Prince, un mio personale ricordo

Prince Immagine Pubblica ricordoFine estate 1993: come sottofondo alla pubblicità televisiva di una nota marca di orologi, scorrono i video e le musiche tratti da “The Hits 1” e “The Hits 2”, le prime antologie ufficiali di Prince, in occasione dei suoi quindici anni di carriera discografica con la Warner Bros. Ciò che ho il piacere di sentire in quello spot, seppur condensato in trenta secondi, è un mix straordinario di canzoni a me sia note che sconosciute, ma tutte grandiose, e tutte in grado di catturare immediatamente la mia curiosità.

“E così questo è Prince – mi dico – devo avere quei dischi!”. Il nome di Prince l’avrò sentito nel corso dell’infanzia, e di fatto non ricordo la prima volta che l’ho sentito nominare, ma ricordo benissimo quei giorni del ’93, quando non avevo ancora nella mia pur esigua (a quel tempo) collezione di dischi nessun titolo di Prince. Dopo aver racimolato la considerevole (per me in quei tempi) cifra di trentatremila lire, vado in quello che mi sembrava il negozio di dischi più figo del (mio piccolo) mondo: Happy Music, nei pressi della stazione di Chieti Scalo.

“Vorrei la raccolta di Prince”, dico trionfalmente al proprietario del negozio e lui mi mostra i due ciddì disponibili, “The Hits 1” e “The Hits 2”. “Uhm, non ho con me sessantaseimila lire, ne avrò a malapena quaranta… devo fare una scelta”. Leggo i titoli in scaletta di entrambi i dischi e dopo qualche minuto di riflessione sono pronto a scegliere: vada per “The Hits 2”. “Ovvio, c’è Purple Rain“, mi fa fa il negoziante.

Una volta a casa, messo immediatamente il mio nuovo acquisto nel lettore ciddì, scopro un mondo sonoro che non consideravo possibile. A parte che quella era la prima opera di black music che avevo modo di ascoltare seriamente, ma l’inventiva di questo musicista e tutti i suoni contaminati che uscivano dalle casse mi aprirono degli orizzonti sonori per me del tutto inediti. Va da sé che di lì a qualche settimana andai a comprarmi pure “The Hits 1” (anche se di quest’altro acquisto non ricordo più nulla, forse – ora che ci penso meglio – lo comprai in un negozio di Chieti ormai chiuso da tempo, Music Time mi pare che si chiamasse).

Qualche mese ancora e tornai da Happy Music per comprarmi la colonna sonora di “Batman”, film in cui le canzoni di Prince si sentivano chiaro & forte e che io avevo apprezzato già enormemente quando vidi per la prima volta il film di Tim Burton in tivù. Purtroppo il ciddì non era più disponibile, mi dissero, sarebbe stato più facile ordinare il vinile, oppure avrei potuto prendere la musicassetta, che era lì di fronte ai miei occhi per la ben più modica cifra di diciottomila lire. E vada per la cassetta!

“Prince è un genio, non c’è ombra di dubbio!”, esclamai ascoltando pure la colonna sonora di “Batman” e con le canzoni della serie “The Hits” ormai impresse indelebilmente nei miei circuiti cerebrali. Insomma, fu così che diventai un fan di Prince, in quei mesi a cavallo tra il 1993 e il ’94. Un 1994 che quindi avrebbe prodotto ben altri tre ciddì del mio nuovo idolo mentre all’orizzonte si profilava una svolta epocale: Prince avrebbe cambiato nome e si sarebbe impegnato in una lunga controversia giudiziaria con la Warner per un maggior controllo artistico sulle sue opere e per una maggior libertà creativa.

Insomma, ero appena giunto alla corte del mio principe che questi già non si faceva più trovare al palazzo, cambiando nome (in realtà si faceva identificare con un simbolo grafico – impronunciabile – che era già apparso sulla copertina del suo album da studio del ’92) ed etichetta discografica. Uscì così per un’etichetta minore un mini ciddì – o un maxi singolo, se preferite –  chiamato “The Beautiful Experience”: sette versioni diverse della stessa canzone, l’ormai celebre The Most Beautiful Girl In The World, che iniziò presto ad impazzare nelle radio. Quell’estate uscì anche l’oscuro album “Come”, stavolta ancora per la Warner, presentato come l’ultimo disco in cui il nostro si sarebbe chiamato Prince, mentre a novembre uscì niente meno che il controverso “The Black Album”, quel seguito di “Sign ‘O’ The Times” progettato nel 1987 che venne infine ritirato dal mercato all’ultimo momento.

