Sex Pistols, “Never Mind The Bollocks”, 1977

Sex Pistols Never Mind The BollocksDopo aver ripubblicato un post su “London Calling” dei Clash non potevo certo non rioccuparmi anche di quanto scrissi – e pubblicai nel lontano 4 dicembre 2006 su Parliamo di Musica – a proposito di “Never Mind The Bollocks”, il solo e unico album dei Sex Pistols.

E’ un disco che più punk non si può, anzi, “Never Mind The Bollocks” è la quintessenza stessa della musica punk. E come potrebbe essere altrimenti? Quale altro album punk – ma pure rock, a ben guardare – contiene dodici brani così incendiari, abrasivi, dissacranti e anticonformisti messi così, l’uno dopo l’altro? E quale altro disco suscitò così tante & tali controversie in un momento in cui i mass media non erano certo così capillarmente invasivi come oggi? Un album pubblicato in ritardo di alcuni mesi perché le etichette discografiche – la EMI prima e la A&M dopo -facevano lo scaricabarile e alcuni rivenditori tentarono il boicottaggio. E ciò nonostante, il debutto dei Sex Pistols a trentatrè giri volò al 1° posto della classifica inglese, sul finire di quel fatidico 1977. Un risultato ancor più straordinario se si pensa che, di lì a poco, un altro fortunatissimo album, la colonna sonora del film “Saturday Night Fever” – con brani disco da manuale firmati Bee Gees – riscosse un successo senza precedenti. Essì, i tempi erano davvero cambiati, pareva proprio che il pubblico inglese ne avesse ormai le palle piene degli hard rocker progressivi capelloni che avevano dominato la scena musicale nella prima metà degli anni Settanta. A tal punto che alcuni osservatori dissero in seguito che gli anni Ottanta erano iniziati proprio nel fenomenale 1977.

“Never Mind The Bollocks” è un disco selvaggio & indomito, introdotto da quella minacciosa marcia militare con cui inizia la travolgente Holidays In The Sun, edita anche su singolo nell’ottobre ’77. Una canzone – il cui testo riflette le impressioni d’un breve soggiorno berlinese del gruppo – che annuncia già tutto il tono dell’album, col drumming squadrato di Paul Cook (mi piace, in particolare, il modo in cui Paul colpisce i piatti), la chitarra ridondante e tagliente di Steve Jones, il basso nervoso di Glen Matlock (il buon Glen, cacciato per far posto al molto meno esperto Sid Vicious, suona alcune parti di basso, diverse delle quali sono però state eseguite da Jones, per cui m’affido al beneficio del dubbio) e la voce inconfondibile di Johnny Rotten, sempre al limite della stonatura, volgare, tanto irriverente quanto divertente.

L’album procede spedito con Bodies, uno dei brani migliori, puro punk al cento per cento, quindi con No Feelings, cattiva & egoistica, con Liar, una frecciata contro Malcolm McLaren, il manager-mentore dei Pistols (già allora in rotta di collisione con Rotten), finché non si giunge alla mitica God Save The Queen. Pubblicata su singolo nel maggio ’77, strategicamente in occasione del giubileo della regina d’Inghilterra, God Save The Queen può essere ritenuta la canzone punk per antonomasia; è quella col celeberrimo ‘no future’, con un testo migliore di qualsiasi trattato sociologico nel descrivere tutto il disagio dei giovani britannici in quella seconda parte dei Settanta.

Seguono la tagliente Problems, superbamente punk, e l’autocompiaciuta Seventeen, prima d’imbattersi in Anarchy In The U.K., primo singolo estratto da “Never Mind The Bollocks” (addirittura un anno prima, nel novembre ’76). Anche in questo caso siamo alle prese con una pietra miliare del rock: mai una band d’esordienti poco più che ventenni aveva opposto un tale oltraggioso criticismo verso la propria nazione, all’epoca un grande impero coloniale ormai in decadenza. E poi, lasciatemelo dire, ‘your future dream is a shopping scheme’ è un verso grandioso che da solo assolve tutto l’album.

Submission è un po’ più atipica rispetto al resto dell’album, con un ritmo meno tirato e un che di vagamente reggae nell’arrangiamento, anche se i Sex Pistols hanno dichiarato che il brano prendeva qualcosa dai Doors e lo rallentava. Pretty Vacant, edito su singolo nel luglio ’77, è un altro dei pezzi forti del disco, con quei rabbiosi ‘and we don’t care!’ ringhiati da Johnny alla faccia della precarietà lavorativa (un tema ancora tristemente attuale).

Le conclusive New York e E.M.I. sono praticamente due sequele d’insulti: la prima è contro la scena punk americana, che s’arrogava il diritto d’aver dato vita al ‘movimento’; la seconda è contro la casa discografica, la EMI per l’appunto, che aveva messo sotto contratto i Pistols nel ’76 ma che infine, spaventata dalle critiche e dal comportamento strafottente del gruppo stesso, aveva preferito pagare una lauta penale pur di liberarsene.

Come detto, “Never Mind The Bollocks” doveva vedere la luce alcuni mesi prima, anche perché, oltre a essere stati mollati dalla EMI, i Pistols vennero scaricati anche dalla A&M, che pure aveva già pubblicato God Save The Queen (quell’edizione, oggi, vale una fortuna!). Invece – com’è noto – fu la giovane (all’epoca) etichetta di Richard Branson, la Virgin, ad editare “Never Mind The Bollocks” nel novembre ’77 e a goderne i benefici di album scalaclassifica.

Nel 2007, in occasione del trentennale dell’album, la Virgin (che nel frattempo è stata comprata dalla EMI, per cui tutto torna) ha ristampato su vinile sia “Never Mind The Bollocks” che i suoi quattro formidabili singoli. Io sono riuscito a farmi scappare il tutto, specie l’album che veniva riproposto fedelmente con tanto di poster e di quarantacinque giri aggiuntivo, contenente uno dei pezzi escluso per errore e aggiunto all’ultimo minuto con tale espediente. Lo ammetto, non volevo spendere soldini preziosi per della musica che avevo e apprezzavo da tempo. “Never Mind The Bollocks” è stato però ristampato diverse altre volte negli ultimi anni, e altre stampe arriveranno in futuro (pensate che nel 2017 non ne festeggeranno il quarantennale?), per cui sono certo che saprò recuperare.

Ancora due parole sulla copertina del disco, ormai una vera icona: nel bel mezzo degli anni di piombo, i Sex Pistols fecero debuttare la loro musica con una grafica che richiamava le lettere anonime dei gruppi terroristici. Provocatori fin da subito! E il curioso titolo dell’album? ‘Never mind the bollocks’ vuol dire ‘freghiamocene delle stronzate’, un’espressione di stizza usata da un esasperato Steve Jones mentre si discuteva su quale titolo dare al disco.

-Mat

Progetti cinematografici irrealizzati

film irrealizzatiUn vecchio articolo del 15 novembre 2009, che lessi su La Repubblica, riportava di una mostra dedicata al cinema di Tim Burton – che si teneva al Museum of Modern Art di New York – dove si potevano ammirare i disegni, gli schizzi, le sceneggiature, i pupazzi, gli elementi scenografici e i costumi usati per i film realizzati dal celebre regista. Ma anche per quelli irrealizzati. La mia curiosità venne stuzzicata da tre diversi film che il regista aveva in mente ma che, per un motivo o per l’altro, sono rimasti allo stadio di idee più o meno avanzate: “Superman Lives”, “La maschera del demonio” (remake dell’omonimo film di Mario Bava) e “Ripley, believe it or not”.

Nel primo caso si tratta ovviamente del famoso supereroe dei fumetti; a quanto pare la fantasia cupamente visionaria di Tim Burton ha spaventato i produttori hollywoodiani che, alla fine, hanno deciso di affidare il progetto del redivivo Superman ad altre mani. Per quanto riguarda “Ripley”, invece, cito un brano dell’articolo originale che riporta un’intervista allo scenografo Dante Ferretti: “Prima di fare ‘Sweeney Todd’, per il quale avrei vinto il secondo Oscar con Francesca Lo Schiavo, avevo già preparato con Tim Burton un filmone da 180 milioni di dollari, intitolato ‘Ripley, believe it or not’ e dedicato alla storia di un giornalista americano, Ripley appunto, che andava alla ricerca dei fenomeni più strani, dalla persona alta due metri e mezzo fino all’unicorno. Avrebbe dovuto essere ambientato negli anni Trenta, con flashback nel 1800 e nel 1400 in Cina, e quindi viaggiammo fra Londra, New York e Shanghai, lungo un lavoro di preparazione di cinque mesi. Quando, all’ultimo momento, quel film saltò, io avevo già disegnato tutto. Allora Tim, terribilmente dispiaciuto, mi offrì di fare una cosa che sarebbe costata ‘appena’ cinquanta milioni di dollari: ‘Sweeney Todd'”.

