Miroslav Vitous, “Emergence”, 1986

Miroslav Vitous EmergenceTra tutti i dischi presenti nella mia collezione – e ne sono un bel po’, non sono mai riuscito a contarli tutti, rientrano comunque nell’ordine delle migliaia – uno dei più atipici è senza dubbio “Emergence” di Miroslav Vitous. Principalmente ricordato per essere stato il primo bassista dei Weather Report, il buon Vitous è qui alle prese con un imponente lavoro da solista nel suo senso più letterale: “Emergence” è infatti un album per solo contrabbasso, suonato per l’appunto dal solo Miroslav, avvalendosi tanto delle dita quanto dell’archetto, per cui le corde dello strumento sono ora pizzicate e ora sfregate nel corso dei circa quarantacinque minuti di durata del disco.

Registrato senza sovraincisioni nel settembre 1985 e prodotto da Manfred Eicher per conto della sua celeberrima etichetta, la ECM, “Emergence” è un lavoro ispirato, singolare e di grande suggestione. Nelle note di copertina, lo stesso Miroslav Vitous ringrazia “tutti i grandi musicisti con cui ho suonato, da cui ho imparato e dai quali sono stato ispirato” e ci spiega che il disco in questione rappresenta per lui il “culmine di una vita di esplorazioni tratte dal jazz, dalla classica, dal folk e da personali mondi di musica. Credo che sia musica senza confini”.

Insomma, per il suo autore, “Emergence” rappresenta il punto d’arrivo e la sintesi definitiva di oltre quindici anni di carriera come musicista professionista, e lo fa dando mostra della sua bravura, tanto espressiva quanto tecnica, con lo strumento che lo ha posto di diritto tra i grandi contrabbassisti contemporanei.

Un punto d’arrivo s’è detto, tanto che “Emergence” inizia con un brano chiamato Epilogue, piuttosto raccolto, che poi confluisce nello svolazzante Transformation; si parte da un epilogo, quindi, per poi subire una trasformazione che conduce all’Atlantis Suite, una composizione multiforme in quattro parti. Seguono così il fluire liquido di Wheel Of Fortune, l’esplicito omaggio all’opera “Porgy And Bess” di Regards To Gershwin’s Honeyman, la spigolosa cover di Alice In Wonderland, la contemplativa Morning Lake For Ever e la conclusiva Variations On Spanish Themes, ovvero una personale rivisitazione del “Concierto De Aranjuez” di Joaquin Rodrigo così come ce lo hanno raccontato Miles Davis e Gil Evans in quel monumento che è l’album “Sketches Of Spain”.

Molto tecnico eppure alla portata d’ogni orecchio, appassionato e meditativo a un tempo, solenne ma intimo, “Emergence” di Miroslav Vitous resta un ascolto sempre interessante, perfetto per concedersi una pausa di riflessione nelle prime ore della sera. A me, se non altro, piace sentirlo in quei momenti, quando il sole è già un ricordo all’orizzonte.

-Mat

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The Beatles, “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, 1967

Beatles Sgt PepperIl 1° giugno 2007, in occasione dei 40 anni di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles, pubblicai un apposito post sulla prima versione online di Immagine Pubblica. Trovandomi ora in una fase di ripubblicazione e/o riedizione del mio vecchio materiale, non potevo non postare qualcosa su quello che resta il mio gruppo preferito, i Beatles per l’appunto, partendo proprio dall’album che molti considerano il loro capolavoro. Che questo giudizio sia vero o meno (personalmente preferisco “Abbey Road”, ma “Revolver” e “White Album” non sono da meno), “Sgt. Pepper” è uno di quei dischi fondamentali nella storia della musica, un album che all’epoca riscrisse la genetica del rock e oltrepassò gli usuali confini del pop per raggiungere dimensioni sonore tuttora molto affascinanti.