Un mio amico mi prestò “Come”, io stesso acquistai il “Black Album” e così riuscii a stare al passo con le pubblicazioni discografiche del nostro. In quel periodo, inoltre, scoprii che c’era un negozietto a Chieti – che evidentemente operava sfruttando qualche vuoto legislativo – che affittava i ciddì: riuscii quindi a noleggiare (e a copiarmi su cassette vergini) gli album di Prince usciti prima del ’93, scoprendo così  per la prima volta titoli come “Purple Rain”, “Sign ‘O’ The Times”, “Lovesexy”, “1999”, “Graffiti Bridge” e un po’tutti gli altri. Sempre tramite questo negozietto semiclandestino – si chiamava Fox, bastava fare una tessera e pagare qualcosa come duemila lire al giorno per tenersi il disco a casa propria – riuscii successivamente anche ad ascoltare “The Gold Experience”, il primo album ufficiale di Prince col nuovo nome (l’impronunciabile simbolo grafico) ad uscire per la Warner. Ma quello fu l’ultimo atto dell’ormai deteriorato rapporto tra l’artista e la sua casa discografica, anche perché da qualche parte tra il “Black Album” e “Gold Experience” sbucò fuori l’ennesimo nuovo album del nostro, “Exodus”, edito dalla Edel e accreditato ai New Power Generation, la band che a quel tempo accompagnava Prince in studio e in tour.

A quel punto, quando io già non ci stavo capendo più nulla, giunse la notizia che Prince aveva firmato con la EMI, la quale si apprestava a pubblicare un nuovo album (un altro?!) entro la fine del 1996, addirittura un triplo ciddì, chiamato appropriatamente “Emancipation”. Devo ora ammettere che, escludendo “The Black Album”, comunque figlio di un’altra epoca, tutto questo effluvio recente di dischi più o meno riconducibili a Prince non mi aveva esaltato granché: belle canzoni ovunque, ma un capolavoro di disco non l’avevo trovato da nessuna parte. L’ambizioso “Emancipation”, invece, mi piacque subito (e mi piace tuttora) e mi fece sperare che in qualche modo il mio cantante preferito – una volta liberatosi dalla Warner – potesse aver ritrovato la creatività dei tempi migliori.

Non era così, e la confusione continuava: uscirono infatti altri due album per la Warner, “Chaos & Disorder” e “Old Friends 4 Sale”, evidentemente dovuti per questioni contrattuali, ed evidentemente sotto tono (sembravano più un’accozzaglia casuale d’inediti – e nemmeno troppo memorabili – che delle opere compiute), mentre un altro paio di titoli vennero distribuiti attraverso il sito internet dell’artista (e in questo – bisogna riconoscerlo – Prince fu un autentico pioniere). Con l’ambizioso “Emancipation” già nel dimenticatoio, con un nuovo accordo di distribuzione con un’altra major del disco della quale oggi ho perso la memoria (forse era la BMG?), con un secondo album accreditato ai New Power Generation (ma con Prince in bella mostra – e da solo – in copertina), ammetto di aver smesso di seguire quello che nonostante la confusione continuavo a ritenere un musicista geniale.

Ripresi ad interessarmi a Prince e alla sua attività nel 2002, quando tornò a suonare in Italia dopo oltre vent’anni d’assenza. Decisi di non lasciarmi scappare l’occasione, e nella sera del 31 ottobre ero uno dei tantissimi ad applaudirlo al Palatrussardi di Milano. In quegli anni, inoltre, frequentando i mercatini e sfruttando le ben più ampie possibilità offerte dalla rete, mi procurai tutti i vinili storici del nostro, oltre a comprare di tanto in tanto alcuni dei suoi ciddì più recenti per una manciata di euro l’uno.

