Michael Jackson, “Dangerous”, 1991

Michael Jackson DangerousPer molti aspetti, “Dangerous” è l’ultimo grande album di Michael Jackson, quello vero, cioè la superstar capace di mettere d’accordo i compratori di musica più disparati e di vendere copie nell’ordine di decine di milioni in ogni parte del mondo. Oltre trenta milioni di pezzi fu la diffusione di “Dangerous” nei primi anni Novanta, grazie anche a singoli (e videoclip) straordinari quali Black Or White, Remember The Time, Heal The World, In The Closet, Jam, Give In To Me e Who Is It. Il tutto dopo aver rinnovato contratti discografici (con la Sony) e pubblicitari (con la Pepsi) per altri milioni di dollari a palate. Insomma, un uomo dai grandi numeri, Michael Jackson, un personaggio unico, con una storia unica, con una carriera unica per cui mi sento un privilegiato ad aver vissuto il tutto da testimone diretto. Oltre che, si capisce, da appassionato.

Ufficialmente la registrazione di “Dangerous” è iniziata nel giugno ’90, tuttavia già un anno prima s’era parlato d’un album chiamato “Decade”, un doppio che avrebbe dovuto contenere sia hit storiche che nuove canzoni, le prime dai tempi di “Bad” (1987). Il progetto saltò (anche se il concetto di base fu ripescato cinque anni dopo, con “HIStory”) ma Michael partì comunque da quei nuovi brani per realizzare “Dangerous”. Troviamo un assaggio di quelle prime incisioni in “The Ultimate Collection”, cofanetto edito dalla Sony nel 2004: l’inedita Monkey Business e una primitiva – ma interessantissima – versione della stessa Dangerous mostrano uno Jackson di transizione fra gli anni Ottanta che volgevano al termine e i Novanta che stavano per cominciare.

Fu proprio pensando agli anni Novanta, al supporto fonografico che in quel decennio avrebbe soppiantato il vinile, ovvero il compact disc, che “Dangerous” venne concepito. La capienza massima d’un ciddì era di settantasette minuti? Beh, allora Michael l’avrebbe sfruttata appieno, proponendoci un corposo disco da quattordici brani che potevano permettersi il lusso di estendersi in durata fin quando l’autore avesse voluto. Per mettere in pratica i suoi propositi e per dare alle canzoni il massimo della contemporaneità, Michael fece coraggiosamente a meno di Quincy Jones (col quale collaborava fin dal 1978), preferendo avvalersi di due giovani produttori, Bill Bottrell e Teddy Riley. Il risultato è musicalmente incredibile e tuttora impressionante: un avanzato mix di funk, pop, rap, dance, ballate, rock, elettronica e sampling che avrebbe contribuito enormemente a riscrivere i codici della musica leggera.

“Dangerous” offre ritmiche funky a volontà fin dall’iniziale Jam, e poi con le successive Why You Wanna Trip On Me, In The Closet e She Drives Me Wild, mentre con Remember The Time torna a suoni pop più ortodossi, in quella che resta una delle mie canzoni preferite. Al funk ipnotico di Can’t Let Her Get Away si contrappone la grande ballata di Heal The World, una delle pietre miliari del canzoniere jacksoniano, assieme alla successiva Black Or White, edita come singolo apripista. Segue la tenebrosa ma suadente Who Is It, dove il nostro canta alcune parti col registro più basso della sua voce. Impreziosita dalla chitarra di Slash dei Guns N’ Roses, ecco Give In To Me, una rock-ballad da brividi. Segue quindi il pop un po’ spiritual e un po’ tribale di Will You Be There, altro brano famoso (e controverso), seguìto a sua volta dal pop-gospel di Keep The Faith. Dopo la toccante Gone To Soon, che tristemente può riferirsi anche allo stesso Michael, il finale dell’album è affidato a Dangerous: tutt’altra cosa rispetto alla versione già citata sopra, qui siamo in presenza d’un funk secco e notturno, alquanto robotico, per una canzone di forte impatto.

