Miles Davis, “Agharta”, 1976

Miles Davis - AghartaNon ho mai avuto un debole per i dischi dal vivo. Ho gli album live più importanti dei miei beniamini giusto per completare le rispettive collezioni, ma ammetto di sentire quei dischi davvero poco. Tuttavia, Miles Davis, grande innovatore, ha innovato anche le mie abitudini stereofile: certi suoi album dal vivo sono in realtà alcuni dei dischi più belli che io abbia mai ascoltato. In particolare, due di questi sono diventati in poco tempo i miei ascolti preferiti in fatto di musica live: “Agharta” e “Pangaea“, due straordinari documenti sonori registrati il 1° febbraio 1975 all’Osaka Festival Hall, in Giappone, e inizialmente pubblicati (ognuno in doppio vinile) nel solo mercato nipponico tra il 1975 e il ’76.

Tralasciando ora “Pangaea”, del quale però ci occuperemo presto, eccoci quindi ad “Agharta”, che contiene la registrazione del primo dei due concerti che Miles Davis e la sua band tennero quel giorno in terra d’Oriente. Qui Miles è al capolinea di quello che può essere considerato il suo primo periodo elettrico, considerato che al termine di quel fatidico 1975 si ritirò dalle scene per quasi sei anni (il secondo periodo elettrico caratterizza invece gli ultimi dieci anni di vita del nostro, tra il 1981 e il ’91). Seppur sofferente per numerosi acciacchi, alle prese con dipendenze di vario tipo e sostanzialmente disilluso dal mondo dello show business, Miles appare qui in buona forma, anche grazie a un gruppo di sei musicisti che riesce a fondere prodigiosamente sonorità funky con approcci jazzistici e rock. Ciò che ne viene fuori è un’emozionante sequenza di lunghe e pastose jam-session che costituiscono l’apoteosi della black music, con delle sonorità tuttora freschissime e, in certi casi, ancora insuperate.

Il primo brano in programma, Prelude, dura la bellezza di 32 minuti & mezzo e basta già da solo a farci capire quanto straordinario sia questo disco. A 2’29” dall’inizio, mentre i chitarristi Pete Cosey e Reggie Lucas scavano un feroce groove coi loro strumenti, ecco il primo assolo di Miles Davis, con la tromba ad effetto wah-wah. A 8 minuti esatti, ecco invece l’assolo di sax di quello che secondo me è il miglior solista di questa esibizione, Sonny Fortune. Anticipato da un brusco stacco d’organo elettrico suonato da Davis a 11’20”, la staffetta del solista passa così a Cosey: il musicista si prodiga in uno dei più viscerali e urlanti assoli che io abbia mai sentito, fa letteralmente strillare la sua chitarra (soprattutto a partire da 14’44”), sparata a manetta sul canale sinistro dello stereo, mentre il resto della band sfodera un funk indiavolato. Le acque si calmano un po’ a 16 minuti e mezzo dall’inizio, col funk che si fa più sinuoso e ipnotico; a 19’19” torniamo quindi ad apprezzare l’effetto tremolante della tromba di Miles. A 22’17” sentiamo invece all’unisono la tromba di Miles e il sax di Sonny, in quello che è il primo accenno di melodia dopo oltre venti minuti di musica. Un minuto dopo sarà il solo Fortune a cimentarsi nell’assolo, mentre la melodia all’unisono sax-tromba sarà riproposta in seguito per altre tre volte, intervallate dagli interventi chitarristici di Cosey e percussionistici di Mtume.

Superiore alla versione da studio apparsa poco tempo prima sull’album “Get Up With It” (1974), Maiysha offre nelle sue parti più melodiche una calda e rilassata atmosfera bossa nova, scandìta dal dolce flauto solista di Fortune e dall’organo elettrico di Davis. Non mancano comunque gli assoli di Cosey e, ovviamente, uno centrale di Miles con la sua caratteristica tromba.

