Dennis Wilson, “Pacific Ocean Blue”, 1977

dennis wilson pacific ocean blue immagine pubblica blogMemore d’un’entusiastica recensione letta una decina d’anni fa a proposito del ritorno sul mercato discografico di “Pacific Ocean Blue”, in occasione del suo trentennale, mi ricordai così di acquistare l’album quando me lo trovai inaspettatamente davanti, qualche anno dopo, rovistando tra gli scaffali d’un negozio di dischi dalle mie parti. Si tratta del primo album solistico d’un componente dei Beach Boys, ovvero di Dennis Wilson, che probabilmente resta anche l’album più bello d’un Wilson in veste solista.

Ebbene sì, Dennis, il più scapestrato dei fratelli Wilson, quello che almeno nei dischi più acclamati dei Beach Boys era stato un comprimario o poco più, quello con le amicizie pericolose e sempre alle prese coi tipici eccessi da rockstar (fino all’inevitabile morte tragica quando era ancora giovane, a trentanove anni, nel 1983), è il sorprendente autore d’un autentico capolavoro di musica contemporanea. Prodotto dallo stesso Wilson con Gregg Jakobson e interamente registrato nello studio di famiglia di Santa Monica (California), “Pacific Ocean Blue” contiene dodici brani originali dalla durata media di tre minuti ognuno. E’ molto meno pop di quanto si potrebbe facilmente supporre, anzi è più lento e più d’atmosfera di ciò che i formidabili successi dei Beach Boys che tutti noi conosciamo ci indurrebbe a ritenere. E’ una commistione più unica che rara di ballate pianistiche, gospel, soul e rock. Su tutto, l’inconfondibile voce di Dennis Wilson, roca e inevitabilmente segnata dagli abusi, ma sempre appassionata e a suo modo vera.

E così i dodici brani in programma, dall’iniziale River Song alla conclusiva End Of The Show, scorrono via che è un incanto, in un tutt’uno attraversato anche da momenti di grande lirismo, come nel caso di Moonshine, di Thoughts Of You, di Time. Non manca l’impressione di opera incompiuta che si avverte chiaramente in più d’un brano, come se la canzone in questione (ad esempio Friday Night, per dirne una) sfumasse quando avrebbe potuto continuare altrimenti; ma anche questo contribuisce al fascino d’un disco così atipico com’è appunto “Pacific Ocean Blue”.

Tra i partecipanti all’album, tra cui ricordo il bassista Jamie Jamerson e il batterista Hal Blaine, non mancano all’appello altri componenti dei Beach Boys, sia in veste di autori (come il fratello Carl Wilson e il cugino Mike Love) che di coristi (Bruce Johnston). Non manca, inoltre, Karen Lamm Wilson, all’epoca moglie di Dennis (una delle tre o quattro che il Beach Boy ha avuto), che contribuisce sia ai cori che alla scrittura di alcuni brani.

Al momento della sua uscita, nel settembre ’77, “Pacific Ocean Blue” entrò a malapena nella Top 100 americana, sparendo del tutto dopo sole otto settimane, e non fortuna migliore trovarono i due singoli estratti, You And I e River Song. Ma successo a parte, questo è un disco che si ascolta ancora straordinariamente bene dopo tanti anni e del quale, evidentemente, non si è ancora smesso di parlare.

La copia in mio possesso è una bella ristampa del 2010, contenente tre brani aggiuntivi, ma consiglio a tutti, anche a me stesso, l’acquisto della riedizione deluxe in doppio ciddì che la Sony ha distribuito nel 2008 in occasione del trentennale dell’album.

-Matteo Aceto

Genesis, “Abacab”, 1981

genesis, abacab, immagine pubblica blogErano anni che non sentivo la mia copia di “Abacab”, l’undicesimo album da studio dei Genesis, pubblicato originariamente nel settembre 1981. Di recente ho avuto modo di riascoltarmelo sia in auto e sia con lo stereo di casa e devo ammettere che, per quanto possa suonare musicalmente datato, resta ancora coinvolgente & godibile dopo tutti questi anni. Forti del loro primo numero uno nella classifica inglese degli album con “Duke” (marzo 1980), i Genesis bissarono quel clamoroso successo già l’anno successivo, con “Abacab” per l’appunto: da lì in poi sarà una costante per tutti gli album del gruppo e per molti di quelli pubblicati dai solisti, almeno fino ai primi anni Novanta

