Un nuovo inizio

Ho compiuto quarant’anni lo scorso giugno. Tutto preso dalla seconda gravidanza di mia moglie, non mi sono reso ben conto di quel fatidico compimento. Ora, con un bel bambino e soprattutto in salute che occupa (anche) i miei pensieri, ho finalmente compreso un fatto incontrovertibile: sono entrato nei anta, sono diventato un uomo di mezza età.

Non è facile scendere a patti con questa verità, ed è quello che mi aspettavo in effetti, tale difficoltà emotiva, intendo. Entro però negli anta anche con un certo sollievo; mi sono sbarazzato della gioventù, se non altro, e inoltre posso ben dire che ci sono cose che non mi va più di fare.

Come, fra le tante, l’aggiornare questo blog cercando di dargli contenuti sensati su argomenti come musica, cinema e letteratura. Argomenti che, in fondo in fondo, non interessano a nessuno e che io stesso apprezzo sempre più come piacere privato. Non ho alcun bisogno di condividere con qualcun altro la mia passione per dischi e/o artisti che alla fin fine interessano soltanto me.

Un’altra cosa che non mi va più di fare, infine, e qui lo dico con immenso sollievo, è spulciare su Google l’immagine più adatta per l’oggetto del mio post, salvarla, ridimensionarla, e quindi pubblicarla tra i miei scritti come se fosse mia, “rischiando” (?!) magari per quelle ormai famose questioni di copyright.

Ci sono tante altre cose che non mi va più di fare. Forse però ne parlerò in un altro post o forse no. Magari in quest’altro blog… Finalmente Anta, un progettino che avevo in mente da un po’ di tempo.

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Queen, “A Day At The Races”, 1976

queen, a day at the races, immagine pubblica blogTra tutti gli album dei miei amati Queen, “A Day At The Races” resta quello che probabilmente ho ascoltato di meno. Meno d’una decina di volte di sicuro, considerando che ne posseggo una copia in vinile da oltre vent’anni e che nel 2011 ne ho riacquistata un’altra, in formato ciddì (remasterizzata e con brani aggiunti). Eppure niente, quella tra me e questo disco è una storia d’amore mai nata. Come per il formato mp3, insomma. E come per lo sport del calcio, fra le altre cose. Sto divagando, lo so.

“A Day At The Races” non può certo essere considerato un brutto disco, e se non altro contiene una delle canzoni più belle & rappresentative dei Queen, quella Somebody To Love che ormai dovrebbero conoscere anche gli animali domestici. Le altre canzoni, però, il modo in cui sono state incise e perfino la loro sequenza nell’album non mi hanno mai convinto appieno. “A Day At The Races” è per me il classico disco che un fan compra tanto per completare la collezione. Tolta Somebody To Love – che ho comunque sul primo “Greatest Hits” dei Queen – e tolta Tie Your Mother Down – alla quale ho sempre preferito la scatenata versione dal vivo a Wembley nel 1986 – potrei in definitiva anche farmi derubare delle mie due copie di “A Day At The Races” che forse non me ne accorgerei nemmeno.

Seguito un po’ sbiadito di “A Night At The Opera“, col quale condivide titolo (entrambi sono i titoli originali di altrettanti film dei Fratelli Marx) e veste grafica, “A Day At The Races” contiene inoltre quella che considero una delle canzoni più brutte dei Queen, ovvero Drowse, scritta dal batterista Roger Taylor (per me l’autore meno dotato tra i componenti della band, anche se a partire dagli anni Ottanta ha avuto modo di migliorarsi parecchio), mentre brani come You And I e The Millionaire Waltz mi hanno sempre lasciato indifferente. In tutte le altre canzoni ho sempre trovato un qualcosa d’artificioso che, a ben pensarci, mi ha fatto storcere il naso fin dalla prima volta che ho ascoltato questo disco, a metà anni Novanta.