La nostra storia inizia giovedì 24 novembre ’66: liberi una volta per sempre dalle estenuanti tournée mondiali, i Beatles si ritrovano nello Studio 2 di Abbey Road per cominciare le registrazioni di una nuova, bellissima canzone di John Lennon, Strawberry Fields Forever. Come tutti sanno, tuttavia, Strawberry Fields Forever e la sua magnifica controparte, Penny Lane, saranno pubblicati su singolo e pertanto esclusi dalla scaletta di “Sgt Pepper”. Quel giovedì di novembre nessuno però poteva ancora sapere della destinazione discografica di Strawberry Fields Forever, per cui il lavoro su di essa continuò fino a mercoledì 21 dicembre. Nel frattempo, i Beatles introdussero nuove canzoni in studio: l’8 dicembre fu la volta della maccartiana When I’m 64 (brano in realtà risalente al periodo amburghese della band), mentre il 29 fu la volta della già citata Penny Lane, sempre di Paul McCartney.

Con l’avvento del nuovo anno, si misero su nastro altre canzoni: A Day In The Life (19 gennaio), Good Morning Good Morning (8 febbraio), Fixing A Hole (9 febbraio), Only A Northern Song (13 febbraio), Being For The Benefit Of Mr. Kite! (17 febbraio), Lovely Rita (23 febbraio), Lucy In The Sky With Diamonds (28 febbraio), Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (3 marzo), Getting Better (9 marzo), Within You Without You (15 marzo), She’s Leaving Home (17 marzo), With A Little Help From My Friends (29 marzo) e Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band Reprise (1 aprile). Infine, il 21 aprile, fu la volta della scherzosa coda dell’album, un loop che nel vinile originale durava virtualmente all’infinito.
Ma ora, tralasciando le splendide Strawberry Fields Forever e Penny Lane – abbinate in uno straordinario singolo edito in Inghilterra il 17 febbraio 1967 – e Only A Northern Song di George Harrison, esclusa dall’album in favore di Within You Without You, andiamo a vedere da vicino i tredici brani che costituiscono “Sgt. Pepper”.

Si comincia proprio con Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, rock teatrale che funge da introduzione a tutto il lavoro: benché l’album non sia propriamente un concept, quasi tutte le canzoni sono collegate fra loro, e questo primo brano resta una magnifica apertura. Segue una delle canzoni che più amo, With A Little Help From My Friends, ottimamente cantata da Ringo Starr: lo strumento portante è il pianoforte in stile barrel-house (un tipico McCartney di quel periodo, lo ritroviamo anche in Penny Lane, Getting Better e Your Mother Should Known) ma il pezzo forte del brano sono gli scambi vocali fra la voce solista ed i cori di John e Paul.

E’ quindi la volta della psichedelica Lucy In The Sky With Diamonds, una delle canzoni più popolari dei Beatles, sebbene mai edita su singolo: la voce di John – trattata con effetti d’eco –  c’introduce in una dimensione onirica nella sequenza delle strofe, risvegliandoci al momento del ritornello, quando subentra un allegro rock in quattro quarti. Segue Getting Better, un altro dei miei pezzi preferiti in questo album: cantata da Paul con un bel controcanto sarcastico da parte di John, la canzone è una delizia pop per palati fini. Molto bella anche la successiva Fixing A Hole, alquanto riflessiva nella parte relativa alle strofe, più vivace (ed anche un po’ aggressiva) nel ritornello, forte di una bella prova vocale di Paul.

Con la dolce She’s Leaving Home siamo invece alle prese con una delle canzoni più suggestive dei Beatles: su una base classica di violini, viole, violoncelli, arpa e contrabbasso, Paul canta con grande sentimento della fuga di casa di una ragazzina, mentre il bellissimo controcanto di John interpreta lo smarrimento dei genitori, citando esclamazioni che sentiva dire dalla celeberrima zia Mimi. She’s Leaving Home non è un brano di musica classica, ma non è nemmeno una canzone pop e tantomeno un pezzo rock… è un brano che solo una band come i Beatles poteva concepire all’epoca.

Segue la fantasiosa Being For The Benefit Of Mr. Kite!, un brano di John Lennon: prendendo spunto da un manifesto ottocentesco che invitava ad assistere ad uno spettacolo circense, i Beatles realizzano una variopinta colonna sonora di quel lontano evento, grazie anche all’inventiva e alle eccezionali doti del produttore George Martin e del tecnico Geoff Emerick.

