David Bowie, “Let’s Dance”, 1983

David Bowie Let's Dance 1983“Let’s Dance” è stato il primo album di David Bowie che ho avuto modo di ascoltare, nei primi anni Novanta. Certo, conoscevo già l’artista, conoscevo molte delle sue canzoni – e anche qualcuno dei film in cui aveva avuto un ruolo da protagonista, come ad esempio “Labyrinth” – ma prima di acquistare un impianto stereo in piena regola, nel 1992, non avevo mai avuto il piacere di sentire un disco di David Bowie.

E fu così che un mio giovane zio, grande appassionato di musica come me, mi prestò la sua bella copia in ciddì, rigorosamente “made in Japan”, di “Let’s Dance”, un album uscito nove anni prima ma che suonava ancora magnificamente bene con lo stereo a palla. In effetti “Let’s Dance” non può essere annoverato tra i grandi capolavori di David Bowie ma ha un pregio indiscutibile: è suonato, cantato e registrato benissimo. Anzi, forse è l’album bowiano dalla resa audio migliore di tutti. Merito del nostro e del suo co-produttore, quel Nile Rodgers che fino a pochi anni prima conquistava le classifiche con l’irresistibile discofunk dei suoi Chic, ma merito anche di una schiera di musicisti a dir poco formidabile, tra cui: Stevie Ray Vaughan alla chitarra solista, Carmine Rojas al basso, Omar Hakim alla batteria, Sammy Figueroa alle percussioni, nonché gli stessi Bernard Edwards e Tony Thompson, rispettivamente basso e batteria degli Chic, e quindi Nile Rodgers con la sua inconfondibile chitarra ritmica.

Formato da sole otto canzoni, tra cui due cover – Criminal World e China Girl – e un brano che seppure in forma diversa era già uscito un anno prima, ovvero Cat People (Putting Out Fire), “Let’s Dance” vanta comunque tre singoli straordinari che – di fatto da soli – hanno fatto la sua fortuna, ovvero Modern LoveLet’s Dance e quella China Girl che abbiamo già citato. Scandito da una batteria squadrata e implacabile, Modern Love è il classico pezzo powerpop, per così dire, che serve per aprire l’album con un botto, mentre la successiva China Girl è la personale rivisitazione di Bowie d’un pezzo che aveva scritto con Iggy Pop per un suo album del 1977, “The Idiot“. E’ il pezzo che preferisco tra quelli di “Let’s Dance”, con David che tira fuori una prestazione vocale da urlo e con tutti i musicisti coinvolti che sembrano avere un unico scopo in mente, ovvero quello di creare il perfetto pezzo pop-rock anni Ottanta. Ad ogni modo è stata la stessa Let’s Dance, proposta in una versione canonica da quattro minuti (contro i sette della versione contenuta nell’album eponimo), a rivelarsi come il singolo davvero trainante di tutta l’operazione, conquistando all’epoca entrambe le classifiche, britannica e statunitense.

E se, come abbiamo già detto, Criminal World è una cover (oscura canzone new-wave d’un gruppo ancora più oscuro, del quale non ricordo nemmeno più il nome), interpretata superbamente dal nostro come se fosse una sua creazione originale, e Cat People è l’efficace rifacimento rodgersiano d’una collaborazione precedente di Bowie con Giorgio Moroder, le tre canzoni restanti, ovvero Without You, Ricochet e Shake It, sono davvero insignificanti. Tre canzonette che si lasciano ascoltare senza coinvolgimento e che si tende a dimenticare una volta che la musica è finita. Tre riempitivi, insomma, tanto per portare la durata complessiva dell’album a quaranta minuti, ecco. Per la presenza di questi brani più deboli, che quindi rendono “Let’s Dance” un album dall’ispirazione particolarmente altalenante, non si può certo parlare di disco capolavoro. Ciò non ha impedito, tuttavia, a fare di “Let’s Dance” un best seller planetario, un disco che è finito a milioni di copie nelle case degli ascoltatori più disparati di musica, anche di quelli che non possedevano altri dischi di Bowie. Come mio zio, ad esempio.

L’altro ieri, giorno che avrebbe segnato il settantunesimo compleanno di David, è stata distribuita digitalmente una versione demo del brano Let’s Dance, incisa nel dicembre 1982 agli studi Power Station di New York (dove è stato registrato tutto l’album, del resto). Siccome quest’anno dovrebbe uscire un cofanetto con la produzione bowiana degli anni 1983-1989, la pubblicazione inaspettata di questo demo potrebbe forse essere una ghiotta anticipazione dell’antologia che verrà. Chissà, staremo a sentire e magari avremo modo di tornare sull’argomento.

-Mat

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Autore: Matteo Aceto

Nato negli anni Settanta, abruzzese con un pezzetto di cuore lasciato a New York, marito, papà, impiegato, tifoso della Ferrari, nostalgico di Schumi e dei vecchi campioni del pugilato, lettore avido ma distratto, cinefilo che rivede sempre gli stessi film, compratore assiduo di dischi.

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