Michael Jackson & Freddie Mercury: una storia

michael-jackson-con-freddie-mercuryC’è un capitolo molto affascinante della storia dei Queen che riguarda l’amicizia tra la band inglese e Michael Jackson, nata al principio degli anni Ottanta da una reciproca stima.

Ho letto/ascoltato almeno due interviste – una di Freddie Mercury e una, ben più recente, di Brian May – nelle quali i due componenti dei Queen rievocavano quel periodo, anche se non ho mai letto/ascoltato un’omologa intervista a Michael Jackson. Ad ogni modo, in quella prima metà degli anni Ottanta, Freddie ebbe modo di parlare della sua frequentazione del Re del Pop, una frequentazione che si interruppe qualche anno dopo la pubblicazione del celeberrimo “Thriller” (1982), quando cioè Michael Jackson prese definitivamente il volo grazie a quel fenomeno planetario che tuttora resta l’album più venduto di sempre.

A quanto pare, Michael Jackson si interessò alla musica dei Queen e alla potenza dei loro concerti proprio nel 1980, l’anno in cui un album dei Queen – “The Game” – raggiungeva per la prima volta la vetta della classifica statunitense. Fu lui a consigliare alla band di far pubblicare su singolo quel pezzo-bomba che effettivamente si è rivelato Another One Bites The Dust. Michael, in sostanza, si stava interessando alle sonorità rock (vedi Beat It su “Thriller”) mentre i Queen si stavano interessando a quelle funk (vedi la già citata Another One Bites The Dust, ovviamente). E data la reciproca ammirazione, le due strade non potevano che confluire.

Il seguito di “The Game”, quel disco che i Queen hanno intitolato “Hot Space” (1982), sembra in effetti anticipare certe sonorità di “Thriller” (uscito sul finire di quello stesso 1982), sebbene all’epoca sia stato considerato un flop, mentre tutt’altra gloria (e più che meritata) è toccata a “Thriller”. A quello stesso “Thriller”, addirittura, avrebbe dovuto partecipare pure Freddie Mercury, il quale se ne rammaricò in seguito scherzando sul fatto di aver perso così un sacco di soldi.

Sfumata la collaborazione su “Thriller”, almeno un incontro di lavoro tra Michael Jackson e Freddie Mercury avvenne già nell’estate del 1983. E’ un resoconto abbastanza dettagliato che ci ha fornito Peter Freestone, assistente di lunga data di Freddie, narrato nel suo libro di memorie relativo proprio a quella sua esperienza più che decennale al fianco del cantante dei Queen. Siamo a Los Angeles, quando i tutti e quatto i membri della band inglese si erano temporaneamente trasferiti nella metropoli californiana per iniziare le sedute dell’album “The Works” (1984). Freestone accompagna il solo Mercury fino ad Encino, la tenuta dove Jackson viveva allora, con tanto di studio di registrazione annesso. Qui sono presenti i soli Michael e Freddie, più un tecnico dello studio e quindi lo stesso Peter: è proprio quest’ultimo a sbattere la porta del bagno adiacente allo studio in un brano chiamato Victory, giacché Michael non è soddisfatto degli effetti prodotti dalla drum-machine.

I due cantanti lavorano anche a State Of Shock e a There Must Be More To Life Than This, per un intero pomeriggio di registrazioni durato quasi sei ore. I due, stando sempre a quanto riferito dall’assistente di Mercury, sembrano anche prendersi le misure artisticamente, cercando evidentemente di imparare il più possibile l’uno dall’altro. Purtroppo, a causa degli impegni di Freddie coi Queen (c’era un nuovo album da fare, al quale sarebbe seguito l’inevitabile tour mondiale), i nostri due protagonisti non ebbero più l’occasione di tornare su quei tre brani incisi a casa Jackson in quel pomeriggio d’estate. Tre preziosi brani inediti che offrono a loro volta tre interessanti storie parallele. Vediamole una alla volta.