Con Within You Without You siamo bruscamente allontanati dalle atmosfere così tipicamente inglesi delle canzoni che abbiamo sentito finora: questo brano, ad opera di George Harrison, è il secondo omaggio che il chitarrista rende all’India dopo Love You To (dall’album “Revolver”). In effetti i due brani sono simili e sono suonati da musicisti indiani assoldati per l’occasione (di fatto, George è il solo Beatle a partecipare al brano). La prima volta che ascoltai Within You Without You la trovai stridente fra le altre canzoni di “Sgt. Pepper” ma col tempo ho imparato ad amarla & apprezzarla per quella che è, una straordinaria prova sonora che anticipa di oltre dieci anni l’avvento della world music.

La lieta When I’m 64, un pop vagamente jazzato grazie agli ottoni e alle spazzole di Ringo, è invece caratterizzata da una voce leggermente accelerata da parte di Paul. Sempre McCartney è il protagonista del brano successivo, la lieve ma coinvolgente Lovely Rita, scherzosamente dedicata ad una vigilessa e forte d’una serie di bei cori da parte di John e George.

Good Morning Good Morning è un’altra fantasiosa canzone di Lennon: ispirata alla pubblicità dei cereali da colazione, è un vivace e scanzonato rock caratterizzato da fiati briosi e una martellante batteria di Ringo. Segue la trascinante ripresa di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, a mio avviso una delle prove rock migliori dei Beatles, cantata da tutti e quattro i componenti del gruppo. Quando il brano entra in dissolvenza, ecco apparire i caldi accordi della chitarra acustica che ci introducono la superlativa A Day In The Life.

Considerata da molti come la canzone migliore dei Beatles, A Day In The Life marca senza dubbio l’apice artistico / creativo / espressivo di “Sgt. Pepper”: una bellissima ballata di John (emozionante l’effetto stereofonico che lascia fluire la sua voce impassibile dal canale destro a quello sinistro, e viceversa nella parte finale) che contiene al suo interno un frizzante interludio di Paul; il tutto sostenuto dall’eccellente lavoro batteristico di Ringo e sovrapposto con due crescendi orchestrali davvero mozzafiato. Senza contare quell’accordo di piano finale… che brividi!

E con A Day In The Life siamo giunti alla fine di “Sgt. Pepper”. Eppure è impossibile non dire qualcosa sulla splendida copertina dell’album, fra le più belle, ammirate, studiate ed imitate della storia discografica: i Beatles vestiti con sgargianti divise colorate e circondati da foto a grandezza naturale dei personaggi che hanno avuto influenza sulla loro storia personale ed artistica. Fra di essi, mi fa piacere notarlo, c’è Stu Sutcliffe, sfortunato compagno di John, Paul e George agli albori del mito Beatles. La copertina di “Sgt. Pepper”, infine, è stata oggetto di una miriade di speculazioni circa la presunta morte di Paul McCartney alla fine del 1966: i Beatles e tutti gli altri personaggi starebbero quindi attorno a una tomba. Ma di questo, e della curiosa vicenda che prende il nome di “Paul Is Dead”, avremo modo di parlare dettagliatamente in un prossimo post.

-Mat

The Clash, “London Calling”, 1979

The Clash London CallingIn blog precedenti avevo già recensito tutti gli album dei Clash ma, bisognoso di nuovi argomenti per ampliare questa riedizione di Immagine Pubblica, mi sono messo a riscrivere un vecchio post (originariamente datato 23 marzo 2009) su quello che viene comunemente inteso come il manifesto artistico della band inglese, ovvero “London Calling”, il suo terzo terzo album, che ha una genesi peculiare che merita d’essere raccontata.

Londra, aprile ’79, i nostri trovano un nuovo quartier generale, un’autorimessa della quale affittano il piano superiore per farne una sala prove ma anche un ritrovo; il locale viene denominato Vanilla per via del colore delle pareti. La nuova atmosfera si rivela salutare per i Clash: liberi da un manager/mentore tanto geniale quanto ingombrante, Bernie Rhodes, licenziato poco prima, i quattro – Joe Strummer, Mick Jones, Paul Simonon e Topper Headon – hanno l’opportunità d’affiatarsi sempre più, non solo come musicisti ma soprattutto come amici. Al Vanilla prendono così a sperimentare generi diversi dal punk, quali funk, reggae, soul, disco e jazz, tanto che tra maggio e giugno i Clash si ritrovano con un bel quantitativo di nuove composizioni (parte di questo materiale, le cosiddette “Vanilla Tapes”, verrà incluso nella riedizione deluxe di “London Calling” del 2004). Dopodiché, una volta rinnovato il contratto con la CBS, i Clash chiamano il produttore Guy Stevens, un loro idolo, già produttore ma anche mentore della band preferita di Mick, i Mott The Hoople.

