George Harrison: un apprezzamento postumo 15 anni dopo

george-harrisonNon solo Miles Davis, non solo Freddie Mercury, ma anche George Harrison. Un anno come questo 2016, che ci ha portato via artisti del calibro di David Bowie, Glenn Frey, Maurice White e Prince, ci ricorda infatti anche importanti anniversari, tra cui quello della morte del celebre chitarrista solista dei Beatles, avvenuta appunto il 29 novembre del 2001.

Quindici anni fa quasi non ci feci caso, a quella morte. Mi spiego meglio: il buon George era malato da tempo, la sua lunga lotta contro il cancro sembrava già una battaglia persa in partenza, la spiritualità che lo ha sempre caratterizzato, così come quel suo senso dell’humour, tanto british quanto macabro, mettevano il tutto nella giusta prospettiva. E così, quando venni a sapere della morte di uno dei miei amati Beatles, in fondo ne restai quasi sollevato. Mi dispiaceva sì, certamente, ma almeno l’uomo aveva smesso di soffrire. E di nascondersi ai media che lo braccavano da mesi, in un circo del pettegolezzo macabro che puntualmente si ripete ad ogni illustre agonia ma che puntualmente torna a disgustarmi.

Quindici anni dopo e mi sembra ancora strano pensare che George Harrison non sia più di questo mondo, così come John Lennon, morto ventun’anni prima in circostanze ancora più tragiche. Sarà che dei Beatles si è sempre parlato molto, si parla ancora molto anche oggi, e probabilmente se ne parlerà ancora molto in futuro, che pare che siano ancora lì, vivi e vegeti tutti e quattro, eternamente giovani, col sorriso, circondati da quella musica che ha segnato tanto profondamente sia la storia del secondo dopoguerra che le vite di tutti noi, ci piacciano o meno i dischi dei Beatles. Insomma, sembra proprio che i Fab Four siano eterni, e poco importa che la metà di loro non ci sia più, e da molti anni ormai.

In questi quindici anni, per quanto mi riguarda, ho fatto una scoperta clamorosa, un qualcosa che in quel lontano 2001 non avrei mai lontanamente sospettato: i dischi da solista di George Harrison sono quelli che, tra tutti e quattro gli autori, mi piacciono di più, quelli che più ascolto, quelli che sembrano perfino più rilevanti col passare del tempo. Essì che ho sempre pensato che “All Things Must Pass” – il primo disco che il nostro ha pubblicato all’indomani dello scioglimento del Beatles, nel 1970 – sia non soltanto il disco più bello d’un Beatle solista ma anche uno che potrebbe stare sullo stesso piano dei vari “Sgt. Pepper”, “White Album” e “Abbey Road”; tuttavia in questi ultimi anni ho definitivamente apprezzato quell’unico componente dei miei amati Beatles che sembrava restarsene un po’ nell’ombra. Guardando in alto a quei giganti di Paul McCartney e John Lennon, e tutto preso dalla mia smisurata simpatia per Ringo Starr, infatti, quasi non mi ero accorto di George e della sua musica. Ci sono arrivato in anni più recenti, e per me è stato un autentico shock culturale.

Anche l’ultimo album da studio di Harrison, pubblicato per suo volere nel 2002, quando ormai se n’era già andato, non solo è perfettamente in linea con la sua produzione solistica dei tempi d’oro ma è anche uno dei più bei dischi beatlesolistici di sempre. E’ come se avessi avuto, ascoltando quegli album e informandomi di più sulla vita del nostro, un’autentica rivelazione.

Mi dispiace di essermi perso tutto questo quando George Harrison era ancora in vita. Eppure sono convinto che un grande artista abbia proprio questa caratteristica: dopo la sua morte, anche molti anni dopo il luttuoso evento, continua a far parlare di sé, mentre la sua opera continua ad appassionarci e, in casi non rari, a meravigliarci ancora.

-Mat

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Freddie Mercury, 25 anni dopo: un personale ricordo

freddie-mercury-25-anni-dopo-immagine-pubblicaSono passati 25 anni esatti da quel triste giorno di novembre che ci ha portato via Freddie Mercuy e stiamo ancora qui a parlarne, a rimpiangerlo, a rabbrividire per la sua voce che esce potente dalle casse dello stereo. In effetti è proprio andata così: dopo un quarto di secolo dalla morte dell’artista, la sua musica è più rilevante che mai, la sua figura nell’immaginario collettivo è sullo stesso piano dei Beatles, di Michael Jackson, di Elvis Presley e di pochi altri – veri – miti della cosiddetta musica popolare.

Ci sarebbero molti modi, almeno per me, di ricordare quello che da 25 anni a questa parte è uno dei miei beniamini preferiti; nelle varie incarnazioni di questo modesto blog ho infatti scritto spesso & volentieri di Freddie Mercury, non solo recensioni sui suoi dischi da solo o con i Queen (parte delle quali ho riproposto negli ultimi mesi, spesso riscritta e aggiornata, vedi QUI e QUI, per esempio), ma anche post di tipo biografico. Ieri, ad esempio, in vista dell’anniversario di oggi, ho “ritrovato” un mio post pubblicato sul blog Parliamo di Musica il 5 settembre 2006, quando cadeva l’anniversario dei 60 anni della nascita di Farouk Bulsara, al secolo Freddie Mercury.

