Simon & Garfunkel, “Bridge Over Troubled Water”, 1970

simon-garfunkel-bridge-over-trouble-water-immagine-pubblica-blogC’è un album pop più bello di “Bridge Over Troubled Water”? Ce ne sarà uno, forse anche due, magari pure dieci, o perfino venti. Trenta? Uhm, chissà. Ma non di più. Il capolavoro di Simon & Garfunkel, che poi è anche l’ultimo album fatto insieme come duo, uscito la bellezza di quarantasette anni fa, è uno di quei dischi capaci di travalicare la sua epoca e di attraversare indenne quelle seguenti, fino a risuonare nell’attualità, dove un album come “Bridge Over Troubled Water” suona ancora fresco, piacevole e soprattutto emozionante.

Personalmente, apprezzo tutti i dischi di Simon & Garfunkel, dal loro primo album, “Wednesday Morning 3 A.M.” del 1964, fino al loro ultimo singolo, My Little Town del ’75, compreso il leggendario live del 1981 al Central Park di New York immortalato sull’eponimo disco. Eppure “Bridge Over Troubled Water” resta il mio preferito, quello che mi ha emozionato di più e che, di fatto, ho ascoltato più degli altri. Sarà che comincia con l’omonima Bridge Over Troubled Water, quella sublime ballata pianistica che per me resta una delle canzoni più belle di tutti i tempi, sarà che contiene la splendida The Boxer, una delle canzoni più orecchiabili e cantabili di sempre, o sarà soltanto perché c’è The Only Living Boy In New York, che è stata la prima canzone di Simon & Garfunkel che ho ascoltato (consapevolmente), per me “Bridge Over Troubled Water” avrà sempre un posto di rilievo nella mia collezione di dischi.

L’album comprende inoltre un’altra canzone a me cara, So Long Frank Lloyd Wright, la dolce e malinconica bossanova dove Paul Simon dice artisticamente addio ad Art Garfunkel, con quella frase “architects may come and architects may go, and never change your point of view” che ho sempre trovato magnifica. Un’altra che mi piace e con la quale mi identifico è Keep The Customer Satisfied, ma il successo di “Bridge Over Troubled Water”, con vendite quantificabili in milioni e milioni di copie, fu dovuto anche alla presenza di El Condor Pasa (If I Could), altro singolo di successo tratto dall’album, per una personale (e geniale) rivisitazione di un classico della musica folklorica andina.

Infine, un altro aspetto che mi ha colpito di “Bridge Over Troubled Water”, e qui concludo, è che proprio quando arrivarono alla vetta del successo, tanto di pubblico quanto di critica, Art Garfunkel e Paul Simon decisero di sciogliere il loro sodalizio artistico, mentre anche i Beatles annunciavano la conclusione della loro straordinaria storia insieme (e anche i miei amati Police, ora che ci penso, fecero altrettanto molti anni dopo). Una scelta, quella di ritirarsi quando si è al vertice, che mi ha sempre colpito per audacia artistica e onestà intellettuale. Ecco che un disco come “Bridge Over Troubled Water” rappresenta tanto un testamento del duo quando uno degli emblemi della fine di un’epoca, gli anni Sessanta, che forse ha prodotto in tutti i campi espressivi il meglio del meglio del Novecento.

-Mat

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Autore: Matteo Aceto

Nato negli anni Settanta, abruzzese con un pezzetto di cuore lasciato a New York, marito, papà, impiegato, tifoso della Ferrari, nostalgico di Schumi e dei vecchi campioni del pugilato, lettore avido ma distratto, cinefilo che rivede sempre gli stessi film, compratore assiduo di dischi.

4 thoughts on “Simon & Garfunkel, “Bridge Over Troubled Water”, 1970”

  1. Bridge over troubled water: sembra un commento alla situazione politica e sociale che stiamo vivendo…
    la canzone però è rilassante. Hai mai ascoltato le versioni originali di El condor pasa, o di Scarborough fair? nel loro repertorio ci sono canzoni antiche, spesso anonime. Un po’ come facevano i Pentangle o i Fairport Convention (che però avevano una marcia in più)

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    1. Vero, quel titolo potrebbe suonare emblematico di molte situazioni, sia personali che collettive. Che poi anche l’epoca, la fine degli anni Sessanta, era turbolenta: pensiamo soltanto al Vietnam nel caso dell’America, ma anche all’inizio degli anni di piombo in Italia, con la strage di piazza Fontana. A ben vedere, quella di un’epoca d’oro è forse soltanto una leggenda popolare; non è mai esistita un’epoca dove tutto era bello mentre del brutto manco l’ombra. Non so, è un discorso complesso.
      Tornando alla musica, no, non ho mai ascoltato le originali, anche perché entrambe le versioni di S&G tradiscono le rispettive versioni originali, insomma si sente che sono soltanto delle rivisitazioni, per quanto molto personali, com’è prerogativa dei grandi interpreti. Ai Pentangle continuo a girarci intorno: i loro componenti, in ordine sparso, me li ritrovo in diversi album di pop inglese anni Ottanta, mentre del solo Bert Jansch ho comprato un annetto fa un bel vinile che mi ha subito conquistato: “Avocet”. Non so se lo conosci, mi piacerebbe parlarne in questo blog, prima o poi.

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  2. Piazza Fontana fa parte dei “misteri” (che poi misteri non sono…) della strategia della tensione, eversione neofascista e servizi segreti esteri. E’ l’inizio dei pensieri e delle preoccupazioni, almeno qui in Italia. Poi venne Piazza della Loggia, a Brescia, stessa matrice.
    Sui Pentangle, ai primi posti io metto John Renbourn e Jacqui McShee; poi scelgo Danny Thompson contrabbassista formidabile. Solo a questo punto comincio a pensare a Bert Jansch… 🙂 che però si ascolta sempre molto volentieri. Infine il batterista, Terry Cox.

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    1. Formidabile davvero, il Thompson, lo ascolto sui primi album di David Sylvian e su uno molto bello dei Talk Talk (si chiama “The Colour Of Spring”) dove le sue parti sono sempre degne di nota. Ecco, forse dovrei procurarmi qualcosa degli stessi Pentangle.

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