L’ultimo album in ordine di tempo di Prince che ho sentito è stato “Planet Earth” del 2007, mentre l’ultimo che mi sia piaciuto sul serio è stato il precedente “3121” del 2006. Negli ultimi anni, il nostro ha continuato a cambiare etichette discografiche, a sfornare dischi, a tenere concerti e anche a produrre/promuovere altri artisti. La notizia per me più interessante è però giunta nel 2014, quando è stato annunciato un riavvicinamento Prince-Warner, con tanto d’inevitabile nuovo album, che avrebbe anche portato in tempi brevi alla remasterizzazione e alla riproposizione (magari sotto forma di succose edizioni deluxe) del catalogo storico dell’artista. Io, come credo ogni altro fan sfegatato, già sognavo di mettere mano al cofanetto “Purple Rain – The 30th Anniversary Super Deluxe Edition”, e invece passò il 2014, passò pure il 2015 e venne infine il tragico 2016.

Ora sono qui a scrivere di Prince dopo tanto tempo (gli avevo dedicato parecchi post nella prima edizione di Immagine Pubblica, tra il 2006 e il 2012, e qualcosa vedrò di riproporre nelle prossime settimane), a due giorni dalla sua morte imprevista, una morte che ha sorpreso e addolorato tutto il mondo. Ho scritto queste righe con gran piacere, di getto, dilungandomi pure troppo, ma ora che ci penso provo anche una certa tristezza. La musica di Prince è una delle più vitali che io abbia mai sentito, e sapere ora che non c’è più l’artefice di quella che è stata parte della colonna sonora della mia vita rende tutto questo un po’ inutile.

Torna la confusione, anche pensando a cosa ne sarà di tutti gli inediti rimasti in archivio (pare che si tratti del settanta per cento di tutto ciò che il nostro ha registrato nei suoi celebri Paisley Park Studios), dato che Prince non aveva né moglie (sebbene sia stato sposato due volte) e né figli. Ad ogni modo, questo post è il mio piccolo tributo a un personaggio che ho davvero amato.

-Mat

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Le canzoni (ancora) inedite dei Beatles

Beatles ineditiNegli ultimi anni abbiamo visto ristampe discografiche d’ogni sorta, dal semplice cd remasterizzato in confezione digipack a imponenti cofanetti multiformato contenenti cd, vinili (sia a 33 che a 45 giri) e dvd/bluray. Generalmente, accolgo con gran favore questo materiale storico che, spesso, include dei succosi brani inediti che bastano da soli a fare la felicità di noi fan.

Dal 2009 fino a tempi più recenti sono stati ripubblicati a più riprese tutti gli album dei Beatles – sia in stereo che in mono, sia singolarmente che tutti assieme in corposi box, sia in formato digitale che in abbinamento editoriale – ma nessuno di essi è stato riproposto con una mezza nota di brano inedito. Eppure ce ne sono eccome, di canzoni inedite dei Beatles negli archivi EMI e in quelli privati degli stessi Beatles superstiti e/o dei loro eredi. Nel 2008, ad esempio, s’era parlato d’un Paul McCartney nuovamente alle prese con l’inedita lennoniana Now And Then (scartata da “Anthology 3”) e soprattutto intenzionato a pubblicare finalmente il brano più strambo & misterioso dei Beatles, A Carnival Of Light. Poi tutto è finito lì, e il 9 settembre 2009 (il fatidico 09/09/09) sono stati sì distribuiti nei negozi i tanto attesi album remasterizzati dei Beatles ma nessuno di essi conteneva un solo brano inedito o una sola versione alternativa.

Credo sempre che nel prossimo futuro avremo ancora qualche clamorosa pubblicazione beatlesiana, magari un’edizione deluxe di “Sgt. Pepper” che potrebbe uscire nel 2017, in occasione dei cinquant’anni del disco, oppure – come spero da anni – ulteriori volumi del fortunato progetto “Anthology”, pubblicato nel biennio 1995-96 e contenente per l’appunto tutta una serie di canzoni inedite e alternative a quelle apparse originariamente fino al 1970. In attesa che le mie speranze – ma anche quelle, ne sono certo, di milioni di altri fan – trovino realizzazione, ripropongo quindi un post che avevo scritto proprio nel 2009 e qui opportunamente rivisto: si tratta d’un assaggio – in ordine cronologico – di ciò che le future uscite discografiche beatlesiane potrebbero riservarci.