Il lungo brano che dà avvio al secondo ciddì, Interlude, parte con un funk veloce e nervoso, di lì a poco abbellito dal sax solista di Fortune. Quando il ritmo rallenta facendosi più epico e incalzante, a 3’08”, ecco invece il lungo assolo di Cosey. Il tutto si traduce, quando il brano ha oltrepassato i 6 minuti di durata, nel pulsante Theme From Jack Johnson (che per errore viene accreditato come titolo del brano successivo). A 8’10” entra Miles con la sua tromba, mentre la musica si fa più pacata, seppur ancora trascinante. Terminato l’assolo del leader a 13’19”, con la musica che vira in una direzione più ambient e ipnotica e lo stesso Davis che passa all’organo, ecco a 17’41” il flauto solista di Fortune che viene sorretto da un tetro ma epico groove che ci ricorda alcune suggestioni della musica africana. A 21’16” Miles torna con un nuovo assolo di tromba, per un finale che diventa via via più dinamico e incalzante.

La musica non conosce interruzioni col successivo Theme From Jack Johnson (tanto che in alcune edizioni di “Agharta” i due pezzi sono editati come una lunga composizione di oltre 50 minuti), così come viene chiamato per sbaglio il quarto e ultimo brano in programma. E’ il numero più sperimentale di “Agharta”, anticipatore delle sonorità che caratterizzeranno il secondo concerto (e quindi l’album “Pangaea”) del gruppo di Davis in quel 1° febbraio del ’75. Dopo un inizio fatto di distorsioni chitarristiche e ipnotici tappeti percussivi, a 3’21” abbiamo finalmente un assolo da parte del chitarrista Reggie Lucas, fino a quel punto del concerto “relegato” in funzione ritmica. A 5’11” ritroviamo invece la tromba di Davis, ancora una volta a marcare una sequenza musicale più pacata. A 9’03” è il nuovo turno da solista per Cosey, che scandisce un passaggio sonoro in cui l’atmosfera del brano si fa più drammatica. La musica si tranquillizza di nuovo e la staffetta dei solisti torna a Miles, che rientra a 12’47”. La natura più ambient e sperimentale di questo brano non viene però smentita e così, dopo altri cambi d’atmosfera, assoli, distorsioni e svariati effetti sonori, esso giunge a conclusione quando il display segna 25’16”.

Abbiamo parlato degli interventi solistici di Miles Davis, Pete Cosey, Sonny Fortune e, occasionalmente, Reggie Lucas, ma non si possono tacere le straordinarie abilità del bassista Michael Henderson (che ha avuto modo di suonare per il nostro nel corso di cinque lunghi anni, tanto in studio quanto dal vivo), del batterista Al Foster (uno dei più bravi che possiamo trovare accanto a Davis in un suo album live) e del percussionista Mtume. Questi sei fantastici musicisti, sotto la guida d’un leader carismatico come pochi, hanno dato vita ad uno dei dischi più impressionanti che io possa vantare nella mia collezione. Da segnalare, infine, la compostezza (o forse lo sgomento…) del pubblico giapponese che fa sì che “Agharta” suoni quasi come una meravigliosa opera da sala d’incisione. Per la gioia delle mie orecchie. [Novembre 2008 /  gennaio 2017]

-Matteo Aceto

Autore: Matteo Aceto

Quarantenne, lettore onnivoro, cinefilo selettivo, ancora compro dischi.

2 pensieri riguardo “Miles Davis, “Agharta”, 1976”

  1. conosci la storia del nome Agharti, o Agarthi, o come vuoi scriverlo? 🙂 è un regno sotterraneo, la “terra cava”. Anche Pangea ha una storia dietro, è il nome che si dà alle terre emerse prima della “deriva dei continenti”, sempre se non ricordo male…

    1. Sì, il riferimento è proprio quello, a una terra mitica e alla deriva dei continenti 😉 Credo proprio che si riferisse all’idea che allora Miles Davis aveva della sua musica, ovvero una sorta di black music totale (così come la superficie terrestre pre-deriva potrebbe essere definita un’Africa totale). Miles non fu capito, tuttavia: al celeberrimo festival jazz di Montreux del ’73, per dirne una, fu sonoramente fischiato, mentre al termine del tour dal quale vennero tratti gli album “Agharta” e “Pangaea” optò per uno sdegnoso ritiro dalle scene che si protrasse fino al 1980. A me, ovviamente, questo suo periodo storico 1969-1975 piace da impazzire.

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