Il caso di Tim Burton non è certamente isolato nella lunga storia del cinema. Credo che ogni grande regista abbia fantasticato a fondo su un film tanto ambìto quanto impraticabile nella realtà dei fatti. In un vecchio post avevo già citato uno Stanley Kubrick alle prese con “Napoleon”, film biografico su Napoleone Bonaparte: una ventina d’anni spesa in ricerche, consulenze, appunti, correzioni di bozze e quant’altro che nel 2009 è stato documentato in un’imponente iniziativa editoriale suddivisa in ben nove volumi. Un altro progetto kubrickiano incompiuto riguarda un film sull’olocausto degli ebrei, “Aryan Papers”, iniziato nel 1989 se non ricordo male, e quindi abbandonato non appena Steven Spielberg distribuì il suo “Schindler’s List” nel 1993. Spielberg che comunque realizzò un progetto altrimenti accantonato dallo stesso Kubrick: “A.I. – Artificial Intelligence”, uscito nel 2001 ma in realtà concepito da Stanley già un decennio prima.

Tuttavia Kubrick (che, come si sarà capito, ruminava l’idea d’un film per anni) riuscì a precedere altri nella trasposizione filmica del romanzo “Arancia Meccanica” di Anthony Burgess. A quanto pare, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, sia i Rolling Stones che David Bowie pensarono di trarne un film che, molto probabilmente, sarebbe stato più un’opera musicale, forse proprio una specie di musical, che un film vero e proprio. Comunque la realizzazione d’un capolavoro riconosciuto come l'”Arancia meccanica” di Kubrick  – e le polemiche che ne seguirono – dovettero aver spento parecchio l’entusiasmo iniziale di Bowie, Jagger e soci.

Un altro grande regista noto per i suoi tempi lunghi, Sergio Leone, progettava negli anni Ottanta un altro film che aveva sullo sfondo la guerra di secessione americana (1861-65); del film, intitolato “Un posto che solo Mary conosce”, è stata resa pubblica una prima sceneggiatura solo nel 2004, sul mensile Ciak. Leone, a causa della sua improvvisa morte nel 1989, non riuscì quindi a girare un film che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto figurare come protagonisti Richard Gere e Mickey Rourke.

Un’altra morte prematura, quella di Pier Paolo Pasolini, è intervenuta ad impedire la realizzazione d’un film. In questo caso si tratta di “Porno-Teo-Kolossal” – pensato come una collaborazione con Eduardo De Filippo – ma anche come secondo capitolo di una ‘trilogia della morte’ (in opposizione a una ‘trilogia della vita’, formata da “Il Decameron”, “I racconti di Canterbury” e “Il Fiore delle Mille e Una Notte”) appena accennata con “Salò” (1975), l’ultimo film pasoliniano ad essere stato girato.

E che dire dell’ormai celebre “Il Viaggio di G. Mastorna” di Federico Fellini? Un film che il genio di Rimini ha fantasticato almeno dal 1965 fino agli ultimi anni della sua vita ma che, alla fine, ha fruttato un set inutilizzato (lo si vede all’inizio di “Block-notes di un regista”, un corto del 1969), un fumetto disegnato da Milo Manara, e un omonimo romanzo ricavato dalla sceneggiatura originale, scritta con Dino Buzzati e Brunello Rondi. Oltre che una citazione in giudizio sia da parte del produttore originale, Dino De Laurentiis, che dall’attore che avrebbe dovuto interpretare il protagonista, Ugo Tognazzi. Mi piacerebbe approfondire il “caso Mastorna” di Fellini in uno specifico post, più in là (anche se lo dico da anni… sarà forse un post irrealizzato?). Vale però la pena citare un altro progetto felliniano che non s’è materializzato: in “Intervista”, un film-documentario del 1987, si possono vedere alcuni set d’una progettata ma quindi incompiuta versione filmica dell”America” di Franz Kafka.

Infine alcune mancate partecipazioni a film che comunque sono stati fatti: Sergio Leone rifiutò di dirigere “Il Padrino”, così come Spielberg accantonò l’offerta per “Lo Squalo 2”. Steve McQueen non fece in tempo ad interpretare “La guardia del corpo” (che slittò fino al 1992, con Kevin Costner al suo posto), mentre Jean Jacques Annaud non ritenne Robert De Niro adatto per il ruolo dell’inquisitore ne “Il Nome della Rosa”. Ricordo di aver letto anche, da qualche parte, di una Michelle Pfeiffer che rifiutò il ruolo della protagonista in “Il Silenzio degli Innocenti” (che fu quindi di Jodie Foster) e che, per il ruolo del Joker del primo “Batman”, quello di Tim Burton del 1989, si era preso in considerazione – qualora Jack Nicholson non avesse accettato – sia Tim Curry (e ce lo avrei visto bene) che David Bowie. E che dire di “Boxing Helena”, il bizzarro e inquietante film del 1993 di Jennifer Chambers Lynch? Diverse attrici – tra cui Kim Basinger (che pagò pure una penale) e Madonna – rifiutarono di farsi immortalare senza arti, in un discusso ruolo shock che quindi fu di Sherilyn Fenn.

Sono tutti esempi, questi ultimi, di film effettivamente realizzati e distribuiti nelle sale; tuttavia, con quei registi/attori citati al posto di quelli compresi nel cast definitivo, forse avremmo visto al cinema delle opere finali radicalmente diverse. Di questi casi, comunque, se ne possono trovare a centinaia nella storia del cinema e in quella delle grandi case di produzione hollywoodiane, basta anche curiosare sul sito IMDB. In questo post ho riportato soltanto i primi esempi che mi sono venuti in mente, o quelli di cui ho letto e che mi hanno incuriosito di più, qualsiasi altra aggiunta fra i commenti sarà molto gradita, in qualsiasi momento.

-Mat

Progetti musicali irrealizzati

Vinile rottoUn argomento che mi ha sempre affascinato è quello dei progetti musicali e cinematografici irrealizzati. Qualche giorno fa rileggevo una biografia di Federico Fellini, nella quale – tra i vari progetti irrealizzati – si parlava d’un film a episodi su Venezia. Mi sono così ricordato di aver già scritto un paio di post su questo argomento: uno pubblicato il 17 gennaio 2007, quando il blog si chiamava ancora Parliamo di Musica, e uno pubblicato l’11 gennaio 2010, quando il blog si chiamava già Immagine Pubblica.

E allora non mi resta che riproporre quegli scritti, rivisti e ampliati per l’occasione (limitandoci ora ai progetti discografici, mentre quelli cinematografici saranno il tema del prossimo post), senza l’arroganza di voler esaurire l’affascinante argomento. Anzi, ogni vostra eventuale aggiunta tra i commenti sarà per me cosa molto gradita.

Di interi album registrati ma lasciati a raccogliere polvere negli archivi, di collaborazioni mancate e di capolavori perduti, la storia della musica ne è piena. A volte è stata la pochezza tecnologica ad impedire a un artista di concepire materialmente l’opera che aveva in mente, spesso invece sono intervenuti blocchi creativi, veti da parte della casa discografica, ma anche la paura dell’artista stesso di esporsi o di andare fino in fondo. Senza contare, inoltre, le solite storie di droga, alcol e dissolutezze varie, nonché incidenti e fatalità. Vediamo qualche caso.

Nel 1966, dopo aver dato alle stampe un capolavoro come “Pet Sounds”, i Beach Boys sono già alle prese con un nuovo album, “Smile”: Brian Wilson, la mente creativa del gruppo, che già nel corso delle sessioni di “Pet Sounds” aveva manifestato evidenti segni di squilibrio, subì il definitivo tracollo mentale proprio durante la sua lavorazione. Un consumo eccessivo di droghe, lo stress, l’ispirazione creativa altalenante, ma pure il bruciante desiderio di voler superare un capolavoro come il “Sgt. Pepper” dei Beatles, causarono il crollo definitivo di Wilson. “Smile” venne abbandonato e Brian se ne restò a letto per due anni, almeno così narra la leggenda. “Smile” è stato finalmente ufficializzato nel 2004: seppur apprezzato e acclamato dai fan, l’album non contiene il materiale dell’epoca, bensì è una rivisitazione moderna ad opera del solo Wilson, mentre per ascoltare come si deve le registrazioni originali del ’66-’67 si dovette attendere l’autunno del 2011, in occasione della pubblicazione delle “Smile Sessions”. Dell’album originale, tuttavia, non c’è traccia: il tutto resta (o restava) un progetto intraducibile nella mente geniale di Brian Wilson.

