George Harrison, “Cloud Nine”, 1987

george harrison, cloud nine, immagine pubblica blogDopo un digiuno discografico di ben cinque anni, durante i quali aveva privilegiato i suoi interessi nell’industria cinematografica piuttosto che quelli nella sua carriera musicale, George Harrison tornò in grande stile sul finire del 1987, con quello che resta uno dei suoi album più belli: “Cloud Nine”.

Coadiuvato da amici musicisti del calibro di Ringo Starr, Eric ClaptonElton John e Jeff Lynne degli Electric Light Orchestra – che in qualità di produttore ha saputo tenere il tutto ben amalgamato – “Cloud Nine” è uno dei tre o quattro titoli del catalogo solista harrisoniano che si ascoltano piacevolmente dall’inizio alla fine, attraverso undici brani che ci mostrano un artista ancora in splendida forma e nuovamente a suo agio nella scena pop di quegli anni.

E così accanto a brani più smaccatamente pop-rock come That’s What It Takes, Fish On The SandThis Is Love e Wreck Of The Hesperus, troviamo un corposo rock blues come Cloud 9 (brano posto in apertura dell’album, con grande effetto), una rivisitazione della beatlesiana I Am The Walrus chiamata When We Was Fab, la fortunata cover di Got My Mind Set On You (un hit da primo posto in classifica in America), un’escursione nella musica etnica giapponese con Breath Away from Heaven, una stoccata alla deriva scandalistica dei mass-media con Devil’s Radio, e soprattutto due magnifiche ballate degne di “All Things Must Pass“, ovvero Just For Today e Someplace Else. Due brani, questi ultimi, che io ascolterei dalla mattina alla sera e che forse, da soli, giustificano l’acquisto di tutto l’album.

Trovo tuttora strabiliante che George Harrison non si sia prodigato, magari con lo stesso team, nel dare un seguito a “Cloud Nine” tra il 1988 e il 1989. L’anno dopo uscì sì un disco prodotto da Jeff Lynne e che vedeva la sua partecipazione, ma era il primo dei due capitoli discografici legati al progetto dei Traveling Wilburys, un supergruppo che annoverava – oltre a Harrison e allo stesso Lynne – anche Bob Dylan, Tom Petty e Roy Orbison. Questa però è una storia diversa che magari affronteremo in un altro post.

-Matteo Aceto

Bryan Ferry, “Mamouna”, 1994

bryan ferry, mamouna, immagine pubblica blogNono album da solista per Bryan Ferry, “Mamouna” è il primo disco d’inediti che la voce dei Roxy Music ha fatto pubblicare negli anni Novanta, un anno dopo “Taxi”, che invece era una parata di sole cover. Disco sensualmente languido, spettacolarmente crepuscolare eppure irresistibilmente funky, “Mamouna” – pubblicato dalla Virgin nel settembre 1994 – non ha perso nulla della sua classe in tutti questi anni. Un piccolo classico, insomma, che personalmente ascolto ancora con grande piacere, soprattutto quando sono alla guida dell’auto.

Dieci canzoni, dall’iniziale Don’t Want To Know alla conclusiva Chain Reaction, passando per la malinconica Your Painted Smile (primo singolo estratto dall’album) e la pulsante Wildcat Days, brano che segnava il ritorno della collaborazione tra Bryan Ferry e Brian Eno. In realtà quest’ultimo non è l’unico altro componente dei Roxy Music a partecipare a “Mamouna”, giacché vi figurano infatti anche Phil ManzaneraAndy Mackay, rispettivamente chitarra e sassofono originali dei Roxy Music. A conti fatti, una sorta di reunion per la band inglese, considerando inoltre anche la presenza dello storico produttore Rhett Davies. Non mancano comunque altri ospiti illustri, com’è tipico degli album di Bryan Ferry; in questo caso possiamo annoverare i bassisti Nathan East e Pino Palladino, il chitarrista Nile Rodgers (sì, proprio lui, quello degli Chic), il batterista Steve Ferrone e altri ancora.

Il primo lavoro originale di Bryan Ferry uscito negli anni Novanta, s’è detto, eppure a quanto pare la genesi di “Mamouna” risale al 1989-90. L’album era praticamente pronto nel 1990, le canzoni erano quelle (cambiavano giusto un paio di titoli), la reunion dei Roxy Music in studio si era verificata ma poi – chissà perché – il nostro bloccò tutto. Lo fece uscire quattro anni dopo, non prima d’aver dato alle stampe “Taxi”, un album di cover come abbiamo detto. Misteri dell’industria discografica, chissà. Mi piacerebbe saperne di più. “Mamouna”, ad ogni modo, resta un disco che fa magnificamente bene il suo lavoro: intrattenerci musicalmente. E magari, perché no, farci immaginare un mondo migliore.

-Matteo Aceto

 

Notiziole musicali #6

Sting e ShaggyNon compro un disco dallo scorso 1° dicembre. E questa, secondo me, è già una notizia. Un po’ inquietante, per i miei standard, ma conto di rifarmi presto, al massimo entro marzo. Il 23 di quel mese, infatti, sarà disponibile il sesto capitolo della “Bootleg Series” che la Sony ha dedicato e sta dedicando a Miles Davis. Si tratta d’un quadruplo ciddì contenente alcuni concerti europei del 1960 che testimoniano l’ultima collaborazione dal vivo tra Miles Davis e John Coltrane. Il nuovo titolo si chiamerà appropriatamente “The Final Tour: The Bootleg Series Vol. 6” e, sebbene contenga del materiale già precedentemente disponibile, c’è da credere che offrirà una qualità audio notevolmente superiore a quanto finora già ascoltato di quelle leggendarie esibizioni.

Insomma, il 23 marzo non è molto lontano, considerando inoltre che meno di un mese dopo, e precisamente il 21 aprile, sarà la volta del Record Store Day 2018. Ecco, diciamo che mi sto tenendo buono per questi due succosi appuntamenti. Nel frattempo, la produzione di “Bohemian Rhapsody“, il tanto atteso biopic sui Queen del quale si parla ormai da oltre un decennio, ha avuto modo di licenziare il regista Bryan Singer e di sostituirlo con Dexter Fletcher. Se del primo sapevo poco, del secondo so ancora meno; resto comunque ancora incuriosito da questo film, che dovrebbe debuttare nelle sale a dicembre.

Un’altra notizia che mi pare interessante è quella del ritorno degli Smashing Pumpkins, al lavoro su un nuovo album assieme al celebre (e celebrato) produttore Rick Rubin. Stavolta è della partita anche il chitarrista originario della band americana, James Iha, per cui potremmo davvero sentirne delle belle. Chissà. Intanto, anche Sting è tornato in studio negli scorsi mesi, pronto per dare probabilmente un seguito all’album “57th & 9th” del 2016. Tra i suoi collaboratori, oltre al produttore Martin Kierszenbaum, ci sarà anche Shaggy… ricordate, quello di Boombastic? Sting e Shaggy (nella foto) che, fra l’altro, si esibiranno prossimamente nel corso del Festival di Sanremo.

Nel frattempo, Roger Waters ha annunciato che ad aprire il suo concerto che terrà a Hyde Park (Londra), il prossimo 6 luglio, ci sarà anche Richard Ashcroft. L’ex Pink Floyd e l’ex The Verve… due dei miei cantanti/musicisti preferiti. Mi farebbe davvero piacere vederli assieme per uno o due brani. Chissà anche in questo caso. Ci terremo aggiornati.

-Matteo Aceto