Ecco, avrei potuto ripubblicare oggi quella biografia con i dovuti aggiornamenti e considerazioni del caso, tuttavia ho pensato che fosse solo un esercizio fine a se stesso. Una biografia di Freddie Mercury, infatti, oggi potete trovarla un po’ dappertutto, oggi chiunque abbia la possibilità di scrivere di spettacolo e/o di cultura non mancherà di scrivere anche due sole righe sul venticinquennale della tragica morte del nostro. Anche la sua biografia su Wikipedia, alla quale credo di aver collaborato io stesso, tanti anni fa, è ben fatta e assolutamente degna di nota per chiunque voglia saperne di più su questo autentico mito contemporaneo che è diventato “il cantante dei Queen”. Se fate un salto in libreria, per dire, troverete tanti altri libri (più o meno interessanti, se volete ve ne consiglio io qualcuno) sulla vicenda artistica e umana di Freddie, forse più di quanti ne troverete dedicati ai Fab Four e a Michael.

E allora perché un altro post, perché anche Immagine Pubblica dovrebbe aggiungere qualcosa? Da un lato, infatti, non dovrei scrivere proprio niente, perché niente avrei da aggiungere a quanto ho scritto e/o detto su Freddie Mercury da 25 anni a questa parte, dall’altro tuttavia sento che non posso proprio far finta di niente. Scriverò allora qualche aneddoto personale, qualcosa che finora non ho mai scritto e che appartiene solo a me, perché sono le mie memorie su quegli ormai lontani eventi del 1991. Non dovrete necessariamente seguirmi (e comunque ringrazio chi lo farà), il mio è solo un piccolo omaggio a un grande personaggio. Ecco, fa pure rima.

Primavera 1991: una coppia di miei zii, di ritorno dal Brasile, ha riportato, tra i vari ciddì che aveva acquistato lì, una copia di “Innuendo”, l’album dei Queen fresco d’uscita. Io, che all’epoca avevo appena tredici anni, conoscevo già il nome del gruppo inglese: in quegli anni, la loro We Are The Champions faceva da trionfante sottofondo alla pubblicità della Lancia che celebrava i trionfali titoli mondiali rally vinti con la mitica (anch’essa…) HF Integrale. Un album dei Queen, però, non lo avevo mai avuto fra le mani, e quella copia di “Innuendo” era la prima che vidi in casa di qualcuno della mia famiglia (dove invece giravano spesso & volentieri copie dei dischi dei Pink Floyd, sia in vinile che in ciddì e cassetta). Sentendolo a casa dei miei zii, capii che “Innuendo” era un gran disco, pieno di canzoni belle & potenti, che a me mettevano la pelle d’oca.

Autunno 1991: sono davanti alla televisione, dopo aver finito i compiti per il giorno dopo, e la pubblicità trasmette con una certa frequenza lo spot di una nuova uscita discografica (sì, oggi sembra strano, ma all’epoca e almeno fino al 1996-97, le nuove uscite discografiche erano massicciamente pubblicizzate in tivù). Si trattava di “Greatest Hits II”, una raccolta che racchiudeva tutti i più grandi successi dei Queen degli ultimi dieci anni, e lo spot dai canonici trenta secondi di durata mi aveva fatto sentire frammenti di canzoni che conoscevo ma che non sapevo a chi attribuire, brani come Radio Ga-Ga e Under Pressure, la cui “pressure!” finale scandiva il termine esatto dello spot, con Freddie che faceva l’occhiolino alla telecamera. Ecco quello che voglio, mi sono detto, una bella cassetta di “Greatest Hits II” di questi Queen, che finalmente voglio sentire come si deve! A quel tempo avevo già un greatest hits in cassetta, quello dei Beatles, che avevo praticamente consumato; ebbene, quello dei Queen sarebbe stato il prossimo. Qualche settimana dopo, tornando da scuola e guardando il telegiornale mentre pranzavo, il Tg1 (o il Tg2, non ricordo bene, era comunque un tigì della Rai) dà una notizia: è morto Freddie Mercury, il trasgressivo cantante dei Queen, omosessuale, morto di AIDS a soli 45 anni dopo una vita piena di eccessi. Tra le immagini che scorrono alla tele, vedo un cantante sul palco con baffi neri, parrucca e tette finte. Il tutto, insomma, veniva rappresentato come una sorta di mostro. A tredici anni d’età ormai compiuti, una rappresentazione del genere mediata da mamma Rai aveva raffreddato abbastanza i miei entusiasmi verso la musica dei Queen. Insomma, non avevo più alcuna necessità di fare quello che stavo facendo, mettere da parte i soldi per comprarmi quella musicassetta.