L’album inizia proprio con la coriacea Abacab, che resta probabilmente il più mirabile esempio della nuova strategia compositiva dei Genesis: ormai stabilmente un trio formato da Phil Collins (voce e batteria), Tony Banks (tastiere) e Mike Rutherford (basso e chitarra), i tre presero ad improvvisare tutti assieme in studio e quindi a vedere un po’ che cosa se ne potesse ricavare in termini di canzoni. Nel caso di Abacab, una composizione accreditata a tutti e tre i musicisti coinvolti, siamo alle prese con sette minuti buoni di esplosiva miscela a base di pop, rock, funk e progressive. Davvero notevole.

Il brano successivo, No Reply At All, introduce una vera sezione fiati, quella degli Earth Wind & Fire, in un brano dei Genesis accreditato come un’opera comune ma chiaramente pilotato da Phil Collins. Trovo magnifico il break a 2′ e 44” dall’inizio, dove il tempo rallenta notevolmente e Phil sfoggia al meglio quello che diverrà presto un suo marchio di fabbrica, ovvero una voce tagliente come un bisturi.

Composta dal solo Banks – e si sente – la successiva Me And Sarah Jane ripropone in sei minuti quella struttura progressive tanto cara ai nostri; progressive che in realtà non è mai stato messo completamente da parte nel corso della lunga vicenda artistica dei Genesis. La stessa cosa potrebbe dirsi d’un lungo e composito brano che compare più tardi, Dodo/Lurker, meno melodico di Sarah Jane ma più teatrale e heavy per quanto riguarda l’arrangiamento complessivo, forte anche di accenni reggae in alcune sezioni.

La serrata Keep It Dark, non troppo memorabile a onor del vero, vanta se non altro una prestazione vocale da parte di Collins davvero degna di nota. C’è chi comunque ritenne Keep It Dark, con quel suo ritmo irregolare e sincopato, talmente appetibile da farla pubblicare anche su singolo. E se con l’isterica Whodunnit? sprofondiamo al punto più basso di “Abacab” (ma voglio credere che l’inserimento d’un brano come questo, nato chiaramente da un’improvvisazione in sala d’incisione come gran parte dell’album, sia stata una mossa autoironica), con la canzone successiva siamo al cospetto non solo del punto più alto dell’album ma anche di una delle canzoni più belle dei Genesis. Stiamo parlando di Man On The Corner, una ballata scritta dal solo Collins e interpretata come solo lui sapeva fare, tant’è vero che sembra “rubata” al suo album “Face Value” (febbraio 1981). Molto bello il bridge che inizia a 2′ e 18” dall’inizio, direi toccante, mentre il testo sembra anticipare quello che sarà il tema della canzone più famosa di Phil, Another Day In Paradise, grande hit del 1989.

Accreditata al solo Rutherford, Like It Or Not mostra invece un’evidente sensibilità blues, caratteristica non troppo comune nel vasto canzoniere dei Genesis. E se l’introduzione quasi ambient di Another Record sembra promettente, la canzone vera e propria resta invece la più debole di tutto l’album. Non una grande chiusura, questa Another Record, ma forse non è stata messa lì a caso, tanto per portare il disco alla canonica lunghezza dei quaranta minuti quando il gruppo aveva ormai perso la sua ispirazione migliore. Il semplicistico titolo del brano (“un altro disco”, “un altro pezzo” ma anche “un’altra registrazione”) parrebbe indiziare in tal senso.

Autoprodotto dagli stessi Rutherford, Collins e Banks col sensibile supporto tecnico di Hugh Padgham (che dal successivo album in poi sarà accreditato come produttore effettivo), “Abacab” non è certo il disco perfetto dei Genesis ma resta quanto meno uno dei più solidi e divertenti sfornati dalla band inglese. E dopo trentasette anni non è certamente poco.

Vale la pena segnalare, infine, una peculiarità della copertina: certamente non bella (anzi, la si potrebbe forse includere tra QUESTE), è stata pubblicata con lo stesso schema grafico ma con colori diversi. Credo che ne esistano almeno quattro, probabilmente anche legate ai diversi formati via via disponibili dell’album (vinile, cassetta, ciddì, ciddì remaster, eccetera). La copertina della mia copia, una ristampa Virgin del 1994, debitamente remasterizzata, è appunto quella che compare nella foto sopra. Credo che sia comunque la più comune.

