Brian May, “Back To The Light”, 1992

Nel settembre 1992, quando da un tigì Rai venni a sapere che Brian May dava alle stampe il suo primo album solista, “Back To The Light”, pensai subito che il capelluto chitarrista dei Queen stesse approfittando commercialmente dell’onda lunga emotiva seguita alla morte di Freddie Mercury, avvenuta nel novembre precedente. Invece, come seppi tempo dopo, il progetto “Back To The Light” risaliva a ben cinque anni prima, a quel 1987 in cui Freddie era vivo e vegeto e si stava occupando d’un suo famoso progetto solista (vedi QUI), in un periodo in cui i Queen come band erano inattivi. E così, mentre pure Roger Taylor faceva pubblicare il suo “Shove It” a nome The Cross, anche il buon Brian stava pensando agli affari solistici suoi. Preferì comunque concentrarsi su “Talking Of Love”, un album che scrisse, suonò e produsse per l’attrice Anita Dobson (che poi sarebbe diventata la nuova signora May), rimandando il suo effettivo progetto solista a data da destinarsi.

Sarebbero seguiti due nuovi album dei Queen, “The Miracle” e “Innuendo“, svariate collaborazioni e l’invito della Ford ad occuparsi della musica d’uno spot per le sue auto prima di vedere finalmente “Back To The Light” nei negozi, quando ormai Freddie Mercury non era più di questo mondo. Mercury cui il disco di May era debitamente dedicato, assieme al padre dello stesso chitarrista, morto poco tempo prima e al quale il nostro era molto legato.

Anni di grandi vicissitudini, in quel quinquennio 1987-92, di enormi cambiamenti per Brian, tanto sul piano personale quanto su quello professionale, tutti più o meno inevitabilmente confluiti nei temi e nelle atmosfere di “Back To The Light”. Un bel disco di onesto pop-rock, quest’ultimo, dove Brian May spicca non solo come chitarrista (e la cosa non sorprende, ovviamente) ma anche come polistrumentista e soprattutto come cantante, oltre che come autore eclettico ma mai dispersivo. Non un capolavoro, “Back To The Light”, ma certamente un disco valido, il migliore che Brian ha proposto finora come solista, secondo il mio modesto avviso, forte di almeno due canzoni che ogni fan dei Queen dovrebbe apprezzare particolarmente, ovvero la struggente Too Much Love Will Kill You (un brano dei Queen praticamente pronto nel 1989 ma che solo sei anni dopo è stato possibile apprezzare con l’originale voce di Mercury) e la stessa Back To The Light, un brano che affidato ai Queen al gran completo avrebbe potuto guadagnare lo status di classico del gruppo.

In questo primo album di Brian May troviamo inoltre una formidabile cavalcata heavy con Resurrection, momenti più intimi (e perfino dolenti) come Just One Life e Nothin’ But Blue (molto somigliante a A Winter’s Tale dei Queen, fra l’altro, con tanto di John Deacon al basso), altri più scanzonati come Let Your Heart Rule Your Head (discendente della country ’39 che contribuisce al fascino d’un disco come “A Night At The Opera“), ibridi rock-blues come Love Token e perfino uno strumentale, Last Horizon, mentre l’iniziale The Dark va a ripescare parti strumentali inedite risalenti addirittura alle sedute di registrazione di “Flash Gordon“.

Due parole a parte, infine, per Driven By You, primo singolo estratto da “Back To The Light”, che curiosamente venne pubblicato il 24 novembre 1991, quando poche ore dopo giunse una notizia tristissima per tutti noi fan, la morte di Freddie. Proprio Freddie avrebbe dovuto cantare in Driven By You, con Brian alla chitarra e il resto agli altri due membri dei Queen; la Ford voleva infatti un pezzo inedito da parte della celeberrima rock band inglese ma – da un lato il lavoro su “Innuendo” e su quello che poi sarebbe diventato “Made In Heaven“, e dall’altro il progressivo peggioramento della salute di Mercury – alla fine rimase il solo Brian a portare avanti il compito. – Matteo Aceto

Autore: Matteo Aceto

Lettore onnivoro, cinefilo selettivo, compro ancora dischi.

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