Primavera 1992: gita scolastica, l’ultima che faccio con i compagni delle medie, prima di affrontare a settembre un primo anno di superiori, a Chieti, che francamente non vedevo l’ora di cominciare. Non ricordo molto di quella gita scolastica, ricordo solo che in sottofondo, sull’autobus, girava insistentemente la cassetta di “Greatest Hits II” dei Queen. Vabbene, quel tale, quel Freddie Mercury avrà anche condotto una vita spericolata, ma a me le sue canzoni piacciono da impazzire. Poco tempo dopo faccio la cresima, il mio regalo è – finalmente! – il mio primo stero. Il primo ciddì della mia vita che vado ad acquistare – accompagnato da mia madre, in un negozio di Chieti Scalo chiamato Happy Music – è “Greatest Hits II” dei Queen, per la non modicissima cifra di trentaduemila lire. In più prendiamo anche una copia in vinile di “Benvenuti In Paradiso”, l’album più recente di Antonello Venditti. Ma questa è già un’altra storia.

-Mat

Britpop: non mi piaceva ma aveva senso

britpop-blur-oasis-verve-anni-novantaMe ne stavo riascoltando con gran piacere il doppio vinile di “Urban Hymns”, quel capolavoro dei Verve datato 1997, e ripensavo a quella scena musicale nota come Britpop, una definizione peraltro che non ho mai veramente capito. Cosa c’è di più brit(ish) e di più pop dei Beatles, la cui parabola artistica si è svolta tra il 1962 e il 1970? Il cosiddetto Britpop, infatti, ha caratterizzato la musica per una buona parte degli anni Novanta, diciamo pressappoco la seconda metà di quel decennio, per cui quella definizione mi sembrava già allora vecchia di almeno venticinque anni.

Ad ogni modo, per chi come me c’era e comprava non soltanto musica con regolarità ma che leggeva anche le riviste “di settore”, gruppi come Blur e Oasis erano tanto chiacchierati quanto osannati, un po’ come era successo fino a pochi anni prima con le band “alternative” emerse negli Stati Uniti in seguito a quell’autentico tsunami musicale chiamato Nirvana. Insomma, che mi piacessero o meno, che acquistassi i loro dischi oppure no (e la risposta è no), sapevo praticamente tutto di questa scena Britpop: i nomi dei gruppi, i nomi dei loro stessi componenti, i nomi dei loro album e singoli inevitabilmente in testa alle classifiche, e perfino le immagini delle copertine dei loro dischi. Dischi che, tuttavia, non entravano a casa mia.

Ciò che proprio non mi piaceva del fenomeno Britpop (e del grunge dei primi anni Novanta) erano sostanzialmente due aspetti, strettamente correlati: che – nonostante gli entusiasmi dei critici e degli espertoni di turno – in quei dischi non si ascoltava in realtà niente di nuovo, e che nell’introdurre queste nuove band degli anni Novanta si procedesse in maniera pressoché sistematica a deridere quelle che le avevano precedute negli anni Ottanta. Faccio un esempio: ricordo la recensione d’un festival inglese (del ’95 o del ’96, il periodo era quello) in cui erano presenti, tra i tanti nomi in cartellone, i Simple Minds e gli Oasis; ebbene, l’autore dell’articolo evidentemente godeva nel riportare che, durante l’esibizione dei Simple Minds, i fan degli Oasis avessero esposto uno striscione con la scritta “why don’t you fuck off” (ironizzando, oltre che a mandarli a quel paese, su quella che probabilmente resta il brano più popolare dei Simple Minds, Don’t You Forget About Me).

Ora, nonostante io debba ammettere che non ascolto praticamente più i miei dischi dei Simple Minds, quei dischi li avevo effettivamente comprati, mentre non ho mai sentito la necessità d’andarmi a comprare un album degli Oasis. Inoltre, e mi fa piacere sottolinearlo, i Simple Minds sono attivi tuttora, mentre gli Oasis si sono sciolti già da un bel po’ di annetti. Ecco, in definitiva, che cosa ha rappresentato per me un fenomeno come quello del Britpop: qualcosa si effimero, di poco esaltante, che si è esaurito da solo senza lasciare né grandi rimpianti e – soprattutto – né eredi davvero degni di nota. Perché il punto centrale di questo post è proprio questo, in fondo: che ci sia piaciuto o meno, il fenomeno del Britpop è stato l’ultimo fenomeno pop davvero riconoscibile al quale abbiamo assistito, l’ultimo che abbia potuto vantare ancora vendite milionarie (anche se, c’è da dire, la musica liquida era ancora agli albori) e nomi dalla risonanza internazionale.

Se dovessi definire la musica del decennio successivo, quella compresa tra gli anni 2000 e 2009, davvero non saprei che parole utilizzare. Stiamo per entrare in un altro decennio ma io, musicalmente parlando, il decennio scorso non l’ho ancora messo a fuoco, non riesco ancora a storicizzarlo, ecco. Insomma, il Britpop – con la sola eccezione dei Verve e di una manciata di canzoni dei Blur – non mi è affatto piaciuto, eppure devo riconoscere che a suo modo, in quegli anni, ha avuto un senso. Mi piacerebbe però leggere anche la vostra opinione.

