The Beatles, i 20 migliori album da solista

the beatles 1969Mi sono accorto già da un bel po’ di ascoltare molto di più i Beatles come solisti che come gruppo. Certo, per me è sempre una gioia sentire dischi come “Abbey Road“, “Sgt. Pepper” o anche “Please Please Me” ma, quando ho voglia di Beatles, capita più spesso che io vada a risentirmi i vari album da solista dell’uno o dell’altro. Devo poi ammettere che alcuni di questi dischi in solitaria non hanno niente da invidiare alla produzione più blasonata dei Beatles in quanto tali. Inoltre, ho trovato molto di questo materiale ancora più interessante col passare del tempo.

In particolare, navigando a caso in alcuni siti di appassionati beatlesiani, mi sono recentemente imbattuto in un paio di simpatiche classifiche sui migliori (e i peggiori) dischi da solista dei componenti dei Beatles. In un caso ho individuato una interessante Top 10, in un altro c’era addirittura la classifica di tutti i dischi solistici dei Beatles, dal peggiore (in quel caso era “Ringo The 4th”, Ringo Starr, 1977) al migliore (sempre in quel caso era “All Things Must Pass”, George Harrison, 1970). Ora io, per quanto tentato, non potrei fare altrettanto perché non ho (ancora) ascoltato tutti i i dischi da solista dei miei amati Beatles: col tempo ho ascoltato (e ho comprato) tutti gli album di George Harrison, tutti quelli di John Lennon, la gran parte degli album di Paul McCartney (da solo o come leader dei Wings) e una decina scarsa di quelli di Ringo Starr. Mi mancano, per l’appunto, svariati album di Starr (tra cui il famigerato “Ringo The 4th”) e di McCartney, soprattutto i più recenti, quelli usciti da una decina d’anni a questa parte, ecco.

Nello stilare la mia personale classifica dei migliori album da solista dei Beatles ho così tentato una via di mezzo; non una una Top 10, non una selezione completa ma una mia  ideale Top 20, per giunta in ordine decrescente per aumentare la suspense. Pronti? Via!

20: “Ringo Rama”, Ringo Starr, 2003

19: “Tug Of War”, Paul McCartney, 1982

18: “Venus And Mars”, Wings, 1975

17: “Chaos And Creation In The Backyard”, Paul McCartney, 2005

16: “Flowers In The Dirt”, Paul McCartney, 1989

15: “Flaming Pie”, Paul McCartney, 1997

14: “Double Fantasy“, John Lennon & Yoko Ono, 1980

13: “Ram”, Paul McCartney, 1971

12: “Walls And Bridges”, John Lennon, 1973

11: “Mind Games”, John Lennon, 1973

10: “McCartney“, Paul McCartney, 1970

9: “Brainwashed”, George Harrison, 2002

8: “George Harrison”, George Harrison, 1979

7: “Cloud Nine“, George Harrison, 1987

6: “Ringo“, Ringo Starr, 1973

5: “Living In The Material World“, George Harrison, 1973

4: “Imagine“, John Lennon, 1971

3: “John Lennon/Plastic Ono Band“, John Lennon, 1970

2: “Band On The Run“, Paul McCartney & Wings, 1973

1: “All Things Must Pass“, George Harrison, 1970

Ebbene sì, il disco più bello per un Beatle solista è & resta il triplo “All Things Must Pass” di Harrison. Ascoltare (e quindi comprare, che ne vale la pena) per credere.

-Mat

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Disney, le prime immagini del nuovo “Dumbo” di Tim Burton

Disney Dumbo Tim Burton Immagine PubblicaSi parlava d’un remake di “Dumbo” affidato a Tim Burton da almeno un paio d’anni e finalmente, proprio oggi, la Disney ha svelato le prime immagini del film – che uscirà comunque nel marzo 2019, per cui ci sarà da aspettare ancora un po’ – in un bel teaser trailer che è possibile guardare QUI.