Victory: il più misterioso dei pezzi nati dalla collaborazione Jackson-Mercury, dato che finora non è mai stato ascoltato, nemmeno attraverso i canali piratati. Secondo Peter Freestone, il brano è dovuto all’ispirazione di Michael, sebbene alcune fonti sostengono che sia stato inizialmente concepito come un pezzo dei Queen. E’ pur vero che, nel 1984, Michael e i suoi cinque fratelli hanno fatto uscire sotto il nome collettivo di The Jacksons un album chiamato “Victory”, ma è altrettanto vero che in quel disco non c’è traccia d’un brano chiamato così.

State Of Shock: nell’album “Victory” c’è però quest’altra collaborazione Jackson-Mercury, sebbene la parte vocale di Freddie venga sostituita da quella di Mick Jagger. Scritta da Michael Jackson col chitarrista Randy Hansen, State Of Shock è stata quindi provinata con Freddie Mercury in quel fatidico giorno d’estate 1983, ri-registrata con Mick Jagger, inclusa in un album intitolato ai Jacksons come gruppo, e infine eseguita dal vivo allo storico Live Aid del 1985 da Mick Jagger con… Tina Turner! Insomma, ma di chi è questa State Of Shock?!

There Must Be More To Life Than This: come abbiamo già detto QUI, questo brano scritto da Freddie Mercury è nato durante le sedute di registrazione dei Queen per l’album “Hot Space”; scartato dall’album, è stato evidentemente offerto dal suo autore a Michael Jackson in quell’ormai famoso incontro ad Encino, dove per l’appunto Freddie accompagna al piano Michael che canta da solo. Arenatasi così la collaborazione, Freddie ha infine recuperato il brano per il suo primo album da solista, “Mr. Bad Guy” (1985).

Nel 2014, all’interno della compilation intitolata “Queen Forever”, è finalmente stata ufficializzata una prima (e finora unica) collaborazione Mercury-Jackson: si tratta dell’ormai ben nota There Must Be More To Life Than This, sebbene si tratti d’un montaggio eseguito dall’ottimo William Orbit. La voce di Freddie datata 1985 duetta infatti con la voce di Michael datata 1983 (in una performance comunque informale, si tratta di un demo o provino che dir si voglia), mentre in “sottofondo” i Queen al gran completo suonano l’iniziale versione del 1981-82 opportunamente rimaneggiata per l’occasione. Insomma, quel brano registrato a casa Jackson nell’83 così com’era (Michael alla voce e Freddie al piano) resta tuttora ufficialmente inedito, così come quel primo duetto su State Of Shock e la fantomatica Victory (l’unica delle tre che, tanto per dirne una, non sia mai apparsa su Youtube o altrove tra i canali del file-sharing).

Questi i fatti. Ora vi dico la mia. Il brano Victory potrebbe non esistere, forse perché è poi diventato qualcos’altro, magari un pezzo di Jackson o dei Queen che conosciamo molto bene; altre fonti hanno inoltre parlato di due (2 di numero) canzoni incise da Michael Jackson con Freddie Mercury, e lo stesso Brian May ha più volte parlato di “a couple of tracks”. E a distanza di tanto tempo, e nonostante l’interesse commerciale che un pezzo Jackson-Mercury potrebbe suscitare a prescindere dal suo reale valore artistico, abbiamo effettivamente avuto la possibilità di ascoltare soltanto State Of Shock e There Must Be More To Life Than This. Di quest’ultima le versioni ormai si sprecano, spesso fatte dagli stessi fan montando con software audio le tracce vocali di Freddie e Michael che – ricordiamolo – sono state messe su nastro in due momenti diversi. L’originale, per così per dire, figura il solo Jackson alla voce, accompagnato quindi da Mercury al piano. O almeno questo è ciò che si sente da quel nastro che contiene anche State Of Shock, la quale è già molto vicina alla versione che poi comparirà sull’album “Victory” in compagnia di Mick Jagger. Si ha la sensazione, ascoltando State Of Shock, che all’inizio Michael resti un po’ sopraffatto dall’esuberanza di Freddie, e soprattutto dalla sua voce, ma che nel finale torni ad assumere il controllo, tanto che Freddie si unisce a lui all’esortazione di “everybody sing with me!”.

