Roger Waters, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking”, 1984

roger waters the pros and cons of hitch hiking immagine pubblicaRoger Waters ha recentemente annunciato l’uscita del suo primo album da venticinque anni a questa parte, “Is This The Life We Really Want?“. Se l’è presa decisamente comoda e, da quel poco che ho sentito, credo proprio che me la prenderò comoda anch’io nell’acquistarlo. E così, un po’ deluso, sono andato a riascoltarmi un suo disco che mi è sempre piaciuto, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” del 1984, che è stato il suo primo vero album solista.

Pubblicato un anno dopo “The Final Cut“, “The Pros And Cons” ne condivide gran parte dei musicisti: tolti gli altri due membri dei Pink Floyd, ci sono quasi tutti infatti, a cominciare da quel Michael Kamen che pure in questo caso si è diviso tra i ruoli del direttore d’orchestra, del pianista e del produttore dell’album (assieme allo stesso Waters). Tra gli altri musicisti coinvolti, voglio comunque ricordare il grande batterista Andy Newmark, il percussionista Ray Cooper, il sassofonista David Sanborn e – ciliegina sulla torta – un certo Eric Clapton, qui impegnato con una chitarra solista che non fa rimpiangere troppo David Gilmour, seppure i due vantino stili sensibilmente diversi.

In “The Pros And Cons Of Hitch Hiking”, inoltre, Roger Waters ha riutilizzato alcuni schemi di chitarra ritmica presi pari pari da “The Final Cut” e ciò nonostante “The Pros And Cons” è un lavoro coevo a “The Wall“. Nel 1978, infatti, Waters propose ai Pink Floyd di scegliere tra due cicli di canzoni che aveva appena composto, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” e “The Wall”, per l’appunto, specificando che quello che non avrebbero scelto sarebbe poi diventato un suo progetto solistico. Come tutti sappiamo, i Floyd scelsero “The Wall” (con tutto ciò che ne è conseguito) e così Waters realizzò in solitaria “The Pros And Cons”, seppure sei anni dopo. In seguito, Gilmour sostenne che i Pink Floyd avessero messo mano anche a “The Pros And Cons”, lasciando così intendere che l’album non fosse tutta farina del sacco di quel bassista ormai diventato acerrimo rivale.

Ad ogni modo, è fin troppo evidente, anche all’ascolto più superficiale, la stretta somiglianza tra tre opere – “The Wall”, “The Final Cut” e “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” – registrate in contesti e situazioni differenti eppure così simili tanto a livello tecnico quanto espressivo. Non vorrei però soffermarmi ulteriormente sulle analogie tra questi tre parti della mente watersiana a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta; preferisco concludere invece sulle peculiarità del singolo album oggetto di questo post.

“The Pros And Cons Of Hitch Hiking” è l’ennesima delle opere concettuali di Roger Waters, il cui tema stavolta è incentrato su un sogno notturno della durata di circa quaranta minuti (che poi è la durata dell’album); sogno nel quale vengono soppesati i pro e i contro dell’autostop, ovvero gli alti e i bassi delle relazioni sentimentali, tra reciproci tradimenti, ricordi, frustrazioni, timori e speranze per il futuro. Sogno che non manca di tramutarsi in incubo in diversi momenti della narrazione. Quest’ultima è resa non soltanto attraverso la musica ma anche per mezzo dei caratteristici effetti ambientali tanto cari ai Pink Floyd e ai loro fan: voci di adulti e di bambini, di uomini e di donne, urla, stridii, traffico, auto di grossa cilindrata che sfrecciano, e ovviamente l’immancabile televisore in sottofondo.

C’è da dire che un album così lo si apprezza di più se ascoltato in cuffia, anziché con le casse. E’ comunque un disco prodotto e suonato magnificamente, con le canzoni tutte collegate tra loro, con alcune parti che si ripetono nella più classica della variazione sul tema, in modo che il tutto suoni più come una suite che una collezione di canzoni a sé stanti (due di queste sono tra le più belle che io abbia mai sentito, ovvero Go Fishing e Every Stranger’s Eyes), ed è infine l’ultimo dei suoi album in cui Roger Waters non soltanto suona effettivamente il basso ma canta alla grande, così come aveva fatto in “The Wall” e in “The Final Cut” e come non farà più già a partire da “Radio K.A.O.S. (1987). Per tutti questi motivi, in definitiva, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” è un disco che mi ha sempre emozionato.