Da quanto mostrato nel minuto & venti di questo trailer mi sembra che il tutto sia decisamente promettente: un mix tra fiaba, dimensioni oniriche e immagini circensi alla Federico Fellini che reca l’inconfondibile marchio di Tim Burton, ovvero uno dei miei registi preferiti. Sempre nel trailer, oltre all’elefantino volante dagli occhi blu re-immaginato dal regista californiano, vediamo inoltre gli attori protagonisti della storia, ovvero Colin Farrell (che avevo perso un po’ di vista negli ultimi anni e che, a dirla tutta, non mi è mai piaciuto granché), Michael Keaton (che aveva già lavorato con Burton in tre film a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta, tra cui “Batman”) e quindi la bellissima Eva Green, anch’essa apparsa in diversi film burtoniani, soprattutto quelli di produzione più recente. Si vede anche Danny DeVito (anch’egli in precedenti film di Burton), mentre la musica è affidata nuovamente a Danny Elfman, un compositore che sta a Tim Burton come Nino Rota stava a Federico Fellini.

Meno rassicurante, almeno per me, è la sceneggiatura affidata a un certo Ehren Kruger, che francamente non conosco ma che “vanta” nel suo curriculum diversi film della saga “Transformers”. Vabbè, staremo a vedere. Ho già mostrato il trailer del nuovo “Dumbo” a mia figlia, di cinque anni di età, e già entusiasta della prossima proposta burtoniana, lei che è una grande fan del film originale del 1941, che mi ha “costretto” a ripetute visioni vicine al centinaio quando le abbiamo regalato una copia in divuddì del celeberrimo cartone animato.

Non resta che attendere marzo, quindi, sperando vivamente che la vena creativa di Tim Burton possa trarne beneficio in futuro per ulteriori progetti simili. Come è noto, infatti, la Disney, già da qualche anno, è impegnata in tutta una serie di remake dove alle ormai inevitabili immagini animate al computer vengono abbinate sequenze di attori in carne ossa. E così, dopo i vari “Cenerentola”, “La Bella & La Bestia” ma anche due “Alice In Wonderland” diretti proprio da Tim Burton, seguiranno “Dumbo” nel 2019 e “Mulan” nella prossima decade. Avremo di che emozionarci, insomma. E’ quello che si spera, quanto meno.

-Mat

Prince, John Coltrane e quei piacevoli ritrovamenti musicali

Prince Piano & A Microphone Immagine PubblicaTra ieri e oggi ho avuto la conferma di due ghiotte pubblicazioni discografiche a proposito di due tra i miei artisti preferiti, Prince e John Coltrane. Nel caso di Prince, proprio ieri, in quello che sarebbe stato il sessantesimo compleanno del folletto di Minneapolis,  la Warner Bros ha annunciato la pubblicazione – prevista per il 21 settembre – di “Piano & A Microphone 1983”, ovvero una raccolta di nove registrazioni effettuate da Prince per solo piano e voce, per l’appunto, di altrettante canzoni, più o meno note, tra le quali Purple Rain (che vedrà quindi la luce con l’album eponimo uscito l’anno seguente, il 1984) e Strange Relationship (in una sorta d’anteprima del futuro, dato che il brano sarebbe apparso soltanto nel 1987, sull’album “Sign O The Times“). Tutte registrate nel corso del 1983, ovviamente, e tutte nell’atmosfera informale del suo studio casalingo.

John Coltrane Both Directions Immagine PubblicaE se con Prince facciamo un salto indietro nel tempo di ben trentacinque anni, con John Coltrane torniamo indietro di ulteriori vent’anni, e precisamente al 6 marzo 1963, quando il leggendario sassofonista – accompagnato da quello che resta il suo gruppo più formidabile (e probabilmente più amato), ovvero il quartetto formato con McCoy Tyner (piano), Jimmy Garrison (basso) e Elvin Jones (batteria) – mise su nastro un vero e proprio album rimasto inedito per tutti questi anni. In uscita per la Impulse! già il 29 di questo mese, il disco è stato intitolato “Both Directions At Once: The Lost Album” dal figlio del sassofonista, Ravi Coltrane. Ancora una volta, l’incisione del quartetto storico di Coltrane è avvenuta ai Van Gelder Studios di Hackensack, nel New Jersey, nel corso di un anno nel quale Coltrane – con o senza i suoi fidati musicisti – aveva dato alle stampe un album con Duke Ellington, uno con Johnny Hartman (ne abbiamo parlato QUI) e un altro di sole ballate per quartetto. Insomma, nella testa e tra le mani di John Coltrane passava a quel tempo un flusso di creatività, una vera e propria corrente, nella quale qualcosa andava inevitabilmente trascinato via e quindi ritenuto perso. Si deve quindi alla prima moglie di Coltrane, quella Naima immortalata anche in un brano eponimo dello stesso, il recente ritrovamento d’un nastro con ben sette brani e le relative “alternative takes”.