L’11 settembre 1962, in una delle prime sedute ai celebri EMI Studios di Abbey Road, i Beatles incisero Please Please Me, una ballata che venne successivamente accelerata nella forma che tutti conosciamo affinché fosse più appetibile come singolo. Purtroppo quella prima versione lenta è andata distrutta perché all’epoca non tutte le incisioni alla EMI venivano conservate su nastro e perché nessuno ancora poteva prevedere il fenomenale successo dei Beatles; mi piace però pensare che magari esista ancora qualche versione casalinga della lenta Please Please Me in casa McCartney. Altra registrazione degna di nota, risalente al 26 novembre, è quella di Tip Of My Tongue: i Beatles ci lavorarono un po’ ma poi preferirono donare la canzone a Tommy Quickly, che la incise per conto suo, mentre la versione originale resta inedita tuttora.

Il 17 ottobre del ’63 i nostri registrarono invece “The Beatles’ Christmas Record”, il primo di sette consecutivi flexi-disc inviati gratis ai membri del Fan Club ufficiale in prossimità del Natale: contenevano spezzoni di dialoghi, battute, canti natalizi e a volte anche veri e propri inediti, come quel Christmas Time Is Here Again svelato nel 1996. L’eventuale pubblicazione di questo materiale natalizio potrebbe dar vita benissimo ad un doppio o triplo album a sé stante. Balzando al 1965, il 13 aprile i Beatles misero su nastro la prima versione di Help!: per quanto fin da subito si trattava d’un brano veloce, è noto che la versione originale presentata da John Lennon al gruppo era anch’essa una ballata. Chissà, forse Yoko Ono o anche Julian Lennon sono in possesso di qualche registrazione casalinga con tale notevole inedito.

Eccoci quindi alla A Carnival Of Light citata sopra: incisa il 5 gennaio ’67, è un’escursione psichedelica della durata di oltre 13 minuti. Il brano era stato concepito come parte della colonna sonora dell’omonimo spettacolo che si tenne al Roundhouse Theatre di Londra in quello stesso mese. Per un soffio A Carnival Of Light (indicata alla EMI semplicemente come Untitled) non comparve su “Anthology 2”: George Harrison si oppose alla pubblicazione ufficiale d’un pezzo che, secondo lui, era più un’opera di John e Paul che una prova di gruppo.

Nel corso di quel prolifico 1967, i Beatles registrarono numerosi altri brani dalla lunghezza insolita per i loro standard: Anything, con un Ringo Starr in grande spolvero, dura 22 minuti e 10 secondi; un’altra Untitled del 9 maggio ha una lunghezza prossima ai 16 minuti; due altre lunghe jam session strumentali, entrambe marcate anch’esse come Untitled, vennero registrate il 1° e il 2 giugno. Senza contare, inoltre, un Aerial Tour Instrumental (brano che sarebbe diventato Flying nel progetto “Magical Mystery Tour”) lungo 9 minuti e 36 secondi e una It’s All Too Much dagli oltre 8 minuti. Infine due brani registrati per la colonna sonora di “Magical Mystery Tour”, Shirley’s Wild Accordion e Jessie’s Dream: inclusi come spezzoni in alcune sequenze del bizzarro film, restano inediti su disco.

Anche il 1968 ci riserva diverse altre lunghe composizioni: una Revolution 1 di oltre 10 minuti e addirittura una Helter Skelter di ben 27 minuti. Entrambe le canzoni sono state pubblicate in versioni differenti (e notevolmente più brevi) sull’album “The Beatles” ma sarebbe interessantissimo poter ascoltare questi nastri dalla lunghezza così inusuale. Esiste anche un’alternativa Sexy Sadie chiamata Maharishi, dove John si fa beffe del Maharishi Mahesh Yogi, il guru che i Beatles seguirono in India nella primavera del ’68, mentre Paul è invece l’autore di una ballata acustica chiamata Etcetera. Una seduta interessante è quella del 16 settembre: ben due composizioni registrate dai Beatles restano inedite, Can You Take Me Back? e The Way You Look Tonight, entrambe composte da McCartney; un discusso frammento di Can You Take Me Back? finì comunque sull’album, poco prima di Revolution 9, ma si tratta soltanto d’una manciata di secondi.