Perfino quella che viene considerata una delle canzoni più belle e suggestive di Freddie Mercury, ovvero You Take My Breath Away (per certi aspetti anticipatrice del “Barcelona” che verrà), non mi ha mai appagato del tutto. Forse è un problema di produzione: con “A Day At The Races”, infatti, per la prima volta un disco dei Queen è stato prodotto da essi stessi, rinunciando a quel Roy Thomas Baker che aveva contribuito non poco al successo di “A Night At The Opera”. Ecco, secondo me i Queen non erano pronti par far tutto da soli; tant’è vero che dopo “A Day At The Races” si autoprodussero il solo “News Of The World” (dal sound più fresco, in effetti) e già con “Jazz” tornarono a chiedere i servigi del buon Baker. In seguito, pur cambiando produttore altre volte, quello della completa autoproduzione fu un esperimento che i Queen non ripeterono più.

Magari potrei aggiungere altro all’oggetto di questo post, il successo in classifica o qualche aneddoto curioso, ma in fondo a che pro? È un disco che ho ascoltato poco, come detto all’inizio, e che non è mai stato di mio gradimento. Resto comunque in attesa spasmodica di “Bohemian Rhapsody“, il biopic sui Queen diretto dal controverso Bryan Singer: uscito in gran parte del mondo ai primi del mese, in Italia verrà distribuito nelle sale a partire dal 29 novembre. In America, nonostante le critiche non sempre positive da parte degli “addetti ai lavori”, il film è già un successo. E tutto questo, c’è da giurarlo, rilancerà in classifica gran parte delle raccolte e degli album dei Queen; magari anche il mio ben poco amato “A Day At The Races”.

-Matteo Aceto

The Beach Boys, “The Smile Sessions”, 2011

the beach boys the smile sessions cofanetto 2011Negli ultimi anni ho tentato diverse volte di scrivere un post decente su uno dei progetti discografici che più mi hanno entusiasmato e colpito, ovvero “Smile” dei Beach Boys, senza tuttavia giungere a qualcosa che io potessi giudicare meritevole di essere pubblicato su questo pur modesto blog dagli esigui lettori.

Il mio caso, iniziato con QUESTO post originariamente scritto nel 2007 e poi con QUESTO, si è aggravato nel giugno 2012, quando in occasione del mio compleanno mi sono auto-regalato il monumentale cofanetto da nove dischi dedicato appunto a “The Smile Sessions” dei Beach Boys, dopo che nel novembre precedente, praticamente il giorno dell’uscita, era andato a comprarmi il relativo doppio ciddì. Quest’ultimo, per intenderci, è la versione ridotta del cofanettone da nove dischi: dopo appena sette mesi, insomma, ne volevo decisamente di più.

Soltanto che, ai fini della scrittura d’un post decente come lamentavo sopra, mi sono perso tra tutto il materiale che Brian Wilson, i Beach Boys e la Capitol mi hanno messo a disposizione così corposamente. Un intero ciddì del cofanettone, per capirci, è dedicato alla creazione d’una sola canzone, la celebre Good Vibrations, forse il più grande hit dei Beach Boys: quella che apparentemente è un’innocua canzonetta, infatti, è stata incisa nel corso di diversi mesi, dopo ore e ore di registrazioni. In quel ciddì da quasi ottanta minuti possiamo infatti ascoltare un’incredibile sintesi dell’evoluzione di Good Vibrations, brano che peraltro era stato originariamente concepito durante le sedute di “Pet Sounds“, sedute che in parte mi ritrovo in un altro magnifico cofanetto dei Beach Boys, “The Pet Sound Sessions” per l’appunto. Mi sono perso, ecco.

Ma del resto ci si perse lo stesso Brian Wilson. Infatti, concettualizzando un album dei Beach Boys le cui canzoni potessero essere registrate in maniera modulare, aggiungendo pezzettini su pezzettini con un taglia & incolla dei nastri necessariamente fatto a mano per quei tempi, il geniale leader della band americana uscì letteralmente di senno, in quel lontano 1967, mentre l’album in questione – ottimisticamente chiamato “Smile” – non vide mai la luce, restando per anni uno dei più famosi progetti discografici irrealizzati di sempre. Il tutto fino al 2011, quindi, quando un Brian Wilson ritornato trionfalmente sulle scene già dalla fine degli anni Ottanta, ha finalmente autorizzato la pubblicazione ufficiale del materiale inciso in quegli anni, 1966-67, per lui tanto fecondi creativamente quanto confusi strategicamente. Tensioni interne alla band, pressioni dei discografici e consumo delle inevitabili droghe hanno poi fatto il resto.