Sempre nel ’67, i Bee Gees avevano pronta una nuova canzone, To Love Somebody, da far cantare a Otis Redding. Purtroppo l’aereo sul quale viaggiava Redding si schiantò al suolo e con esso la possibilità d’una collaborazione dell’artista americano coi fratelli Gibb. Vicende decisamente meno tragiche, ma sempre legate ai Bee Gees, riguardano alcuni loro album registrati e mai pubblicati: addirittura nel 1970, in un periodo in cui il gruppo era ufficialmente sciolto, i tre fratelli Gibb registrano ciascuno un album solista ma, a parte qualche singolo, nessuno dei tre elleppì raggiunge le rivendite, coi fratelli che decidono di riunirsi sotto il celebre nome comune già entro l’anno. Nel ’73, tuttavia, un intero album dei Bee Gees, “A Kick In The Head…”, verrà accantonato perché il manager Robert Stigwood l’aveva ritenuto poco appetibile commercialmente. I fratelli non si persero comunque d’animo e registrarono daccapo un nuovo disco, “Life In A Tin Can”, che venne distribuito in quello stesso anno.

Verso la fine degli anni Sessanta, i Pink Floyd pensavano di concepire un disco intitolato “The Man”: doveva descrivere la giornata tipica d’un hippie, dal momento in cui questo si svegliava al momento in cui si coricava. Il gruppo riuscì però a concretizzare un solo brano, Alan’s Psychedelic Breakfast, che finì come appendice allo straordinario “Atom Heart Mother”. Un altro progetto floydiano del periodo prevedeva la realizzazione d’un disco con strumentazione interamente non convenzionale (per esempio, picchiare delle pentole invece che colpire la batteria): pare che i nostri abbiano inciso un paio di brani ma che, alla fine, abbiano abbandonato il progetto perché non abbastanza interessante musicalmente. Insomma, il suono complessivo dell’opera non sarebbe stato un granché.
Anche il componente più misterioso dei Pink Floyd, Syd Barrett, rientra nel discorso: nel ’74 qualcuno riuscì a convincerlo a tornare in studio (ma ci provò – inutilmente – pure David Bowie), dopo che Syd aveva faticosamente realizzato due album nel corso del 1970, “The Madcap Laughs” e “Barrett”. Tuttavia non si riuscì a cavare nulla di buono da quegli spezzoni incompleti, perlopiù strumentali, che Syd registrò a intermittenza durante la sua ultima (e breve) permanenza in studio.

Nel ’73, invece, David Bowie rese pubblico il suo proposito di creare un musical (e quindi un disco) basato su “1984”, il celebre romanzo di George Orwell. Bowie inizia a comporre delle canzoni senza che gli eredi di Orwell abbiano dato il nullaosta al progetto. Quando il nostro si vede infine negare i permessi necessari, decide di pubblicare lo stesso le canzoni fin lì registrate (nel bellissimo “Diamond Dogs”) ma l’idea originaria del musical resterà nel cassetto. Ventanni dopo e un altro progetto di Bowie andrà a farsi benedire: nel 1995 esce l’album “1. Outside”, primo capitolo (nelle intenzioni originali) d’una saga di ben cinque dischi che il nostro avrebbe dovuto pubblicare fino al termine del secolo, quindi un disco all’anno dal ’95 al ’99. Peccato però che David resti folgorato dalla nascente scena jungle e decida di pubblicare un disco a tema, “EAR THL ING” (1997) che, di fatto, relega in archivio i seguiti di “Outside”. Adesso tratteremo però tutt’altra storia, dai toni ben più drammatici.

Nel novembre 1980 Ringo Starr è a New York, ospite di John Lennon, il quale aveva pronte per il batterista quattro nuove canzoni (tra cui Life Begins At 40) per il suo prossimo album. I due amici si salutano col proposito d’incontrasi di nuovo al principio dell’81, per avviare il lavoro in studio. Purtroppo, come tutti sappiamo, un folle uccise John l’8 dicembre e Ringo, per rispetto dello sfortunato amico, decise di non utilizzare le canzoni che Lennon aveva scritto per lui. Un nuovo album di Ringo uscì comunque nel 1981, “Stop And Smell The Roses”, un disco che figurava contributi preziosi sia da parte di Paul McCartney che di George Harrison. Probabilmente, col contributo di Lennon, “Stop And Smell The Roses” avrebbe testato una prossima reunion dei Beatles. E’ quanto ha dichiarato in anni recenti Jack Douglas, l’ultimo produttore di John.

Un personaggio noto per tutta una serie di fantomatici progetti è Prince. Nel 1986 torna in studio col suo gruppo, The Revolution, per registrare un nuovo disco intitolato “Dream Factory”. Il progetto non viene però portato a termine, coi Revolution che si sciolgono e con Prince che torna a procedere da solista. L’artista realizza quindi un triplo album, “Crystal Ball”, che la casa discografica rifiuta: il nostro risponde con un nuovo album, stavolta un doppio, “Sign ‘O’ The Times”. La Warner Bros decide (per nostra fortuna) di pubblicarlo ma poi Prince, non pago, torna già in studio per un nuovo progetto, “The Black Album”. Anche questo finisce negli archivi (vedrà ufficialmente la luce solo nel ’94) ma Prince ha già un altro disco in mente, da accreditare ad uno pseudonimo femminile, Camille. Al momento di essere pubblicato, Prince (o la Warner, non è chiaro) decide però di far ritirare il disco. E così, nel 1988, ecco che esce finalmente “Lovesexy”, anticipato dall’eccezionale singolo Alphabet St.. Ci sono altre storie riguardanti dischi interi realizzati da Prince ma mai pubblicati (comprese le sue discusse collaborazioni con Miles Davis) e la cosa meriterebbe un discorso a sé. Per ora andiamo avanti, anche se Prince torna protagonista…

Fra il 1986 e il 1987, Michael Jackson è in studio per dare un seguito al fortunatissimo “Thriller”: una delle nuove canzoni, Bad, è pensata come un duetto con Prince. Il folletto di Minneapolis entra in studio ma poi sorgono differenze musicali con Jackson che lo inducono ad abbandonare la collaborazione, mentre Bad, come sappiamo, diventerà uno dei maggiori successi di Michael. Chissà in qualche archivio è conservato quell’originale duetto fra i due giganti della musica nera degli anni Ottanta. Ma c’è un’altra celebre collaborazione di Michael Jackson che finora ha svelato ben poco: quella con Freddie Mercury. I due incisero a Los Angeles almeno tre canzoni nel corso dell’83. Dei tre brani, State Of Shock è finito sull’album “Victory” (1984) dei Jacksons (con Mick Jagger che, di fatto, sostituisce Mercury), There Must Be More To Life Than This è stato incluso nel primo album solista di Freddie, “Mr. Bad Guy” (interamente cantato da Mercury, quando la prima versione del brano figurava il solo Michael alla voce con Freddie al piano), mentre il terzo, pare intitolato Victory, resta in qualche archivio privato (si può approfondire QUI l’argomento, ad ogni modo).

Tornando ad album interi registrati e poi accantonati, passiamo al 1989, quando gli Style Council incidono un disco di house music intitolato “Modernism: A New Decade”, una sorta di positivo benvenuto agli anni Novanta. La Polydor rigetta però l’album, con la band che di lì a poco si scioglie: Paul Weller diventerà un solista acclamato (specialmente nella nativa Gran Bretagna) mentre l’album figurerà come succoso inedito in un cofanetto dedicato agli Style Council, pubblicato dalla stessa Polydor nel 1998.

Tornando infine alle tragiche fatalità, la morte di Jimi Hendrix nel settembre 1970 minò definitivamente il sogno d’una collaborazione paventata da mesi, quella tra il celebre chitarrista mancino e l’altrettanto celebre trombettista Miles Davis (nome che abbiamo già citato). Pare che i due si inseguissero da mesi, abbagliati da una mutua ammirazione, eppure l’ego fece la sua parte: in un’occasione non si presentò Hendrix, in un’altra – quando Jimi era già arrivato in studio con la chitarra in mano – Davis non si fece vedere. Secondo quella gran bella biografia davisiana di Gianfranco Salvatore chiamata “Lo sciamano elettrico”, Jimi aveva già il biglietto aereo per New York nella stanza del suo albergo londinese, proprio per raggiungere Miles Davis e collaborare finalmente con lui. Come tutti sappiamo, tuttavia, la storia non è andata così. Chissà che ci siamo persi…

Ebbene, questi sono gli esempi di progetti discografici irrealizzati più noti che mi sono venuti in mente, ma sono certo che esistono parecchi altri esempi legati agli artisti più disparati. Questo è un argomento che mi ha sempre colpito per cui, chi volesse, può sempre aggiungere altre storie.

-Mat

Depeche Mode, “Violator”, 1990

Depeche Mode ViolatorL’album dei Depeche Mode che più amo, “Violator”, rappresenta per me il vertice creativo ed espressivo della band inglese, dopo una straordinaria (e unica, a ben vedere) ricerca elettrosonora durata per tutti gli anni Ottanta. Disco orecchiabile & oscuro in egual misura, intenso, coinvolgente, “Violator” vanta un’elettronica mai così calibrata nella discografia dei nostri, lasciando spazio a chitarre, percussioni e arrangiamenti orchestrali senza perciò alterare minimamente lo stile tipico dei Depeche Mode. Il risultato, di fatto, rappresenta tuttora il loro maggior successo commerciale nella categoria degli album.