Passando infine al 1969, ci imbattiamo subito nei numerosi inediti registrati per l’album che nelle intenzioni originarie era “Get Back” ma che poi, con oltre un anno di ritardo, divenne “Let It Be”: l’originale Rocker, le cover di Going Up The Country e Save The Last Dance For Me, una jam session chiamata appunto Untitled Jamming, poi Blues – una breve improvvisazione fra i Beatles e il tastierista Billy Preston – e una versione di Dig It della durata di 12 minuti e 25 secondi (e pensare che, anche in questo caso, sull’album ne finì soltanto una manciata di secondi). Altre cover e vari standard rock ‘n’ roll con Bye Bye Love, Kansas City (peraltro già incisa dai nostri nel 1964), Miss Ann, Lawdy Miss Clawdy, Tracks Of My Tears, The Walk, Not Fade Away, Besame Mucho (già incisa nel 1962 e poi rimasta inedita fino al 1995) e addirittura Love Me Do. Infine, oltre a due brani di Preston suonati dai Beatles come supporto, entrambi chiamati Billy’s Song, spiccano fra questi inediti le prime versioni di Isn’t It A Pity? e All Things Must Pass, brani di George Harrison che troveranno posto nel suo primo album post-Beatles, “All Things Must Pass” (1970).

Tuttavia esistono altre canzoni mai pubblicate e registrate privatamente dai Beatles in forma di provini come Watching Rainbows (simile nell’arrangiamento a I’ve Got A Feeling), Because I Know You Love Me So, Child Of Nature (una prima versione della lennoniana Jealous Guy), Fancy My Chances With You, Taking A Trip To Carolina (spezzoni di queste ultime quattro appaiono sul bonus disc di “Let It Be… Naked”, del 2003), Soldier Of Love, Bad To Me, From A Window, It’s For You, Goodbye, Peace Of Mind, India (da non confondere con uno dei primi demo di Within You Without You, chiamato anch’esso così), Love Of The Loved, Tennessee, le cover di House Of The Rising Sun e Stand By Me, No Pakistanis (una embrionale Get Back), White Power, Suzy Parker, Yakety Yak, Suicide, Commonwealth e sicuramente qualche altra che ora mi sfugge. C’è da dire che molte di queste “Get Back Sessions” sono emerse negli anni in svariate pubblicazioni non autorizzate – i cosiddetti bootleg – anche se la qualità audio non è sempre delle migliori.

Infine due ultime chicche, ancora relative alle sedute dell’album “Abbey Road”: una versione della tenebrosa I Want You (She’s So Heavy) cantata da Paul e una versione di Something da ben 7 minuti. Insomma, con tutto questo materiale d’archivio potrebbero forse ricavare altri cinque sei dischi dei Beatles… ma cosa staranno aspettando?

-Mat

Bee Gees, “Odessa”, 1969

Bee Gees Odessa Remaster Deluxe 2009Riascoltando “Odessa” dei Bee Gees, provavo a immaginare un post decente che potesse andar bene per questo modesto blog. Anche in questo caso, tuttavia, mi sono ricordato che probabilmente ne avevo già parlato: curiosando tra i miei vecchi scritti, infatti, scovo un post datato 24 febbraio 2009, apparso sulla prima versione di Immagine Pubblica un mese dopo l’uscita della riedizione deluxe di “Odessa” da parte della Warner.

Originariamente pubblicato come doppio elleppì nel febbraio ’69, con tanto di sontuosa copertina in velluto rosso, “Odessa” è stato ristampato quaranta anni dopo sotto forma di elegante cofanetto che include: un primo ciddì con la versione integrale stereofonica dell’album, un secondo ciddì con la stessa versione ma in mono, un terzo ciddì – chiamato “Sketches For Odessa” – contenente ventidue inediti fra provini e versioni alternative, nonché un poster a due facce, un adesivo e un libretto con interessanti note tecnico/biografiche scritte da Andrew Sandoval. Il tutto avvolto nella stessa copertina di velluto rosso.

“Odessa” è probabilmente il disco migliore dei Bee Gees, e comunque resta l’album più ambizioso che abbiano mai approntato. Elegante e sentimentale, è l’unico album doppio (escludendo live e raccolte) della discografia dei fratelli Gibb. Suona ancor più grandioso se si tiene conto che, all’epoca, Barry Gibb aveva ventitrè anni e i gemelli Robin e Maurice soltanto venti. Bisogna però riconoscere pure lo straordinario lavoro svolto da Bill Shepherd, arrangiatore e direttore d’orchestra che accompagnava spesso & volentieri i nostri in quegli anni. A quanto pare, in “Odessa”, anche il buon Shepherd ha dato il meglio di sé.