E se il “nuovo” disco di Prince dura appena trentacinque minuti, quello di Coltrane sarà disponibile anche in una versione deluxe che conterrà, in un ciddì, le sette esecuzioni “master” e, in un secondo ciddì, altrettante versioni alternative, tra cui quattro diverse registrazioni di Impressions. Anche “Piano & A Microphone 1983” sarà in verità disponibile in un’elegante deluxe edition ma il contenuto musicale resta lo stesso per entrambe le versioni (quella deluxe offre infatti anche la stampa in vinile, oltre a quella su ciddì, più un libro fotografico ad hoc).

Insomma, per quanto mi riguarda, si tratta di materiale notevole che merita certamente l’acquisto; e se nel caso di Prince mi dovrebbe bastare l’edizione standard dell’album, nel caso di Coltrane sono molto più orientato sull’acquisto dell’edizione deluxe. Di certo torneremo presto a parlarne, in post dedicati e più approfonditi.

-Mat

Miles Davis, 26 maggio 1926

Miles DavisEra nato in Illinois, Miles Davis, nella città di Alton, il 26 maggio 1926. Trent’anni dopo già incideva per la maggiore casa discografica d’America, la Columbia, registrando per i successivi trent’anni alcuni dei dischi più belli e innovativi non solo per quanto riguarda il jazz ma anche la musica in generale. Per quanto mi riguarda, l’ascolto delle opere di Miles Davis è sempre foriero di scoperte e, soprattutto, di gioie. Più volte ne ho parlato & riparlato in questo blog, e altre volte ancora mi piacerebbe parlarne & riparlarne nei post futuri.

Finora mi sono occupato di due magnifici titoli realizzati in stretta collaborazione con Gil Evans, ovvero “Miles Ahead” (1957) e “Porgy And Bess” (1958), ai quali ha fatto seguito un album che, se possibile, si è rivelato ancora più spettacolare, “Kind Of Blue” (1959). Ho anche scritto su alcuni degli album del cosiddetto primo periodo elettrico, nello specifico “In A Silent Way” (1969), “Bitches Brew” (1970) e  “On The Corner” (1972), una trilogia di dischi che metto senza dubbio tra le cose più eccitanti che io abbia mai sentito. Molto esaltante resta anche l’ascolto di due album dal vivo registrati nel corso dello stesso giorno del febbraio 1975, ovvero “Agharta” e “Pangaea“. Della riscoperta del materiale d’archivio dell’era Columbia, iniziata nel 2011 e tuttora in corso grazie alla celebrata “Bootleg Series”, infine, ho finora parlato d’una notevole collezione chiamata “Freedom Jazz Dance” (2016).

Tornerò in seguito a ospitare su Immagine Pubblica ulteriori post sui dischi di Miles Davis. Per ora, buona lettura. E soprattutto buon ascolto.

-Mat

Philip Roth: i suoi libri per me

Philip Roth Immagine PubblicaStamattina, come tutte le mattine, mentre aspettavo che il caffè uscisse, ho acceso la televisione per conoscere le notizie e ho letto immediatamente della morte di Philip Roth, uno dei miei scrittori preferiti. Una notizia che in pochi minuti è finita in tutte le prime pagine, addirittura riportata come prima notizia. Una morte che mi ha addolorato, certamente, sebbene il grande scrittore americano era già piuttosto avanti con gli anni e già da diverso tempo aveva annunciato il suo ritiro, per così dire, ovvero che non avrebbe più dato alle stampe nessun nuovo romanzo.