Impegni di Mercury con i Queen o meno, necessità dei fratelli Jackson di far uscire “Victory” in quel preciso momento piuttosto che in un altro, la mia impressione resta che Michael Jackson abbia ritenuto Freddie Mercury un partner fin troppo sopra le righe, tanto che un tipo come Mick Jagger deve essergli apparso più docile. Si è anche detto che l’amicizia tra Michael e Freddie sia stata compromessa dal fatto che il primo disapprovava l’uso di cocaina da parte del secondo. E poi, infine, come non pochi hanno speculato con malizia, i due potrebbero aver avuto una relazione sentimentale, oltre che professionale, finita la quale è anche finita la possibilità di cantare insieme. Da quel che mi risulta, nei primissimi anni Novanta, né Freddie e né Michael hanno mai rievocato pubblicamente la loro amicizia, né si conoscono i reali sentimenti provati da Michael all’annuncio della morte di Freddie, in quello straziante 24 novembre 1991.

Purtroppo, come tutti sappiamo, anche Michael Jackson non è più di questo mondo, perciò se c’è stato qualche segreto che avrebbe potuto rivelarci su Freddie Mercury, beh quel segreto è morto con lui in quel maledetto 25 giugno 2009. A noi fan, orfani di questi due autentici giganti della canzone del Novecento, non resta che affidarci al gossip, alle rivelazioni che verranno (se verranno) e soprattutto a quelle registrazioni effettuate tra i due negli anni Ottanta. Una volta che le rispettive eredità avranno trovato accordi commercialmente soddisfacenti per tutte le parti in causa.

– Mat

Queen, “Made In Heaven”, 1995

queen-made-in-heavenOriginariamente pubblicato il 27 novembre 2008, il post che segue è uno scritto rielaborato alla luce di quanto detto nel post precedente – a proposito delle canzoni inedite dei Queen – e soprattutto di quanto fatto ufficialmente pubblicare dai Queen stessi nel 2011, quando cioè vennero remasterizzati e ridistribuiti tutti i loro album con tanto di materiale inedito.

Sontuoso tributo a Freddie Mercury da parte dei suoi compagni di band, “Made In Heaven” – pubblicato dall’ormai defunta EMI nel novembre 1995 – viene ricordato come l’ultimo album dei Queen dell’era Mercury. Seppure, come vedremo, “Made In Heaven” è a volte pacchiano e perfino irritante è, tutto sommato, un disco apprezzabile. All’epoca il gruppo si procurò un sacco di critiche perché tacciato di voler sfruttare commercialmente il nome di Freddie e poi perché, a ben vedere, i brani contenuti in “Made In Heaven” non erano affatto tutti inediti. Sono stati infatti registrati in un periodo che va dal 1980 al 1991, per cui non si trattava del tanto strombazzato “ultimo disco di Freddie Mercury”. Ciò non impedì comunque a “Made In Heaven” di ottenere uno straordinario successo di vendite in tutto il mondo (ricordo che in Italia rimase per mesi in vetta alla classifica) e di essere addirittura acclamato come uno dei dischi migliori dei Queen.

Parliamoci chiaro: “Made In Heaven” non è affatto uno dei dischi migliori per rappresentare la musica dei Queen, né certamente IL miglior disco pubblicato dalla band, come il solito disinformato facilone disse all’epoca. Bisogna comunque dar atto a Roger Taylor, Brian MayJohn Deacon (i tre Queen superstiti) e David Richards (il produttore) di aver saputo cucire insieme canzoni & pezzi di canzoni che, tutto sommato, per noi orfani di Freddie Mercury rappresentarono un regalo più che gradito in quel Natale ’95.

L’album inizia con It’s A Beautiful Day che – come si evince dai contenuti bonus del remaster 2011 dell’album “The Game” (1980) – era una breve improvvisazione per piano & voce ad opera del solo Mercury, lunga appena un minuto & mezzo. Qui il resto del gruppo ha arricchito sontuosamente la scarna strumentazione originale, producendo addirittura tre versioni dello stesso pezzo: una lenta e meditabonda, vicina all’idea originale (posta ad apertura di “Made In Heaven”), una più veloce e rockeggiante (posta in chiusura) e quindi una terza che rappresenta una sorta di (brutta) fusione tra le altre due, edita come B-side del singolo Heaven For Everyone, nell’ottobre ’95.