Tutto il mondo di “Smile” racchiuso in nove dischi (tra vinili e compact disc) in un bel box uscito come “The Smile Sessions” nel novembre del 2011 è un oggetto d’arte contemporanea che io ho comprato ormai da molti anni, apprezzato fin da subito e ascoltato sempre con grande intesse, senza tuttavia essere capace di tradurre l’esperienza in un post leggibile. Mi piace pensare che, forse forse, non ci riuscirebbe nemmeno Mike Love.

-Matteo Aceto

Steely Dan, “Gaucho”, 1980

Steely Dan - GauchoQual è il disco più bello degli Steely Dan, “Aja” o “Gaucho”? C’è chi dice “Aja”, in molti, c’è chi dice “Gaucho”, come il sottoscritto. Si tratta a ogni modo di due album superlativi, colmi di grande musica, registrati benissimo e che non hanno perso un solo grammo della loro classe dopo tutti questi anni.

Io scelgo “Gaucho” perché contiene quella che per me è la canzone più bella degli Steely Dan, quella Third World Man che chiude il disco: l’atmosfera sospesa, il canto beffardo di Donald Fagen, lo splendido assolo di chitarra di Larry Carlton (addirittura ripescato dalle sedute di registrazione del ’76, per l’album “The Royal Scam”); tutto è degno di nota in Third World Man, che spesso riascolto una o due volte prima di rimettere il disco nella sua custodia.

In “Gaucho” c’è però anche Hey Nineteen, una delle più irresistibili canzoni degli anni Ottanta, il cui testo – stando alla biografia “Wired” scritta da Bob Woodward – entusiasmava talmente tanto John Belushi che l’attore pensava di farne un film. Anche il brano iniziale di “Gaucho”, il jazzato Babylon Sisters, è assolutamente fantastico, così come il saltellante Time Out Of Mind (nonostante i continui riferimenti all’uso di droghe pesanti, peraltro comune nei testi degli Steely Dan).

E se Glamour Profession e My Rival, infine, restano superbamente indispensabili nell’economia complessiva d’un lavoro come “Gaucho”, la title-track – pur macchiata dall’accusa di plagio da parte di Keith Jarrett, che infatti ottenne di esserne accreditato fra gli autori – resta uno dei momenti più memorabili dell’intera discografia degli Steely Dan. Un album da avere nella propria collezione, insomma, questo “Gaucho”, bello da ascoltare dall’inizio alla fine e a volume ragionevolmente alto.

-Matteo Aceto

The Good, The Bad & The Queen: esce il secondo album per Damon Albarn con Paul Simonon

The Good, The Bad And The Queen, Damon Albarn, Paul SimononE’ notizia di oggi, dopo forse un paio d’anni che si parlava della sua fantomatica registrazione: uscirà il 16 novembre il secondo album di The Good, The Bad & The Queen, la band capitanata da Damon Albarn (voce di Blur e Gorillaz) e formata con il bassista Paul Simonon (The Clash), il chitarrista Simon Tong (The Verve) e il batterista Tony Allen. Album al quale è stato dato il nome di “Merrie Land” e che verrà distribuito in svariati formati, ovvero in ciddì, in doppio vinile e in un “Super Boxset” contenente più che altro qualche gadget curato direttamente da Simonon.

E così, undici anni dopo quello che sembrava un exploit da una botta e via, con peraltro un notevole album eponimo che all’epoca avevo tentato di recensire QUI, questo redivivo quartetto torna sulle scene con un nuovo disco prodotto niente meno che da Tony Visconti, celebre per aver prodotto spesso e volentieri le opere di un certo David Bowie. Formato da undici brani, “Merrie Land” è stato anticipato dal singolo omonimo, Merrie Land, per il quale è stato girato anche il video (vedi QUI).

Singolo che, ad essere sinceri, non mi ha entusiasmato granché, sebbene riesco a sentire la “mano” di Visconti, che resta sempre un bel sentire (e il brano somiglia un po’ ad Ashes To Ashes, fra l’altro). Anche la copertina dell’album – tratta pari pari dal film horror “Incubi Notturni” del 1945 – è tutto fuorché invitante. Memore però del bel disco del 2007, che ancora ho nella mia collezione, tenendo conto del mio amore per i Clash e giudicando con stima il cammino artistico fatto fin qui da Albarn, credo proprio che anche “Merrie Land” farà prima o poi ingresso in casa mia.