Album che si apre sulle note ipnotiche del singolo World In My Eyes, quasi una breakdance psichedelica; col suo invito a intraprendere un viaggio con la mente, è proprio l’apertura adatta. Segue l’intensa The Sweetest Perfection, dove Martin L. Gore canta una delle migliori canzoni dei Depeche Mode: l’approccio complessivo del brano è piuttosto rock, immerso però in un’atmosfera alquanto sofferta e solenne.

A seguire troviamo la famosa Personal Jesus, primo estratto dall’album, uscito già nell’agosto 1989; canzone ripetitiva e martellante ma assolutamente irresistibile, grazie anche all’utilizzo ritmico della chitarra, Personal Jesus resta tuttora un grande cavallo di battaglia negli spettacoli dal vivo dei Depeche Mode. Quindi è la volta di Halo, brano drammatico e coinvolgente che fonde elementi techno con influenze rock; la voce di Dave Gahan è poi da brividi. Seppure mai pubblicata come singolo, Halo venne tradotta in immagini da Anton Corbijn in un bel videoclip dai richiami felliniani.

La lenta Waiting For The Night, in pratica un duetto fra Dave e Martin, è una delle canzoni d’atmosfera più memorabili dei nostri: sono sei minuti che ci trasportano in una dimensione onirica e crepuscolare (mai titolo suona più adatto). Segue la strafamosa Enjoy The Silence, probabilmente il brano più rappresentativo e conosciuto dei Depeche Mode: un ritmo dance, una chitarra in bell’evidenza con tanto di dita che slittano sulle corde (un effetto che alcuni considerano un errore di esecuzione ma che a me piace troppo), un ritornello orecchiabilissimo, un’elettronica misurata e coinvolgente. Pubblicata come singolo nel febbraio 1990, Enjoy The Silence è stata rilanciata nel 2004 dall’efficace remix di Mike Shinoda dei Linkin Park, nella versione Reinterpreted.

Al termine di Enjoy The Silence siamo alle prese con un breve interludio chitarristico chiamato Crucified (la voce distorta che si sente è quella di Andy Fletcher), dopodiché irrompe Policy Of Truth, un brano più vicino agli stilemi del pop-rock; forte d’un testo piuttosto impegnato, con rimandi politici e sociali, Policy Of Truth è un’altra canzone memorabile, edita anch’essa su singolo.

Con Blue Dress ritroviamo Martin al canto, protagonista d’una pulsante e soffusa ballata elettronica, al termine della quale ci imbattiamo in un secondo interludio, quasi un frammento d’opera lirica, con la voce di Gore sovraincisa più volte; questo di Blue Dress è un capitolo molto emozionante, semplicemente fra i migliori registrati dai Depeche Mode. Il tutto sfuma infine nella minacciosa introduzione di Clean: è la canzone più dark del disco, forte anche d’una maiuscola prestazione vocale di Dave Gahan che fa di questo brano una maestosa conclusione per quello che è indiscutibilmente uno degli album più rappresentativi degli anni Novanta.

In “Violator” si possono quindi ascoltare alcune delle più belle canzoni mai scritte da Martin Gore e alcuni fra gli arrangiamenti più suggestivi curati da Alan Wilder, l’architetto sonoro della band negli anni 1983-1994. Un disco imperdibile per poter apprezzare pienamente la musica dei Depeche Mode.

-Mat

The Police, “Synchronicity”, 1983

The Police SynchronicityParliamoci chiaro: un disco bello dall’inizio alla fine, con canzoni tutte memorabili, i Police non lo hanno mai fatto. Dal primo “Outlandos D’Amour” fino all’ultimo “Synchronicity”, infatti, non mancano degli evidenti riempitivi, canzonette messe lì per far numero, forse incise più per scherzo che per altro, nate da improvvisazioni in studio mentre si era alle prese con le varie Roxanne, Walking On The Moon, Message In A Bottle, Don’t Stand So Close To Me, Invisible Sun e Every Breath You Take. Eppure ogni disco dei Police s’è rivelato un fenomenale successo, eppure in ogni disco dei Police si può trovare un pezzo del meglio che il rock inglese abbia mai prodotto, eppure dei Police non ci siamo ancora stancati, eppure i Police sono da sempre uno dei miei gruppi preferiti.

Volendo inserire in questo modesto blog alcune delle cose migliori (si fa per dire) che ho scritto in passato, ecco la mia recensione del 23 gennaio 2008 – opportunamente rivista – sull’ultimo album dei nostri. Non necessariamente il migliore, “Synchronicity” resta il disco poliziesco che ascolto più spesso, forse perché suona più come un album del mio amato Sting, eseguito con gli impareggiabili Stewart Copeland e Andy Summers come comprimari di lusso.

Inciso fra il 1982 e l’83 col produttore Hugh Padgham (all’epoca anche assiduo collaboratore dei Genesis), “Synchronicity” segnò la consacrazione definitiva dei Police, grazie al simultaneo 1° posto in classifica nei due mercati discografici più importanti, quelli statunitense e britannico. Probabilmente perché “Synchronicity” contiene la canzone più famosa dei Police, l’ormai classicissima Every Breath You Take, anch’essa al 1° posto d’un sacco di classifiche mondiali, nel corso di quel glorioso 1983, ma offre pure due gemme preziosissime quali King Of Pain e Wrapped Around Your Finger.

L’album, del resto, inizia già col botto: Synchronicity I, serrata canzone che resta fra le mie preferite del catalogo poliziesco, vede Sting & compagni recuperare la velocità punk degli esordi, irrobustendo il tutto con un serrato arrangiamento pop-rock e impreziosendo il testo con citazioni tratte dalle teorie di Carl Gustav Jung sulla sincronicità (tema psicosociale assai interessante che influenza il titolo stesso del disco e i temi di altre canzoni in esso contenute). Apprezzo tantissimo, in Synchronicity I, gli incroci fra la voce solista di Sting e i suoi stessi cori, per non dire dello sfavillante lavoro batteristico di Copeland.

Suggestiva e alquanto inusuale nel repertorio dei Police, la tribale Walking In Your Footsteps è tutta giocata sulle percussioni in una sorta di bossa nova rock, dove Sting grida un monito sul pericolo nucleare confrontando il cammino dell’uomo al destino dei dinosauri. Nell’album “The Police Live!” (1995) si ascolta una Walking In Your Footsteps con un testo piuttosto ampliato; non so se esiste un’analoga versione da studio, che magari è stata poi editata nella versione che conosciamo per ragioni di spazio.

O My God è un pezzo che mi piace molto ma la storia dei Police rivela che forse si tratta d’un riempitivo: ripescata dal materiale (allora inedito) inciso nel 1977 quando la band confluì nel progetto degli Strontium 90, questa versione ci regala grandi linee di basso & grande prova canora di Sting, il quale si diletta anche col sax nello spettacolare finale, dove la batteria di Stewart è irresistibilmente dinamica.

Unico contributo autoriale del chitarrista Andy Summers al disco, Mother è il pezzo più delirante mai inciso dai Police. Di certo suona come una brutta canzone, uno stridio imbarazzante nell’audio levigato di “Synchronicity”, e forse non è un caso che a cantarla non sia Sting ma lo stesso Andy. Successivi ascolti da veri appassionati, tuttavia, dovrebbero farci accettare Mother per quella che è, una canzone sarcastica sulle cattive relazioni sentimentali che sfociano nel morboso. Disturbante sì, ma almeno divertente!

Segue il solo contributo autoriale del grandioso Stewart Copeland, che con la sua Miss Gradenko ci regala un’innocua canzoncina vagamente spruzzata da influenze caraibiche, annoverabile tra quei riempitivi che inevitabilmente abitano in ogni album poliziesco. Il resto dell’album viene tutto dalla penna di Sting, subito alle prese con Synchronicity II, uno dei brani più magnificamente rock dei Police, dai tratti quasi heavy. Solidissima l’amalgama batteria-basso-chitarra, in un brano tirato dove Sting ci offre un’infuocata prestazione vocale a proposito d’un inquietante sincronismo fra l’esplosione della rabbia repressa d’un impiegato e l’emergere del mostro di Loch Ness dagli abissi del suo torbido lago. Uno spettacolo, non c’è che dire.

E finalmente arriva Every Breath You Take, inconfondibile ed emozionante fin dai primi secondi; scritta da Sting mentre rifletteva sulla separazione dalla prima moglie, l’attrice Frances Tomelty, questa appassionata canzone è una delle più belle di tutti i tempi, un autentico classico della musica. Le fa seguito King Of Pain, una delle canzoni che più amo, altro grande classico dei Police: liriche sofferte cantate con grande intensità, bei cori, arrangiamento raffinato, ritornello cantabilissimo, bridge (a 2′ e 43” dall’inizio) di grande impatto, bell’assolo di chitarra (forse troppo breve). Cos’altro dire d’un tale capolavoro?