Pubblicata su “Mr. Bad Guy“, il primo album solista di Freddie, Made In Heaven era in realtà avanzata dalle sedute dei Queen per l’album “The Works” (1984). May e compagni, si è detto, hanno qui recuperato il pomposo arrangiamento rock che la canzone avrebbe avuto se fosse stata pubblicata negli anni Ottanta su un disco dei Queen, a discapito della ben più delicata ballata che possiamo apprezzare su “Mr. Bad Guy”. Ebbene, ad oggi non abbiamo ancora avuto il privilegio di ascoltare una Made In Heaven suonata dai Queen tra il 1983 e il 1984, per cui quella che si sente in questo album del 1995 è nei fatti soltanto un notevole remix in chiave rock del pezzo solista di Freddie apparso dieci anni prima.

Let Me Live, a quanto pare, nacque da un’idea che Freddie Mercury e Rod Stewart misero su nastro nel 1983. Non è chiaro, tuttavia, chi altri vi abbia partecipato: i Queen al gran completo o il solo Roger Taylor? C’era anche Jeff Beck, come ho letto non so più dove? Quel che è certo è che, nel 1995, il resto dei Queen ha mostrato un “manufatto” eccezionale, espandendo magnificamente l’idea originale, con tanto di parti solistiche cantate – in successione – da Freddie, Brian e Roger (e questa è un’autentica novità nel canzoniere dei Queen), mentre i ritornelli sono sempre ad opera di Mercury. Una Let Me Live così presentata è bella, tuttavia mi sono sempre detto che, senza la morte di Freddie, una canzone in tale forma non sarebbe mai apparsa in nessun album dei Queen. Incorpora anche elementi presi da Piece Of My Heart di Janis Joplin, e da una delle primissime registrazioni dei Queen, Goin’ Back. Non so, in definitiva, quanto Freddie avrebbe potuto gradire il tutto.

Assai più interessante resta Mother Love, a quanto pare l’ultimissima canzone cantata da Mercury ad essere stata immortalata su nastro, nel luglio ’91. Cantata fino ad un certo punto, perché gli ultimi versi sono ad opera di May. Ma che canto! Il tema di questo pezzo bluesy è la disillusione e il bisogno di protezione in vista della fine che si approssima inesorabilmente, con una passione da parte di Freddie davvero da antologia. In qualche modo, il finale del pezzo – un mix discutibile di canzoni che scorrono all’indietro e altri effetti (fra cui la nota esibizione a Wembley nell’86 ed i primi versi di Goin’ Back – ancora!) – rovina l’atmosfera ma probabilmente Mother Love resta tuttora la giustificazione principale per comprarsi “Made In Heaven”. Da segnalare, infine, il bell’assolo centrale di chitarra ad opera di Brian, perfettamente in sintonia con l’atmosfera mesta del brano.

My Life Has Been Saved, per quanto gradevole, è una di quelle canzoni che non vedo per quale motivo siano state incluse qui. Forse per dare qualche credito in più a John Deacon, l’autore iniziale di un pezzo che, come molti del periodo 1989-95, è però accreditato collettivamente come Queen. Originariamente pubblicata come lato B del singolo Scandal (ottobre ’89), questa orecchiabile ballata rock viene se non altro presentata in una forma più robusta e levigata rispetto alla versione precedente, che è anche possibile ascoltare come bonus nell’edizione 2011 Digital Remaster di “Made In Heaven”.

Da quel che ci è dato sapere tuttora, la successiva I Was Born To Love You ha seguìto lo stesso iter di Made In Heaven: entrambe pensate per i Queen ma infine pubblicate su “Mr. Bad Guy”, a entrambe sono state sovrapposte per questo progetto dei grintosi arrangiamenti rock eseguiti dal gruppo. Se il risultato su Made In Heaven è notevole, qui – secondo me – s’è realizzato un vero impiastro. Al di sotto della voce originale di Freddie versione solista 1985, infatti, si ascolta un raffazzonato rock da stadio che sembra includere pure elementi tratti dalla versione di A Kind Of Magic che si ascolta nel film “Highlander” e da Living On My Own, altro celebre pezzo solista tratto dal saccheggiatissimo “Mr. Bad Guy”. Sono passati oltre vent’anni dalla prima volta che ho ascoltato questa rivisitazione alla Queen di I Was Born To Love You e ancora non riesco a farmela piacere. Così come ancora non ascolto la presunta “versione originale” eseguita dai Queen in quei fatidici anni 1983-85. Esisterà?