-Mat

Sting, “57th & 9th”, 2016

sting-ultimo-album-immagine-pubblicaHo inevitabilmente sentito il richiamo della foresta: un nuovo disco di Sting mi aspettava nei negozi fin da venerdì scorso e io, dopo qualche giorno di sofferta resistenza, ho fatto il mio acquisto. Avevo scritto QUI di una mia promessa che puntualmente ho disatteso ma, se non altro, non mi sono fatto ammaliare dall’edizione deluxe di “57th & 9th” (sì, il titolo dell’ultimo disco di Sting è quanto di più impronunciabile abbia mai proposto ai suoi fan di madrelingua non inglese): un cofanetto con prodotti come divuddì e cartoline dei quali sono effettivamente in grado di vivere senza.

Prodotto dal solo Martin Kierszenbaum (e già questa è una novità, dato che mai prima d’ora il nome stesso di Sting non era stato accreditato tra i produttori d’un suo album), “57th & 9th” non sembrerebbe nemmeno un disco di Sting se le sue dieci canzoni non fossero cantate da quella voce così inconfondibile, quella voce a me tanto cara.

Si differenzia parecchio da tutti gli album che il nostro ha pubblicato dal 1985 al 2013 perché è il meno levigato di tutti, quasi grezzo nel suo sound ridotto all’osso, immediato grazie anche ad appena trentasette minuti di durata. Insomma, è proprio così: seguo Sting da oltre vent’anni, lo “conosco” almeno dal 1985 per via del suo video Russians che guardavo da bambino in televisione, eppure riusce ancora a sorprendermi. E questo aspetto, al di là dell’intrinseco valore artistico del suo nuovo album, è già positivo.

Dico subito che, tra le dieci canzoni di “57th & 9th”, la migliore è proprio quella che stiamo già ascoltando in radio da un paio di mesi, I Can’t Stop Thinking About You, che pur restando una canzonetta senza pretese, con i suoi richiami allo stile musicale dei primi Police, è se non altro quanto di più eccitante Sting ci abbia fatto ascoltare dai tempi di Desert Rose (1999-2000). Di fatto, erano anni che non ascoltavo in radio una nuova canzone di Sting trasmessa con tale assiduità.

Gli altri momenti interessanti di “57th & 9th” sono, a mio avviso, i brani Down Down Down (anche se mi ricorda qualcosa di già sentito), One Fine Day (melodica, inconfondibilmente stinghiana, candidata a prossimo singolo), Petrol Head (anch’essa decisamente poliziesca, sembra quasi un ripescaggio inedito dall’album “Ghost In The Machine“) e Inshallah (brano dal sapore vagamente mediorientale, sintomatologia d’un vezzo di Sting che parte almeno da Mad About You del 1991). Non mancano comunque momenti più intimi e ancor più minimali, come la country Heading South On The Great North Road e la conclusiva The Empty Chair, eseguite con voce e due chitarre.

E così, affidandosi a un pugno di musicisti fidati che lo accompagnano ormai da anni sia in studio e sia soprattutto sul palco (il chitarrista Lyle Workman e il batterista Josh Freese) o da molti anni (il chitarrista Dominic Miller e il batterista Vinnie Colaiuta), il nostro cantante/bassista inglese s’è tolto lo sfizio di registrare interamente a New York l’album più immediato e musicalmente più essenziale mai uscito a suo nome.

Non è certo un capolavoro, magari l’anno prossimo ce ne saremo anche dimenticati, ma di questi tempi è molto difficile ascoltare il disco di un qualsiasi cantante pop-rock d’alta classifica le cui basi ritmiche non siano condizionate da tastiere, programmazioni e interventi di editing in postproduzione. Qui il tutto è suonato, senza fronzoli ma bene, la voce del nostro è sempre quella, ovvero una vera & propria garanzia, il disco è piacevole e per giunta breve. Sono motivi più che giustificatori della mia marinaresca promessa di tre anni fa, una volta comprato “The Last Ship”: mai più avrei comprato un nuovo disco del mio beniamino all’indomani dell’uscita nei negozi. Certamente.

-Mat

Queen, “Greatest Hits” in doppio vinile

queen-greatest-hits-doppio-vinile-immagine-pubblicaE’ notizia di oggi che la Universal si appresta a ripubblicare in vinile le due storiche raccolte antologiche dei Queen, ovvero “Greatest Hits” (1981) e “Greatest Hits II” (1991). Tralasciando per il momento quest’ultima, che detto tra noi è il primo disco dei Queen che ho comprato (nell’ormai lontano maggio 1992, in formato compact disc, il mio primo ciddì, fra l’altro… che ricordi!), ci occupiamo qui di “Greatest Hits”, ovvero il titolo discografico più venduto di tutti i tempi nel Regno Unito, ovvero il primo mercato discografico più importante al mondo dopo quello americano.