Stevens aveva già prodotto i nostri, nel novembre ’76, quando, dopo un interessamento da parte della Polydor, il gruppo aveva effettuato con lui il suo primo demo professionale. Allora le cose non andarono come i Clash avevano sperato ma, a distanza di quasi tre anni, erano fermamenti convinti che Guy fosse l’unico in grado di produrre il loro nuovo disco. Le sessioni si svolsero così ai Wessex Studios, con Stevens e il tecnico Bill Price alla consolle: tutto l’entourage dei Clash ricorda il comportamento folle di Stevens, il quale, alcolizzato cronico, incitava la band in studio con urla, salti e distruzione del mobilio. L’atmosfera in studio era quindi sempre carica, rovente, e il nuovo materiale dei Clash riuscì a giovarne, a dispetto di quel che si potrebbe pensare vedendo le immagini amatoriali di Stevens che fa il pazzo in studio, contenute nel dvd della riedizione deluxe di “London Calling” (sono riprese molto divertenti ma anche un tantino inquietanti)! Le sessioni, durate fino alla fine d’agosto, hanno prodotto quello che secondo molti critici e molti fan è l’album migliore per Strummer & compagni.

Un album che parte col botto, l’omonima London Calling, che non è solo la canzone più rappresentativa dei nostri ma è oggi considerata un autentico classico del rock. E’ un brano potente & visionario, dove tutta la strumentazione e le parti vocali sono esaltate, e lo si capisce già dagli iniziali, incalzanti secondi. London Calling è una delle prove più belle dei Clash, qui al meglio di quello stile epico applicato al punk rock nel quale sono maestri.

Brand New Cadillac è invece l’irresistibile cover d’un rock ‘n’ roll di Vince Taylor & His Playboys, datato 1959: il pezzo, tirato e coinvolgente, serviva ai Clash per riscaldarsi prima di passare alle canzoni di propria composizione ma Stevens lo registrò comunque e convinse la band ad includerlo nell’album. Jimmy Jazz inizia con una sonnacchiosa chitarra unita al fischiettare d’un amico dei Clash, dopodiché la musica diventa saltellante e gioviale, quanto di più distante i nostri avessero mai inciso fino ad allora. I ritmi tornano a farsi comunque più serrati con la trascinante Hateful, dove la voce roca di Joe è magnificamente supportata da quella più sbarazzina di Mick.

Voce di Mick che torna protagonista in Rudie Can’t Fail, convincente ibrido tra sonorità punk e latinoamericane, dove gli interventi ai fiati degli Irish Horns – che partecipano ad altri momenti del disco – sono particolarmente efficaci. Spanish Bombs sembra invece un classico brano da autoradio: melodioso, caldo, dal ritmo sostenuto, col testo – cantato quasi all’unisono da Joe & Mick – a richiamare numerose immagini di quegli anni di piombo.

La saltellante The Right Profile è un’altra grandiosa commistione di stili: rock ‘n’ roll, punk, ritmi latini e un pizzico d’immaginario hollywoodiano; Strummer ne scrisse infatti il testo dopo aver letto una biografia del tormentato attore Montgomery Clift. E se Lost In The Supermarket – brano pulsante ma disteso, con Mick alla voce solista – è una delle canzoni migliori di “London Calling”, la successiva Clampdown è una delle più incalzanti, grazie all’inesorabile batteria di Topper che resta in primo piano per tutto il tempo. Poi è la volta di The Guns Of Brixton, la prima composizione firmata (e cantata) da Paul Simonon, dove il ritmo è decisamente reggae, con una linea di basso irresistibile & una voce impassibile a narrare gangster stories.