Edita come singolo apripista di “Made In Heaven”, Heaven For Everyone è invece una delle migliori realizzazioni dei Queen. A questo punto ci si chiede perché questa ruggente ballata rock sia stata esclusa dall’album “A Kind Of Magic” (1986), anche se reimpiegata in seguito per un progetto solista di Roger Taylor (autore del brano) datato 1987, che vi ha fatto cantare lo stesso Freddie Mercury. Forse, anche in questo caso, non esiste una versione di Heaven For Everyone eseguita dai Queen in quanto tali negli anni Ottanta; è più probabile che esista un provino eseguito dal solo Roger, provino che poi ha fatto ascoltare agli altri al momento di scegliere quali pezzi utilizzare per “A Kind Of Magic” e quindi scartato. Ma un giorno non troppo lontano, sono fiducioso, sapremo la verità!

Altra gemma perduta di quella seconda metà degli Ottanta è la successiva Too Much Love Will Kill You, struggente ballata esclusa per un soffio dall’album “The Miracle” (1989): per anni mi sono chiesto perché i Queen hanno scelto brani decisamente più insipidi come The Invisible Man (che scopiazza il tema di Ghostbusters, a mio avviso) o Rain Must Fall a discapito di questa magnifica canzone, anche se oggi posso dire che con molta probabilità c’era un conflitto tra autori per quanto riguarda il copyright. Ad ogni modo, la passione con la quale Freddie affronta il testo è semplicemente da brividi, mentre molto emozionante risulta anche il bell’assolo di chitarra di Brian. Comunque sia, anche Too Much Love Will Kill You non restava completamente inedita a noi fan: reincisa dal solo May per il suo album solista “Back To The Light” (1992), la canzone è stata anche eseguita dal vivo dallo stesso chitarrista al Pavarotti International del ’93.

You Don’t Fool Me è invece un inedito tratto dalle sedute di “Innuendo” (1989-1990), o comunque inciso di lì a poco; lo si avverte benissimo dal cambiamento della voce di Freddie, purtroppo già minata dalla malattia. Partendo da quella che mi sembra un’idea di base minima e poco abbozzata (con uno schema ritmico che mi ha sempre un po’ ricordato Oh Pretty Woman di Roy Orbison), qui bisogna dar merito ai Queen superstiti d’aver dato vita ad un pezzo rock coi controcazzi. Un plauso particolare va a Brian May che, nella parte centrale della canzone, si sfoga in un lungo e superbo assolo, fra i migliori della sua intera carriera.

Così come Mother Love, anche A Winter’s Tale rappresenta una delle più alte vette toccate in “Made In Heaven”, così come entrambe – e mi piace sottolinearlo – sono idee nate dall’estro di Freddie Mercury. Commovente ballata, triste ma a suo modo consolatoria, A Winter’s Tale resta tuttora una delle canzoni più belle che io possa vantare nella mia collezione di dischi. A voler dar credito a Jim Hutton, l’uomo accanto al quale Freddie visse gli ultimi sette anni della sua vita, A Winter’s Tale risale al 1990 ed era stata pensata dal cantante come primo tassello d’un suo prossimo (e purtroppo mai realizzato) album solista, il cui titolo sarebbe stato “Time In May”.

Inutile eppure paradossalmente necessaria nell’economia di “Made In Heaven”, ecco la versione rock di It’s A Beautiful Day, un brano ben più veloce che incorpora anch’esso elementi di una vecchia registrazione dei Queen, Seven Seas Of Rhye, un singolo datato 1974. Perché?