Lui che di romanzi ne aveva scritti una buona trentina, tutti di alto livello, tutti meritevoli quanto meno di essere letti, secondo la mia modestissima opinione. Di Philip Roth ho letto “Lasciar Andare” (1962, un po’ prolisso ma appassionante), “Lamento di Portnoy” (1969, forse il suo libro più conosciuto, incentrato sì sul sesso ma anche toccante, che mi piacerebbe rileggere prima o poi), “La mia vita di uomo” (1974, piuttosto crudo, non mi ha entusiasmato granché)”, “Lo Scrittore Fantasma” (1979, una lettura affascinante ma un po’ faticosa), “Zuckerman Scatenato” (1981, divertente e commovente a un tempo), “La Controvita” (1986, forse il suo libro che fa più riflettere), “Inganno” (1990, originale negli intenti ma forse sconclusionato nella pratica), “Pastorale Americana” (1997, il romanzone che gli valse il premio Pulitzer, davvero bello anche se forse un po’ prolisso), “La Macchia Umana” (2000, il suo libro che mi è piaciuto di più, soprattutto per le ambientazioni), “L’Animale Morente” (2001, romantico e crudo al contempo), “Il Complotto contro l’America” (2004, una trama avvincente tra fantastoria e fantapolitica – l’aviatore Charles Lindbergh che, eletto presidente degli Stati Uniti, conduce il paese a una sorta di nazismo dal volto buono – che sembra anticipare l’epoca di Donald Trump), e quindi “L’umiliazione” (2009, breve, crudo e senza speranza).

Mi mancano invece “Goodbye, Columbus” (1959, una raccolta di racconti, se non ricordo male), “Il Teatro di Sabbath” (1995, forse il prossimo che acquisterò) e “Nemesi” (2010, il suo ultimo romanzo, prima dell’annunciato ritiro), per dire degli altri titoli più celebri, oltre a “Quando lei era buona” (1967), “La nostra gang” (1971), “Il Grande Romanzo Americano” (1973), “Il Professore di Desiderio” (1977), “La Lezione di Anatomia” (1983), “Operazione Shylock” (1993), “Ho sposato un comunista” (1998), “Everyman” (2006), “Il fantasma esce di scena” (2007) e infine “Indignazione” (2008).

Dei diversi film che sono stati tratti dalle opere di Philip Roth, invece, ho visto soltanto “La Macchia Umana” (2003), diretto da Robert Benton e interpretato da Anthony Hopkins e Nicole Kidman, sebbene l’abbia visto molto tempo prima di aver letto il romanzo originale, per cui mi piacerebbe una nuova visione del film.

Insomma, cominciai quasi per caso, un tre o quattro anni fa, con “Pastorale Americana”, un titolo che continuavo (e continuo) a ritrovarmi dappertutto, e da lì in poi non mi sono più fermato. In pratica, quando avevo voglia di leggere qualcosa di nuovo ma non avevo nessuna ispirazione circa il titolo o l’autore, me ne andavo alla più vicina libreria, spulciavo tra i titoli rothiani disponibili e sceglievo quello che suscitava la mia curiosità del momento. Che cosa mi piace di più di tutta quest’opera di Philip Roth? La sua cervelloticità senza dubbio, quel continuo ruminare & rimuginare, e poi le tipiche situazioni paradossali raccontate dalla cultura ebraica, ma sempre ben ancorate alla realtà, una realtà nella quale può riconoscersi anche un italiano cattolico e di provincia come me. Credo, infine, che una parte del fascino suscitato in me dai libri di Roth sia dovuta alle ambientazioni: New York ovviamente, ma anche il Connecticut, il New England in generale, gli appartamenti in centro, le aule universitarie. Per ora, come ho scritto sopra, avrò da recuperare un bel po’ di pagine di pura narrativa rothiana che mi terranno impegnato per qualche annetto buono. Poi, lo so già, Philip Roth mi mancherà davvero.

-Mat

Queen, “The Works”, 1984

Queen The Works, 1984 immagine pubblica blog“The Works” è stato il primo album dei Queen che acquistai, in formato musicassetta, al prezzo di diciottomila lire, nel 1992. Considerando che qualche tempo dopo me ne andai a comprare anche una copia in ciddì e che all’incirca nello stesso periodo ne regalai un’altra (in vinile) in occasione d’un compleanno, “The Works” è l’album dei Queen che più ho comprato. Ah, dimenticavo: nel 2011 ho anche preso la riedizione remaster con tanto di disco bonus contenente versioni alternative di alcune canzoni presenti nella scaletta originale.