Stagger Lee/Wrong ‘Em Boyo è un altro esempio di fusione tra generi nella quale i Clash si dimostravano sempre più a loro agio: un medley fra un traditional e una cover dei Rulers che ci porta ad anni luce dal punk, dato che sembra piuttosto d’ascoltare un appassionato gruppo rock che esegue dei ritmi da swing band anni Cinquanta. Death Or Glory e Four Horsemen mi sembrano gli unici momenti deboli di “London Calling”: sono canzoni delle quali avrei anche fatto a meno, sebbene non siano cattive e suonino inconfondibilmente Clash nell’approccio e nello stile. Ben più interessante mi sembra The Card Cheat, cantata da Mick, dove tutta la strumentazione – col piano come strumento portante – è raddoppiata e fornita d’eco. E’ un’ulteriore testimonianza della versatilità raggiunta dal gruppo in studio, anticipatrice di alcuni episodi di “Sandinista!” (1980), così come il breve ma divertente rock di Koka Kola, cantato da Joe.

E se in Lover’s Rock i nostri si divertono a confondere stili e sonorità, con Joe e Mick a cantare all’unisono, I’m Not Down è semplicemente un’altra bella canzone cantata da Mick, piacevolmente energica. Memorabile resta anche la cover di Revolution Rock di Danny Ray, dove i Clash non solo si cimentano alla grande con sonorità dub-ska (anch’esse riprese con grande efficacia in “Sandinista!“) ma si dilettano pure a riproporre la sezione fiati di Sea Cruise, un pezzo di Frankie Ford.

A chiudere questo disco superlativo che è “London Calling” ci pensa una coinvolgente canzone cantata da Mick che doveva essere abbinata come flexi-disc al magazine NME; la cosa non si concretizzò e la melodica Train In Vain trovò posto in fondo all’album, nemmeno nominata nelle prime stampe del disco.

Due righe merita anche la copertina, giudicata una delle più evocative della discografia mondiale. Scattata da Pennie Smith, la foto ritrae Simonon che spacca il suo basso durante un concerto americano, mentre la grafica riprende quella del primo album di Elvis Presley.

-Mat

David Bowie, “Blackstar”, 2016

David Bowie BlackstarPerché dopo tanti anni sono tornato a scrivere un blog? La morte di David Bowie. Ebbene sì, il motivo scatenante è stato proprio quello. Una morte che ha sorpreso e addolorato il mondo intero, e di cui chiunque si è trovato a parlare, fosse anche solo per un minuto. Mi sono detto: e se avevo ancora il vecchio blog? Che cosa avrei scritto io per omaggiare David Bowie, da sempre uno dei miei artisti preferiti?

Pensa e ripensa, mentalmente avevo già scritto un post ma… non avevo più un blog! Pensa e ripensa ancora, e finalmente, lo scorso 2 febbraio, ho deciso di fare questo “grande passo”, l’apertura di questo nuovo blog. Ora, se volessi riprendere il discorso interrotto quattro anni fa nelle pagine del mio vecchio blog, un titolo come <> dovrebbe lasciar pensare che io mi sia cimentato con la recensione di “Blackstar”, l’ultimo album – il testamento artistico, purtroppo – del nostro. Ma non è esattamente così.

La sera dello scorso 8 gennaio, giorno del sessantanovesimo compleanno di David, mi trovavo “casualmente” in un centro commerciale; “sfortunatamente” sono capitato nell’annesso negozio di dischi; per “pura coincidenza” mi sono trovato davanti l’edizione in vinile di “Blackstar”, fresco di stampa, giunto nelle rivendite in quello stesso 8 gennaio; “senza accorgermene” ed ero già alla cassa per pagare. Era la prima volta che compravo un nuovo album di Bowie, appena uscito, dai tempi di “Heathen” (2002): dalle prime recensioni d’anteprima che leggevo sui media, m’era parso di capire che l’acquisto valeva bene i soldi spesi e che stavolta tornava in gioco la sperimentazione, che è un qualcosa che David Bowie ha sempre fatto molto bene. E poi il videoclip della stessa Blackstar (che a quel punto non avevo ancora visto) stava già facendo parlare di sé, anche per via dell’insolita durata, prossima ai dieci minuti. Insomma, la mia curiosità era tanta.