-Matteo Aceto

Prince & The Revolution, “Purple Rain”, 1984

Prince, The Revolution, Purple Rain, immagine pubblica blogRitenuto a torto o a ragione il suo capolavoro, “Purple Rain” è senza dubbio l’album che ha fatto di Prince una grande star internazionale, la più splendente stella della musica degli anni Ottanta dopo Michael Jackson.

Prince, all’epoca ventiseienne, con “Purple Rain” divenne pure un divo del cinema: quando si parla oggi d’un disco come questo, infatti, quasi ci si dimentica che tale fortunato album del 1984 è la colonna sonora d’un altrettanto fortunato film. Film che ha avuto un notevole e duraturo impatto nel presentare la figura di Prince al pubblico mondiale. Insomma, piaccia o meno, “Purple Rain” è stato un autentico fenomeno culturale di quegli anni, e forse un post su questo modesto blog non è sufficiente a contenere tutto il discorso. Limitiamoci perciò al disco in quanto tale.

Un disco che, vi dirò subito, mi piace fino a un certo punto; per me il periodo più interessante di Prince è il decennio 1986-96, quello compreso tra gli album “Parade” ed “Emancipation“, per intenderci. Certo, il disco oggetto di questo post contiene Purple Rain, semplicemente una delle canzoni più belle di tutti i tempi, oltre a When Doves Cry, uno dei pezzi più formidabili di quel decennio. Altra gemma presente in “Purple Rain” è The Beautiful Ones, forte di quella che resta la prova vocale più impressionante nella discografia di Prince. Ma l’album contiene anche pezzi come Computer Blue e Darling Nikki che non mi hanno mai detto granché, così come Take Me With U, Baby I’m A Star e I Would Die 4 U, canzoni che per quanto pregevoli mi sembrano assai meno rilevanti che in passato. Resta ancora degna di nota Let’s Go Crazy, col suo sermone iniziale, con tutta la sua grinta rock, con la sua performance di gruppo (“Purple Rain” è accreditato infatti a Prince & The Revolution, il suo gruppo di supporto in quegli anni), sebbene la sua batteria elettronica mi suona oggi alquanto fastidiosa.

In definitiva, per quanto mi riguarda, accanto a momenti grandiosi che tutto sommato bastano a giustificare la presenza d’un disco come “Purple Rain” nella mia collezione, ne trovo altri di dubbio interesse (nonché gusto). Queste mie riserve non hanno tuttavia impedito a “Purple Rain” di vendere copie a milioni, e non hanno impedito al sottoscritto di andarsi a comprare la riedizione deluxe (tre ciddì e un divuddì) di “Purple Rain” pubblicata nel 2017, mentre già da qualche decennio possiede un bel vinile dell’epoca. Dopo tutto, io resto sempre un grande ammiratore del compianto Prince.

-Matteo Aceto

Autunno beatlesiano: nuove ristampe di Paul McCartney in arrivo

paul mccartney, wings, wild life, deluxe, immagine pubblica blogCome abbiamo già visto tra le pagine di questo modesto blog, le uscite dei dischi beatlesiani procedono a go-go: quasi non si fa in tempo a riferire del lussuoso box set che è stato dedicato a “Imagine” di John Lennon (vedi QUI) e di quello di prossima uscita dedicato al “White Album” (vedi invece QUI) – senza contare il nuovo album di Paul McCartney, “Egypt Station”, già sul mercato e già al primo posto della classifica americana – che già dobbiamo riferire della prossima pubblicazione di due ulteriori cofanetti contenenti materiale d’archivio.

Si tratta delle riedizioni deluxe di “Wild Life” (nella foto in alto) e di “Red Rose Speedway”, due album che Paul McCartney incise coi suoi Wings tra il 1971 e il 1973, ristampe peraltro molto attese dai fan, in quanto la riproposizione in grande stile di tutto il catalogo maccartiano procede già da diversi anni e finora questi due classici dischi degli anni Settanta erano mancati all’appello.