L’album più ambizioso dei Bee Gees inizia con la loro canzone più ambiziosa, Odessa (City On The Black Sea), quanto di più vicino al genere progressive i fratelli Gibb hanno mai pubblicato, un magnifico brano che sorpassa agilmente i sette minuti di durata. Il testo, cantato da Robin, narra il punto di vista d’un naufrago salvatosi dalla tragedia del Veronica, una nave inglese che nel 1899 fece perdere le sue tracce; alla deriva su un iceberg, il naufrago pensa all’amata che, molto probabilmente, s’è trasferita già con qualcun’altro, tuttavia – spera il naufrago – un giorno rivedrà ancora il viso della sua bella. Musicalmente parlando, Odessa è semplicemente superlativa: canto, controcanti e coro sono adagiati su un’inedita base composta da chitarra in stile flamenco (suonata da Maurice) e violoncello (suonato da Paul Buckmaster, celebre per aver lavorato anche con Elton John, David Bowie e Miles Davis), mentre l’orchestrazione contribuisce a dare il tocco decisivo alla necessaria drammaticità della canzone. Secondo Robert Stigwood, il celebre manager/mentore dei Bee Gees, Odessa è una delle migliori canzoni pop mai realizzate, e io gli do pienamente ragione! Il Demo contenuto nel terzo ciddì ci presenta un’interessantissima versione precedente, non solo più scarna ma dal testo alquanto differente e introdotto da una sezione parlata ad opera di Barry.

Ben più convenzionale del brano precedente ma ugualmente memorabile è You’ll Never See My Face Again, cantata da Barry; è un’ariosa ballata scandìta da due chitarre acustiche e abbellita dall’orchestra, dove si parla di amicizie tradite. La successiva Black Diamond è un’altra delle mie preferite, dove ritroviamo Robin alla voce solista; molto belle le variazioni melodiche fra versi, ritornelli e sequenze intermedie verso/ritornello, per una canzone di gran classe che, per quanto riguarda il testo, sembra accennare alla guerra che allora si combatteva in Vietnam. Il Demo che figura nel terzo ciddì non differisce soltanto dal punto di vista musicale (con piano e batteria più evidenti) ma anche da quello testuale.

Inciso in America durante l’estate del ’68, Marley Purt Drive è un rilassato brano country dal tempo medio-lento, cantato da Barry con grande disinvoltura e arricchito dalla più tipica strumentazione country/bluegrass (chitarra slide, fiddle e banjo). Spensierato omaggio all’inventore della lampadina, Edison è invece un’altra canzone dai tratti peculiari: il cantato è diviso fra Barry & Robin, la struttura melodica presenta un andamento più lento e sinfonico durante i versi e ben più movimentato nei ritornelli. Impeccabile per arrangiamento, Edison in realtà nacque come Barbara Came To Stay, una canzone in stile Beach Boys poco più che abbozzata (cantata dal solo Barry) e inserita anch’essa nel terzo ciddì.

Melody Fair è l’ennesima gemma nel canzoniere dei Bee Gees: una ballata vivace, calda, sentimentale ed enigmatica. Cantata da Barry col fondamentale supporto di Maurice e superbamente orchestrata da Shepherd, Melody Fair resta una delle canzoni più belle dei Gibb (un Demo dall’andamento più veloce e dall’atmosfera più scanzonata figura sul terzo ciddì). Con Suddenly troviamo proprio Maurice alla voce solista, alle prese con una canzone pop più vivace ma al contempo più accigliata delle precedenti, caratterizzata da un vago feeling medievale.

Whisper Whisper è la canzone di “Odessa” che apprezzo meno: l’introduzione orchestrale promette bene, ma l’andamento medio-veloce in stile cabaret poco sembra adattarsi alla grintosa prestazione vocale di Barry. La seconda parte della canzone (in effetti due registrazioni differenti che sono state unite in postproduzione), ben più veloce e tirata, è forse migliore ma non allontana il lieve senso di fastidio procurato dall’ascolto complessivo di Whisper Whisper. Anche la Alternate Version presente nel terzo ciddì non risulta più simpatica, sebbene sia interessante perché la musica ricorda l’andamento d’un carillon. Se non altro, in Whisper Whisper i Bee Gees hanno dimostrato una lodevole capacità di sperimentare con gli arrangiamenti.