“The Works” è ricordato soprattutto perché contiene due fenomenali singoli come Radio Ga Ga e I Want To Break Free, tuttora tra i brani più rappresentativi non solo dei Queen ma anche della musica pop degli anni Ottanta. Se con I Want To Break Free il suo autore, il bassista John Deacon, consolidò la sua fama di songwriter di successo dopo i fasti di Another One Bites The Dust (1980), con la sua Radio Ga Ga il batterista Roger Taylor divenne il quarto componente dei Queen su quattro ad aver scritto almeno uno dei grandi hit del gruppo. Credo che questo sia un record che nessun’altra band ha mai nemmeno eguagliato.

Gli altri due membri del quartetto, ovvero Freddie Mercury e Brian May, non furono comunque da meno: non solo firmarono gli altri due singoli estratti dall’album – It’s A Hard Life per Freddie e Hammer To Fall per Brian – ma firmarono insieme ed eseguirono da soli il brano conclusivo dell’album, quella Is This The World We Created…? che sembrava fatta apposta per suggellare la trionfale performance che i Queen avrebbero offerto nel corso del celeberrimo Live Aid (luglio ’85). E poi, se vogliamo dirla tutta, It’s A Hard Life resta la canzone più bella del disco, oltre che una delle più belle dell’intero repertorio dei Queen. Personalmente, inoltre, la ritengo la più bella che i nostri hanno pubblicato negli anni Ottanta.

Primo album dei Queen inciso (anche se non interamente) in America, in terra californiana, “The Works” ha inoltre una sua evidente qualità cinematografica: se l’album mette in bella mostra le fotografie scattate da George Hurrell, il famoso fotografo delle dive di Hollywood, il video di Radio Ga Ga mostra invece diverse sequenze tratte da “Metropolis”, il capolavoro di Fritz Lang del 1926. Senza poi contare che un brano originale dell’album, Keep Passing The Open Windows, era stato originariamente pensato come parte delle colonna sonora del film “Hotel New Hampshire” di Tony Richardson, colonna sonora che i Queen avrebbero dovuto firmare così come fecero quattro anni prima per “Flash Gordon“. Alla fine non se ne fece niente, la pulsante Keep Passing The Open Windows finì su “The Works” e il manager dei Queen, Jim Beach, restò legato al film in qualità di co-produttore.

Oltre alle canzoni che abbiamo già citato, “The Works” include anche la heavy Tear It Up, la scanzonata Man On The Prowl (con un grandissimo Fred Mandel al piano) e la futuristica Machines. Nove brani in tutto che non portano la durata complessiva dell’album a superare i quaranta minuti. Eppure, in quel periodo, i nostri furono piuttosto prolifici in studio: altri brani come Killing Time e I Cry For You (scritti da Taylor), Let Me In Your Heart Again (scritto da May), Love Kills e Man Made Paradise (scritti da Mercury) avrebbero infatti potuto far parte di “The Works” ma, per un motivo o per l’altro, sono finiti nei rispettivi progetti extra Queen dei propri autori. Senza poi contare che, alla fine di quell’estate, i Queen erano di nuovo in sala d’incisione per realizzare quello che sarebbe stato il loro primo e unico singolo natalizio, ovvero quella Thank God It’s Christmas che avrebbe visto la luce sul finire di quello stesso 1984.

-Mat

Keith Jarrett, “The Koln Concert”, 1975

keith jarrett the koln concert immagine pubblica blogLa registrazione del concerto per solo piano che Keith Jarrett eseguì all’Opera di Colonia, in Germania, il 24 gennaio del ’75, è una delle cose più belle che io abbia mai sentito. E poco importa se il nostro fosse più o meno soddisfatto del pianoforte che trovò in sala, prima di mettersi a suonare. Poco importa se questa musica sia stata effettivamente improvvisata sul momento, come narra la leggenda, o se Jarrett avesse già dei precisi schemi mentali su come impostare la sua esecuzione davanti a un pubblico comunque pagante. E poco importa se un disco come “The Koln Concert” possa definirsi jazz o altro.

Quel che importa, diceva una pubblicità, è il risultato, e ciò che ne risulta è un disco pubblicato dalla ECM che vanta oltre un’ora di musica eseguita da un artista in stato di grazia. Forse non tutto funziona, in “The Koln Concert”. Anzi, ci sono dei momenti in cui Jarrett sembra girare a vuoto, alla ricerca di un’ispirazione che magari arriva anche parecchi minuti dopo, ma il tutto suona come una sognante sinfonia a ruota libera dove il pianoforte è la sola fonte di gioia.