Una volta a casa, tuttavia, non sono riuscito ad ascoltare la mia copia di “Blackstar”, ma soltanto a scartarlo e ad apprezzarne la veste grafica (tutto nero, con foto e scritte lucide, tutto molto ben concepito). Per l’ascolto ho dovuto attendere il giorno dopo, e non ne sono rimasto deluso. Due considerazioni però ho dovuto subito fare: il sound dell’album – composto di sole sette canzoni – non ha niente a che vedere col jazz, come appunto dicevano le prime recensioni d’anteprima (a volte mi chiedo se quelli che affibbiano l’etichetta d’un preciso genere musicale a un disco sappiano effettivamente di cosa stiano parlando); il sound dell’album è vagamente retrò, un po’ anni Ottanta, ecco.

Insomma, “Blackstar” non è particolarmente sperimentale ma soprattutto non è affatto jazzistico. E’ un disco cupo, questo sì, un po’ opprimente, come lo erano certe atmosfere di “Low” e “Heroes”, i capolavori berlinesi del 1977; è comunque un disco bello (in particolare, mi piace il modo in cui il sassofono suona e si incastra tra gli altri strumenti), un disco che molto probabilmente è capace di crescere – per così dire – con gli ascolti successivi.

E si arriva così alla fatidica mattina del 10 gennaio 2016: ero al lavoro già da qualche ora, decido di accendere un po’ la radio, più che altro per sentire le notizie del giorno ma… la notizia del giorno è una sola, il mondo sembra essersi fermato: è morto David Bowie, stava male da tempo.

Dispiacere e stupore fanno immediatamente capolino nella mia mente: ma come? Ha appena pubblicato un disco nel giorno del suo compleanno e adesso è morto?! Stava male e si è preso la briga non solo di incidere un nuovo album ma anche di girare due nuovi video, di cui uno da dieci minuti??!! Sono stupito più per queste ultime considerazioni – che cioè si fosse già rimesso all’opera dopo soli tre anni di distanza dalla pubblicazione del suo album precedente, “The Next Day”, mentre combatteva contro un tumore – che più perché fosse venuto a mancare.

Erano infatti anni che si speculava circa le condizioni non ottimali del celeberrimo cantante inglese: nel 2004 ebbe un infarto che di fatto lo convinse a ritirarsi dall’attività concertistica. Dopo l’album “Reality” del 2003 passarono ben dieci anni per vedere nei negozi il disco successivo, il già citato “The Next Day”, e in quei dieci anni si disse di tutto a proposito della salute del nostro. Tuttavia, il fatto che David fosse tornato sulle scene con un nuovo progetto discografico chiamato “Blackstar” in tempi relativamente brevi, lasciava ben sperare in un suo ritorno in grande stile – in fondo sessantanove anni non sono poi tantissimi. Il peggio dev’essere passato, pensai con sollievo.

Invece no, come tutti sappiamo, il peggio è arrivato a soli due giorni dall’uscita di “Blackstar”, suscitando profondo cordoglio in tutto il mondo, come pochissimi altri personaggi del mondo del rock erano riusciti a fare. Quel dannato 10 gennaio fu per me una giornataccia, anche sul lavoro, e tornai a casa completamente svuotato.

Mi sembrava strano ascoltare “Blackstar” in quei giorni, all’indomani della scomparsa dell’artista che lo aveva appena fatto pubblicare: ora era fin troppo facile capire a cosa alludevano il titolo del disco, i videoclip di Blackstar e Lazarus (l’uno più inquietante dell’altro), tutto quel nero per la grafica, per non dire i testi delle canzoni. Se ci penso, mi vengono i brividi.

Al momento, ho ascoltato “Blackstar” soltanto due volte – troppo poche per cimentarmi con una recensione vera e propria – una all’indomani della pubblicazione, quando David era ancora in vita, una all’indomani della morte dell’artista stesso. Due diversi stati d’animo, come potete bene capire, col secondo che mi ha lasciato l’amaro in bocca e la sgradevole sensazione che per qualche tempo non potrò più ascoltare un disco come “Blackstar”. Al momento non ne ho alcuna voglia, lo dico in tutta sincerità, per quanto l’ultimo brano, I Can’t Give Everything Away, continua a risuonarmi in testa dopo soli due ascolti.