Differenziandosi parecchio dal precedente “Bad” e mostrandoci un Michael Jackson finalmente adulto, “Dangerous” è la chiara fonte d’ispirazione per tutto ciò che il cantante ha pubblicato da quel momento in poi. Insomma, si tratta d’un autentico spartiacque nella carriera del nostro. Sarebbe stato comunque difficile per Michael Jackson ripersi dopo una trilogia di album così strabilianti – “Thriller”, “Bad” e “Dangerous”, pieni di canzoni che sono entrate nella storia – e i suoi successivi guai giudiziari ne hanno minato la credibilità come uomo ma certamente non hanno intaccato la sua immensa eredità artistica.

-Mat

(originariamente pubblicato il 18 gennaio 2010)

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Genesis, “And Then There Were Three”, 1978

Genesis And Then There Were Three“Di tutti i nostri album, And Then There Were Three è senza dubbio il più debole”. Parola del bassista/chitarrista Mike Rutherford, che liquida così il primo album dei Genesis ridotti a trio, dopo le dipartite di Peter Gabriel e Steve Hackett tra il 1975 e il ’77. In realtà, riascoltandolo in questi giorni, devo dire di aver trovato “And Then There Were Three” più gradevole e interessante di quanto ricordassi.

Certo, ascoltando tutti gli album dei Genesis, si sente che questo è un disco di transizione, un lavoro che segna il momento decisivo in cui non soltanto la formazione assume il suo numero definitivo di componenti (il fatidico tre indicato anche dal titolo), ma anche il momento in cui si passa dal progressive col quale la band si era fatta apprezzare fin dai primi anni a quel pop d’alta classifica che caratterizzerà la successiva carriera dei nostri.

Accanto a brani come Burning Rope e Deep In The Motherlode, riconducibili allo stile che i Genesis avevano adottato fino all’album precedente, in “And Then” figura infatti il pezzo più smaccatamente pop mai proposto dai Genesis fino a quel momento, ovvero la celebre Follow You Follow Me, emblematicamente accreditata a tutti i tre i membri superstiti. Successo da Top Ten nella classifica britannica, l’irresistibile Follow You Follow Me trascinerà “And Then There Were Three” fino al terzo posto delle charts, risultato più alto mai raggiunto allora per un album dei Genesis in patria, nonostante la “nuova onda” del punk si fosse abbattuta proprio su queste band di capelloni primi anni Settanta.

Ed è proprio con una risentita risposta alla new wave che “And Then” si apre, con la coriacea Down And Out, una canzone dove la voce urlante di Phil Collins e il maggior peso acquisito dal sound della sua batteria sembrano prefigurare brani quali In The Air Tonight (1981, del solo Collins) e Mama (1983, degli stessi Genesis). Non mancano comunque momenti più intimisti, rappresentati da due splendide ballate come Undertow e Many Too Many. Tuttavia è proprio ascoltando il lavoro alla chitarra di Rutherford in quest’ultima canzone che forse si avverte di più la mancanza d’un chitarrista solista del calibro di Steve Hackett.

La formazione a tre, se non altro, trarrà beneficio della dipartita di Hackett in fatto di concisione delle canzoni e in una maggior strutturazione delle parti strumentali. Parti più concise, per l’appunto, più immediate e più attinenti alla narrazione delle canzoni, la quale affronta soprattutto relazioni sentimentali e interpersonali, lasciandosi indietro i riferimenti alla narrativa fantastica tipo Tolkien che aveva caratterizzato le liriche dei nostri fino a poco tempo prima.

I “nuovi” Genesis, tuttavia, ci misero un po’ ad ingranare la marcia giusta: sempre secondo Mike Rutherford, l’album “era nato mettendo insieme i brani che Tony e io avevamo composto essenzialmente ognuno per conto proprio, mentre i Genesis erano partiti come un progetto collettivo”, ritenendo infine che tale album “avesse sofferto proprio della carenza di brani scritti insieme”. Su undici pezzi, infatti, quattro sono accreditati al solo Tony Banks (e sono i migliori dell’album) e tre al solo Rutherford, mentre Phil Collins ha collaborato collettivamente ai restanti quattro brani, tra cui la già citata Down And Out.

Non è probabilmente un caso che nel 1979 non uscì nessun nuovo album dei Genesis, con i tre impegnati in progetti solistici o paralleli al gruppo; il successo inaspettato del singolo Follow You Follow Me prima e dello stesso album dopo, evidentemente, hanno fatto capire ai nostri che se non altro avevano imboccato la strada giusta. Si trattava solo di affinare lo stile. Uno stile che si dimostrerà vincente per tutti gli anni Ottanta e per gran parte dei Novanta, con una sfilza di album da primo posto in classifica. Ma questa è già un’altra storia.

