John Coltrane, “Expression”, 1967

john coltrane, expression, immagine pubblicaPrimo d’una lunga serie di album postumi, e si sa che gli album postumi sono sempre controversi, “Expression” di John Coltrane è stato tuttavia autorizzato alla pubblicazione dal suo stesso autore. Può dunque essere considerato il canto del cigno del celebre sassofonista americano, l’opera che avrebbe messo la parola fine alla sua breve (fino a quel punto) ma decisamente illustre discografia. Non è un album facile, “Expression”, e non giova all’ascoltatore neanche la sua durata relativamente breve: appena quaranta minuti di musica suddivisi tra soli quattro brani. Sono infatti quaranta minuti assai densi, pregni d’una musica sofferta e imponente, così poco jazz nel senso più tradizionale del termine. Infatti “Expression” è un disco di free jazz, se proprio vogliamo dargli un’etichetta, un disco dove non v’è affatto traccia di swing, ecco. Eseguita principalmente in quartetto – Alice Coltrane al piano, Jimmy Garrison al basso, Rashied Ali alla batteria e quindi il nostro al sax – la musica presente in “Expression” è drammaticamente d’atmosfera, dove le suggestioni sonore provengono dai cambi di tempo e dall’uso poco convenzionale (almeno per i canoni stilistici dell’epoca) della strumentazione impiegata.

Si parte con la contemplativa Ogunde, figlia di quella Psalm che conclude l’album più celebre e amato di Coltrane, “A Love Supreme“; seguono gli oltre sedici minuti della dolente e misteriosa To Be, dove il nostro lascia in un angolo il sassofono per passare così al flauto e dove alla formazione si aggiunge un quinto musicista, Pharoah Sanders. E’ poi la volta di Offering, il brano più smaccatamente free dell’album, che giunge quando l’orecchio dell’ascoltatore è già stato messo duramente alla prova; infine, con la traccia che dà il titolo all’album, Expression, siamo agli ultimi dieci minuti dell’opera, minuti durante i quali passiamo da atmosfere consolatorie ad altre decisamente più tempestose (e viceversa).

Registrato in due sole sedute tra il febbraio e il marzo 1967 nell’ormai leggendario studio di Rudy Van Gelder, in New Jersey, “Expression” è un disco che ho sempre trovato affascinante, forse proprio per quel suo essere ostico. Una caratteristica, questa, che non mi ha impedito affatto di apprezzare quest’album per quello che è, l’espressione (è proprio il caso di dirlo) d’un musicista che era giunto al culmine del suo modo di sperimentare, spingendo la sua musica al confine estremo del jazz, oltre il quale quello stesso jazz non sarebbe mai stato più lo stesso. – Matteo Aceto

Autore: Matteo Aceto

Lettore onnivoro, cinefilo selettivo, compro ancora dischi.

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