Queen, “A Day At The Races”, 1976

queen, a day at the races, immagine pubblica blogTra tutti gli album dei miei amati Queen, “A Day At The Races” resta quello che probabilmente ho ascoltato di meno. Meno d’una decina di volte di sicuro, considerando che ne posseggo una copia in vinile da oltre vent’anni e che nel 2011 ne ho riacquistata un’altra, in formato ciddì (remasterizzata e con brani aggiunti). Eppure niente, quella tra me e questo disco è una storia d’amore mai nata. Come per il formato mp3, insomma. E come per lo sport del calcio, fra le altre cose. Sto divagando, lo so.

“A Day At The Races” non può certo essere considerato un brutto disco, e se non altro contiene una delle canzoni più belle & rappresentative dei Queen, quella Somebody To Love che ormai dovrebbero conoscere anche gli animali domestici. Le altre canzoni, però, il modo in cui sono state incise e perfino la loro sequenza nell’album non mi hanno mai convinto appieno. “A Day At The Races” è per me il classico disco che un fan compra tanto per completare la collezione. Tolta Somebody To Love – che ho comunque sul primo “Greatest Hits” dei Queen – e tolta Tie Your Mother Down – alla quale ho sempre preferito la scatenata versione dal vivo a Wembley nel 1986 – potrei in definitiva anche farmi derubare delle mie due copie di “A Day At The Races” che forse non me ne accorgerei nemmeno.

Seguito un po’ sbiadito di “A Night At The Opera“, col quale condivide titolo (entrambi sono i titoli originali di altrettanti film dei Fratelli Marx) e veste grafica, “A Day At The Races” contiene inoltre quella che considero una delle canzoni più brutte dei Queen, ovvero Drowse, scritta dal batterista Roger Taylor (per me l’autore meno dotato tra i componenti della band, anche se a partire dagli anni Ottanta ha avuto modo di migliorarsi parecchio), mentre brani come You And I e The Millionaire Waltz mi hanno sempre lasciato indifferente. In tutte le altre canzoni ho sempre trovato un qualcosa d’artificioso che, a ben pensarci, mi ha fatto storcere il naso fin dalla prima volta che ho ascoltato questo disco, a metà anni Novanta.

Perfino quella che viene considerata una delle canzoni più belle e suggestive di Freddie Mercury, ovvero You Take My Breath Away (per certi aspetti anticipatrice del “Barcelona” che verrà), non mi ha mai appagato del tutto. Forse è un problema di produzione: con “A Day At The Races”, infatti, per la prima volta un disco dei Queen è stato prodotto da essi stessi, rinunciando a quel Roy Thomas Baker che aveva contribuito non poco al successo di “A Night At The Opera”. Ecco, secondo me i Queen non erano pronti par far tutto da soli; tant’è vero che dopo “A Day At The Races” si autoprodussero il solo “News Of The World” (dal sound più fresco, in effetti) e già con “Jazz” tornarono a chiedere i servigi del buon Baker. In seguito, pur cambiando produttore altre volte, quello della completa autoproduzione fu un esperimento che i Queen non ripeterono più.

Magari potrei aggiungere altro all’oggetto di questo post, il successo in classifica o qualche aneddoto curioso, ma in fondo a che pro? È un disco che ho ascoltato poco, come detto all’inizio, e che non è mai stato di mio gradimento. Resto comunque in attesa spasmodica di “Bohemian Rhapsody“, il biopic sui Queen diretto dal controverso Bryan Singer: uscito in gran parte del mondo ai primi del mese, in Italia verrà distribuito nelle sale a partire dal 29 novembre. In America, nonostante le critiche non sempre positive da parte degli “addetti ai lavori”, il film è già un successo. E tutto questo, c’è da giurarlo, rilancerà in classifica gran parte delle raccolte e degli album dei Queen; magari anche il mio ben poco amato “A Day At The Races”.

-Matteo Aceto

The Beach Boys, “The Smile Sessions”, 2011

the beach boys the smile sessions cofanetto 2011Negli ultimi anni ho tentato diverse volte di scrivere un post decente su uno dei progetti discografici che più mi hanno entusiasmato e colpito, ovvero “Smile” dei Beach Boys, senza tuttavia giungere a qualcosa che io potessi giudicare meritevole di essere pubblicato su questo pur modesto blog dagli esigui lettori.

Il mio caso, iniziato con QUESTO post originariamente scritto nel 2007 e poi con QUESTO, si è aggravato nel giugno 2012, quando in occasione del mio compleanno mi sono auto-regalato il monumentale cofanetto da nove dischi dedicato appunto a “The Smile Sessions” dei Beach Boys, dopo che nel novembre precedente, praticamente il giorno dell’uscita, era andato a comprarmi il relativo doppio ciddì. Quest’ultimo, per intenderci, è la versione ridotta del cofanettone da nove dischi: dopo appena sette mesi, insomma, ne volevo decisamente di più.