-Matteo Aceto

PS: nel post ho volutamente inserito, oltre all’anno, anche il mese d’uscita degli album citati. E’ impressionante notare come Phil Collins, in soli diciotto mesi, abbia dominato da solo o con i Genesis la classifica del suo Paese con ben tre album. Non può essere semplicemente un caso e non può essere soltanto fortuna.

All’indomani del Record Store Day

record store day immagine pubblica blogSabato scorso ho anch’io festeggiato il Record Store Day facendo quello che c’era da fare: andare al negozio di dischi, quello vero, che vende solo quelli, e fare acquisti. E’ stato tuttavia un Record Store Day abbastanza triste per me: e non soltanto perché non sono riuscito a mettere le mani sull’ambita ristampa in doppio vinile bianco di “Dead Bees On A Cake”, l’album di David Sylvian originariamente uscito nel 1999, ma soprattutto perché ho trovato uno dei negozi storici di Pescara, Discover, drammaticamente chiuso. Qualche settimana fa era venuto a mancare il titolare e, forse, di lì a poco, la decisione di chiudere Discover è stata anche pubblicizzata da qualche parte. Io non ne sapevo niente, ormai vivo a molti chilometri di distanza da Pescara, ma venirlo a scoprire proprio nel giorno in cui si dovrebbero festeggiare i negozi di dischi ha qualcosa di tristemente crudele.

E così, già che c’ero, ho fatto comunque un paio di acquisti, nell’unico, vero, storico, negozio di dischi rimasto a Pescara, ovvero Gong. Ho così comprato il “Rubberband EP” di Miles Davis (un dodici pollici da 45 giri contenente quattro brani) e il “Journey’s End” di Roger Taylor, il batterista dei Queen (un dieci pollici da 45 giri anch’esso, contenente però due soli pezzi). Un po’ pochino, insomma. E quello che ho ascoltato non m’è piaciuto granché.

Mi sto tuttavia consolando con due acquisti che nel frattempo avevo ordinato online: l’ultimo capitolo della “Bootleg Series” dedicato dalla Sony a Miles Davis, “The Final Tour” (quattro ciddì che documentano per la prima volta in maniera ufficiale la tournée di concerti che il Miles Davis Quintet tenne in Europa nel 1960, l’ultima con John Coltrane ancora nei ranghi) e la riedizione deluxe di “Purple Rain”, il capolavoro firmato Prince & The Revolution del 1984, riproposto lo scorso anno in una versione estesa da tre ciddì più divuddì. In settimana, inoltre, dovrebbe arrivarmi anche un cofanetto di Bruce Springsteen del 2015 che tenevo d’occhio da tempo, “The Ties That Bind”, dedicato al suo celebre & celebrato album del 1980, “The River”.

Forse, di questi miei recenti acquisti discografici avremo modo di parlare più dettagliatamente in specifici post. Il prossimo comunque dovrebbe riguardare un album da studio dei Genesis che giace già da qualche settimane tra le bozze di questo blog. Insomma, avremo modo di aggiornarci presto.

-Matteo Aceto

Miles Davis, “Porgy And Bess”, 1958

Miles Davis Gil Evans Porgy And BessSe c’è un disco che ho ascoltato più assiduamente degli altri nelle ultime settimane, quello è senz’altro “Porgy And Bess” di Miles Davis. In effetti, pur avendo questo titolo nella mia collezione da ormai un decennio, non l’avevo mai ascoltato con così grande interesse. Un mio limite, sicuramente, ma è anche vero che la mia copia di questo illustre capolavoro fa parte in realtà d’un cofanetto del 1996, intitolato “The Complete Columbia Studio Recordings”, e riguardante le collaborazioni tra Miles Davis e Gil Evans. Il tutto in ben sei ciddì, con materiale originale inciso tra il 1957 e il 1968. Ecco, perso in oltre sei ore di musica, tra master take e versioni alternative dei molti brani così generosamente offerti, ho impiegato letteralmente anni per mettere il tutto nella giusta prospettiva.