-Mat

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John Coltrane, Johnny Hartman e quel bel disco del ’63

John Coltrane And Johnny Hartman immagine pubblicaCominciamo con un po’ di aggettivi. Romantico, senza dubbio. E anche sentimentale, caldo, rilassato & rilassante, consolante, persino alleviante. Indimenticabile, probabilmente. Indispensabile, forse. A tutti questi aggettivi, infine, ne aggiungo un ultimo, il definitivo: bello. Perché quello di cui si sta parlando, ovvero un disco chiamato semplicemente “John Coltrane And Johnny Hartman”, è proprio questo: un disco bello.

Registrato in un solo giorno, il 7 marzo 1963, ai celebri studi di registrazione di Rudy Van Gelder, in New Jersey, “John Coltrane And Johnny Hartman” segna l’incontro tra il cantante Johnny Hartman e il quartetto storico di John Coltrane, in un disco tanto atipico per la produzione coltraniana – è infatti il solo album di Coltrane ascrivibile al sottogenere “vocal jazz” – quanto impossibile da ignorare se si è amanti, come me, della musica del celeberrimo sassofonista americano.

Disco di sole ballate, scelte in quel Grande Canzoniere Americano che ancora oggi continua a intrigare pubblico e soprattutto artisti (vedi il recente “Triplicate” di Bob Dylan, tanto per citare l’ultimo album d’una serie ormai lunga), “John Coltrane And Johnny Hartman” sostanzialmente figura la voce di Hartman – inevitabilmente baritonale e confidenziale, da vero crooner, per l’appunto – accompagnata da un John Coltrane Quartet forse mai così delicato e misurato.

Si comincia con They Say It’s Wonderful, un classico firmato da Irving Berlin, per quindi procedere con l’amabile Dedicated To You, a ancora con My One And Only Love, dove la voce di Hartman entra dopo ben due minuti, quindi con quella Lush Life con cui Coltrane si cimentava almeno dai suoi anni con la Prestige, con una You Are Too Beautiful che addirittura si concede il lusso di fare a meno del sax di Coltrane, e per concludersi infine col delicato latineggiare di Autumn Serenade. Sei brani per poco più di una mezzora di musica, all’insegna di quel “less is more” che si adatta perfettamente a questo disco così piacevole.

Pubblicato dalla Impulse!, prodotto da Bob Thiele e registrato, come si è detto, nei Van Gelder Studios, in “John Coltrane And Johnny Hartman” è ovviamente il sassofonista a giocare in casa, eppure la presenza del buon Hartman si sente eccome, tanto che in certi momenti si può essere indotti a pensare che John Coltrane, McCoy Tyner, Jimmy Garrison e Elvin Jones si siano qui limitati a vestire i panni della band di supporto del cantante. Non è così, ovviamente, perché “John Coltrane And Johnny Hartman” è l’inevitabile somma delle parti, dove ognuno degli artisti in gioco ha splendidamente contribuito con il proprio stile e la propria sensibilità a un disco davvero unico.

-Mat

Bert Jansch, “Avocet”, 1978

bert jansch avocet immagine pubblica (1)Lo ammetto, fino alla primavera scorsa non conoscevo né l’album “Avocet” e né tanto meno il nome del suo autore, il chitarrista scozzese Bert Jansch. Spulciando così nei titoli in uscita in occasione del Record Store Day di quella primavera del 2016, per l’appunto, mi sono imbattuto in un paio di scarne ma entusiastiche recensioni sulla fresca ristampa in vinile a cura della Earth Records di quell’album originariamente pubblicato nel 1978. Sebbene molto incuriosito, riuscii tuttavia a perdermi quella prima ristampa, a quanto pare pubblicata in edizione davvero limitata, e contenente inoltre degli inserti illustrati molto belli. Non mi dimenticai però di “Avocet”, che andai quindi a comprarmi qualche mese dopo, sempre nella ristampa Earth del 2016 ma nell’edizione in vinile standard, per così dire.

