana – ma per una reunion Lydon-Levene-Wobble avrei prenotato il volo per Londra oggi stesso!

– Mat

(per ulteriori dettagli sui concerti clicca QUI e QUI)

Un po’ di questo, un po’ di quello

federico-fellini-immagine-pubblica-blogE’ proprio da un bel po’ che non scrivevo niente di nuovo su questo mio blog, ultimamente trascurato come non mai. Un ciddì di John Coltrane che ho preso pochi giorni fa e un album dei Genesis che ho riascoltato con particolare trasporto mi hanno fatto tornare la voglia di parlare di musica su Immagine Pubblica. Per quanto, temo, ho bisogno ancora di qualche giorno per ritrovare l’ispirazione necessaria per scrivere qualche post decente.

Inoltre, credo d’aver finalmente visto tutti i film diretti da Federico Fellini (nella foto, mentre esprime un parere sul sottoscritto), per cui vorrei aggiornare il discorso di questo post. Ho anche riletto con gran gusto “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino, mentre proprio ieri sera ho finito di leggere “La banda dei brocchi” di Jonathan Coe, un libro che avevo preso alcuni mesi fa ma che era rimasto a contemplare granelli di polvere sul comodino. Ecco, mi piacerebbe anche parlare di questi due libri.

In effetti mi piacerebbe sprecare un po’ di parole per tanti altri argomenti, qui sul blog: la triste morte di Michael Jackson, ovviamente, una tragedia che mi ha colpito enormemente (più di quanto mi sarei aspettato, a dire il vero); l’imminente ripubblicazione degli album dei Beatles; alcune recensioni su dischi di Miles Davis, Nina Simone, Queen, Depeche Mode, Roger Waters, David Sylvian, The Style Council, Tears For Fears, Bee Gees, The Cult e Donald Fagen. Oltre che, come detto, Coltrane e i Genesis. Insomma, tutta gente della quale – in un modo o nell’altro – abbiamo già parlato qui su Immagine Pubblica. Il fatto è che mi sto accorgendo che, gira & rigira, nonostante ascolto veramente di tutto – spaziando fra le discografie degli artisti più disparati – ascolto quasi sempre gli stessi nomi: dopo ventanni buoni d’ascolti ho ormai capito quali musiche le mie orecchie apprezzano di più. Forse dovrei passare con più convinzione alla classica o alla lirica per allargare ulteriormente i miei orizzonti, perché credo che in fatto di jazz e soprattutto di pop/rock ho ormai individuato ciò che cerco.

E così – tornando per l’ennesima volta a quelli che restano fra i miei preferiti di sempre, i Beatles – lasciatemi concludere questo post con un breve aneddoto circa gli album remasterizzati che saranno pubblicati dopodomani (il fatidico 9/9/09): a quanto pare, i capoccioni della EMI hanno anche eliminato alcuni errori presenti nelle canzoni dei Beatles, errori che sono ormai entrati a far parte di quelle canzoni, sono stati studiati (e in certi casi pure apprezzati) e quindi storicizzati come parte del contesto culturare/tecnologico di quegli anni. Ecco, tanto per fare un esempio, che sullo sfumare del riverbero finale di A Day In The Life (tratta dall’album “Sgt. Pepper”) m’abbiano eliminato quello scricchiolio di sedia che a me comunque piace lo stesso, ecco dicevo, a me fa un po’ incazzare! Non sono mica poi così bendisposto a sborsare un paio di centinaia di euro per un catalogo che, con la scusa di volermi proporre un lavoro più nitido dal punto di vista sonoro, finisce col restituirmi una versione perfettina e asettica d’un gruppo che perfettino e asettico non è mai stato. La curiosità è tanta, in definitiva… ma pure i dubbi. Vedremo… anzi, no, sentiremo.

– Mat