Proseguendo in un orgasmo sonoro per le orecchie, ecco la superba Wrapped Around Your Finger… indovinate un po’? Una delle canzoni che più amo! Base malinconicamente saltellante, come un estremo saluto a quel reggae bianco che la band proponeva nei primi album, e uno dei migliori testi di Sting, dove canta la rivalsa d’un uomo un tempo succube che finalmente prende coscienza di sé: e così l’iniziale “I’ll be wrapped around YOUR finger” diventa “YOU’ll be wrapped around MY finger” nell’emozionante ritornello conclusivo.

Ed eccoci giunti all’ultimo brano in programma, l’atmosferico Tea In The Sahara, sorta di reggae pensoso e desolato, dove Sting – traendo ispirazione dal libro “The Sheltering Sky” di Paul Bowles – canta di promesse disattese attraverso il suo registro vocale più basso.

Menzione a parte per due B-side che avrebbero dovuto meritare spazio sul disco (al posto di Miss Gradenko e Mother, ad esempio): Murder By Numbers, una canzone rock-fusion firmata Sting/Summers, in seguito inserita come bonus nell’edizione in ciddì di “Synchronicity”, e quindi Someone To Talk To, caratteristico ibrido reggae-rock di marca poliziesca, cantato però dal suo autore, Andy Summers.

-Mat

Miroslav Vitous, “Emergence”, 1986

Miroslav Vitous EmergenceTra tutti i dischi presenti nella mia collezione – e ne sono un bel po’, non sono mai riuscito a contarli tutti, rientrano comunque nell’ordine delle migliaia – uno dei più atipici è senza dubbio “Emergence” di Miroslav Vitous. Principalmente ricordato per essere stato il primo bassista dei Weather Report, il buon Vitous è qui alle prese con un imponente lavoro da solista nel suo senso più letterale: “Emergence” è infatti un album per solo contrabbasso, suonato per l’appunto dal solo Miroslav, avvalendosi tanto delle dita quanto dell’archetto, per cui le corde dello strumento sono ora pizzicate e ora sfregate nel corso dei circa quarantacinque minuti di durata del disco.

Registrato senza sovraincisioni nel settembre 1985 e prodotto da Manfred Eicher per conto della sua celeberrima etichetta, la ECM, “Emergence” è un lavoro ispirato, singolare e di grande suggestione. Nelle note di copertina, lo stesso Miroslav Vitous ringrazia “tutti i grandi musicisti con cui ho suonato, da cui ho imparato e dai quali sono stato ispirato” e ci spiega che il disco in questione rappresenta per lui il “culmine di una vita di esplorazioni tratte dal jazz, dalla classica, dal folk e da personali mondi di musica. Credo che sia musica senza confini”.

Insomma, per il suo autore, “Emergence” rappresenta il punto d’arrivo e la sintesi definitiva di oltre quindici anni di carriera come musicista professionista, e lo fa dando mostra della sua bravura, tanto espressiva quanto tecnica, con lo strumento che lo ha posto di diritto tra i grandi contrabbassisti contemporanei.

Un punto d’arrivo s’è detto, tanto che “Emergence” inizia con un brano chiamato Epilogue, piuttosto raccolto, che poi confluisce nello svolazzante Transformation; si parte da un epilogo, quindi, per poi subire una trasformazione che conduce all’Atlantis Suite, una composizione multiforme in quattro parti. Seguono così il fluire liquido di Wheel Of Fortune, l’esplicito omaggio all’opera “Porgy And Bess” di Regards To Gershwin’s Honeyman, la spigolosa cover di Alice In Wonderland, la contemplativa Morning Lake For Ever e la conclusiva Variations On Spanish Themes, ovvero una personale rivisitazione del “Concierto De Aranjuez” di Joaquin Rodrigo così come ce lo hanno raccontato Miles Davis e Gil Evans in quel monumento che è l’album “Sketches Of Spain”.

Molto tecnico eppure alla portata d’ogni orecchio, appassionato e meditativo a un tempo, solenne ma intimo, “Emergence” di Miroslav Vitous resta un ascolto sempre interessante, perfetto per concedersi una pausa di riflessione nelle prime ore della sera. A me, se non altro, piace sentirlo in quei momenti, quando il sole è già un ricordo all’orizzonte.

-Mat

The Beatles, “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, 1967

Beatles Sgt PepperIl 1° giugno 2007, in occasione dei 40 anni di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles, pubblicai un apposito post sulla prima versione online di Immagine Pubblica. Trovandomi ora in una fase di ripubblicazione e/o riedizione del mio vecchio materiale, non potevo non postare qualcosa su quello che resta il mio gruppo preferito, i Beatles per l’appunto, partendo proprio dall’album che molti considerano il loro capolavoro. Che questo giudizio sia vero o meno (personalmente preferisco “Abbey Road”, ma “Revolver” e “White Album” non sono da meno), “Sgt. Pepper” è uno di quei dischi fondamentali nella storia della musica, un album che all’epoca riscrisse la genetica del rock e oltrepassò gli usuali confini del pop per raggiungere dimensioni sonore tuttora molto affascinanti.

La nostra storia inizia giovedì 24 novembre ’66: liberi una volta per sempre dalle estenuanti tournée mondiali, i Beatles si ritrovano nello Studio 2 di Abbey Road per cominciare le registrazioni di una nuova, bellissima canzone di John Lennon, Strawberry Fields Forever. Come tutti sanno, tuttavia, Strawberry Fields Forever e la sua magnifica controparte, Penny Lane, saranno pubblicati su singolo e pertanto esclusi dalla scaletta di “Sgt Pepper”. Quel giovedì di novembre nessuno però poteva ancora sapere della destinazione discografica di Strawberry Fields Forever, per cui il lavoro su di essa continuò fino a mercoledì 21 dicembre. Nel frattempo, i Beatles introdussero nuove canzoni in studio: l’8 dicembre fu la volta della maccartiana When I’m 64 (brano in realtà risalente al periodo amburghese della band), mentre il 29 fu la volta della già citata Penny Lane, sempre di Paul McCartney.

Con l’avvento del nuovo anno, si misero su nastro altre canzoni: A Day In The Life (19 gennaio), Good Morning Good Morning (8 febbraio), Fixing A Hole (9 febbraio), Only A Northern Song (13 febbraio), Being For The Benefit Of Mr. Kite! (17 febbraio), Lovely Rita (23 febbraio), Lucy In The Sky With Diamonds (28 febbraio), Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (3 marzo), Getting Better (9 marzo), Within You Without You (15 marzo), She’s Leaving Home (17 marzo), With A Little Help From My Friends (29 marzo) e Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band Reprise (1 aprile). Infine, il 21 aprile, fu la volta della scherzosa coda dell’album, un loop che nel vinile originale durava virtualmente all’infinito.
Ma ora, tralasciando le splendide Strawberry Fields Forever e Penny Lane – abbinate in uno straordinario singolo edito in Inghilterra il 17 febbraio 1967 – e Only A Northern Song di George Harrison, esclusa dall’album in favore di Within You Without You, andiamo a vedere da vicino i tredici brani che costituiscono “Sgt. Pepper”.

Si comincia proprio con Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, rock teatrale che funge da introduzione a tutto il lavoro: benché l’album non sia propriamente un concept, quasi tutte le canzoni sono collegate fra loro, e questo primo brano resta una magnifica apertura. Segue una delle canzoni che più amo, With A Little Help From My Friends, ottimamente cantata da Ringo Starr: lo strumento portante è il pianoforte in stile barrel-house (un tipico McCartney di quel periodo, lo ritroviamo anche in Penny Lane, Getting Better e Your Mother Should Known) ma il pezzo forte del brano sono gli scambi vocali fra la voce solista ed i cori di John e Paul.

E’ quindi la volta della psichedelica Lucy In The Sky With Diamonds, una delle canzoni più popolari dei Beatles, sebbene mai edita su singolo: la voce di John – trattata con effetti d’eco –  c’introduce in una dimensione onirica nella sequenza delle strofe, risvegliandoci al momento del ritornello, quando subentra un allegro rock in quattro quarti. Segue Getting Better, un altro dei miei pezzi preferiti in questo album: cantata da Paul con un bel controcanto sarcastico da parte di John, la canzone è una delizia pop per palati fini. Molto bella anche la successiva Fixing A Hole, alquanto riflessiva nella parte relativa alle strofe, più vivace (ed anche un po’ aggressiva) nel ritornello, forte di una bella prova vocale di Paul.