Album completamente strumentale, prossimo ai quaranta minuti di durata, “Avocet” deve il nome a un uccello acquatico, tale “recurvirostra avosetta” che nidifica anche da noi, in Italia. In realtà tutto l’album è in qualche modo dedicato agli uccelli acquatici: ognuno dei suoi sei brani prende infatti il nome da un uccello selvatico che vive in prossimità delle acque, salate o dolci che siano. E’ come se ognuno dei sei brani di “Avocet” tracciasse il bozzetto sonoro dei movimenti di una di queste creature alate, insomma. E per farlo, il buon Bert Jansch, già chitarrista dei Pentangle ma qui anche al piano, si è avvalso della collaborazione di due musicisti straordinari, ovvero Martin Jenkins (alle prese con il mandoloncello, il violino e il flauto) e Danny Thompson, già bassista degli stessi Pentangle.

Il primo lato del vinile è interamente occupato da Avocet, il lungo brano da diciotto minuti che dà il titolo all’album. Seppur chiaramente distinto in diversi movimenti collegati tra loro via mixing, Avocet scorre via che è una bellezza, in quel suo amabile sguazzare tra folk, country, blues, musica celtica, suggestioni medievali, più una spruzzatina di jazz qua & là che del resto caratterizza il sound dell’intero album. Il secondo lato di “Avocet” prende invece avvio con Lapwing, un minuto e mezzo di saltellante esecuzione pianistica da parte del solo Jansch, al quale segue il più epico Bittern, magnificamente sorretto dalle note calde e profonde dell’inconfondibile basso acustico di Thompson (che a un certo punto si ritaglia uno spazio tutto per sé, in assolo), mentre gli altri due musicisti sono liberi di arpeggiare e pizzicare le loro corde con grande perizia ed espressività.

E’ tuttavia il successivo Kingfisher ad avermi lasciato più incantato, forse perché la sua bellissima melodia guidata dal violino non mi suona affatto nuova; sono quasi sicuro, infatti, d’aver sentito Kingfisher in precedenza e, chissà, magari proprio come colonna sonora di qualche documentario sulla natura. E se con Osprey – l’unico brano del disco non firmato da Jansch, ma bensì dall’ottimo Jenkins – restiamo ammaliati da un violino ancor più svolazzante di quanto ascoltato in precedenza, con il successivo e ultimo brano in programma, Kittiwake, siamo invece in presenza di una pizzicata melodia circolare, solida ed eterea a un tempo.

Un ascolto sempre sorprendente, questo “Avocet”, un album eclettico ma appassionato, unico fra tutti quelli presenti nella mia collezione di dischi. Un album che mi ha conquistato fin dalle prime note.

-Mat

The Police, “Ghost In The Machine”, 1981

the police ghost in the machine immagine pubblicaSostanzialmente deluso dall’ultimo album di Sting, quel “57th & 9th” salutato come un ritorno al rock, sono andato a risentirmi spesso un disco che rock suona davvero, un album uscito nel 1981, quando Sting era ancora il cantante, il bassista e il principale autore delle canzoni dei Police. Un album koestlericamente chiamato “Ghost In The Machine”.

So che molti appassionati non saranno d’accordo ma io considero “Ghost In The Machine” il miglior disco dei Police, e per una ragione precisa: si pone esattamente a metà d’un cammino iniziato sì in modo scoppiettante ma anche piuttosto acerbo con “Outlandos D’Amour” (1978) e quindi terminato soltanto cinque anni dopo con un lavoro, “Synchronicity” (1983), nel quale si avverte come non mai lo stile che Sting intraprenderà di lì a poco con la sua carriera solista. Quarto album da studio dei Police, “Ghost In The Machine” è un disco molto più professionale e maturo dei tre che l’avevano preceduto, pur restando inconfondibilmente un album di gruppo (“Synchronicity” mi è sempre parso un album di Sting eseguito dai Police, ecco).