Insomma, per quanto riguarda noi fan dei Beatles, tutto questo materiale – seppur graditissimo – sarà un autentico ammazza-conto-corrente; che io ricordi, mai tante uscite relative ai celeberrimi Fab Four si erano sommate tutte insieme. Per quanto mi riguarda, sarò ben felice di mettere le mani sul cofanetto dedicato al “White Album”, rimandando per ora l’acquisto del cofanetto di “Imagine” (anche se ogni giorno che passa sono tentato un po’ di più). Senza poi contare che avrò acquistato il precedente cofanetto dedicato a “Sgt. Pepper” (vedi QUI) non più di sei mesi fa. E se finora ho resistito alla tentazione di comprarmi pure la mia bella copia di “Egypt Station”, l’idea che un bel boxettone di “Red Rose Speedway” (album che comunque manca alla mia collezione) sarà lì ad aspettarmi mi stuzzica parecchio.

Non mi sorprenderebbe, infine, se il prossimo anno – oltre a una probabile riedizione deluxe di “Abbey Road” che quasi sicuramente verrà annunciata da qui a una decina di mesi – saranno replicate simili operazioni anche per quanto concerne alcuni capitoli solistici di George Harrison e Ringo Starr, magari partendo proprio dai loro album più celebrati, “All Things Must Pass” e “Ringo” rispettivamente. Restiamo in attesa di ulteriori sviluppi.

-Matteo Aceto

Donald Fagen, “Kamakiriad”, 1993

donald fagen, kamakiriad, 1993, immagine pubblica blogDopo ben undici anni da “The Nightfly“, anni durante i quali Donald Fagen contribuisce a qualche colonna sonora, a un paio di dischi altrui e si reinventa editorialista per non ricordo più quale rivista newyorkese, nella primavera ’93 esce finalmente “Kamakiriad”, il tanto atteso seguito di quel celebre (e celebrato) album che era stato appunto “The Nightfly”.

In verità, una volta archiviata la sua storia con gli Steely Dan nel 1981, Fagen inizia a mettere su nastro le idee per un possibile secondo album solista già nel 1983: a quell’anno risalirebbe infatti la prima versione di almeno una delle otto canzoni di “Kamakiriad”, ovvero la splendida On The Dunes, mentre del 1985 sarebbe invece una prima Snowbound, altra gemma poi ripescata per “Kamakiriad”. In quest’ultimo caso, inoltre, al fianco di Donald Fagen ci sarebbe già stato Walter Becker, ovvero l’altra metà degli Steely Dan.

Insomma, già a metà anni Ottanta, il brillante duo che si era separato all’indomani della pubblicazione di “Gaucho” era ricostituito e pronto a creare nuove canzoni. Solo che, nel personalissimo universo parallelo di Fagen & Becker, tra il comporre e il dare alle stampe la versione definitiva di un loro brano ci passa uno spazio-tempo che resta tuttora un mistero per la fisica. E così l’atteso seguito di “The Nightfly” finisce per l’arenarsi, complice pure un blocco creativo di Fagen, per sua stessa ammissione.

La realizzazione effettiva di “Kamakiriad” parte quindi nel 1990… soltanto tre annetti ed ecco finalmente il secondo album di Donald Fagen nei negozi, nel maggio 1993, per i tipi della Warner Bros. Il risultato finale vale tanta attesa? No, secondo la maggioranza dei critici, sì secondo il modesto parere del sottoscritto. Se infatti gli manca un brano come I.G.Y., ovvero il debutto col botto di “The Nightfly” – un brano che penso chiunque abbia sentito almeno una volta nella vita – “Kamakiriad” mi sembra un lavoro più omogeneo musicalmente, che ascolto sempre dall’inizio alla fine con gran piacere. Inoltre, aspetto per me sempre apprezzato, “Kamakiriad” ha una resa magnifica se ascoltato mentre si guida: sarà merito anche del concept dell’album stesso, ovvero un retrofuturistico viaggio attraverso l’America che l’alter-ego di Fagen compie a bordo di una macchina chiamata Kamakiri (pare che sia il nome di una sottospecie di mantide, se non ricordo male). E poi, sempre rispetto a “The Nightfly”, questo secondo album di Donald Fagen ha un valore aggiunto che l’altro non ha: la presenza di Walter Becker alla produzione, al basso e alla chitarra, una presenza che si sente eccome. In definitiva, “Kamakiriad” – con quella sua miscela di immediatezza pop, virtuosismo jazz e ritmica funky – potrebbe essere inteso come un disco degli Steely Dan accreditato al solo Fagen (pratica replicata già nel 1994 con “11 Tracks Of Whack”, il primo album solista di Becker, ovviamente prodotto con Fagen. Tutto chiaro, no?).