La grande peculiarità di questa ristampa – che, va detto subito, non aggiunge proprio nulla di nuovo in termini strettamente musicali – è che viene presentata in due bei viniloni da 180 grammi (sì, ok, vabbene, c’è anche l’ormai inevitabile mp3 download voucher del quale tutti sembrate avere un gran bisogno), mentre trentacinque anni fa le diciassette canzoni che compongono il “Greatest Hits” erano state stipate lungo i solchi d’un unico vinile.

Nel dettaglio, sul lato A troviamo quella che forse è proprio la canzone più rappresentativa dei Queen, Bohemian Rhapsody, seguita quindi dalla funky Another One Bites The Dust, dalla beatlesiana Killer Queen e dalla rockeggiante Fat Bottomed Girls. Sul lato B abbiamo quindi la straordinaria Bicycle Race, la pulsante You’re My Best Friend, l’eccitata & eccitante Don’t Stop Me Now e la commovente Save Me. Sul lato C sono quindi presenti il rockabilly di Crazy Little Thing Called Love, il gospel di Somebody To Love, il proto-heavy di Now I’m Here, il pop-cabaret di Good Old-Fashioned Lover Boy. Infine, nel lato D, troviamo la melodica Play The Game, la cinematografica Flash, il powerpop psichedelico di Seven Seas Of Rhye, e quindi quei due veri e propri inni da stadio che ormai conoscono anche le pietre chiamati We Will Rock You e We Are The Champions.

Ora io, conoscendo queste diciassette canzoni a memoria, nota per nota, da molti anni ormai (credo di aver acquistato la mia prima copia del “Greatest Hits” nel 1994, anche allora una ristampa, in ciddì, la prima remaster) non dovrei essere affatto tentato da quest’ennesima ristampa in vinile centottantagrammato che va ad affollarsi alle molte altre ormai disponibili nei più disparati centri commerciali del mondo. Eppure un po’ tentato lo sono. Non dico che andrò ad ordinarmela da Amazon questo venerdì, giorno d’uscita, tuttavia, in un ventoso giorno d’autunno, con la tristezza nel cuore, con la speranza ormai al tramonto e la voglia di vivere in riserva, entrando per puro caso in un negozio di dischi, sfortunatamente proprio nel giorno d’accredito dello stipendio, ebbene sì, io potrei cedere.

-Mat

Un interesse che viene chissà da dove

carlo-revelli-sette-brevi-lezioni-di-fisica-immagine-pubblicaFino a qualche tempo fa, rievocando le lezioni di scuola con qualche vecchio compagno di classe, quasi mi compiacevo di dire che non solo non capivo una materia come la fisica, ma che non capivo nemmeno a che cosa servisse la fisica. Insomma, un argomento totalmente tabù, per quanto mi riguardava.

Ebbene, un paio di mesi fa, trovandomi in una delle mie librerie preferite, invece di recarmi come faccio sempre nel settore della narrativa, o al massimo in quello della musica del cinema e dell’intrattenimento in generale, sono andato dritto al reparto saggistica, e nello specifico nel settore della fisica. Ho così comprato un libro di Carlo Rovelli, “Sette brevi lezioni di fisica”, uscito qualche anno fa per la Adelphi. Libro che, seppur davvero breve come il titolo stesso annuncia, ho divorato in due giorni.

Più recentemente, invece, nella stessa libreria, ho quindi acquistato un libro del ben più celebre Stephen Hawking, “L’universo in un guscio di noce”, edito già da buoni quindici anni e qui all’ennesima ristampa (lo stavo leggendo, soltanto che poi mi sono sfortunatamente imbattuto in una nuova – e davvero monumentale – biografia su Enzo Ferrari, “Ferrari Rex” di Luca Dal Monte, che mi ha chiesto una precedenza di lettura totale & totalizzante. Tornerò presto sul libro di Hawking, ad ogni modo).

Tutto questo è per me inaudito, io che leggo libri sulla fisica! Eppure qualche avvisaglia l’avevo già avvertita un paio di anni fa, quando dal Kindle Store della Amazon mi scaricai bellamente la biografia di un certo Albert Einstein, scritto dall’ottimo Walter Isaacson e letta dal sottoscritto con preoccupante interesse & inquietante voglia di saperne di più.

Interesse che non saprei proprio dire da dove provenga. Ripensando alla mia storia scolastica, devo probabilmente riconoscere che nelle materie scientifiche non andavo affatto male; certo, scrivere temi e studiare lettere mi veniva facile & naturale, eppure applicandomi un po’ di più anche nelle materie come matematica e biologia riuscivo pure a ottenere voti più alti. Penso di aver soffocato il mio interesse scientifico inseguendo un velleitario sogno letterario. Oggi, forse, quell’interesse torna per chiedere il conto.