Secondo d’una splendida trilogia di album usciti per la Columbia e realizzati – per l’appunto – assieme al fido Gil Evans, l’amico di una vita, oltre che uno dei principali nomi associati alla lunga carriera discografica di Miles Davis, “Porgy And Bess”, così come il precedente “Miles Ahead” (1957), è stato registrato a New York in sole quattro fruttuosissime sedute, nell’estate ’58. Una trilogia, come s’è detto, della quale fanno parte il già citato “Miles Ahead” e “Sketches Of Spain” (1960), i quali rappresentano tutti insieme sia uno dei picchi artistici di Miles Davis che uno dei suoi periodi discografici più amati. E anche fortunati dal punto di vista meramente commerciale.

Scritta da George Gershwin col fratello paroliere Ira Gershwin e con lo stesso DuBose Heyward, autore del romanzo originale, “Porgy And Bess” narra la storia di una comunità di afroamericani ambientata negli anni Trenta. Se l’originale è una vera e propria opera lirica, con tanto di tenori, soprani e libretto, la rivisitazione del duo Davis-Evans spicca come uno dei vertici del cosiddetto jazz orchestrale, dove alla tromba (e in certi casi al flicorno) solista di Miles fa da supporto un’intera sezione fiati comprendente altre trombe, tromboni, clarinetti, corni francesi, tuba e flauti. Non mancano tuttavia alcuni componenti della working band davisiana di quegli anni, ovvero Cannonball Adderley (alto sax), Paul Chambers (basso) e Jimmy Cobb (batteria, sebbene in alcuni pezzi gli sia stato preferito il più vigoroso Philly Joe Jones).

Per quanto riguarda i singoli brani di “Porgy And Bess”, dall’iniziale Buzzard Song, con quella sua qualità notturna che forse è anche un po’ la caratteristica di tutto l’album, si passa alla suadente Bess, You Is My Woman Now, per quindi imbattersi nel rutilante Gone, l’unico brano non presente nell’opera gershwiniana. Si tratta infatti d’un originale di Gil Evans che in qualche modo rielabora parte del tema del brano successivamente in programma. Ecco così la tenebrosa Gone, Gone, Gone, alla quale segue un autentico classico del jazz, quella Summertime per la quale Evans ha confezionato un grandioso arrangiamento che più sofisticato non si poteva. Segue a sua volta la contemplativa Oh Bess, Oh Where’s My Bess, e quindi la lirica Prayer (Oh Doctor Jesus), tesa e sospesa nella prima parte, placidamente epica nella seconda. E’ poi la volta della contemplativa, quasi pastorale direi, Fisherman, Strawberry And Devil Crab, dopo la quale sopraggiunge la dolente My Man’s Gone Now. Si procede con It Ain’t Necessarily So, il brano più squisitamente swing dell’album, con il breve passaggio lirico di Here Come De Honey Man, con l’intenso lirismo di I Loves You, Porgy e si conclude infine con la frizzante There’s A Boat That’s Leaving Soon For New York.

C’è soltanto una cosa che proprio non riesce a piacermi della “Porgy And Bess” davisiana: la copertina che, per quanto mi riguarda, potrebbe anche essere annoverata QUI. Per il resto, siamo alle prese con un vero capolavoro che a distanza di sessant’anni dalla sua uscita non ha perso nulla della sua classe.

-Matteo Aceto

Altre brutte copertine di dischi

La musica di Miles Davis che più amo è quella che il grande trombettista americano ha inciso quando era sotto contratto con la Columbia (gli anni 1955-1985). La musica che successivamente ha inciso per conto della Warner Bros, nella fase finale della sua carriera, mi piace un po’ meno ma ancora meno mi piacciono i suoi anni pre-Columbia, per così dire, soprattutto quando incideva per la Prestige. E tra i motivi che mi tengono alla larga da quei dischi metto proprio le orride copertine che molto spesso ornavano i lavori comunque degni di nota di Davis. Eccone una selezione.

Miles Davis, Relaxin

“Relaxin’ With The Miles Davis Quintet” è una raccolta di materiale inciso nel 1956 e quindi pubblicato dalla Prestige nel 1958, quando Miles era già passato alla Columbia. Non discuto il contenuto dell’album, peraltro registrato dal nostro assieme a uno dei suoi gruppi migliori, ovvero quello con John Coltrane, Red Garland, Paul Chambers e Philly Joe Jones. Ma la copertina? Mi ha sempre raffreddato la voglia di ascoltarmi il disco, purtroppo.

Miles Davis, Collectors Items

E che dire di “Collectors’ Items”, inciso sempre in quel 1956 ma con tutt’altra formazione?

