Depeche Mode, “Delta Machine”, 2013

Depeche Mode Delta Machine immagine pubblicaNell’attesa di “Spirit“, il nuovo album dei Depeche Mode che uscirà venerdì 17 (data fatidica!), sono andato a risentirmi il disco precedente della band inglese, ovvero “Delta Machine”, pubblicato giusto quattro anni fa. Confesso di non averlo sentito granché in questi ultimi anni, un bel po’ di ascolti ripetuti – soprattutto alla guida – in quella prima parte del 2013 e quindi riposto nello scaffale tra gli altri titoli della mia collezione. Non che non mi sia piaciuto l’album, è che i Depeche Mode stanno praticamente riciclando il loro stesso sound almeno dal 2005, con l’album “Playing The Angel”, per cui a uno come me, che possiede tutti i loro dischi e li ascolta da decenni, il “nuovo” album di turno suona tutto fuorché nuovo.

Anche dall’imminente “Spirit” non mi aspetto granché, sono tuttavia curioso di ascoltarlo, così come ero curioso quattro anni fa mentre mi recavo in negozio per comprarmi la mia bella copia di “Delta Machine”. Perché i Depeche Mode, in fondo in fondo, un disco brutto non l’hanno mai fatto e perché a certe cose ci si affeziona; è come andare a trovare dei vecchi amici, che sono vecchi per davvero: magari ti ripetono sempre le stesse storie, sono sempre meno in forma, anche la lucidità comincia a fare cilecca, eppure resta un piacere starli a sentire, andarli a trovare, tanto per il gusto di salutarli di tanto in tanto. E poi i Depeche Mode fanno pubblicare un album ogni quattro anni, per cui l’acquisto della loro ultima “fatica” è un “sacrificio” che possiamo benissimo sostenere.

Mi sto dilungando in maniera preoccupante. Anche io sono invecchiato, e non sono più il blogger di una volta. Quel che mi premeva dire, ad ogni modo, è che riascoltato oggi, un album come “Delta Machine” non è affatto male: prima di tutto perché contiene Heaven, che era e rimane una delle più belle e intense canzoni dei Depeche Mode, poi perché brani come Soothe My Soul e Goodbye ricordano piacevolmente alcuni pezzi di “Violator” (che era e rimane il più bel disco dei nostri), e poi perché la voce di Dave Gahan è sempre più bella (ascoltarla in Should Be Higher oppure in quel revival del sound modiano anni Ottanta che è Secret To The End per credere). Anche quel taglio blueseggiante che hanno diverse canzoni di “Delta Machine” (tra cui la stessa Heaven) contribuisce felicemente alla resa sonora complessiva, mentre per quanto riguarda il brano più brutto (davvero brutto, risentito stamane mi è sembrato pure peggio di come me lo ricordavo), ovvero Soft Touch/Raw Nerve, i nostri hanno avuto almeno il buon gusto di farlo durare meno degli altri.

Ultimo di una trilogia di album dei Depeche Mode prodotta da Ben Hillier, “Delta Machine” non potrà mai essere annoverato come uno dei lavori più rappresentativi della band inglese – che ormai calca le scene da ben trentasei anni, è bene ricordarlo – ma tuttavia resta un’efficace testimonianza della classe e della bravura che questo trio devoto all’elettropop non ha mai perso, a dispetto degli anni e dei decenni che scorrono via inesorabilmente.

-Mat

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Autore: Matteo Aceto

Nato negli anni Settanta, abruzzese con un pezzetto di cuore lasciato a New York, marito, papà, impiegato, tifoso della Ferrari, nostalgico di Schumi e dei vecchi campioni del pugilato, lettore avido ma distratto, cinefilo che rivede sempre gli stessi film, compratore assiduo di dischi.

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