-Mat

 

L’anno dei grandi addii: muore Leonard Cohen

leonard-cohen-you-want-it-darker-muore-leonard-cohenTanti anni fa, quando mio fratello & io ci stavamo appassionando al gruppo inglese dei Sisters Of Mercy, scoprimmo che The Sisters Of Mercy era in realtà una canzone di Leonard Cohen, che era uno degli artisti preferiti di Andrew Eldritch, leader della band e possessore di una voce altrettando cupa e baritonale. A quel tempo avevo già qualcosina di Leonard Cohen: una copia in musicassetta dell’album “I’m Your Man”, comprata per poche lire in un cestone d’un centro commerciale, dato che avevo assoluto bisogno della canzone che ne apriva le danze, First We Take Manhattan. Interessandomi così ai Sisters Of Mercy, rimasi quindi compiaciuto nel notare, per l’ennesima volta, che le mie eclettiche passioni musicali andassero sempre a confluire, in un modo o nell’altro.

Finora ho comprato più dischi dei Sisters Of Mercy che di Leonard Cohen ma il repertorio del celebrato cantautore canadese me lo sono gustato col tempo, per così dire. E così, dopo averne acquistato un paio d’anni fa una doppia raccolta della Sony per la serie “The Essential”, avevo seriamente preso in considerazione l’acquisto del cofanetto contenente tutti gli album incisi da Cohen per le etichette affiliate alla Sony. Qualche giorno fa, inoltre, trovandomi per “puro caso” in un negozio di dischi, avevo messo gli occhi sull’ultimo album del nostro, “You Want It Darker”, edito qualche settimana fa. “Ma c’ha più di ottantanni”, mi sono detto fra me, forse un po’ crudelmente, “più che ascoltare questa suo ultimo lavoro farei meglio ad andarmi a procurare i suoi capolavori del passato”. E così ho riposto la copia di “You Want It Darker” (titolo che mi piace molto, a dire il vero) che avevo fra le mani e ho comprato altro.

Stamani, quindi, la brutta notizia. Leonard Cohen è morto. A ottantadue anni. Morto anche lui in questo tormentatissimo 2016, come tanti altri protagonisti della musica mondiale, da Natalie Cole fino a Pete Burns dei Dead Or Alive, passando per David Bowie, Glenn Frey degi Eagles, e anche Prince. Che dire? Che perdiamo un grande è la cosa più banale che io possa scrivere su Immagine Pubblica. E’ proprio così, però. Leonard Cohen era un vero grande, uno dei pochi personaggi del pop-rock che contasse davvero qualcosa anche al di fuori di quel mondo che – visto da qui – sembra così affascinante. Il difficile, come sempre, come per tutti noi in tutte le epoche, è abituarci all’idea che i nostri idoli siano anch’essi degli esseri umani, soggetti al crudele destino delle leggi di madre natura.

-Mat

Queen, “Highlander” e una colonna sonora ancora inedita

queen-a-kind-of-magic-highlanderTornando a occuparmi di Freddie Mercury, in una sorta di personale omaggio a 70 anni dalla nascita & a 25 dalla morte, vorrei dedicare questo post alla colonna sonora che i Queen scrissero, produssero ed eseguirono per il film “Highlander”, quell’ormai celebre fantasy del 1986 diretto da Russell Mulcahy e incentrato sulle vicende di Connor MacLeod, l’ultimo immortale interpretato da Christopher Lambert.

Colonna sonora che, dopo trent’anni, continua a restare ufficialmente inedita su disco. Prendendo così spunto da un mio vecchio post sull’album “A Kind Of Magic“, cercherò di contestualizzare il discorso, anche alla luce dell’interessante materiale inedito pubblicato cinque anni fa dalla Universal, in occasione della ristampa di tutti gli album dei Queen per la serie “2011 Digital Remaster”.

Russell Mulcahy, regista australiano già distintosi per alcuni videoclip dell’epoca (ne cito uno, l’inquietante Wild Boys dei Duran Duran) e fan dichiarato dei Queen, invitò proprio Freddie Mercury & soci ad occuparsi della colonna sonora del suo primo lungometraggio, “Highlander” per l’appunto. E così i Queen, rivitalizzati dal trionfo del Live Aid ottenuto sul palco di Wembley nel luglio ’85, tornarono in studio con rinnovato entusiasmo: se la richiesta iniziale di Mulcahy era di sole due nuove canzoni, i Queen ne registrarono molte di più e contribuirono attivamente anche agli stessi effetti sonori che il film necessitava. Ad esempio, c’è una scena in cui il cavallo dell’attore antagonista, il bravissimo Clancy Brown, nitrisce dalla cima di una collina; beh, quel nitrito altro non è che la chitarra di Brian May… e si sente!

