Public Image Ltd., “First Issue”, 1978

pil-public-image-ltd-first-issue-immagine-pubblica-blogLa recente notizia de il ritorno dei Public Image Ltd., prevista per il prossimo dicembre, ha risvegliato il mio interesse per la musica del gruppo inglese capeggiato da Johnny Rotten. Volevo parlare in particolare del primo album dei PiL, “First Issue”, soltanto che l’avevo già fatto in un altro post e l’avevo dimenticato. Mi limito allora a riproporre quel mio vecchio scritto con le dovute aggiunte del caso.

Nel gennaio del ’78, un Rotten disgustato dagli usi & costumi del rock ‘n’ roll decide di abbandonare la sua famigerata band, i Sex Pistols: tempo pochi mesi e il cantante mette in piedi una delle più formidabili formazioni inglesi, i Public Image Ltd. per l’appunto (peraltro abbastanza sconosciuti in Italia). Il loro primo disco, anticipato dal trascinante singolo Public Image, esce alla fine dell’anno: la copertina in stile magazine gli vale il soprannome di “First Issue” ma l’immagine d’un Rotten quasi imborghesito ne tradisce enormemente il contenuto. Le otto canzoni che compongono il debutto dei PiL sono infatti molto lontane dallo stile dei Pistols, inaugurando un percorso artistico per molti versi sorprendente. Se infatti “Never Mind The Bollocks” aveva suggellato il momento d’oro del punk, questo “First Issue” ne celebra già il funerale, dando quindi vita a quel genere che verrà definito post-punk e successivamente new wave.

Il debutto su album dei PiL – forte d’un sound che colpisce come un pugno allo stomaco anche oggi – è un album drammaticamente cupo, dissonante, intransigente, folle e a suo modo geniale & visionario. A detta di Rotten, tutte le canzoni sono state scritte da lui mentre girava l’America in bus durante l’ultimo tour dei Sex Pistols; tuttavia un album come “First Issue” non sarebbe mai nato senza l’inestimabile supporto che Johnny ha ricevuto dai tre musicisti che contribuirono a fondare i PiL: Jim Walker con la sua batteria secca e ossessiva, Jah Wobble col suo basso pulsante e prominente, ma soprattutto Keith Levene con la sua chitarra tagliente e intrusiva, qui in grande rivalsa dopo la sua breve militanza nei Clash.

“First Issue” comincia con la disturbata & disturbante Theme, nove minuti nei quali dobbiamo fare i conti col muro chitarristico che Levene ci oppone, il lugubre basso di Wobble, i poderosi colpi di Walker e soprattutto la voce straziata di Johnny. Probabilmente, all’epoca non s’era mai sentito nulla di simile: lontane influenze dub, noise a non finire, atmosfera desolante e dark, testo nichilista. Religion I è invece l’asciutta recitazione da parte di Johnny di quello che costituisce il testo del brano seguente, Religion II; e così, dopo un minuto e mezzo di sola voce, ecco cinque minuti buoni di pesante dub-rock, resi ancor più insofferenti da un’infelice distribuzione spaziale nel canale stereo (basso e batteria compressi sul destro, volume che in alcuni punti tende ad abbassarsi, eccetera).

Annalisa presenta invece sonorità più ortodosse, tanto che si può tranquillamente affermare che la canzone – il cui testo parla della vera storia di una ragazzina che è stata fatta morire di fame perché la si credeva posseduta dal demonio – è un duro pezzo punk. La successiva Public Image, unico singolo estratto dall’album, è la canzone più orecchiabile e melodica: davvero una bella prova grazie al basso poderoso, al coinvolgente riff chitarristico e all’inconfondibile canto di Rotten (che sembra riferirsi direttamente alla sua esperienza nei Pistols), il tutto sorretto da un’ottima batteria. Simile nel ritmo e nella struttura melodica, è la seguente Low Life, sebbene abbia un’indole più selvaggia.

L’aspra Attack sembra quasi uno scarto di “Never Mind The Bollocks”, se non fossero per le sue prominenti linee di basso così tipicamente piliane, mentre la conclusiva Fodderstompf è un delirante punk-funk della durata di quasi otto minuti. Qui, su una ripetitiva drum machine, Wobble tesse un movimentato giro di basso, mentre Rotten e lo stesso Wobble urlano in falsetto ‘volevamo solo essere amati’, oltre che una lunga serie d’improvvisazioni gridate e/o parlate su tutto quello che passava loro per la mente.

In definitiva, “First Issue” è un debutto strabiliante & insolito che si ritaglia uno spazio tutto suo nella discografia inglese. Non esistono altri lavori, neppure gli album a venire dei PiL, che suonano come questo.