Seppur eseguito quasi senza soluzione di continuità, il “Koln Concert” così com’è originariamente apparso su disco, sempre nel corso di quel lontano 1975, è stato suddiviso in quattro parti per evidenti questioni tecniche legate all’impiego di quattro facciate di vinile. “The Koln Concert” è infatti un vinile doppio, mentre la successiva edizione in ciddì, potendo beneficiare d’una maggior capienza, è quella che più si avvicina a ciò che il pubblico dell’epoca deve aver udito. Il pubblico dell’epoca… che invidia! Questo concerto di Jarrett è uno di quelli ai quali assisterei di sicuro se potessi disporre di una macchina del tempo. Potrebbe bastarmi anche il primo quarto d’ora impiegato dal nostro nel fissare per i posteri tanta delizia sonora.

-Mat

Dennis Wilson, “Pacific Ocean Blue”, 1977

dennis wilson pacific ocean blue immagine pubblica blogMemore di un’entusiastica recensione che lessi una decina d’anni fa a proposito del ritorno sul mercato discografico di “Pacific Ocean Blue”, in occasione del suo trentennale, mi ricordai così di acquistare l’album quando me lo trovai inaspettatamente davanti, qualche anno dopo, rovistando tra gli scaffali d’un negozio di dischi dalle mie parti. Si tratta del primo album solistico d’un componente dei Beach Boys, ovvero di Dennis Wilson, che probabilmente resta anche l’album più bello d’un Wilson in veste solista.

Ebbene sì, Dennis, il più scapestrato dei fratelli Wilson, quello che almeno nei dischi più acclamati dei Beach Boys era stato un comprimario o poco più, quello con le amicizie pericolose e sempre alle prese coi tipici eccessi da rockstar (fino all’inevitabile morte tragica quando era ancora giovane, a trentanove anni, nel 1983), è il sorprendente autore d’un autentico capolavoro di musica contemporanea. Prodotto dallo stesso Wilson con Gregg Jakobson e interamente registrato nello studio di famiglia di Santa Monica (California), “Pacific Ocean Blue” contiene dodici brani originali dalla durata media di tre minuti ognuno. E’ molto meno pop di quanto si potrebbe facilmente supporre, anzi è più lento e più d’atmosfera di ciò che i formidabili successi dei Beach Boys che tutti noi conosciamo ci indurrebbe a ritenere. E’ una commistione più unica che rara di ballate pianistiche, gospel, soul e rock. Su tutto, l’inconfondibile voce di Dennis Wilson, roca e inevitabilmente segnata dagli abusi, ma sempre appassionata e a suo modo vera.

E così i dodici brani in programma, dall’iniziale River Song alla conclusiva End Of The Show, scorrono via che è un incanto, in un tutto unico attraversato anche da momenti di grande lirismo, come nel caso di Moonshine, di Thoughts Of You, di Time. Non manca una certa impressione di opera incompiuta che si avverte chiaramente in più d’un brano, come se la canzone in questione (ad esempio Friday Night, per dirne una) sfumasse quando avrebbe potuto continuare altrimenti; ma anche questo contribuisce al fascino d’un disco così atipico come è appunto “Pacific Ocean Blue”.

Tra i vari partecipanti all’album, tra cui ricordo il bassista Jamie Jamerson e il batterista Hal Blaine, non mancano all’appello altri componenti dei Beach Boys, sia in veste di autori (come il fratello Carl Wilson e il cugino Mike Love) che di coristi (Bruce Johnston). Non manca, inoltre, Karen Lamm Wilson, all’epoca moglie di Dennis (una delle tre o quattro che il Beach Boy ha avuto), che contribuisce sia ai cori che alla scrittura di alcuni brani.

Al momento della sua uscita, nel settembre ’77, “Pacific Ocean Blue” entrò a malapena nella Top 100 americana, sparendo del tutto dopo sole otto settimane, e non fortuna migliore trovarono i due singoli estratti, You And I e River Song. Ma successo a parte, questo è un disco che si ascolta ancora straordinariamente bene dopo tanti anni e del quale, evidentemente, non si è ancora smesso di parlare.