queen-singolo-princes-of-the-universe-colonna-sonora-highlanderLe canzoni che si ascoltano in “Highlander” sono quindi Princes Of The Universe, One Year Of Love, Gimme The Prize, Who Wants To Live Forever, A Dozen Red Roses For My Darling, la cover di New York New York, la celeberrima A Kind Of Magic, e anche Hammer To Fall, ripescata dall’album “The Works” (1984). Molte di esse suonano notevolmente diverse dalle versioni incluse in “A Kind Of Magic”, così come riportato nelle note interne del disco stesso. I Queen decisero infatti di non voler ripetere quanto fatto sei anni prima con la colonna sonora di “Flash Gordon“: con l’aggiunta di qualche altra nuova canzone, avrebbero quindi realizzato un nuovo album vero e proprio. Da qui la pubblicazione, nel giugno ’86, di “A Kind Of Magic”, dodicesimo album da studio dei Queen che, come il precedente “The Works”, volò al 1° posto della classifica inglese. Quattro mesi dopo uscì nelle sale “Highlander”, nel quale i fan dei Queen poterono quindi ascoltare le versioni iniziali di molte delle canzoni che avevano avuto già modo di apprezzare sull’album. Vediamone adesso le differenze.

Quella che su “A Kind Of Magic” è la canzone conclusiva, Princes Of The Universe, nel film ne accompagna invece i titoli di testa. Rock potente, drammatico & epico scritto da Freddie Mercury, Princes resta una delle mie canzoni preferite dei Queen. Superbamente disinvolta la parte vocale, eccellente l’arrangiamento fra musica & cori, da antologia l’interludio di chitarra in chiave speed-metal. Il video di Princes Of The Universe, girato dallo stesso Russell Mulcahy così come quello di A Kind Of Magic, figura diverse scene del film e la partecipazione attiva di Christopher Lambert, che duella con quello che a distanza di tanti anni possiamo considerare il vero immortale, Freddie Mercury. Nel film, invece, possiamo ascoltare due parti distinte di Princes Of The Universe: la parte iniziale, in tempo medio-lento, che termina con grande effetto sulla parola “world”, riproposta con l’eco mentre viene introdotta la prima sequenza filmata; e quindi il solo interludio chitarristico, mentre i wrestler fanno finta di darsele di santa ragione. Manca quindi la parte in tempo veloce che possiamo apprezzare su “A Kind Of Magic”: chissà se originariamente quei due frammenti che si ascoltano nel film non fossero due brani distinti?

Scritta da Brian May, Gimme The Prize è la canzone più metallara dei Queen: cantando il punto di vista del Kurgan, il temibilissimo antagonista del nostro eroe scozzese, Mercury sfodera la voce più urlante e cattiva che abbia mai messo su nastro, in un brano schiacciasassi dal pesante andamento in tempo medio (che peraltro suona simile alla base di Princes Of The Universe). Nel film, tuttavia, se ne ascolta soltanto una manciata di secondi, giusto il tempo di arrivare al primo ritornello.

queen-singolo-one-year-of-love-colonna-sonora-highlanderOne Year Of Love è invece una romantica ballata scritta da John Deacon, il mite bassista del gruppo. A parte l’appassionata prestazione vocale di Mercury, degna di nota come sempre, spicca in questa canzone l’assolo di sax di Steve Gregory (lo stesso musicista che suona il celebre assolo in Careless Whisper di George Michael); assolo che, nella versione cinematografica, suona leggermente diverso rispetto alla versione inclusa su “A Kind Of Magic”.

Sinfonica ballata d’atmosfera – dove la musica dei Queen è accompagnata dall’orchestra diretta dal compianto Michael Kamen (che in effetti è il compositore dello score vero e proprio di “Highlander”) – Who Wants To Live Forever, tema centrale della narrazione, è anch’essa diversa da quanto ascoltiamo nel film e su disco: nel primo viene cantata dal solo Freddie Mercury, nel secondo l’introduzione, parte del bridge e la frase conclusiva (che peraltro mancano dalla versione filmica) sono invece cantate dal suo autore, Brian May. Canzone molto toccante, nel film accompagna forse le sue scene più belle, e il tutto – canzone dei Queen, voce inedita di Freddie, orchestra di Kamen, paesaggi scozzesi mozzafiato, struggente storia d’amora destinata a non sopravvivere ad entrambi – giustifica un po’ tutto il film e tutta la colonna sonora.

A Dozen Red Roses For My Darling, uno pseudo techno strumentale composto da quel simpaticone (si fa per dire…) del batterista Roger Taylor, è stato pubblicato sul lato B del singolo A Kind Of Magic ma non sull’omonimo album. Su quest’ultimo trova invece spazio Don’t Lose Your Head , naturale evoluzione di A Dozen Red Roses ed interessante per l’utilizzo delle parti vocali: solista e cori per Freddie, distorte per Roger e d’abbellimento per la cantante anglocaraibica Joan Armatrading. Tutto ciò però non compare affatto nel film, dove invece ascoltiamo una versione più elaborata di A Dozen Red Roses (di gruppo, mentre il B side di A Kind Of Magic suona chiaramente come un’esibizione da solista di Taylor): siamo insomma a metà strada tra l’originale A Dozen Red Roses For My Darling e Don’t Lose Your Head e per giunta, sul finale del film, il brano sfocia nella cover di New York New York, brano reso celebre da Liza Minnelli. La versione dei Queen, che sul film si sente per meno d’un minuto e che costituisce così un medley con A Dozen Red Roses, non è presente in nessuna pubblicazione discografica ufficiale dei Queen.