Con l’arrembante ma dolce Lamplight ritroviamo Robin al microfono principale, impegnato con un testo allusivo (forse nei confronti della droga) cantato magnificamente, mentre la musica, melodica & maestosa, dona un tocco d’epicità al tutto. Tipica dello stile melodrammatico di Barry, Sound Of Love è invece una sofferta ballata scandìta dal piano, ben più ariosa e avvolgente durante i ritornelli (nel terzo ciddì possiamo apprezzarne una Alternate Mix dal testo alquanto differente).

Parente stretta della Marley Purt Drive che abbiamo già sentito, Give Your Best è un’altra piacevole escursione dei Bee Gees in territori country & western. Ancora con Barry alla voce solista, ancora con l’impiego del fiddle e del banjo, ma stavolta alle prese con un ritmo più veloce e dinamico (anche in questo caso, una Alternate Mix non troppo dissimile, caratterizzata però da un testo alquanto diverso, appare sul terzo ciddì).

Prima delle tre composizioni strumentali contenute in “Odessa”, la dolce e sognante Seven Seas Symphony è un’esecuzione per solo piano (suonato brillantemente da Maurice), orchestra e coro; il Demo, che presenta la sola esecuzione di piano, è stato quindi incluso nel terzo ciddì. E se Seven Seas Symphony rievoca in alcuni punti la musica composta dal grande Ennio Morricone per il cinema (ma ricorda anche Swan Song, una canzone degli stessi Bee Gees dell’anno prima), la successiva With All Nations (International Anthem) sembra basata sull’inno di God Save The Queen. Si tratta comunque d’un breve brano per orchestra & coro, piuttosto pomposo e solenne, tipico di certi inni nazionali (comunque si può ascoltarne nel terzo ciddì una versione con un breve testo cantato coralmente dai Bee Gees).

Seconda canzone di “Odessa” dove ascoltiamo Barry e Robin alternarsi al microfono principale, I Laugh In Your Face è un’altra ballata caratterizzata da un dolente andamento dei versi, mentre nei ritornelli la melodia abbraccia un’estensione più ampia e quasi consolatoria. Altra mia favorita, Never Say Never Again è una canzone ariosa e cantabilissima, con un testo leggermente accusatorio cantato a pieni polmoni da Barry. A proposito del testo, è interessante l’assurdo verso – ripetuto nei ritornelli – ‘tu dicesti addio, io dichiarai guerra alla Spagna’. Non so che vuol dire, ma io l’adoro! L’Alternate Mix che figura nel terzo disco presenta un’ingombrante chitarra col fuzz-tone al posto dell’orchestra.

Unico singolo estratto da “Odessa”, First Of May non è solo la canzone più bella dell’album ma anche, secondo me, una delle canzoni più belle degli anni Sessanta, una perla di sentimentalismo, di anni che passano e di ricordi di un’infanzia vissuta troppo in fretta; al commosso canto di Barry fa da superbo supporto la sontuosa orchestra diretta dall’impeccabile Bill. Sul terzo ciddì troviamo due interessanti versioni alternative, fra cui un breve Demo piano & voce che ci presenta la prima idea della canzone.

Come suggerisce il titolo, il conclusivo The British Opera è un brano operistico, interamente eseguìto dall’orchestra e dal coro diretti da Shepherd; è l’unico brano che non viene proposto in una qualsiasi versione alternativa all’interno del cofanetto.

Infine, oltre ai diciassette brani e alle relative versioni demo e/o alternative che compongono questa riedizione di “Odessa”, sono incluse altre due canzoni inedite, la toccante Nobody’s Someone e la beatlesiana Pity, entrambe con Barry alla voce solista. Per Nobody’s Someone in particolare è un peccato che non abbia mai visto l’inclusione in un disco dei Gibb dell’epoca (anche se, a quel tempo, i Bee Gees – come i Beatles – erano tra i pochi a potersi concedere un tale lusso nello ‘sprecare’ le proprie canzoni).

La realizzazione di questo capolavoro presentò tuttavia un conto salato: “Odessa” non venne commercialmente accolto come ci si aspettava, mentre le tensioni interne al gruppo (che già durante l’estate ’68 perse il chitarrista Vince Melouney) portarono Robin Gibb a dichiararsi fuori dai Bee Gees (così come il batterista Colin Petersen) e pronto a debuttare come artista solista già nel corso di quel fatidico 1969. Un anno dopo la pubblicazione di “Odessa”, i Bee Gees come gruppo già non esistevano più, tuttavia, entro la fine del 1970 i tre fratelli erano tornati tutti sotto lo stesso tetto e pronti ad intraprendere il loro decennio musicale più fortunato & famoso. Ne parleremo in un’altra occasione.