La copia in mio possesso è una bella ristampa del 2010 contenente tre brani aggiuntivi ma consiglio a tutti, anche a me stesso, l’acquisto della riedizione deluxe in doppio ciddì che la Sony ha distribuito nel 2008 in occasione del trentennale dell’album.

-Mat

Genesis, “Abacab”, 1981

genesis, abacab, immagine pubblica blogErano anni che non sentivo la mia copia di “Abacab”, l’undicesimo album da studio dei Genesis, pubblicato originariamente nel settembre 1981. Di recente ho avuto modo di riascoltarmelo sia in auto e sia con lo stereo di casa e devo ammettere che, per quanto possa suonare musicalmente datato, resta ancora coinvolgente & godibile dopo tutti questi anni. Forti del loro primo numero uno nella classifica inglese degli album con “Duke” (marzo 1980), i Genesis bissarono quel clamoroso successo già l’anno successivo, con “Abacab” per l’appunto: da lì in poi sarà una costante per tutti gli album del gruppo e per molti di quelli pubblicati dai solisti, almeno fino ai primi anni Novanta

L’album inizia proprio con la coriacea Abacab, che resta probabilmente il più mirabile esempio della nuova strategia compositiva dei Genesis: ormai stabilmente un trio formato da Phil Collins (voce e batteria), Tony Banks (tastiere) e Mike Rutherford (basso e chitarra), i tre presero ad improvvisare tutti assieme in studio e quindi a vedere un po’ che cosa se ne potesse ricavare in termini di canzoni. Nel caso di Abacab, una composizione accreditata a tutti e tre i musicisti coinvolti, siamo alle prese con sette minuti buoni di esplosiva miscela a base di pop, rock, funk e progressive. Davvero notevole.

Il brano successivo, No Reply At All, introduce una vera sezione fiati, quella degli Earth Wind & Fire, in un brano dei Genesis accreditato come un’opera comune ma chiaramente pilotato da Phil Collins. Trovo magnifico il break a 2′ e 44” dall’inizio, dove il tempo rallenta notevolmente e Phil sfoggia al meglio quello che diverrà presto un suo marchio di fabbrica, ovvero una voce tagliente come un bisturi.

Composta dal solo Baks – e si sente – la successiva Me And Sarah Jane ripropone in sei minuti quella struttura progressive tanto cara ai nostri; progressive che in realtà non è mai stato messo completamente da parte nel corso della lunga vicenda artistica dei Genesis. La stessa cosa potrebbe dirsi d’un lungo e composito brano che compare più tardi, Dodo/Lurker, meno melodico di Sarah Jane ma più teatrale e heavy per quanto riguarda l’arrangiamento complessivo, forte anche di accenni reggae in alcune sezioni.

La serrata Keep It Dark, non troppo memorabile a onor del vero, vanta se non altro una prestazione vocale da parte di Collins davvero degna di nota. C’è chi comunque ritenne Keep It Dark, con quel suo ritmo irregolare e sincopato, talmente appetibile da farla pubblicare anche su singolo. E se con l’isterica Whodunnit? sprofondiamo al punto più basso di “Abacab” (ma voglio credere che l’inserimento d’un brano come questo, nato chiaramente da un’improvvisazione in sala d’incisione come gran parte dell’album, sia stata una mossa autoironica), con la canzone successiva siamo al cospetto non solo del punto più alto dell’album ma anche di una delle canzoni più belle dei Genesis. Stiamo parlando di Man On The Corner, una ballata scritta dal solo Collins e interpretata come solo lui sapeva fare, tant’è vero che sembra “rubata” al suo album “Face Value” (febbraio 1981). Molto bello il bridge che inizia a 2′ e 18” dall’inizio, direi toccante, mentre il testo sembra anticipare quello che sarà il tema della canzone più famosa di Phil, Another Day In Paradise, grande hit del 1989.

Accreditata al solo Rutherford, Like It Or Not mostra invece un’evidente sensibilità blues, caratteristica non troppo comune nel vasto canzoniere dei Genesis. E se l’introduzione quasi ambient di Another Record sembra promettente, la canzone vera e propria resta invece la più debole di tutto l’album. Non una grande chiusura, questa Another Record, ma forse non è stata messa lì a caso, tanto per portare il disco alla canonica lunghezza dei quaranta minuti quando il gruppo aveva ormai perso la sua ispirazione migliore. Il semplicistico titolo del brano (“un altro disco”, “un altro pezzo” ma anche “un’altra registrazione”) parrebbe indiziare in tal senso.

