Bob Dylan: il Nobel, le canzoni, eccetera

Come già sappiamo, nel giorno in cui è venuto a mancare il nostro Dario Fo, premio Nobel per la letteratura nel 1997, è stato assegnato il premio Nobel per la letteratura in questo 2016. Premio che è stato assegnato, tra stupore e polemiche, niente meno che a Bob Dylan, riconoscendone – se mai ce ne fosse stato bisogno – le qualità letterarie, per così dire, delle sue canzoni. Insomma, una sorta di Oscar alla carriera di paroliere, a voler semplificare il tutto ai minimi termini.

Classe 1941, Bob Dylan si è distinto fin dal suo debutto discografico, in quell’alba dei mitici anni Sessanta, come un autore di canzoni che rompeva con la tradizione. Una tradizione che intendeva la “canzonetta” come un puro intrattenimento, un’evasione a 78 e poi a 45 giri eseguita dal cantante del momento ma scritta da un paroliere e da un musicista professionisti. Uno come Bob Dylan, invece, non soltanto scriveva musica e parole della “canzonetta” di turno che addirittura cantava (con una voce non esattamente gradevole, c’è da dire) ma dava un senso a quella che, a ben sentire, una canzonetta non era. Ecco perché Bob Dylan è così importante nella storia della musica, perché ha contribuito – forse più di chiunque altro, almeno in America – a dare spessore e rilevanza culturale alla cosiddetta musica leggera.

Dall’altro lato dell’Atlantico, quattro ragazzi di Liverpool stavano per fare altrettanto, ma questa è un’altra storia, e Bob Dylan in questo li ha preceduti di un soffio. Ecco quindi che un premio Nobel per la letteratura assegnato quando il nostro ha ormai compiuto settantacinque anni, e vanta una carriera discografica longeva come poche, assume una sorta di ufficializzazione della sua importanza culturale, un’importanza che trascende quindi la definizione stessa di canzone, sfociando così nella letteratura. Come a dire: una canzone di Bob Dylan è un’opera letteraria.

Si può essere più o meno d’accordo con l’accademia che ha assegnato il Nobel, e infatti non sono mancate le polemiche, soprattutto fra i letterati allo stato puro, ovvero gli scrittori di libri veri e propri; è però – secondo il mio modestissimo parere – una gran bella notizia. Significa che il concetto di “canzonetta” è stato superato, non esiste più. O quanto meno esiste nelle sue innumerevoli varianti commerciali, ma certamente non tutta la produzione di canzoni può essere intesa esclusivamente come una forma d’intrattenimento senza alcuna valenza culturale. La canzone ha vinto, amici miei! E non è solo una vittoria di Bob Dylan ma di tutti quelli che, come noi, ci siamo sempre aggrappati ai testi delle nostre canzoni preferite come se fossero delle autentiche poesie in musica.

Che i testi delle canzoni di Bob Dylan (ma anche di tanti altri innumerevoli protagonisti della musica del secondo dopoguerra) fossero dei testi letterari è una cosa che noi abbiamo sempre saputo. Che l’arte di Bob Dylan sia culturalmente rilevante è un altro qualcosa che abbiamo sempre sospettato. Ora, se non altro, abbiamo la certezza di non essere soli in un mondo in cui la canzone, il cinema, la letteratura e – in generale – l’arte sia un qualcosa di indefinibile con le solite categorie, ma riconoscibilissimo perché in grado di emozionarci. Sempre e comunque.

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Autore: Matteo Aceto

Quarantenne, lettore onnivoro, cinefilo selettivo, ancora compro dischi.

4 pensieri riguardo “Bob Dylan: il Nobel, le canzoni, eccetera”

  1. Bob Dylan come Nobel mi sta bene, ha scritto testi molto belli ed è sempre stato pubblicato in libri, proprio come un poeta. Oltretutto, nella letteratura di questi anni non è che ci siano dei giganti… Il pericolo, già avveratosi, è che adesso tutti si sentano in diritto di dirsi Nobel, anche se hai scritto Il ballo del quaqua. Ho già ascoltato tanti interventi di questo tipo, direi troppi. Andiamoci piano, la poesia non è un fan club – già ho dubbi profondi su molti poeti veri, figuriamoci con i testi delle canzoni.

    1. Argomento complesso, caro Giuliano. Anch’io ho sempre nutrito dubbi su quelli che potremmo definire poeti veri, così come ho sempre nutrito dubbi su ciò che bisogna intendere per arte nel suo significato più generale. Possiamo porre sullo stesso piano Michelangelo e Warhol? E la Rawling, l’autrice di “Harry Potter”, è sullo stesso piano della Woolf? Mozart può essere accostato ai Beatles?

      1. sì, è un argomento complesso ma si possono mettere dei punti fermi, e io direi che andrebbe sempre fatto. Per esempio, Euripide è talmente grande che si fa fatica a mettergli qualcuno accanto. Non è questione di epoche: ho fatto di proposito il nome di Euripide perché dimostra bene che non è questione se uno sia nostro contemporaneo oppure no. In musica, nel ‘500 e nel ‘600 ci sono i musicisti che hanno messo le basi per il sistema musicale che usiamo ancora oggi. Leonardo è anche uno dei primi scienziati, non credo proprio che Warhol avesse le sue stesse cognizioni in anatomia o in ingegneristica. Per fare un altro esempio, poi chiudo, Mozart è stato grandissimo ma non ha inventato niente di nuovo; le cose nuove le hanno inventate J.S. Bach e i polifonisti dei secoli precedenti. Tornando ai libri, sia la Rowling che Tolkien (due nomi a caso tra i più seguiti e celebrati) hanno “preso in prestito” tante di quelle cose che se le si togliessero resterebbero una decina di pagine…
        contento di ritrovarti 🙂
        PS: i Beatles hanno preso molto da Haendel.

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