E poi “Ghost In The Machine” ha un indubbio merito: ognuna delle sue undici canzoni è valida di per sé, anche nel caso di quei due o tre riempitivi che non mancano mai in ogni album poliziesco; sono undici canzoni che ascolto piacevolmente dalla prima all’ultima, senza sentirmi tentato – come nel caso degli altri quattro album del gruppo – di saltare i riempitivi di turno. Forte di tre singoli strepitosi che ormai dovrebbero conoscere anche le pietre, ovvero l’incalzante Spirits In The Material World, la tetra Invisible Sun e soprattutto la romantica Every Little Thing She Does Is Magic, tre brani stilisticamente omogenei eppure diversissimi tra loro, “Ghost In The Machine” offre pure delle convincenti prove rock (Hungry For You, Demolition Man e Omegaman), brani più atmosferici (Secret Journey, edita senza successo anche su singolo, e Darkness, probabilmente il miglior contributo autoriale dato da Stewart Copeland ai Police) e ovviamente quell’inconfondibile fusione di rock e ritmi caraibici che ha praticamente fatto la fortuna dei nostri (Rehumanize Yourself, One World e le stesse Every Little Thing e Spirits).

Un album compatto, questo “Ghost In The Machine”, dove i pur esigui contributi autoriali forniti da Andy Summers e Stewart Copeland sono perfettamente amalgamati con quelli di Sting, in un lavoro affidato per la prima volta a un produttore professionista, quell’Hugh Padgham che può essere “trovato” anche nei dischi dei Genesis, di Phil Collins, di Paul McCartney e dello stesso Sting di quel periodo. Senza poi contare, infine, che pur restando strettamente un trio, i Police hanno ampliato la gamma degli strumenti suonati da ogni singolo componente della band: se tutti e tre hanno eseguito parti di tastiera, c’è chi come Sting si è messo addirittura a suonare il sassofono. E il risultato, facendo procedere il lettore dalla traccia uno, Spiritis In The Material World, alla traccia undici, Darkness, è semplicemente grandioso.

-Mat

The Beatles, “Sgt. Pepper” 50 anni dopo, e tutto ciò che c’è da sapere

The Beatles Sgt Pepper 50 anni box 6 dischiFinalmente, dopo settimane d’indiscrezioni, è arrivata l’ufficialità: quello che a questo punto viene riconosciuto dagli stessi Beatles come il loro capolavoro, l’album “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band“, verrà ripubblicato il 26 maggio in occasione del suo cinquantennale. E stavolta non si tratta dell’ennesimo remaster con tanto di nuova confezione cartonata; stavolta alla Apple hanno fatto le cose in grande.

Pubblicato originariamente in Gran Bretagna il 1° giugno 1967, “Sgt. Pepper” sarà infatti nuovamente disponibile in un lussuoso cofanetto da ben sei dischi (quattro ciddì, un divuddì e un bluray), contenente l’album originale opportunamente remixato (e non semplicemente remasterizzato) da Giles Martin (il figlio di George Martin, lo storico produttore dei Beatles, che ovviamente produsse anche “Sgt. Pepper”), la versione mono originale tanto dell’album quanto del singolo Strawberry Fields Forever/Penny Lane (due canzoni inizialmente concepite come parte integrante dell’album ma infine escluse perché la EMI preferì pubblicarle prima su singolo), una buona trentina di registrazioni alternative e soprattutto inedite delle canzoni pepperiane (una cosa alla “Anthology”, insomma), la versione 5.1 “surround” dell’album, un documentario del 1992 (debitamente restaurato) sul “making of” del disco, i videoclip di Strawberry Fields, Penny Lane e A Day In The Life, e quindi l’inevitabile serie di gadget compresi poster, inserti cartonati e il fondamentale libretto illustrativo con note storico-tecniche e fotografie (anche inedite) del periodo.

Questo, in sintesi, il cofanettone deluxe. Per i meno fanatici sarà comunque disponibile un doppio ciddì contenente sia il remix di Giles Martin dell’album che una selezione delle 33 versioni alternative dei brani altrimenti disponibili solo nel box. Il cinquantennale di “Sgt. Pepper” sarà commemorato anche attraverso il vinile: uscirà infatti un doppio trentatré contenente sia la versione remix che la versione mono, mentre già in occasione del prossimo Record Store Day, in programma il 22 aprile, verrà distribuito il singolo da sette pollici di Strawberry Fields Forever/Penny Lane.