Autoprodotto dagli stessi Rutherford, Collins e Banks col sensibile supporto tecnico di Hugh Padgham (che dal successivo album in poi sarà accreditato come produttore effettivo), “Abacab” non è certo il disco perfetto dei Genesis ma resta quanto meno uno dei più solidi e divertenti sfornati dalla band inglese. E dopo trentasette anni non è certamente poco.

Vale la pena segnalare, infine, una peculiarità della copertina: certamente non bella (anzi, la si potrebbe forse includere tra QUESTE), è stata pubblicata con lo stesso schema grafico ma con colori diversi. Credo che ne esistano almeno quattro, probabilmente anche legate ai diversi formati via via disponibili dell’album (vinile, cassetta, ciddì, ciddì remaster, eccetera). La copertina della mia copia, una ristampa Virgin del 1994, debitamente remasterizzata, è appunto quella che compare nella foto sopra. Credo che sia comunque la più comune.

-Mat

PS: nel post ho volutamente inserito, oltre all’anno, anche il mese d’uscita degli album citati. E’ impressionante notare come Phil Collins, in soli diciotto mesi, abbia dominato da solo o con i Genesis la classifica del suo Paese con ben tre album. Non può essere semplicemente un caso e non può essere soltanto fortuna.

All’indomani del Record Store Day

record store day immagine pubblica blogSabato scorso ho anch’io festeggiato il Record Store Day facendo quello che c’era da fare: andare al negozio di dischi, quello vero, che vende solo quelli, e fare acquisti. E’ stato tuttavia un Record Store Day abbastanza triste per me: e non soltanto perché non sono riuscito a mettere le mani sull’ambita ristampa in doppio vinile bianco di “Dead Bees On A Cake”, l’album di David Sylvian originariamente uscito nel 1999, ma soprattutto perché ho trovato uno dei negozi storici di Pescara, Discover, drammaticamente chiuso. Qualche settimana fa era venuto a mancare il titolare e, forse, di lì a poco, la decisione di chiudere Discover è stata anche pubblicizzata da qualche parte. Io non ne sapevo niente, ormai vivo a molti chilometri di distanza da Pescara, ma venirlo a scoprire proprio nel giorno in cui si dovrebbero festeggiare i negozi di dischi ha qualcosa di tristemente crudele.

E così, già che c’ero, ho fatto comunque un paio di acquisti, nell’unico, vero, storico, negozio di dischi rimasto a Pescara, ovvero Gong. Ho così comprato il “Rubberband EP” di Miles Davis (un dodici pollici da 45 giri contenente quattro brani) e il “Journey’s End” di Roger Taylor, il batterista dei Queen (un dieci pollici da 45 giri anch’esso, contenente però due soli pezzi). Un po’ pochino, insomma. E quello che ho ascoltato non m’è piaciuto granché.

Mi sto tuttavia consolando con due acquisti che nel frattempo avevo ordinato online: l’ultimo capitolo della “Bootleg Series” dedicato dalla Sony a Miles Davis, “The Final Tour” (quattro ciddì che documentano per la prima volta in maniera ufficiale la tournée di concerti che il Miles Davis Quintet tenne in Europa nel 1960, l’ultima con John Coltrane ancora nei ranghi) e la riedizione deluxe di “Purple Rain”, il capolavoro firmato Prince & The Revolution del 1984, riproposto lo scorso anno in una versione estesa da tre ciddì più divuddì. In settimana, inoltre, dovrebbe arrivarmi anche un cofanetto di Bruce Springsteen del 2015 che tenevo d’occhio da tempo, “The Ties That Bind”, dedicato al suo celebre & celebrato album del 1980, “The River”.

Forse, di questi miei recenti acquisti discografici avremo modo di parlare più dettagliatamente in specifici post. Il prossimo comunque dovrebbe riguardare un album da studio dei Genesis che giace già da qualche settimane tra le bozze di questo blog. Insomma, avremo modo di aggiornarci presto.

-Mat