Con la dolce She’s Leaving Home siamo invece alle prese con una delle canzoni più suggestive dei Beatles: su una base classica di violini, viole, violoncelli, arpa e contrabbasso, Paul canta con grande sentimento della fuga di casa di una ragazzina, mentre il bellissimo controcanto di John interpreta lo smarrimento dei genitori, citando esclamazioni che sentiva dire dalla celeberrima zia Mimi. She’s Leaving Home non è un brano di musica classica, ma non è nemmeno una canzone pop e tantomeno un pezzo rock… è un brano che solo una band come i Beatles poteva concepire all’epoca.

Segue la fantasiosa Being For The Benefit Of Mr. Kite!, un brano di John Lennon: prendendo spunto da un manifesto ottocentesco che invitava ad assistere ad uno spettacolo circense, i Beatles realizzano una variopinta colonna sonora di quel lontano evento, grazie anche all’inventiva e alle eccezionali doti del produttore George Martin e del tecnico Geoff Emerick.

Con Within You Without You siamo bruscamente allontanati dalle atmosfere così tipicamente inglesi delle canzoni che abbiamo sentito finora: questo brano, ad opera di George Harrison, è il secondo omaggio che il chitarrista rende all’India dopo Love You To (dall’album “Revolver”). In effetti i due brani sono simili e sono suonati da musicisti indiani assoldati per l’occasione (di fatto, George è il solo Beatle a partecipare al brano). La prima volta che ascoltai Within You Without You la trovai stridente fra le altre canzoni di “Sgt. Pepper” ma col tempo ho imparato ad amarla & apprezzarla per quella che è, una straordinaria prova sonora che anticipa di oltre dieci anni l’avvento della world music.

La lieta When I’m 64, un pop vagamente jazzato grazie agli ottoni e alle spazzole di Ringo, è invece caratterizzata da una voce leggermente accelerata da parte di Paul. Sempre McCartney è il protagonista del brano successivo, la lieve ma coinvolgente Lovely Rita, scherzosamente dedicata ad una vigilessa e forte d’una serie di bei cori da parte di John e George.

Good Morning Good Morning è un’altra fantasiosa canzone di Lennon: ispirata alla pubblicità dei cereali da colazione, è un vivace e scanzonato rock caratterizzato da fiati briosi e una martellante batteria di Ringo. Segue la trascinante ripresa di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, a mio avviso una delle prove rock migliori dei Beatles, cantata da tutti e quattro i componenti del gruppo. Quando il brano entra in dissolvenza, ecco apparire i caldi accordi della chitarra acustica che ci introducono la superlativa A Day In The Life.

Considerata da molti come la canzone migliore dei Beatles, A Day In The Life marca senza dubbio l’apice artistico / creativo / espressivo di “Sgt. Pepper”: una bellissima ballata di John (emozionante l’effetto stereofonico che lascia fluire la sua voce impassibile dal canale destro a quello sinistro, e viceversa nella parte finale) che contiene al suo interno un frizzante interludio di Paul; il tutto sostenuto dall’eccellente lavoro batteristico di Ringo e sovrapposto con due crescendi orchestrali davvero mozzafiato. Senza contare quell’accordo di piano finale… che brividi!

E con A Day In The Life siamo giunti alla fine di “Sgt. Pepper”. Eppure è impossibile non dire qualcosa sulla splendida copertina dell’album, fra le più belle, ammirate, studiate ed imitate della storia discografica: i Beatles vestiti con sgargianti divise colorate e circondati da foto a grandezza naturale dei personaggi che hanno avuto influenza sulla loro storia personale ed artistica. Fra di essi, mi fa piacere notarlo, c’è Stu Sutcliffe, sfortunato compagno di John, Paul e George agli albori del mito Beatles. La copertina di “Sgt. Pepper”, infine, è stata oggetto di una miriade di speculazioni circa la presunta morte di Paul McCartney alla fine del 1966: i Beatles e tutti gli altri personaggi starebbero quindi attorno a una tomba. Ma di questo, e della curiosa vicenda che prende il nome di “Paul Is Dead”, avremo modo di parlare dettagliatamente in un prossimo post.

-Mat

The Clash, “London Calling”, 1979

The Clash London CallingIn blog precedenti avevo già recensito tutti gli album dei Clash ma, bisognoso di nuovi argomenti per ampliare questa riedizione di Immagine Pubblica, mi sono messo a riscrivere un vecchio post (originariamente datato 23 marzo 2009) su quello che viene comunemente inteso come il manifesto artistico della band inglese, ovvero “London Calling”, il suo terzo terzo album, che ha una genesi peculiare che merita d’essere raccontata.

Londra, aprile ’79, i nostri trovano un nuovo quartier generale, un’autorimessa della quale affittano il piano superiore per farne una sala prove ma anche un ritrovo; il locale viene denominato Vanilla per via del colore delle pareti. La nuova atmosfera si rivela salutare per i Clash: liberi da un manager/mentore tanto geniale quanto ingombrante, Bernie Rhodes, licenziato poco prima, i quattro – Joe Strummer, Mick Jones, Paul Simonon e Topper Headon – hanno l’opportunità d’affiatarsi sempre più, non solo come musicisti ma soprattutto come amici. Al Vanilla prendono così a sperimentare generi diversi dal punk, quali funk, reggae, soul, disco e jazz, tanto che tra maggio e giugno i Clash si ritrovano con un bel quantitativo di nuove composizioni (parte di questo materiale, le cosiddette “Vanilla Tapes”, verrà incluso nella riedizione deluxe di “London Calling” del 2004). Dopodiché, una volta rinnovato il contratto con la CBS, i Clash chiamano il produttore Guy Stevens, un loro idolo, già produttore ma anche mentore della band preferita di Mick, i Mott The Hoople.

Stevens aveva già prodotto i nostri, nel novembre ’76, quando, dopo un interessamento da parte della Polydor, il gruppo aveva effettuato con lui il suo primo demo professionale. Allora le cose non andarono come i Clash avevano sperato ma, a distanza di quasi tre anni, erano fermamenti convinti che Guy fosse l’unico in grado di produrre il loro nuovo disco. Le sessioni si svolsero così ai Wessex Studios, con Stevens e il tecnico Bill Price alla consolle: tutto l’entourage dei Clash ricorda il comportamento folle di Stevens, il quale, alcolizzato cronico, incitava la band in studio con urla, salti e distruzione del mobilio. L’atmosfera in studio era quindi sempre carica, rovente, e il nuovo materiale dei Clash riuscì a giovarne, a dispetto di quel che si potrebbe pensare vedendo le immagini amatoriali di Stevens che fa il pazzo in studio, contenute nel dvd della riedizione deluxe di “London Calling” (sono riprese molto divertenti ma anche un tantino inquietanti)! Le sessioni, durate fino alla fine d’agosto, hanno prodotto quello che secondo molti critici e molti fan è l’album migliore per Strummer & compagni.

Un album che parte col botto, l’omonima London Calling, che non è solo la canzone più rappresentativa dei nostri ma è oggi considerata un autentico classico del rock. E’ un brano potente & visionario, dove tutta la strumentazione e le parti vocali sono esaltate, e lo si capisce già dagli iniziali, incalzanti secondi. London Calling è una delle prove più belle dei Clash, qui al meglio di quello stile epico applicato al punk rock nel quale sono maestri.

Brand New Cadillac è invece l’irresistibile cover d’un rock ‘n’ roll di Vince Taylor & His Playboys, datato 1959: il pezzo, tirato e coinvolgente, serviva ai Clash per riscaldarsi prima di passare alle canzoni di propria composizione ma Stevens lo registrò comunque e convinse la band ad includerlo nell’album. Jimmy Jazz inizia con una sonnacchiosa chitarra unita al fischiettare d’un amico dei Clash, dopodiché la musica diventa saltellante e gioviale, quanto di più distante i nostri avessero mai inciso fino ad allora. I ritmi tornano a farsi comunque più serrati con la trascinante Hateful, dove la voce roca di Joe è magnificamente supportata da quella più sbarazzina di Mick.

Voce di Mick che torna protagonista in Rudie Can’t Fail, convincente ibrido tra sonorità punk e latinoamericane, dove gli interventi ai fiati degli Irish Horns – che partecipano ad altri momenti del disco – sono particolarmente efficaci. Spanish Bombs sembra invece un classico brano da autoradio: melodioso, caldo, dal ritmo sostenuto, col testo – cantato quasi all’unisono da Joe & Mick – a richiamare numerose immagini di quegli anni di piombo.

La saltellante The Right Profile è un’altra grandiosa commistione di stili: rock ‘n’ roll, punk, ritmi latini e un pizzico d’immaginario hollywoodiano; Strummer ne scrisse infatti il testo dopo aver letto una biografia del tormentato attore Montgomery Clift. E se Lost In The Supermarket – brano pulsante ma disteso, con Mick alla voce solista – è una delle canzoni migliori di “London Calling”, la successiva Clampdown è una delle più incalzanti, grazie all’inesorabile batteria di Topper che resta in primo piano per tutto il tempo. Poi è la volta di The Guns Of Brixton, la prima composizione firmata (e cantata) da Paul Simonon, dove il ritmo è decisamente reggae, con una linea di basso irresistibile & una voce impassibile a narrare gangster stories.

