Pink Floyd, “The Final Cut”, 1983

pink floyd the final cut immagine pubblicaDa molti anni volevo scrivere un post su “The Final Cut”, l’ultimo album dei Pink Floyd con Roger Waters ancora in formazione, ma non ho mai trovato lo spunto adatto, nonostante si tratti d’un disco che possiedo e ascolto almeno dal 1995. In quella metà degli anni Novanta mi meravigliavo di come un disco come “The Final Cut” fosse pressoché sconosciuto non solo tra gli appassionati del rock ma anche tra gli appassionati degli stessi Pink Floyd. Eppure mi sembrava un gradissimo disco, degno seguito di “The Wall” (1979), o se non altro molto ma molto superiore ai due album che i Pink Floyd avevano realizzato in seguito, vale a dire “A Momentary Lapse Of Reason” (1987) e “The Division Bell” (1994).

Non è certamente un lavoro facile, “The Final Cut”, così decisamente poco pop, al quale certamente non giovò né l’assenza d’un singolo trainante (Not Now John, per quanto magnifica, non ha certamente lo stesso appeal di Another Brick In The Wall Pt. 2) e né la sofferta decisione in seno alla band di non intraprendere il consueto tour internazionale di concerti di supporto all’album. Nonostante tutto ciò, in quel lontano 1983, “The Final Cut” volò al primo posto della classifica degli album più venduti in molti Paesi, tra cui l’Italia; dieci anni dopo e dell’album sembrava non ricordarsene più nessuno.

Sulla scia dell’enorme successo di “The Division Bell” e della relativa tournée, la EMI tuttavia provvide a ridistribuire nel corso del 1994 tutti gli album dei Pink Floyd con audio remasterizzato e con grafica riveduta ed ampliata. Tra questi titoli figurava anche “The Final Cut”, ovviamente, e così io ne approfittai qualche tempo dopo per portarmene a casa una copia dopo che dell’album ne avevo sentito parlare in modo fantomatico nei primi anni Novanta, quando scoprii il fenomeno “The Wall” (disco e film) e mi appassionai così definitivamente ai Pink Floyd.

Un grandissimo disco, come ho già scritto sopra, un requiem per il sogno del dopoguerra, come lo indicò Roger Waters – l’autore di tutti i brani – nei crediti stessi dell’album, un requiem ad opera di Roger Waters ed eseguito dai Pink Floyd. Ecco un’importante distinzione: un’opera d’un solista eseguita da un gruppo. Gruppo che a quel punto aveva già perso un pezzo importante, vale a dire Richard Wright, fatto fuori da Waters col tacito consenso degli altri praticamente già durante la registrazione di “The Wall”. A questo punto si può obiettare che “The Final Cut” non sia un disco dei Pink Floyd ma piuttosto il primo vero album solista di Roger Waters. Io non la penso (più) così: ora che la vicenda umana & artistica di questa illustre band inglese è stata ampiamente storicizzata – e basta pensare che il suo primo album, “The Piper At The Gates Of Dawn”, è stato pubblicato la bellezza di cinquanta anni fa – un disco come “The Final Cut” E’ un disco dei Pink Floyd allo stesso modo in cui “The Piper” (scritto al novanta per cento da Syd Barrett) e “Momentary Lapse” (scritto al novanta per cento da David Gilmour) SONO dischi dei Pink Floyd. Tre lavori enormemente differenti, “The Piper At The Gates Of Dawn”, “The Final Cut” e “A Momentary Lapse Of Reason”, registrati in tre differenti epoche storiche da tre diverse incarnazioni della stessa band. Un’unica grande, irripetibile storia per uno dei pochi, veri, grandi gruppi musicali capaci di andare a fondo nei nostri sentimenti di ascoltatori e appassionati.

Per quanto riguarda il contenuto più strettamente musicale di “The Final Cut”, questo disco sofferto, solenne, sinfonico (le orchestrazioni sono ad opera del compianto Michael Kamen, accreditato inoltre alla produzione al fianco di Waters, con Gilmour fuori dai giochi per la prima e unica volta nella storia floydiana) eppure toccante e realmente da brividi, vanta alcune delle canzoni più belle del repertorio dei Pink Floyd, gemme come The Gunner’s Dream, come The Fletcher Memorial Home e come la stessa The Final Cut. Personalmente ho sempre amato molto anche l’iniziale The Post War Dream, la successiva Your Possible Pasts (anche per via del modo in cui i due brani sono collegati tra loro tramite i caratteristici effetti sonori ambientali così tanto cari ai Pink Floyd e ai loro ascoltatori) e la già citata Not Now John, l’unica canzone movimentata dell’album, oltre che l’unica a riservare una parte cantata anche per Gilmour.

Mi rendo ben conto che ci sarebbero tante altre cose da dire su “The Final Cut”, eppure sono già contento di quel poco che ho scritto finora; se non altro ho finalmente colmato una lacuna in questo modesto blog: un disco così non potrebbe mai mancare nella mia collezione, e parlarne qui mi sembrava un dovere.

-Mat

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Autore: Matteo Aceto

Nato negli anni Settanta, abruzzese con un pezzetto di cuore lasciato a New York, marito, papà, impiegato, tifoso della Ferrari, nostalgico di Schumi e dei vecchi campioni del pugilato, lettore avido ma distratto, cinefilo che rivede sempre gli stessi film, compratore assiduo di dischi.

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