-Mat

David Gilmour, “Rattle That Lock”, 2015

David Gilmour Rattle That LockRestando ancora nell’orbita Pink Floyd, oggi vorrei occuparmi d’un disco recente del quale volevo parlare già da qualche mese. Si tratta di “Rattle That Lock” di David Gilmour, pubblicato dalla Columbia nello scorso settembre. E’ un album del quale il nostro sta ancora curando la promozione con l’inevitabile tournée internazionale, visto che ha già annunciato nuove date italiane (tra cui un paio nella storica location degli scavi di Pompei) per quest’estate.

Devo però ammettere di non essere stato particolarmente impressionato da questo “Rattle That Lock”, già a partire da questo titolo abbastanza impronunciabile per chiunque non sia di madrelingua inglese. Il primo singolo estratto, inoltre, chiamato proprio Rattle That Lock, non mi sembra nemmeno un pezzo riconducibile a David Gilmour: la prima volta che l’ascoltai, in radio, senza nemmeno sapere chi ne fosse l’interprete, pensai che stessi sentendo qualche canzone anni Ottanta a me sconosciuta, qualcosa che avesse a che fare col sound dei Roxy Music. E in effetti è proprio uno dei Roxy Music, il chitarrista Phil Manzanera, il collaboratore principale di Gilmour in questa sua ultima fatica discografica, per cui le mie prime impressioni non erano del tutto infondate. Inoltre nel pulsante brano Rattle That Lock, un pop-rock piacevolmente stradaiolo, più che in ogni altro pezzo dell’album, la voce del nostro appare decisamente più spenta (un po’ “sfiatata”, se vogliamo); ecco perché a un primo ascolto non riuscii a ricondurre a David Gilmour la canzone che stavo ascoltando.

Il resto del disco, tuttavia, presenta a mio avviso episodi ben più significativi di Rattle That Lock, come le tre ballate A Boat Lies Waiting (memore di alcuni dei momenti più quieti di “The Division Bell”), Faces Of Stone (più dolente) e In Any Tongue (forse il pezzo più floydiano di tutti e forse, non a caso, il pezzo migliore del disco). Ma è tutto ciò che “Rattle That Lock” ha di buono da offrire, secondo la mia modestissima opinione, con il resto dell’album che ci offre canzoni in cui il nostro prova a mischiare goffamente il suo caratteristico sound con sonorità più jazzate (Dancing In Front Of Me e soprattutto The Girl In The Yellow Dress), oltre a strumentali che non suonano propriamente compiuti (il roxymusichesco Beauty e l’iniziale e placido 5 A.M., il cui tema viene poi ripreso nel conclusivo And Then…). Non si distingue particolarmente neanche Today, un robusto pop-rock venato di reggae edito come secondo singolo estratto dall’album, anch’esso con qualche eco di troppo proveniente dalla musica da classifica degli anni Ottanta.

Devo tuttavia ammettere che forse questo “Rattle That Lock” è uno di quei rari dischi che migliorano ascolto dopo ascolto, magari anche anno dopo anno, per cui devo dirvi che riascoltato oggi – in occasione di tale recensione – mi è sembrato migliore di quanto l’avessi trovato all’indomani del mio acquisto nel giorno della sua uscita. Fra vent’anni, del resto, un disco come “Rattle That Lock” potrebbe benissimo essere considerato un classico e noi avremo modo di riparlarne sotto tutt’altra luce.

Menzione finale, prima di terminare il post, per i musicisti che hanno suonato nell’album: sono per lo più “vecchie” conoscenze nell’opera gilmouriana, come il già citato Phil Manzanera (produzione, chitarra e tastiere varie), Guy Pratt (basso), Andy Newmark (batteria), Jon Carin e Jools Holland (pianoforti), Polly Samson (testi e voce), Robert Wyatt (corno), David Crosby & Graham Nash (voci… sì, proprio quelli di C. S. N. & Y.) e Zbigniew Preisner (orchestrazioni).

-Mat