L’originale edizione in vinile di “Made In Heaven”, quella datata 1995, terminava così, mentre agli acquirenti del ciddì veniva “offerta” a conclusione del disco una lunga traccia ambient della durata di oltre venti minuti. Non si sa granché di questa insolita composizione, né di chi vi ha preso effettivamente parte (c’è Freddie Mercury o no? e John Deacon sarà presente?) e né quando/come sia stata registrata. L’avrò ascoltata quattro o cinque volte in vent’anni; oggi come come oggi mi sembra di sentirci del materiale scartato e/o rielaborato dalle sedute d’incisione per la colonna sonora di “Flash Gordon” (1980), ma potrei anche sbagliarmi.

In quel novembre del 1995 storsi il naso quando uscì “Made In Heaven”; con grande sorpresa degli amici, non mi fiondai al negozio per comprarmelo subito. Attesi qualche settimana e poi, titubante, mi portai anch’io a casa un disco che migliaia d’italiani erano andati a comprarsi per Natale, pure gente che dei Queen non aveva mai sentito una nota. Ovviamente gli inediti – e soprattutto, come detto, A Winter’s Tale e Mother Love – li trovai molto interessanti, tuttavia l’idea che tutto questo che abbiamo visto fosse stato spacciato come un nuovo album dei Queen non mi piacque affatto.

Avrei preferito, allora come oggi, una bella compilation d’inediti e versioni alternative tipo “Anthology” dei Beatles, il cui primo capitolo usciva proprio in concomitanza del “nuovo album dei Queen”. Se non altro, in anni recenti ho in parte eliminato le mie vecchie riserve su “Made In Heaven”: ascoltandolo per bene dalla prima all’ultima canzone, devo dar atto ai signori May, Taylor e Deacon di aver effettuato allora una lodevole attività di recupero artistico.

– Mat

Le (poche) canzoni inedite dei Queen

queen-canzoni-inediteDiversamente dalle canzoni (ancora) inedite dei Beatles, quelle relative ai Queen sono per lo più delle versioni inedite – a volte anche radicalmente diverse – di brani già noti. Maniaci del perfezionismo in studio, spesso i Queen lavoravano con grande intensità ad uno stesso pezzo per parecchi mesi, se non addirittura per anni, producendo quindi una serie di canzoni che, seppur accomunate dallo stesso titolo, presentavano in pratica delle notevoli differenze, frutto di ripensamenti e migliorie successivi.

Faccio un primo esempio, tanto per capirci: sull’album “Mr. Bad Guy” di Freddie Mercury, pubblicato nel 1985, compare per la prima volta una canzone intitolata There Must Be More To Life Than This. Ebbene una prima versione era stata incisa dai Queen al gran completo durante le sedute per l’album “Hot Space” (1982), mentre successivamente Mercury la provò in studio niente meno che con Michael Jackson. Ora, è vero che una There Must Be More To Life Than This tra i Queen e Jackson è stata finalmente pubblicata nel 2014 sulla raccolta “Queen Forever” ma sta di fatto che quella collaborazione è un montaggio recente tra le varie registrazioni esistenti, frutto della collaborazione tra William Orbit, Brian May, Roger Taylor e gli eredi di Michael Jackson. Restano tuttora inedite la There Must Be More To Life Than This incisa dai soli Queen nel 1982 e la There Must Be More To Life Than This incisa in duetto tra Freddie e Michael qualche tempo dopo.

Stiamo quindi parlando di una stessa canzone ma conosciuta come minimo in tre versioni alquanto diverse fra di loro; come si sarà notato, inoltre, diventa piuttosto labile il confine tra cosa può essere definita “canzone dei Queen” e cosa può invece intendersi come “canzone solista” (di Freddie Mercury, in questo caso). Esistono numerosi altri esempi in merito. Vediamo di fare un po’ di chiarezza in un territorio alquanto difficile ma davvero molto affascinante.

Il 1981 è l’anno della famosa collaborazione dei Queen con David Bowie per Under Pressure. A quanto pare, tuttavia, quel celeberrimo hit d’alta classifica non è il solo frutto della collaborazione: a parte infatti una versione di Cool Cat contenente una specie di rap da parte di Bowie (brano tuttora inedito ma piuttosto noto – e già da molti anni – nel circuito delle registrazioni clandestine), esistono almeno altri tre brani – chiamati rispettivamente Ali, It’s Alright e Knowledge – eseguiti dai cinque o da configurazioni diverse tra i cinque. Senza poi contare, infine, che la stessa Under Pressure prese avvio da un pezzo inciso dai soli Queen, un pezzo chiamato Feel Like e tuttora inedito. Ecco quindi che abbiamo già due Cool Cat (quella inserita sull’album “Hot Space” e quella inedita con David Bowie) e due Under Pressure (quella, popolarissima, pubblicata su singolo nel novembre ’81 e una precedente versione a quattro chiamata Feel Like).