Allora, riepilogando, il cofanettone deluxe da sei dischi conterrà quanto segue:

CD1 (il nuovo remix curato dal figlio di George Martin): 1. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, 2. With A Little Help From My Friends, 3. Lucy In The Sky With Diamonds, 4. Getting Better, 5. Fixing A Hole, 6. She’s Leaving Home, 7. Being For The Benefit Of Mr. Kite!, 8. Within You Without You, 9. When I’m Sixty-Four, 10. Lovely Rita, 11. Good Morning Good Morning, 12. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Reprise), 13. A Day In The Life.

CD2 (le cosiddette “Sgt. Pepper Sessions 1966-67”): Strawberry Fields Forever, cinque versioni identificate come Take 1 (già su “Anthology 2”, 1996), Take 4, Take 7 (già su “Anthology 2”), Take 26 e Stereo Mix 2015; la Take 2 di When I’m Sixty-Four; tre versioni di Penny Lane identificate come Take 6 (strumentale), Vocal Overdubs And Speech e Stereo Mix 2017; cinque versioni di A Day In The Life identificate come Take 1, Take 2, Orchestra Overdub, Hummed Last Chord (comprendente le Take 8-11) e The Last Chord; due versioni di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, ovvero Take 1 (strumentale) e Take 9; due versioni di Good Morning Good Morning (Take 1 e Take 8, quest’ultima già su “Anthology 2”).

CD3 (il seguito del secondo ciddì): due versioni di Fixing A Hole (Take 1 e Speech And Take 3); la Take 7 di Being For The Benefit Of Mr. Kite! (già su “Anthology 2”); la Speech And Take 9 di Lovely Rita; due versioni di Lucy In The Sky With Diamonds (Take 1 e Take 5, intervallate da vari Speech); due versioni di Getting Better (Take 1, strumentale, e Take 12); due versioni di Within You Without You (Take 1 e George Coaching The Musicians); due versioni strumentali di She’s Leaving Home (Take 1 e Take 6); le Take 1 e 2 di With A Little Help From My Friends; la versione Speech And Take 8 di Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band (Reprise).

CD4: la versione mono originale del 1967 di “Sgt. Pepper” più sei brani bonus, tutti mono anch’essi, e cioè Strawberry Fields Forever (Original Mono Mix), Penny Lane (Original Mono Mix), A Day In The Live (Unreleased First Mono Mix), Lucy In The Sky With Diamonds (Unreleased Mono Mix nr. 11, che si credeva perduto), She’s Leaving Home (Unreleased First Mono Mix) e Penny Lane (Capitol Records U.S. Promo Single, per l’edizione americana dell’epoca).

Blu-ray e dvd: “Sgt. Pepper”, Strawberry Fields Forever e Penny Lane, sia in 5.1 “surround” che in stereo ad alta risoluzione, e quindi il “Making Of” dell’album (sui cinquanta minuti, con contributi del ’92 di Paul McCartney, Ringo Starr, George Harrison e George Martin) e i tre videoclip del ’67.

Insomma, c’è davvero da leccarsi i baffi, considerando che il tutto è anche proposto in un bel box che fa pure la sua figura. Il prezzo, non proprio modicissimo, si aggira sui cento euro. Penso proprio che sia una spesa che valga la pena di fare. Sono anche tentato dall’acquisto, in occasione del Record Store Day, del 45 giri contenente il doppio lato A Strawberry Fields Forever/Penny Lane. Torneremo ad aggiornarci sull’argomento.