Soltanto che, ai fini della scrittura d’un post decente come lamentavo sopra, mi sono perso tra tutto il materiale che Brian Wilson, i Beach Boys e la Capitol mi hanno messo a disposizione così corposamente. Un intero ciddì del cofanettone, per capirci, è dedicato alla creazione d’una sola canzone, la celebre Good Vibrations, forse il più grande hit dei Beach Boys: quella che apparentemente è un’innocua canzonetta, infatti, è stata incisa nel corso di diversi mesi, dopo ore e ore di registrazioni. In quel ciddì da quasi ottanta minuti possiamo infatti ascoltare un’incredibile sintesi dell’evoluzione di Good Vibrations, brano che peraltro era stato originariamente concepito durante le sedute di “Pet Sounds“, sedute che in parte mi ritrovo in un altro magnifico cofanetto dei Beach Boys, “The Pet Sound Sessions” per l’appunto. Mi sono perso, ecco.

Ma del resto ci si perse lo stesso Brian Wilson. Infatti, concettualizzando un album dei Beach Boys le cui canzoni potessero essere registrate in maniera modulare, aggiungendo pezzettini su pezzettini con un taglia & incolla dei nastri necessariamente fatto a mano per quei tempi, il geniale leader della band americana uscì letteralmente di senno, in quel lontano 1967, mentre l’album in questione – ottimisticamente chiamato “Smile” – non vide mai la luce, restando per anni uno dei più famosi progetti discografici irrealizzati di sempre. Il tutto fino al 2011, quindi, quando un Brian Wilson ritornato trionfalmente sulle scene già dalla fine degli anni Ottanta, ha finalmente autorizzato la pubblicazione ufficiale del materiale inciso in quegli anni, 1966-67, per lui tanto fecondi creativamente quanto confusi strategicamente. Tensioni interne alla band, pressioni dei discografici e consumo delle inevitabili droghe hanno poi fatto il resto.

Tutto il mondo di “Smile” racchiuso in nove dischi (tra vinili e compact disc) in un bel box uscito come “The Smile Sessions” nel novembre del 2011 è un oggetto d’arte contemporanea che io ho comprato ormai da molti anni, apprezzato fin da subito e ascoltato sempre con grande intesse, senza tuttavia essere capace di tradurre l’esperienza in un post leggibile. Mi piace pensare che, forse forse, non ci riuscirebbe nemmeno Mike Love.

-Matteo Aceto

Steely Dan, “Gaucho”, 1980

Steely Dan - GauchoQual è il disco più bello degli Steely Dan, “Aja” o “Gaucho”? C’è chi dice “Aja”, in molti, c’è chi dice “Gaucho”, come il sottoscritto. Si tratta a ogni modo di due album superlativi, colmi di grande musica, registrati benissimo e che non hanno perso un solo grammo della loro classe dopo tutti questi anni.

Io scelgo “Gaucho” perché contiene quella che per me è la canzone più bella degli Steely Dan, quella Third World Man che chiude il disco: l’atmosfera sospesa, il canto beffardo di Donald Fagen, lo splendido assolo di chitarra di Larry Carlton (addirittura ripescato dalle sedute di registrazione del ’76, per l’album “The Royal Scam”); tutto è degno di nota in Third World Man, che spesso riascolto una o due volte prima di rimettere il disco nella sua custodia.

In “Gaucho” c’è però anche Hey Nineteen, una delle più irresistibili canzoni degli anni Ottanta, il cui testo – stando alla biografia “Wired” scritta da Bob Woodward – entusiasmava talmente tanto John Belushi che l’attore pensava di farne un film. Anche il brano iniziale di “Gaucho”, il jazzato Babylon Sisters, è assolutamente fantastico, così come il saltellante Time Out Of Mind (nonostante i continui riferimenti all’uso di droghe pesanti, peraltro comune nei testi degli Steely Dan).

E se Glamour Profession e My Rival, infine, restano superbamente indispensabili nell’economia complessiva d’un lavoro come “Gaucho”, la title-track – pur macchiata dall’accusa di plagio da parte di Keith Jarrett, che infatti ottenne di esserne accreditato fra gli autori – resta uno dei momenti più memorabili dell’intera discografia degli Steely Dan. Un album da avere nella propria collezione, insomma, questo “Gaucho”, bello da ascoltare dall’inizio alla fine e a volume ragionevolmente alto.

-Matteo Aceto