Non si creda, tuttavia, che questa pratica sia stata applicata dai Queen soltanto in quei primi anni Ottanta: non solo è continuata almeno finché Freddie era in vita (come sappiamo, il celeberrimo cantante morì prematuramente il 24 novembre 1991) ma risale addirittura agli albori della storia dei Queen, quando ancora la band si chiamava Smile ed era un trio composto dai già citati May e Taylor col cantante/bassista Tim Staffel. Esistono infatti alcuni pezzi, più o meno inediti, come Doing All Right e Polar Bear registrati da entrambe le incarnazioni del gruppo, senza poi contare l’inedita Silver Salmon che, seppur sia stata scritta a quanto pare dal solo Tim Staffel, è stata registrata dai Queen con già nei ranghi il bassista John Deacon.

Anche un brano del 1974, accreditato tanto nell’esecuzione quanto nella scrittura ai quattro Queen, pare che in realtà sia stato concepito (ma non si sa se sia stato anche effettivamente registrato) ai tempi dei Wreckage, la formazione pre-Queen di Freddie Mercury. Stiamo parlando di Stone Cold Crazy, sorta di proto speed-metal inserito nell’album “Sheer Heart Attack” e ripreso negli anni Ottanta anche dai Metallica.

A quegli albori dell’epopea dei Queen, tra le nebbie degli Smile e dei Wreckage, può anche essere fatta risalire la fantomatica Hangman, suonata occasionalmente dal vivo fino a una buona prima metà degli anni Settanta ma mai apparsa in una effettiva versione da studio.

Torniamo così agli anni Ottanta: nel 1984 esce su singolo la famosa Love Kills, un brano disco accreditato al solo Freddie Mercury ma scritto e prodotto con il “nostro” Giorgio Moroder. Ebbene, non soltanto in Love Kills sono presenti gli altri membri dei Queen (è in forse Deacon a dire la verità, ma May e Taylor ci sono di sicuro) ma in anni recenti abbiamo saputo che esiste una versione ballad-rock di Love Kills eseguita dai Queen in quanto tali, e senza la partecipazione del buon Moroder. Anche questa versione è stata inclusa in “Queen Forever” ma anch’essa è un montaggio a posteriori, tra la versione strumentale della band, la voce di Mercury sul pezzo con Moroder e nuove parti sovraincise per l’occasione. Insomma, se esiste davvero una Love Kills messa su nastro dai soli Queen tra il 1983 e il 1984, essa è tuttora inedita.

Così come restato inedite quelle registrazioni di Let Me Live, Made In Heaven e Man Made Paradise effettuate circa nello stesso periodo: la prima, una collaborazione con Rod Stewart, compare notevolmente rimaneggiata sull’album “Made In Heaven” (il primo disco dei Queen post-Mercury, edito nel 1995), così come la stessa Made In Heaven, mentre una Man Made Paradise è apparsa per la prima volta nel 1985, sul già citato album solista “Mr. Bad Guy”. Un po’ di caos, vero? Beh, l’ho detto, qui il confine tra opera solistica e opera di gruppo è davvero labile. Facciamo un altro po’ di confusione?

Eccola servita: nel corso del 1984, Freddie incide come solista un brano – Love Makin’ Love – che non figurerà su “Mr. Bad Guy” ma che venne ripreso dai Queen per l’album “A Kind Of Magic“, le cui sedute d’incisione iniziarono l’anno seguente. Ora, se la Love Makin’ Love solistica fece la sua prima comparsa sul monumentale cofanetto monografico dedicato a Freddie Mercury del 2000, la versione dei Queen resta tuttora inedita. Stesso discorso potrebbe farsi per Heaven For Everyone, un pezzo di Roger Taylor provinato dai Queen durante le sedute del già citato “A Kind Of Magic” ma quindi inciso per un progetto solistico di Taylor del 1987… con tanto di voce originale di Mercury! Il tutto, infine, è stato rimaneggiato abilmente e pubblicato con grande successo nel 1995 su “Made In Heaven”. Restano inedite quelle registrazioni originali, pure, per così dire, di Heaven For Everyone di metà anni Ottanta.