– Mat

Bee Gees, “Living Eyes”, 1981

bee-gees-living-eyes-1981Sempre più spesso mi trovo a comprare dischi da internet: un po’ perché la musica che più amo – quella registrata fra gli anni Cinquanta e Ottanta – non è sempre di facile reperibilità (a meno che non si tratti di ristampe, non tutte a prezzi modici) e soprattutto perché li trovo a prezzi più bassi rispetto al classico negozio di città.

Uno dei miei acquisti internettiani più recenti è “Living Eyes” dei Bees Gees, un album altrimenti introvabile, al quale davo la caccia da tempo. Sono stato abbondantemente ripagato dall’attesa perché, a fronte di una spesa di pochi euro, ho potuto disporre di una stampa italiana dell’epoca ancora incellofanata.

Pubblicato nel 1981, all’indomani della straordinaria fase disco dei Bee Gees (1975-79) e del successo raggiunto col “Guilty” di Barbra Streisand, “Living Eyes” è uno dei dischi più sottovalutati e misconosciuti degli anni Ottanta. Questo perché, dopo la sbornia danzereccia con tanto di febbre del sabato sera, i nostri vennero etichettati come meri fenomeni da classifica, autori d’una musica godibile ma senza spessore. Invece, come sanno tutti i veri appassionati dei Bee Gees, la fase disco dei fratelli Gibb caratterizzò soltanto quegli anni, dopodiché tornarono alla musica che più era loro abituale: un pop di gran classe forte d’un senso innato per le belle melodie. E “Living Eyes”, sfortunato successore del fortunatissimo “Spirits Having Flown” (1979), non fa che confermarlo. Inoltre è un album nel quale ognuno dei fratelli torna a cantare da solista almeno in un pezzo – mentre la fase disco era stata caratterizzata dalla voce di Barry Gibb – e a far sentire in maniera più prominente le proprie capacità strumentali – cosa che vale soprattutto per Maurice Gibb, un po’ oscurato nella fase precedente – nonostante l’impiego di musicisti turnisti di grande livello quali Don Felder – chitarrista degli Eagles – e i batteristi Jeff Porcaro e Steve Gadd. Insomma, “Living Eyes” suona molto più alla maniera classica dei Bee Gees di quanto facciano le celebri canzoni contenute in “Children Of The World” (1976), “Saturday Night Fever” (1977) e nel già ricordato “Spirits Having Flown”.

Già l’iniziale (e omonima) Living Eyes si presenta come una delle più accattivanti canzoni dei Gibb, epica e melodica in egual misura, memorabile per l’uso magistrale dei cori e per un baldanzoso arrangiamento soft-rock. He’s A Liar è invece più movimentata e rockeggiante ma forse è una scelta non proprio azzeccata come primo singolo estratto dall’album. La distesa e calda Paradise è semplicemente una delle canzoni che più amo di questo disco, anzi la metto senza indugio fra le canzoni più belle dei Bee Gees, mentre Don’t Fall In Love With Me figura Robin Gibb alla voce solista, in quella che è una delicata ballata pianistica. Se con l’epica Soldiers ritroviamo il caratteristico falsetto di Barry, il tutto accompagnato da scintillanti chitarre acustiche, in I Still Love You torna invece protagonista la voce di Robin, alle prese con una gentile ed appassionata canzone d’amore. Wildflower è un’altra delle mie preferite, con Maurice al canto solista in un brano pop-rock (perlopiù acustico) d’immensa classe. Barry – che comunque canta la maggior parte delle canzoni – si ripropone in Nothing Could Be Good: introdotta da pianoforte e orchestra, ecco una rilassata e calda canzone, fra le migliori lente mai proposte dai Bee Gees.

Cryin’ Every Day, terzo brano a figurare Robin alla voce principale, è la canzone di questo disco che meno apprezzo, soprattutto per via del suo arrangiamento più elettronico che sembra stridere un po’ col resto dell’album. In realtà Cryin’ Every Day anticipa una precisa scelta stilistica che lo stesso Robin (coadiuvato da Maurice) intraprenderà per i suoi tre dischi solisti degli anni Ottanta. La conclusiva Be Who You Are è introdotta da una lunga parte orchestrale (una sinfonia di due minuti dove si riconoscono i temi principali di Soldiers, Wildflower e Paradise), poi il tutto si trasforma in una malinconica e maestosa ballata, caratterizzata in vari punti da un uso più tenorile della voce di Barry. E’ una splendida chiusura per un album, questo “Living Eyes”, che scorre via che è una bellezza, regalandoci tante emozioni.