Miles Davis, Miles Davis And Horns

Anche se, per quanto mi riguarda, la copertina più brutta d’un disco di Miles Davis resta quella di “Miles Davis And Horns”, anch’essa del 1956. Certo che l’allora reparto grafico della Prestige era a dir poco originale.

Il mondo è comunque pieno di brutte copertine di dischi, e continuano a farne anche in tempi recenti. Vediamone qualcuna.

Ed Sheeran, X

Ecco l’album “X” (gruppo Warner, 2014) di Ed Sheeran, un cantante del quale oggi tutti sembrano proprio non poterne fare a meno, in particolare i programmisti radiofonici.

Katy Perry, Witness, 2017

Questa è invece la spaventosa copertina di “Witness”, l’ultimo album di Katy Perry, pubblicato dalla Capitol nel 2017. E pensare che sarebbe bastata una semplice foto alla stessa Perry per dare invece alle stampe una bella copertina.

Depeche Mode - Spirit

Ancora i Depeche Mode, con una brutta copertina tratta da quello che molto probabilmente è il loro album più brutto, il recente “Spirit” (Sony, 2017).

Lou Reed, Metallica, Lulu

E che dire poi dell’orrenda copertina di “Lulu”, una collaborazione del 2011 tra Lou Reed e i Metallica pubblicata dalla Warner nel 2011?

Ma in casa, oltre a “Spirit” dei Depeche Mode e ai dischi Prestige di Miles Davis ho anche i seguenti…

Prince, Rave Un2 The Joy Fantastic, 1999

Prince, “Joy Un2 The Joy Fantastic” (gruppo BMG, 1999), oltre a…

New Order Republic

New Order, “Republic” (gruppo Warner, 1993), oppure, per fare un esempio nostrano…

Mango, Visto Così

Mango, “Visto Così” (gruppo Warner anch’esso, 1999).

Beh, penso che per ora la nostra carrellata di brutte copertine possa bastare. Ovviamente tutto è discutibile, quello che non piace a me potrebbe benissimo rappresentare un capolavoro per qualcun altro. Col prossimo post torneremo a parlare di musica vera. Forse proprio d’un noto album di Miles Davis che in questi giorni sto riascoltando spesso & volentieri.

-Matteo Aceto

Dischi, le copertine davvero brutte

Il mondo della discografia è pieno di bei dischi ma anche di una quantità impressionante di brutte copertine. Spulciando nel web è facile imbattersi in vere e proprie antologie dell’orrore che mettono a raccolta alcune delle copertine di dischi più raccapriccianti di sempre, in una sorta di sagra del cattivo gusto che passa trasversalmente i generi musicali, le epoche storiche e la geografia. Ecco, dal punto di vista geografico, c’è da dire che le peggiori copertine provengono forse dal mercato est-europeo, non fosse altro che per l’abbigliamento e le acconciature degli artisti (?) immortalati in copertina. Nell’antologia del bruttocopertinismo (mi si passi il neologismo, brutto anch’esso) non fa però eccezione nessuno, neanche gli artisti più celebri e le case discografiche più blasonate.

E’ proprio in tal senso che vorrei anch’io proporre una serie di brutte copertine di dischi; non mostrerò le solite immagini prese a caso dalla discografia del qualunquestan degli anni Settanta-Ottanta ma farò vedere – a vostro rischio & pericolo, s’intende – le brutte copertine di alcuni dei più famosi musicisti internazionali d’alta classifica.

simple minds - Celebration

In casa, ad esempio, ho da molti anni una copia in ciddì di quest’antologia dei Simple Minds: si chiama “Celebration”, è uscita originariamente nel 1982 per conto della Virgin e riassume un po’ gli anni cosiddetti formativi della band scozzese (1978-1981). Personalmente la trovo bruttissima. Che avevano da celebrare con una copertina così?

John Lennon - Mind Games

Altra brutta copertina che ritrovo in casa – per giunta in due edizioni, ovvero vinile e ciddì – è quella che confeziona l’album “Mind Games” (EMI, 1973) di John Lennon. E il mio idolo non s’è risparmiato nemmeno per la copertina di “Imagine” (EMI, 1971), per non dire poi degli album sperimentali che pubblicò alla fine degli anni Sessanta con la moglie, Yoko Ono, come “Two Virgins” e “Life With The Lions”. Ve le risparmio.

