Giorgio Bassani, “Il Giardino dei Finzi-Contini”, 1962

giorgio-bassani-il-giardino-dei-finzi-continiC’è un famoso di film di Vittorio De Sica che per le ragioni più disparate, anche le più kafkiane, sono sempre riuscito a perdermi in quelle rare volte che veniva passato in tivù: “Il Giardino dei Finzi-Contini” (1970), basato sull’omonimo romanzo di Giorgio Bassani, uscito qualche anno prima. Ecco, non essendo io riuscito a vedere il film nemmeno l’ultima volta che è stato programmato, lo scorso dicembre su Raimovie, ho pensato bene di comprarmi direttamente il romanzo, un pomeriggio di quello stesso mese, mentre curiosavo casualmente in una libreria dalle mie parti con un amico.

Ora non so bene il film, da quel poco che ho visto dico già che mi piace, ma il romanzo m’è piaciuto tantissimo. Fin dal prologo, che qui voglio riproporre per intero perché ne vale davvero la pena. “Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga -, e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra. Ma l’impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d’aprile del 1957. Fu durante una delle solite gite di fine settimana. Distribuiti in una decina d’amici su due automobili, ci eravamo avviati lungo l’Aurelia subito dopo pranzo, senza una meta precisa”.

Insomma, è con questa vera e propria zingarata nella primavera del ’58, che finisce in un cimitero etrusco, che prende avvio la personale giostra della memoria dell’autore. Non starò a raccontare la trama del libro, soltanto sul web ci saranno almeno un migliaio di recensioni migliori di quella che potrei scrivere io qui, ma voglio comunque soffermarmi sui tre aspetti del libro che ho trovato più interessanti. Primo aspetto, l’amore impossibile del narratore della storia per Micòl Finzi-Contini: un amore tutto adolescenziale, fatto sì di desiderio ma anche di immaginazione (soprattutto da parte di lui), votato alla rovina prima ancora che l’Italia stessa vada in rovina a causa delle infami leggi razziali e del suo coinvolgimento disastroso nella seconda guerra mondiale. Mi viene da pensare che un po’ tutti noi maschietti, durante l’adolescenza, abbiamo avuto una nostra Micòl, una ragazzina che ci ha fatto perdere la testa, per la quale avremmo dato anche l’anima ma che, alla fine della fiera, ha già deciso per conto suo che non siamo fatti l’una per l’altro. Assolutamente no. E che pena per noi! Che struggimento, ragazzi!

Secondo aspetto, gli incontri dell’autore-narratore coi due ragazzi di casa Finzi-Contini, ovvero Alberto e Micòl: quella automatica complicità che nasceva da un solo gesto, anche da un solo sguardo, quando i tre ragazzi si incontravano al termine della scuola mentre andavano a leggere i quadri dei promossi/bocciati e quando si ritrovavano vicini di banco, per così dire, durante le funzioni religiose al tempio. Anche questa intesa superficiale, questo capire in anticipo – e del tutto a pelle – di essere fatti della stessa pasta è un’altra cosa nella quale mi sono riconosciuto e che ho vissuto io stesso durante i miei sedici diciassette anni.

Terzo aspetto, infine, più legato alla struttura del romanzo che alla sua narrazione: tutte le ipotesi, le elucubrazioni, le vere e proprie seghe mentali riposte nella storia che, se volessimo tagliarle via dal libro, forse dimezzerebbero il numero delle sue pagine senza peraltro intaccare i fatti narrati. Insomma, un gran bel scrivere cervellotico che mi ha ricordato non poco i romanzi di Philip Roth, che a me per inciso piacciono molto, con molte divagazioni e parecchie frasi tra parentesi che sembrano prendere ogni volta tutt’altra direzione. Anni fa non avrei probabilmente apprezzato questo modo di scrivere, mentre negli ultimi tempi è diventato un qualcosa a cui faccio sempre più caso con piacere. Non so perché, sarà forse che sto invecchiando, che sto diventando più sentimentale, meno concreto e più astratto, più pigro e sconclusionato del solito, ragion per cui tutto questo divagare – come sto facendo anch’io in questo post che farei bene a terminare tra poco – in fondo in fondo mi piace perché mi rappresenta.

-Mat

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Autore: Matteo Aceto

Nato negli anni Settanta, abruzzese con un pezzetto di cuore lasciato a New York, marito, papà, impiegato, tifoso della Ferrari, nostalgico di Schumi e dei vecchi campioni del pugilato, lettore avido ma distratto, cinefilo che rivede sempre gli stessi film, compratore assiduo di dischi.

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