-Mat

The Beatles, “Rubber Soul”, 1965

The Beatles Rubber Soul immagine pubblicaConsiderato il primo grande album dei Beatles, e non una semplice raccolta di canzoni più o meno inedite, “Rubber Soul” ha effettivamente un ruolo centrale nella discografia dei Fab Four. Pubblicato alla fine di quel 1965 che aveva visto consolidarsi la beatlemania come un vero e proprio fenomeno culturale e non soltanto discografico, “Rubber Soul” è lo specchio sonoro dei Beatles nel loro più importante momento di transizione. I cinque dischi che l’avevano preceduto – “Please Please Me” (1963), “With The Beatles” (1963), “A Hard Day’s Night” (1964), “Beatles For Sale” (1964) e “Help!” (1965) – rappresentavano gli anni giovanili, per così dire, mentre quelli che gli sarebbero immediatamente succeduti – “Revolver” (1966) e “Sgt. Pepper” (1967) – avrebbero rappresentato il culmine di quel periodo sperimentale, più adulto, che proprio con “Rubber Soul” aveva iniziato ad affacciarsi.

Eppure il nostro album ha avuto una genesi del tutto particolare che, in realtà, non lasciava presagire nessun capolavoro. Anzi. All’epoca, secondo il contratto sottoscritto con la EMI, i Beatles dovevano dare alle stampe almeno quattro singoli e due album all’anno, e così, dopo aver recitato nel film “Help!”, fatto pubblicare il relativo album-colonna sonora e intrapreso l’inevitabile tour internazionale, i Beatles erano tornati agli studi di Abbey Road il 12 ottobre.

L’obiettivo era ovviamente di realizzare il secondo album annuale per la EMI, e quindi un disco “dovuto” più che artisticamente “sentito” dalla band. E quel contratto non veniva certo sospeso quando l’ispirazione latitava e la stanchezza ci metteva del suo. Si partì infatti da Run For Your Life, un debole country pop dal fastidioso testo sessista, una canzone che qualcosa doveva alla Baby Let’s Play House di Elvis Presley e che resta, secondo la mia modestissima opinione, la peggiore dei Beatles (vedi QUI).

Quello stesso 12 ottobre, se non altro, i Beatles incisero anche una prima versione della splendida Norwegian Wood (This Bird Has Flown), una canzone acustica ideata da John Lennon e realizzata col fondamentale contributo di Paul McCartney. Dal canto suo, George Harrison, la cui effettiva partecipazione a Run For Your Life è incerta, si distingue qui per la sua esecuzione al sitar che, a quanto pare, segna la sua prima comparsa non solo in un pezzo dei Beatles ma anche in un pezzo pop in generale. La canzone è passata almeno per altri due rifacimenti prima di debuttare su “Rubber Soul”, mentre la prima versione di quel 12 ottobre è stata pubblicata trent’anni dopo col progetto “Anthology”.

Quella dell’indomani, il 13 ottobre, fu la prima seduta dei Beatles ad andare oltre la mezzanotte, inaugurando una pratica, quella delle incisioni notturne, che presto sarebbe diventata uno standard nella metodologia in studio dei Fab Four. Il motivo di tanto daffare? Il vivace rock-soul di Drive My Car, che quindi venne scelto come brano d’apertura di “Rubber Soul”. A quanto pare, il contributo di George all’arrangiamento fu determinante, dato che quello inizialmente proposto da Paul “somigliava” un po’ troppo a Respect di Otis Redding.

Cominciata il 16 ottobre con la sola parte ritmica, If I Needed Someone allargava la formazione fino a comprendere il produttore George Martin (qui all’armonium), per un pezzo che tuttavia “ricorda” The Bells Of Rhymney dei Byrds. Fin qui, insomma, il nuovo album dei Beatles non si stava certamente rivelando come quel capolavoro acclamato che tutti conosciamo. Le cose però cambiarono il 18 ottobre, quando in studio fece la comparsa In My Life, il vero capolavoro di “Rubber Soul” e una delle canzoni più belle di tutti i tempi. Con Paul McCartney e George Martin a dividersi le parti di piano elettrico, fu tuttavia Martin a prodursi nel barocco assolo a metà canzone. Tra il 21 e il 22 venne quindi ultimata la ben nota Nowhere Man, vale a dire la terza perla nata da un’idea di Lennon a comparire nelle sedute di registrazione dell’album.