Steely Dan - Gaucho

Ancora una brutta copertina d’un mio disco che sento spesso & volentieri è quella di “Gaucho” (MCA, 1980) degli Steely Dan. Sicuramente si è visto di peggio ma anche di molto meglio. E comunque le copertine degli ultimi album degli Steely Dan, ovvero “Two Against Nature” (gruppo Warner Bros, 2000) e “Everything Must Go” (2003) non sono esattamente da esposizione.

elton john - wonderful crazy night

Un altro campione del cattivo gusto, e qui c’è davvero poco da stupirsi, è Elton John. Guardate un po’ la copertina di uno dei suoi ultimi album, “Wonderful Crazy Night” (Island, 2016). Certo è che ai tempi di “Caribou” (MCA, 1974), non proponeva – lui o chi per lui, è bene precisare – molto di meglio.

Elton John - Caribou

Altre copertine che spiccano per la loro bruttezza, prese un po’ a caso, riguardano…

Bon Jovi - Have A Nice Day

Bon Jovi, “Have A Nice Day” (Island, 2005), oppure…

Eric Clapton - Old Sock

Eric Clapton, “Old Sock” (gruppo Warner, 2013), ma anche…

Pink Floyd - Obscured by Clouds

Pink Floyd, “Obscured By Clouds” (EMI, 1972), per non dire poi…

Depeche Mode - Delta Machine

Depeche Mode, “Delta Machine” (Sony, 2013), e ovviamente anche…

madonna - American Life

Madonna, “American Life” (gruppo Warner, 2003), oppure peggio…

Chic - Chic-ism

Chic, “Chic-ism” (sempre Warner, 1992), e infine…

Paul Rodgers - Electric

Paul Rodgers, “Electric” (gruppo BMG, 1999).

Questo è quanto per ora. Un prossimo post del genere potrebbe comparire su questo blog in tempi brevi. Sembra una minaccia.

-Matteo Aceto

Bob Dylan: un po’ di questo, un po’ di quello

Bob Dylan è in tour in Italia con ben tre date all’Auditorium Parco della Musica di Roma, più altre a Firenze, Mantova, Milano, Jesolo (addirittura?) e Verona, ma io non sarò sotto il palco ad applaudirlo. Purtroppo. Mi sarebbe piaciuto, per carità, ma sono ormai dieci anni buoni che mi sono ritirato dall’attività live. Non ho più il fisico (e né la testa, a ben vedere) per affrontare tutti i chilometri che le mie pop/rockstar preferite vorrebbero farmi fare ogni volta che decidono di passare nella nostra beneamata penisola. E poi l’attesa ai cancelli, la corsa per prendersi i posti migliori, il sorbirsi i gruppi di supporto, eccetera. No, non fa proprio (più) per me.

Bob Dylan m’è sempre piaciuto anche se non mi ha mai fatto impazzire. Negli ultimi anni, tuttavia, sono andato a comprarmi diversi suoi dischi, comprese antologie triple (come ad esempio “Biograph”, del 1985) o cofanetti tematici (come ad esempio i sei ciddì contenenti le leggendarie “Basement Tapes”, usciti in box nel 2014), e perfino il suo ultimo album, anch’esso un triplo, “Triplicate” per l’appunto, uscito nel 2017 e del quale mi piacerebbe presto parlare in un post tutto suo. Mi piacerebbe avere un po’ tutti i suoi album “classici” (per ora sono fermo al solo “Blonde On Blonde” del 1966) ma è anche vero che ho puntato su Amazon un box antologico che la Sony ha fatto uscire qualche anno fa e contenente tutti i dischi da studio del nostro. Insomma, con una botta & via potrei farmi recapitare a domicilio tutta la produzione dylaniana dall’esordio agli anni della maturità.

Per il resto, sono convinto che ogni album di Bob Dylan sia meritevole quanto meno di considerazione, giacché in ognuno di essi si possono trovare brani di qualità. E poi parliamo pur sempre di uno che è sulla cresta dell’onda da oltre cinquant’anni e che di recente – non senza polemiche – è stato addirittura insignito del prestigioso premio Nobel per la letteratura. Un colosso, niente da dire. Al quale voglio avvicinarmi il più possibile ma anche senza fretta, seguendo la mia vecchia curiosità di appassionato di musica & compratore di dischi. Continuando, almeno per ora, a guardarlo da lontano, come in questi giorni che non sarò presente a nessuno dei suoi concerti italiani.

-Matteo Aceto