Resta, infine, un’ultima canzone, la più famosa, A Kind Of Magic. Scritta anch’essa da Taylor, la versione che ha il compito di musicare i titoli di coda di “Highlander” è tuttavia la canzone che più differisce al confronto film/disco: è più lenta e, sebbene sia meno rifinita nell’arrangiamento (nelle parti di chitarra, in particolare), è ben più epica del celeberrimo hit single che resta comunque uno dei pezzi più rappresentativi dei Queen. La cosiddetta Highlander Version ha finalmente debuttato (in forma integrale) nella discografia ufficiale del gruppo con l’edizione deluxe di “A Kind Of Magic” della serie “2011 Digital Remaster”.

queen-singolo-who-wants-to-live-forever-colonna-sonora-highlanderRicapitolando, in conclusione, sull’album “A Kind Of Magic” i Queen includettero nove brani: One Vision (singolo, novembre ’85, tratto dalla colonna sonora di “Aquila d’Acciaio”), A Kind Of Magic (singolo, marzo ’86, versione diversa da quella del film), One Year Of Love (leggermente diversa da quella del film), Pain Is So Close To Pleasure (anche in versione remix pubblicata come singolo in alcuni Paesi), Friends Will Be Friends (singolo, giugno ’86), Who Wants To Live Forever (singolo, settembre ’86, versione diversa da quella del film), Gimme The Prize (sembra identica a quanto si ascolta nel film), Don’t Lose Your Head (basata su A Dozen Red Roses For My Darling, la quale potrebbe esserne considerata il demo iniziale eseguito dal solo Taylor), Princes Of The Universe (singolo, marzo ’86, versione diversa da quella del film).

A trenta anni dall’uscita di quello che resta un film cult, “Highlander”, e dopo una ridondanza di ripubblicazioni e antologie della quale spesso ho fatto fatica a scorgerne un senso (money a parte, of course), resta ancora sorprendente per un fan dei Queen come me l’assenza dal mercato discografico di un disco intitolato, che so, “Original Soundtrack from the motion picture Highlander” o anche “The Complete A Kind Of Magic Sessions”. Il 2016 è agli sgoccioli: si dovrà attendere il 2026 per una “Anniversary Edition” del film e della sua colonna sonora?

– Mat

Aspettando Sting

stingNotizia di oggi, il Bataclan di Parigi riaprirà – dopo i traumatici fatti di sangue di un anno fa – sabato 12 con un concerto di Sting. Il celeberrimo cantante/bassista inglese sta infatti per lanciare la sua ultima fatica discografica, l’album dall’impronunciabile titolo “57th & 9th”.

Avevo promesso a me stesso che, contrariamente a quanto faccio da buoni vent’anni a questa parte, non avrei più comprato a scatola chiusa nessun nuovo album del mio beniamino. Quando nel 2013 mi fiondai in negozio per accaparrarmi una copia di “The Last Ship” nel giorno della sua uscita, rimasi deluso dall’ascoltare per l’ennesima volta della musica folk angloirlandese. Sì, perché ormai dal 2006 – col soporifero album “Songs From The Labyrinth” – Sting è di fatto diventato un musicista folk. Folk di ispirazione tanto inglese quanto irlandese. Folk che a uno come me piace assai poco. O che comunque, non essendo un cultore del genere, piace poco così come me lo presenta Sting.

Tuttavia, il singolo apripista di “57th & 9th” (…ma come cavolo si pronuncerà ‘sto titolaccio?!…) che sto ascoltando in radio da oltre un mese a questa parte non mi dispiace affatto: si chiama I Can’t Stop Thinking About You, non è niente di che, ma non soltanto non odora di campagna inglese ma rimanda addirittura ai gloriosi anni dei Police. Quanto basta, insomma, per far vacillare i miei propositi posthelastshippiani.

Ho letto un paio di interviste che il nostro ha concesso in via promozionale alla stampa e mi sono fatto l’idea che questo nuovo album non abbia in effetti nulla a che vedere con quello che Sting ha fatto pubblicare dal 2006 al 2013. Certo, nemmeno l’album del 2003 era un capolavoro: quel “Sacred Love” che a distanza di tredici anni non riesce ancora a scaldarmi. E anche quello era stato preceduto dal suo bel corredo di interviste e considerazioni invitanti.

E così non so che cosa farò venerdì 11, quando la sveglia che mi ricorderà che mi aspetta una nuova mattinata di lavoro mi ricorderà anche che quel giorno un nuovo album di Sting – dall’impronunciabile titolo che qui non starò a copiaincollare ancora una volta – sarà arrivato nei negozi. Ci aggiorniamo sabato 12.

-Mat