-Mat

(le dichiarazioni di Mike Rutherford sono tratte dal libro “Genesis Revelations”, la storia del gruppo narrata dai suoi stessi membri e curata da Philip Dodd)

Sting, “Brand New Day”, 1999

Sting Brand New DayNonostante i vari “Sacred Love”, “Songs From The Labyrinth”, “If On A Winter’s Night…”, “Symphonicities” e anche il più recente “The Last Ship”, “Brand New Day” resta l’ultimo album di Sting che mi sia piaciuto davvero. Tutti quelli che gli sono succeduti – i titoli che ho appena nominato – non mi hanno entusiasmato particolarmente, e li ho comprati più che altro per abitudine & affetto verso un artista, Sting per l’appunto, che da sempre è uno dei miei preferiti.

Quando all’epoca ascoltai “Brand New Day” mi sorprese l’abilità dimostrata dal suo autore di sapersi rinnovare nel sound pur restando inconfondibilmente sé stesso. Sicuramente gli giovò la collaborazione con un produttore col quale non aveva mai lavorato prima, il tastierista Kipper, che ha saputo dosare l’elettronica con maestria all’interno del tradizionale campo espressivo di Sting. In effetti, “Brand New Day” è l’album più elettronico del cantante, ma il tutto è perfettamente calibrato con la presenza dei grandi musicisti in carne e ossa che, come sempre, accompagnano i suoi lavori: i chitarristi Dominic Miller e B. J. Cole, il clarinettista Branford Marsalis, il trombettista Chris Botti, i batteristi Manu Katché e Vinnie Colaiuta, il percussionista Mino Cinelu, ma anche i ben più noti Stevie Wonder e James Taylor.

Le nove canzoni di “Brand New Day” offrono una felice fusione tra pop e sonorità mediorientali & terzomondiste, ma anche interessanti mescolanze con gli stilemi sonori più disparati: jazz, country, gospel, soul e perfino hip-hop. Già l’iniziale A Thousand Years, una ballata d’amore dai toni malinconici intrisa da una calda atmosfera arabeggiante, si rivela una partenza emozionante. Un’escursione mediorientale che diventa ancor più evidente con la successiva Desert Rose, edita anche come singolo e di certo una delle canzoni più famose di Sting (forse la sua ultima canzone famosa…); è un pezzo molto bello, mi mette la pelle d’oca ogni volta che lo sento, forte anche dello scambio vocale fra il nostro e l’algerino Cheb Mami.

E se la quasi sussurrata Big Lie, Small World ci regala una quieta samba spruzzata d’elettronica, la seguente After The Rain Has Fallen ci riconduce a formule stinghiane più ortodosse. Con Perfect Love… Gone Wrong abbiamo invece un’interessante commistione fra generi musicali e linguaggi: fra jazz e hip-hop, il canto in inglese di Sting (che in certi punti sembra riprendere When We Dance, una sua ballata del 1994) divide il microfono col rap in francese di Ste.

Tomorrow We’ll See, altra mia favorita di questo disco, sembra il luogo d’incontro ideale fra i personaggi di Roxanne e di Moon Over Bourbon Street, in una canzone notturna di grande atmosfera. La successiva Fill Her Up è un curioso esercizio in chiave country che mescola James Taylor (duetta col nostro nella prima parte) ai cori gospel. Ma la vera gemma di “Brand New Day”, a mio modesto parere, resta una malinconica ballata chiamata Ghost Story: l’inverno è alle porte, uno Sting pensoso e umbratile osserva la natura che cambia davanti ai suoi occhi, mentre il ricordo d’una vecchia storia d’amore alimenta i suoi sensi di colpa. E’ una canzone di grande suggestione, Ghost Story, che metto senz’altro fra le cose migliori mai proposte dallo Sting solista.

Chiude il tutto l’omonima Brand New Day, pubblicata anche come singolo apripista in una versione editata per esigenze radiofoniche: è una trascinante melodia pop dal tempo medio-veloce, impreziosita dall’inconfondibile armonica a bocca del grande Stevie Wonder, un altro dei miei preferiti da sempre.