Potremmo continuare così con molti altri esempi, virtualmente per ogni canzone dei Queen a noi conosciuta. Concludiamo però il discorso con quelle che effettivamente SONO delle canzoni inedite dei QueenDog With A Bone (un pezzo funky cantato in duetto tra Roger e Freddie), My Secret Fantasy (altro ibrido rock-funk, col testo appena accennato), Face It Alone (una dolente ballata rock, anch’essa più accennata che effettivamente eseguita) e Self Made Man (un pezzo piuttosto grintoso, cantato da Freddie con Brian). Sono tutte relative agli anni 1988-90, quando la band incise senza apparente soluzione di continuità le canzoni per gli album “The Miracle” (1989) e “Innuendo” (1991).

Diverse altre canzoni d’archivio erano già state pubblicate nel 2011, in occasione del quarantennale dei Queen, quando ogni album del gruppo è stato riproposto in edizione limitata con tanto di ciddì bonus contenente appunto materiale raro o effettivamente inedito. Per il resto, non dovrebbero essercene rimaste così tante nei “dossier segreti” dei Queen di canzoni realmente inedite, come hanno anche avuto modo di raccontare alcuni tra i loro più stretti collaboratori. Tuttavia, il 23 marzo 2017, la pagina facebook ufficiale dei Queen ha rivelato il titolo di una canzone risalente alle sedute di “Hot Space”: All This Is Love. Versione alternativa di una canzone altrimenti già nota o vero e proprio inedito? Speriamo di poterne sapere presto qualcosa in più.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 31 marzo 2017)

Qualche segno di vita

segni-di-vitaQuasi senza accorgermene, un intero mese è volato via, e adesso è già settembre. Avevo alcune idee ma, così come sono venute, sono già andate via, e questo modesto blog è più desolato del solito. Colpa mia, ovviamente.

Mancanza di tempo (tengo famiglia, in definitiva), di condizioni climatiche ottimali (è sempre un’esperienza sgradevole scrivere in piena estate su questo pc portatile che si trasforma in una stufa elettrica nel giro di dieci minuti) e – più in generale – di entusiasmo.

Sì, lo confesso, avere un blog nel 2016 non è poi così entusiasmante per me così come era stato almeno fino al 2011. E poi, in generale, non è affatto un bel periodo. Spesso mi chiedo ma chi ha più voglia di stare a parlare di musica oggi? Io stesso ne ho molta meno, e del resto non vado più a leggere i post musicali altrui, per cui mi chiedo chi mai dovrebbe stare a leggere i miei. Le mie sono soltanto impressioni personali che lasciano il tempo che trovano. Non ha molto senso, nel 2016, un blog come Immagine Pubblica, ecco.

Eppure, proprio in quest’anno così avaro di belle notizie & soddisfazioni, io “festeggio” i dieci anni di attività da blogger. Iniziai proprio nell’estate del 2006, con una bellissima piattaforma della Typepad messami gratuitamente a disposizione attraverso il sito della Kataweb, che allora chiamai Parliamo di Musica col minimo sforzo di fantasia. Bastava iscriversi e il gioco era fatto per qualsiasi utente del web che, come me, voleva raccontarsi attraverso le sue passioni & i suoi interessi, sperando di attrarre quante più anime affini.

Ora non vorrei dilungarmi ulteriormente su quell’esperienza che, seppur entusiasmante, resta legata a un periodo particolare della mia vita che oggi non rimpiango. Quello che mi preme dire, in conclusione, è che Immagine Pubblica andrà avanti nonostante tutto. Non so quando, non so come, non so nemmeno il perché a pensarci bene, ma so che tornerò ad aggiornare queste pagine web di tanto in tanto, per il mero piacere di farlo.

– Mat