Stagger Lee/Wrong ‘Em Boyo è un altro esempio di fusione tra generi nella quale i Clash si dimostravano sempre più a loro agio: un medley fra un traditional e una cover dei Rulers che ci porta ad anni luce dal punk, dato che sembra piuttosto d’ascoltare un appassionato gruppo rock che esegue dei ritmi da swing band anni Cinquanta. Death Or Glory e Four Horsemen mi sembrano gli unici momenti deboli di “London Calling”: sono canzoni delle quali avrei anche fatto a meno, sebbene non siano cattive e suonino inconfondibilmente Clash nell’approccio e nello stile. Ben più interessante mi sembra The Card Cheat, cantata da Mick, dove tutta la strumentazione – col piano come strumento portante – è raddoppiata e fornita d’eco. E’ un’ulteriore testimonianza della versatilità raggiunta dal gruppo in studio, anticipatrice di alcuni episodi di “Sandinista!” (1980), così come il breve ma divertente rock di Koka Kola, cantato da Joe.

E se in Lover’s Rock i nostri si divertono a confondere stili e sonorità, con Joe e Mick a cantare all’unisono, I’m Not Down è semplicemente un’altra bella canzone cantata da Mick, piacevolmente energica. Memorabile resta anche la cover di Revolution Rock di Danny Ray, dove i Clash non solo si cimentano alla grande con sonorità dub-ska (anch’esse riprese con grande efficacia in “Sandinista!”) ma si dilettano pure a riproporre la sezione fiati di Sea Cruise, un pezzo di Frankie Ford.

A chiudere questo disco superlativo che è “London Calling” ci pensa una coinvolgente canzone cantata da Mick che doveva essere abbinata come flexi-disc al magazine NME; la cosa non si concretizzò e la melodica Train In Vain trovò posto in fondo all’album, nemmeno nominata nelle prime stampe del disco.

Due righe merita anche la copertina, giudicata una delle più evocative della discografia mondiale. Scattata da Pennie Smith, la foto ritrae Simonon che spacca il suo basso durante un concerto americano, mentre la grafica riprende quella del primo album di Elvis Presley.

-Mat

Eagles, “Long Road Out Of Eden”, 2007

Eagles - Long Road Out Of EdenIl gennaio 2016 è stato fatale per diversi grandi nomi della musica. Non mi ero ancora capacitato della morte di David Bowie che già leggevo di un’altra illustre scomparsa dal firmamento del rock mondiale: Glenn Frey, autore, voce, chitarra e fondatore degli Eagles. Sono sempre stato un grande appassionato della famosa band californiana, e in Glenn – che avevo avuto modo di apprezzare anche come solista – trovavo il mio componente preferito. Un mio pur piccolo tributo mi sembra doveroso: si tratta della rivisitazione della recensione che scrissi nel 2008 a proposito di “Long Road Out Of Eden”, l’ultimo album degli Eagles, dell’ormai lontano 2007, quando non soltanto Glenn Frey era vivo e vegeto ma quando il gruppo stesso era tornato a nuova vita, pubblicando il suo primo album dai tempi di “The Long Run” del 1979.

Ora che Glenn non c’è più, “Long Road Out Of Eden” diventa il testamento artistico degli Eagles, l’epitaffio d’una carriera stratosferica, ricchissima di successi e sorretta da una popolarità che non è mai scemata, e questo nonostante 28 anni di separazione tra l’ultimo e il penultimo album… un’eternità nel curriculum di qualunque rockstar. Dopo una tale attesa è difficile aspettarsi un altro capolavoro, c’è quasi da pensare che ormai si tratti di un’altra band.

Eppure non sono stati anni silenziosi: negli Ottanta, gli Eagles hanno spesso collaborato l’uno al progetto solista dell’altro, così da non tagliare mai del tutto i ponti; e poi c’era stato un primo ritorno, nel 1994, con l’album live “Hell Freezes Over”, impreziosito da quattro nuove canzoni da studio. Nel 2000 i nostri salutarono il nuovo millennio sul palco davanti al loro pubblico, mentre tre anni dopo aggiunsero la nuova Hole In The World in un’antologia di successi. Le stesse Fast Company, No More Cloudy Days e Do Something, tre delle venti canzoni contenute in “Long Road Out Of Eden”, sono state rese note al grande pubblico con qualche anno d’anticipo rispetto all’album.

Insomma, “Long Road Out Of Eden” non è venuto dal nulla ma ha richiesto anni di affinamento e ripensamenti. Lo stile musicale dell’album – edito sia come doppio ciddì che doppio vinile – è infatti quanto di più rassicurante un fan potesse desiderare: un perfetto mix fra sonorità retro e contemporanee, con più d’un occhiolino al glorioso passato della band. A proposito, la formazione è così composta: Glenn Frey – chitarra, tastiera, basso & voce – Don Henley – batteria, percussioni, chitarra & voce – Timothy B. Schmit – basso & voce – e Joe Walsh – chitarra, tastiera & voce. Manca quindi il chitarrista Don Felder, già da tempo fuori dalla formazione ufficiale degli Eagles, nonostante avesse partecipato al progetto “Hell Freezes Over”.

C’è da dire che alcuni brani suonano come delle prove soliste alle quali hanno collaborato gli altri in veste di musicisti e coristi: in questo senso credo che Frey l’abbia fatta da padrone, mentre più stretta mi pare l’intesa fra Henley e Schmit. Meno prominente, invece, il contributo di Walsh, tuttavia protagonista di alcuni momenti assai interessanti. Nel complesso possiamo però affermare che in “Long Road Out Of Eden” gli Eagles, intesi come una band, ci sono e si sentono eccome.

Si parte con No More Walks In The Wood, sorta d’inno ambientalista acappella: è una canzone minimale, pacata, della durata di appena due minuti, scritta da Don Henley e Steuart Smith (uno dei principali collaboratori al disco) ma basata su una poesia di John Hollander. Segue quindi la cover di How Long (che i nostri già eseguivano dal vivo nei primi anni Settanta), scelta come singolo apripista; scritta e pubblicata nel 1972 da J.D. Souther, storico (co)autore degli Eagles, How Long suona pur tuttavia irresistibilmente eaglesiana e figura i due leader, Glenn e Don, a dividersi il canto solista.

Prima composizione Henley/Frey a figurare nell’album, Busy Being Fabulous è un rilassato e orecchiabile country-rock dove Don canta della superficialità che può subentrare in una relazione. Lo stesso binomio del brano precedente è autore di What Do I Do With My Heart, tenera e romantica ballata, stavolta con Glenn alla voce solista; veramente da applausi il bridge seguìto da uno scambio vocale fra le voci di Frey, Henley – che si riserva anche alcune linee soliste – e Schmit per il ritornello finale.

Caratterizzata da batteria secca e pianoforte in stile western, Guilty Of The Crime è una baldanzosa cover d’un brano dei Bellamy Brothers; stavolta abbiamo Joe Walsh al microfono principale, con la sua chitarra solista più tipica che finalmente si ritaglia uno spazio maggiore di quanto le era stato concesso finora nell’album.

Splendida canzone, I Don’t Want To Hear Any More è una rivisitazione dell’ancora più splendida I Can’t Tell You Why del ’79, entrambe affidate alla delicata voce di Timothy B. Schmit. La canzone che più amo è però Waiting In The Weeds, una gemma prossima agli otto minuti di durata; cantata da Henley con commovente passione, alterna momenti più malinconici (nella parte delle strofe) a ottima musica da viaggio (nel ritornello, cantato all’unisono con Timothy). Bello il bridge, bella la lunga coda finale, belle le parti di banjo eseguite da Steuart, insomma una gran bella canzone!

Suadente e rilassata cavalcata country, No More Cloudy Days è scritta e cantata da Glenn: come in ogni grande pezzo degli Eagles, qui i cori sono bellissimi (con Henley e Schmit in primo piano), anche se il caldo assolo di sax in chiusura è più tipico dello stile solista freyano. Fast Company è invece un funky rock che sembra una sorta di distesa Life In The Fast Lane, altro hit storico dei nostri; la sua peculiarità è tuttavia il canto in falsetto di Henley, che non si ascoltava in modo così prominente da One Of These Nights del ’75. La morbida voce di Schmit torna invece in primo piano nella successiva Do Something, anche se la raschiata voce di Henley – oltre a farsi sentire forte e chiara nei cori – si ritaglia qualche verso in solitaria sul finale di questa commovente ballata.