A parte tutto questo, ovviamente, resta sempre il fatto che un bel disco può essere ritenuto tale solo se vanta belle canzoni: SpringtimeTomorrow’s Girls, Florida Room e le già citate On The Dunes e Snowbound lo sono senz’altro, e forse l’iniziale Trans-Island Skyway e Countermoon non sono molto da meno. Soltanto Teahouse On The Tracks mi convince appena, forse perché non l’avrei messa a chiusura del disco, scegliendo al suo posto la cullante On The Dunes. Pareri personali, ovviamente. Ultimo appunto, infine, sui musicisti che hanno preso parte a “Kamakiriad”, tutti di alto livello com’è tipico degli Steely Dan; agli ottoni, tra i quali spiccano i celebri Randy Brecker e David Tofani, troviamo anche Lou Marini e Alan Rubin, ancora più celebri per essere apparsi nel film “The Blues Brothers” nella band di Dan Aykroyd e John Belushi.

Queen, “Jazz”, 1978

queen jazz immagine pubblicaTra i lavori più belli e gioiosi dei Queen, “Jazz” è tutto fuorché un disco jazz. Il titolo dell’album sta infatti per “chiacchiericcio”, “cicaleccio” o una roba del genere (vallo a capire, lo slang inglese), e musicalmente parlando è un panciuto pentolone pieno di ingredienti – rock ovviamente, e anche hard, ma pure blues, funk, e l’inevitabile pop – cucinati secondo una ricetta che solo i Queen sapevano preparare e condire.

E così, accanto a canzoni ormai davvero popolari come le scoppiettanti Bicycle Race e Don’t Stop Me Now, troviamo ballate malinconiche come Jealousy e In Only Seven Days, escursioni metalliche come Dead On Time e Let Me Entertain You (a quel tempo appropriato brano d’apertura dei concerti dei Queen), un Brian May che a livello autoriale passa da momenti pensosi come Leaving Home Ain’t Easy ad altri ben più faceti come Fat Bottomed Girls, e addirittura un Freddie Mercury che canta in arabo, nel sorprendente Mustapha, brano d’apertura dello stesso “Jazz”.

“Jazz” che, dopo un periodo di autogestione in cui i Queen avevano prodotto da soli due dischi di transizione come “A Day At The Races” (1976) e “News Of The World” (1977), sanciva il ritorno del produttore Roy Thomas Baker, un uomo al fianco dei Queen praticamente dagli esordi e artefice non secondario del disco più celebrato della band inglese, “A Night At The Opera” (1975). E, lasciatemelo dire, con Baker “at the controls”, la differenza si sente eccome!

Dopo di lui, i Queen assunsero Mack, un produttore tedesco che mantennero alla console fino alla metà degli anni Ottanta. Questo è però un altro capitolo della storia e, decisamente, un altro sound. Infine, per concludere, un aneddoto che mi pare divertente: uscito sul finire del 1978, “Jazz” venne recensito dal New Musical Express, celebre rivista musicale inglese che in quegli anni aveva abbracciato la causa del punk, con queste parole: “un disco buono da regalare a qualche parente sordo a Natale”. Un disco che arrivò al secondo posto della classifica britannica (nulla potendo contro il successo planetario del film “Grease” e della relativa colonna sonora): evidentemente, di parenti sordi, i sudditi britannici ne avevano parecchi.

-Matteo Aceto

Johnny Cash, “Unearthed”, 2003

johnny cash, unearthed, 2003, immagine pubblica blogDegli innumerevoli cofanetti multiciddì pubblicati dal 2000 ad oggi, e dei parecchi che in tutti questi anni ho avuto il piacere di collezionare, uno dei più godibili resta per me “Unearthed” di Johnny Cash, un quintuplo ciddì originariamente pubblicato dalla American Recordings di Rick Rubin pochi mesi dopo la morte del celebre artista americano, avvenuta il 12 settembre 2003.