Godibilissimo album di moderno pop-rock, “Brand New Day” chiude l’epoca d’oro della carriera di Sting al di fuori dei Police; dopo un album non proprio memorabile come “Sacred Love” (2003), il nostro è tornato in attività proprio come membro dei Police, col gruppo impegnato tra il 2007 e il 2008 in un fortunatissimo tour mondiale che ha toccato anche l’Italia (e io c’ero!). Tornato in attività come solista, tuttavia, Sting sembra aver perso lo smalto dei giorni migliori: dischi passabili ma anch’essi mai esattamente memorabili, seppur accompagnati da tournée di successo in ogni parte del mondo, anche in coppia con Paul Simon (come qualche anno fa) e con Peter Gabriel (attualmente).

A quanto pare, Sting è anche impegnato in studio per un progetto discografico di cui per ora non si conoscono i dettagli. Si tratta, probabilmente, del suo nuovo album solista, un lavoro che – io mi auguro caldamente – possa eguagliare i risultati di quel “Brand New Day” che abbiamo riascoltato oggi.

-Mat

(rielaborando un post pubblicato il 16 novembre 2009)

I classici album di Prince di nuovo in LP

gli album di princeCome sappiamo, a distanza di venti anni dalla celebre rottura tra Prince e la Warner Bros, nel 2014 le due parti hanno finalmente fatto la pace, giungendo a un nuovo accordo per la pubblicazione di nuovi album e la riproposizione del catalogo storico dell’artista.

Ora, come sappiamo anche meglio, purtroppo, Prince non è sopravvissuto abbastanza a lungo per veder maturare i frutti di questa ritrovata armonia con la sua storica etichetta discografica. Proprio adesso che i suoi dischi stanno tornando nelle rivendite, a partire proprio dai suoi primi due album, “For You” del 1978 e “Prince” del 1979. Può sembrare, insomma, che la Warner stia già speculando sulla morte di Prince ma la realtà è che queste ristampe – in vinile, per ora – erano attese da due anni e sono state autorizzate dallo stesso folletto di Minneapolis. Senza poi contare che molti suoi album erano praticamente introvabili e che non erano mai stati remasterizzati a dovere.

E allora, nel corso di quest’anno così tormentato, sono stati redistribuiti in vinile quasi tutti gli album storici di Prince compresi tra gli anni 1980-1987: ad agosto “Parade” (1986),  a settembre “Sign ‘O’ The Times” (1987, doppio elleppì) e a ottobre “Around The World In A Day” (1985). E se per il mercato statunitense sono addirittura state riproposte le edizioni in musicassetta degli album “1999” (1982) e “Purple Rain”, per quanto riguarda il mercato italiano tali ristampe in vinile sono però ancora quelle degli anni precedenti alla morte di Prince, per cui non saprei dire di che tipo di master si trattino. Per quanto riguarda il solo “Purple Rain”, tuttavia, non è affatto esclusa la possibilità che questo che resta l’album più fortunato del nostro possa essere riproposto nel 2017 in un’edizione deluxe con più dischi.

Infine, per quanto riguarda i restanti album di Prince inseriti in questa campagna di remaster del periodo “classico” con la Warner, ovvero gli anni 1978-1994, c’è da dire che – purtroppo – le riedizioni 2016 di “The Black Album” (1987), “Lovesexy” (1988), “Batman” (1989), “Graffiti Bridge” (1990, doppio elleppì), “Diamond And Pearls” (1991), “Love Symbol” (1992, anch’esso un doppio) e “Come” (1994) sono state rimandate ai prossimi mesi o definitivamente al prossimo anno con data da definire, almeno per quanto riguarda il mercato europeo.

La mia opinione su tutta questa interessante opera di riscoperta dei dischi più noti di Prince resta sempre l’auspicio che ognuno dei titoli citati possa essere presto riproposto in edizione “deluxe” o quanto meno “expanded”, considerando la ben nota prolificità in studio da parte del nostro artista, spesso sfogata anche sui lati B dei singoli con canzoni non incluse negli rispettivi album dell’epoca o con versioni estese (a volte con parti vocali e strumentali del tutto inedite) degli stessi lati A. Insomma, anche in questo caso staremo a vedere (e a sentire), certi che avremo modo di tornare sull’argomento.

-Mat

(aggiornato il 20 ottobre 2016)