Al delicato country di You Are Not Alone, scritto e cantato da Frey, spetta il compito di chiudere il primo cd su toni di speranza e dolcezza. Tutt’altra atmosfera troveremo nel secondo cd. Long Road Out Of Eden è infatti un dolente e amaro brano di progressive-rock della durata superiore ai dieci minuti, dove finalmente troviamo in grande spolvero la chitarra solista di Walsh; bello e coinvolgente il suo assolo, a cinque minuti buoni dall’inizio. Cantato da Henley (che è l’autore del brano assieme a Frey e Schmit), il testo è una critica esplicita all’America di oggi, di certo fra le cose più coraggiose ed epiche mai proposte dagli Eagles.

Quasi a voler schiarire la plumbea atmosfera del pezzo precedente, ecco I Dreamed There Was No War, un placido seppur breve strumentale composto da Frey, dove la chitarra solista viene sorretta da efficaci arrangiamenti per sintetizzatore e orchestra. Ancora Glenn è protagonista con Somebody, tirato brano rock da autoradio (scritto con uno degli autori di fiducia di Frey, Jack Tempchin), forte di scintillanti parti di chitarra. Il canto di Frey, piuttosto teso, è alle prese con un testo alquanto gotico… apparentemente c’entra poco con la produzione eaglesiana ma, a ben vedere, anche il testo di quel classicone di Hotel California ha un che di gotico e maledetto, per cui i conti tornano.

E se con Frail Grasp On The Big Picture torna protagonista la voce raschiata di Don, per un robusto brano funk-rock dai toni accusatori verso l’America della guerra e del petrolio, nella successiva Last Good Time In Town si risente il canto solista di Walsh. Qui l’arrangiamento latineggiante attenua un po’ il tono ombroso di questo lungo brano di rock californiano; se il testo (scritto proprio da Joe, con J.D. Souther) parla d’un volontario esilio, la musica è molto coinvolgente: oltre ai noti percussionisti Lenny Castro e Luis Conti, fa affidamento sulla secca batteria, la semplice ma pronunciata linea di basso, le coloriture di tastiere e fiati, ma soprattutto la chitarra alquanto blues di Joe.

I Love To Watch A Woman Dance è una cullante melodia cantata da Frey e affidata ad alcuni tipici strumenti western quali fisarmonica e banjo; sembra di sentire gli Eagles suonare davanti ad un falò nel cuore d’un villaggio di pionieri, mentre una qualche sensuale danzatrice ammalia gli occhi. E se con Business As Usual, brano viscerale introdotto da un’ariosa sequenza di accordi chitarristici scanditi da una secca batteria, la voce di Don è ancora critica verso la società, con Center Of The Universe quella stessa voce è invece alle prese con una disincantata canzone d’amore. Il tono complessivo di questo brano, perlopiù acustico, sembra molto triste ma l’esecuzione e l’intreccio delle voci durante i ritornelli lo trasformano in un’altra gemma all’interno di un album – ormai s’è capito – davvero imperdibile.

Placidamente cantata da Glenn Frey e scritta col fido Jack Tempchin, la messicaneggiante It’s Your World Now suona ad un primo ascolto piuttosto atipica per lo stile degli Eagles. Eppure, con la sua musica consolatoria e il suo testo di commiato, è perfetta per salutare i titoli di coda di questo film ideale che è “Long Road Out Of Eden”, album da studio finale per il celebre gruppo country-rock, qui alle prese con uno dei suoi progetti più riusciti. Addio Glenn, it’s our world now.

-Mat

Pink Floyd, “The Endless River”, 2014

Pink Floyd The Endless RiverOltre al recente “Blackstar” di David Bowie, c’è stata un’altra importante uscita discografica, del novembre 2014, che mi ha fatto rimpiangere di non avere più un blog: “The Endless River”, l’album pubblicato dai Pink Floyd a venti anni dal precedente “The Division Bell”. Mi sarebbe piaciuto farne una recensione a caldo, all’indomani del primo ascolto, tanto che meditai di aprire un nuovo blog e di chiamarlo The Endless Fever. Una febbre infinita la mia per i Pink Floyd, oltre che per la musica in generale, e forse per la stessa voglia di starne a raccontare le impressioni su un sito personale. La pigrizia però ha avuto la meglio. Ancora una volta.

Ad ogni modo, in quel novembre del 2014 ero molto emozionato all’idea di poter assistere all’uscita d’un nuovo disco dei Floyd – del resto m’era capitato un’altra volta soltanto nella vita, quando uscì “The Division Bell” (1994), mentre per quanto riguarda il precedente “A Momentary Lapse Of Reason” (1987) ero troppo piccolo per ricordarmene. Però pensai anche che i Pink Floyd – o i due soli superstiti della band, ovvero David Gilmour e Nick Mason – avessero fatto un po’ i furbi. Mi spiego meglio.

In quel 2014 venne pubblicato un sontuoso cofanetto celebrativo per l’album “The Division Bell”, per l’appunto in occasione del suo ventennale. Riscoprendo gli archivi storici del periodo, tuttavia, i signori Gilmour e Mason devono essersi resi conto che il materiale inedito poteva essere buono come base di partenza per un nuovo album: ecco perché il cofanetto di “The Division Bell” non contiene nemmeno una nota inedita (e perché io, seppur tentatissimo, non mi sono concesso il dispendioso acquisto), mentre “The Endless River” costituisce una sorta di bonus disc delle “The Division Bell Sessions 1993-94” (mi piace questa definizione) con tutto – o quasi – il materiale scartato all’epoca e qui sapientemente rimaneggiato e pubblicato come opera autonoma.

Su questo, almeno, i Pink Floyd non avevano fatto mistero: “The Endless River” non è un disco nuovo in quanto tale, bensì una collezione di brani strumentali registrati parallelamente a High Hopes (la frase “the endless river” viene proprio dal suo testo), Coming Back To Life, Keep Talking e agli atri pezzi originali editi nell’ormai lontano 1994. Fu Polly Samson, la signora Gilmour, ad annunciare in anteprima – e decisamente a sorpresa – l’uscita del “nuovo” album, che avrebbe rappresentato inoltre un omaggio all’arte di Richard Wright, tastierista dei Floyd, morto nel 2008 dopo una lunga malattia.

Bene, questi i fatti precedenti all’uscita dell’album, ma il disco com’è? Dico subito che non si tratta d’un capolavoro; è sì piacevole – inconfondibilmente floydiano, senza dubbio – ma non si può certo annoverare tra i dischi più memorabili dei nostri. Si tratta insomma di un’appendice gradevole & interessante alla vicenda discografica dei Pink Floyd ma che – resto dell’idea che già mi ero formato nel 2014 – era meglio se veniva pubblicata come bonus nell’edizione deluxe 20th Anniversary Edition di “The Division Bell”.

Si parte con la contemplativa Things Left Unsaid – il classico brano dall’atmosfera onirica che spesso apre un album dei nostri – che quindi confluisce in It’s What We Do, una sorta di variazione sul tema di Shine On You Crazy Diamond. Qui non c’è ombra di dubbio: stiamo ascoltando i Pink Floyd, non può essere nessun’altra band al mondo, eppure sembra di ascoltare il soundcheck propedeutico a un concerto, un’improvvisazione che scaturisce da un’esecuzione libera di Shine On You Crazy Diamond, più che una musica imparentata con Marooned, Take It Back o qualsiasi altro pezzo di “The Division Bell”.

Non mancano comunque quei pezzi che sembrano effettivamente dei brani esclusi dalla scaletta definitiva di “The Division Bell”: ora non ricordo tutti i titoli, ma c’è un pezzo che inizia come Poles Apart, salvo prendere poi tutt’altra direzione, mentre un altro ancora condivide con Keep Talking il contributo vocale dello scienziato Stephen Hawking. Una menzione a parte merita Autumn ’68 che, come indica il titolo stesso, ci riporta ancora più indietro negli anni, grazie a un frammento recuperato da un’esibizione dei Floyd alla Royal Albert Hall: un minuto e mezzo di Richard Wright alle prese con l’organo a canne della celebre sala da concerto londinese, sorretta dal gong di Nick Mason. Interessante ma a che pro?

“The Endless River” è tutto così, un’alternanza di contributi musicali sparsi, più o meno compiuti ed elaborati, alcuni dei quali ripetuti più volte con piccole variazioni, che si intersecano l’un l’altro come se si ascoltasse un’unica suite. Conclude il tutto Louder Than Words, una ballad melodica e sentimentale, unico brano cantato di tutto il disco, pubblicato poco prima dell’album come singolo apripista.

Il mondo aveva bisogno di un album del genere? Evidentemente sì, visto l’enorme successo commerciale che ha ottenuto un po’ ovunque. I fan dei Pink Floyd in senso stretto avrebbero forse meritato un’opzione più mirata, magari rilasciandone una doppia versione: una così com’è stata effettivamente editata, per un pubblico più generalista, una inserita in una versione ampliata di “The Division Bell” che avesse una documentazione filologicamente sensata del lavoro comune che Gilmour, Wright e Mason svolsero tra il 1993 e il 1994. Forse si tratterà di aspettare il trentennale di “The Division Bell”.

-Mat