“Unearthed”, a ben vedere, rappresenta quindi un vero e proprio testamento artistico: si tratta d’un cofanetto formato da quattro splendidi dischi di materiale inedito (nel 2003) registrato da Johnny Cash nel corso degli ultimi dieci anni di carriera (e quindi negli ultimi dieci anni di vita), quando appunto sotto l’egida di Rick Rubin il nostro visse una autentica rinascita artistica. C’è però, come detto sopra, un ulteriore quinto disco in “Unearthed”: si tratta d’un best of tratto dai quattro album che Cash aveva inciso per l’American, condensato in quindici magnifici brani che da Delia’s Gone giungono fino a quel capolavoro di commozione chiamato Hurt, cover dei Nine Inch Nails che meriterebbe un post a sé, passando per Bird On The Wire di Leonard Cohen, Rusty Cage di Chris Cornell, One degli U2 e The Man Comes Around dello stesso Cash.

Trattandosi sostanzialmente d’una raccolta di brani già editi e comunque di facile reperibilità, questo quinto disco di “Unearthed” – per quanto sensazionale all’ascolto – resta però il meno interessante dal punto di vista storico. Il vero tesoro che è stato dissotterrato (questo il significato letterale del titolo) dagli archivi American è infatti tutto nei primi quattro dischi del box: brani inediti, versioni alternative di altri già precedentemente editi, duetti (alcuni davvero d’antologia), esecuzioni per sole voce & chitarra (il solo Johnny Cash che canta imbracciando la sua chitarra basta già a fare spettacolo), esecuzioni con band di supporto (e in alcuni casi con tanto di orchestra), nuove versioni di brani che il nostro aveva registrato decenni prima, cover da brividi di canzoni altrui che in non pochi casi sono forse superiori alle versioni originali (come Pocahontas e Heart Of Gold di Neil Young, tanto per dirne qualcuna).

Ad ogni modo, il materiale di “Unearthed” è suddiviso in ordine tematico, con tanto di titolo per ogni disco; e così, se il primo si chiama “Who’s Gonna Cry” e contiene cinquanta minuti buoni d’un Cash in solitaria alle prese con canzoni come la tenebrosa Long Black Veil e la rivisitazione d’un originale d’annata chiamato No Earthly Good, il secondo si chiama “Trouble In Mind” e vede il nostro accompagnato da una schiera di musicisti davvero d’eccezione – Carl Perkins, i Red Hot Chili Peppers, Tom Petty e i suoi Heartbreakers, Willie Nelson e Waylon Jennings, amico di una vita, oltre a June Carter, ovvero l’amata signora Cash – e alle prese con pezzi come I’m A Drifter, I’m Moving On, Everybody’s Trying To Be My Baby e la stessa Trouble In Mind.

E se il terzo ciddì, chiamato “Redemption Songs”, offre – tra le altre – cover preziose come Father And Son, Wichita Lineman, Redemption Song e Gentle On My Mind e si avvale d’un altro gran cast di collaboratori (tra cui Joe Strummer, Nick Cave e Glen Campbell), il quarto ciddì, chiamato “My Mother’s Hymn Book” è un vero e proprio “nuovo” album di Johnny Cash, inedito in questo cofanetto al momento della sua prima pubblicazione, ovvero in quel 2003. Con brani molto corti, per un disco che comunque non arriva ai quaranta minuti, “My Mother’s Hymn Book” è un lavoro acustico formato da spiritual, inni e canti religiosi della tradizione americana, tutti reinterpretati dall’inconfondibile stile country di Johnny Cash.

Di recente, considerando il vigoroso revival del vinile, l’American ha ristampato tutto il box “Unearthed” in tale intramontabile formato discografico. Ci avevo fatto anche un pensierino, lo ammetto, ma il prezzo era abbastanza esagerato per portarmi a casa ciò che nel mio caso sarebbe un costoso doppione. Ve lo consiglio, tuttavia, se non avete nessuna edizione d’un box come questo “Unearthed” che, a mio modesto avviso, resta non solo un acquisto necessario per ogni appassionato di Johnny Cash ma anche un cofanetto facilmente apprezzabile da qualsiasi amante di buona e onesta musica pop-rock.