Più laboriosa risultò invece la registrazione di I’m Looking Through You: messa su nastro una prima volta il 24 ottobre, fu sottoposta ad ulteriori rifacimenti il 6 e il 10 novembre. Con Ringo Starr all’organo, oltre che alla batteria e al tamburino, resta incerta l’effettiva partecipazione di George Harrison al brano. La prima versione del 24 ottobre, quando ancora la canzone non presentava quella sorta di bridge che comincia con le parole “Why, tell me why…”, è stata tuttavia inclusa in “Anthology 2”.

Iniziata e finita il 3 novembre, Michelle è con buona probabilità un’esecuzione solista di McCartney. E ciò nonostante, Lennon ha dato un contributo importante a questa canzone tanto celebre, compreso il “prestito” da I Put A Spell On You di Nina Simone (quando Paul canta “i love you, i love you, i loooove you…”)

Registrata il 4 novembre con Ringo alla voce solista, la country What Goes On è in realtà un’idea di John risalente almeno al ’63. In quella stessa seduta venne anche registra 12 Bar Original, un blues strumentale dagli oltre sei minuti di durata e ancora con George Martin all’armonium. Omessa dall’album, 12 Bar Original è stata inclusa trent’anni dopo in “Anthology 2”, sebbene in una versione editata a meno di tre minuti.

Think For Yourself, secondo e ultimo contributo autoriale di Harrison all’album, fu registrata l’8 novembre e si avvale di due parti di basso, una delle quali distorta col fuzz-box. In quella stessa seduta venne anche registrato l’audio per l’annuale flexi disc natalizio da regalare agli iscritti inglesi al Fan Club Ufficiale di Beatles, tra chiacchiericcio scherzoso, riproposizione semiseria di vecchi standard natalizi e stonature e buffonerie su brani originali, tra cui una dissacrante Yesterday.

Sentendo il fiato dei discografici sul collo perché “il nuovo album dei Beatles” doveva uscire in tempo per lo shopping natalizio, i nostri si gettarono a capofitto in una seduta-maratona tra il 10 e l’11 novembre nella quale vennero incise e ultimate altre quattro canzoni: The Word (con Martin nuovamente all’armonium), You Won’t See Me (presumibilmente basata su It’s The Same Old Song dei Four Tops), Wait (recuperata dopo un primo tentativo di registrazione del 17 giugno precedente, nel pieno delle sedute d’incisione di “Help!”) e quindi la migliore delle tre, ovvero Girl. Quest’ultima, a un certo punto, figurava anche una parte di chitarra trattata con distorsore ad opera di George; scartata infine dal mix definitivo, mostra che anche in vista delle scadenze i Beatles non risparmiavano sulle sperimentazioni.

Fin qui abbiamo visto le quattordici canzoni che finirono nell’edizione inglese di “Rubber Soul”. In America le cose andarono però diversamente: la Capitol pensò infatti di escludere Nowhere Man dall’album per pubblicarla invece su singolo, mentre due brani esclusi dalla versione americana di “Help”, ovvero I’ve Just Seen A Face e It’s Only Love, furono scelti a discapito di altrettanti brani sacrificati a loro volta da “Rubber Soul”. In pratica, togliendo ogni volta un paio di pezzi da ogni nuovo album dei Beatles e quindi inserendovi quelli pubblicati solo sui singoli inglesi, quei furbacchioni della Capitol potevano permettersi il lusso di pubblicare via via ulteriori “nuovi album dei Beatles”, in una pratica di montaggio e rimontaggio che i Beatles detestavano ma alla quale non potevano opporsi.

The Beatles Yesterday And Today Butcher CoverSentendosi carne da macello, i nostri escogitarono qualche mese dopo una grottesca trovata: si fecero fotografare proprio da macellai, con tanto di pezzi di carne rossa in bella vista e pezzi di bambole smembrate. Il tutto per una di quelle compilation americane che i Beatles “dovevano” alla Capitol, “Yesterday And Today”. Stiamo parlando della famigerata “butcher cover”, che è un pezzo di storia beatlesiana che meriterebbe forse un post a sé. Qui concludo dicendo che “Rubber Soul”, e forse proprio per l’effetto della “butcher cover” che venne ovviamente censurata in America, fu l’ultimo album dei Beatles ad apparire con due differenti scalette nei mercati al di qua e al di là dell’Atlantico.

-Mat