Voglio soltanto fare un’ultima considerazione: David Bowie è stato artista fino alla fine. Da quanto è trapelato nelle settimane successive alla sua morte, il nostro ha lottato contro il cancro per diciotto mesi, per cui presumo che abbia concepito e realizzato un lavoro come “Blackstar” nel bel mezzo di tale gravissima malattia. Avrebbe avuto tutto il diritto di starsene al letto, in qualche clinica di lusso, per vedere di guadagnare magari del tempo prezioso, ma invece no. David Bowie ha preso carta e penna (o forse un semplice laptop) per scrivere dei testi, ha strimpellato accordi e sequenze di note al piano o alla chitarra, ha quindi composto delle melodie, delle nuove canzoni, ha chiamato il suo produttore storico, Tony Visconti, ha organizzato delle sedute di registrazione, ha convocato in studio dei musicisti, ha perfino interpretato due nuovi videoclip! David Bowie andava incontro alla morte traendo ispirazione da quello stesso trapasso che si apprestava ad affrontare. Artista totale, artista fino alla fine.

– Mat

Queen, "Queen", 1973 (2011 Digital Remaster)

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Mi fa una certa impressione maneggiare un disco dei Queen datato 2011 ed etichettato dalla Universal, dopo tanti anni in cui ho ascoltato i lavori del celebre gruppo inglese stampati dalla EMI. Come ho già scritto in altro post, il 2011 segna infatti il quarantennale dei Queen, i quali hanno quindi siglato un accordo con la Universal che ripubblicherà entro settembre i loro quindici album da studio, coi primi cinque titoli che sono già stati pubblicati lo scorso aprile. Ed è proprio al primo di questi titoli, l’eponimo “Queen”, che voglio dedicare il post di oggi.

L’album venne registrato a bocconi e ritagli di tempo tra il 1971 e il ’72, in diversi studi di Londra e con diversi produttori (tra cui Roy Thomas Baker) e tecnici del suono (tra cui David Hentschel), e quindi pubblicato dalla EMI soltanto nel luglio 1973, mentre Freddie Mercury e soci si accingevano già a prepararne il seguito, ovvero il ben più ambizioso “Queen II“. Insomma, nel momento in cui “Queen” vedeva finalmente la luce, l’album stesso suonava già superato; ad ogni modo resta una preziosissima testimonianza che documenta i primi due anni di attività dei Queen, formati da Brian May (chitarra, piano e voce), Roger Taylor (batteria e voce), John Deacon (basso) e quindi Freddie Mercury (voce e piano). Una formazione che però dimostra già tutto il suo valore, in grado di proporre subito grandi canzoni come My Fairy King (una delle loro migliori, secondo il mio modesto parere), Liar e Great King Rat, meticolosamente in bilico tra hard rock, progressive e un originalissimo stile teatrale che giungerà alla definitiva maturazione con l’album “A Night At The Opera“.

In “Queen” figurano inoltre felici fusioni sonore come Doing All Right (tra folk e hard rock) e Jesus (tra rock e gospel), nonché avveniristici esperimenti sonori come Modern Times Rock ‘N’ Roll (sorta di hardcore punk ante litteram, cantata da Roger) e suggestive ballate come The Night Comes Down. Come primo singolo venne invece scelto il brano stesso che apre l’album, ovvero il rock stradaiolo di Keep Yourself Alive, sul cui lato B figurava lo strisciante hard-blues di Son And Daughter, ottava canzone in scaletta sul disco.

Senza poi contare, mi viene da aggiungere come ultima considerazione, che in “Queen” Freddie Mercury è già Freddie Mercury e Brian May è già Brian May: ovvero un cantante straordinario abbinato ad un chitarrista straordinario. Nei successivi diciotto anni di carriera comune, questi due signori potranno soltanto diventare via via più bravi, disco dopo disco, accompagnati da due eccellenti partner, i già citati Taylor e Deacon.

Per quanto riguarda infine il materiale aggiuntivo di questa edizione 2011 Digital Remaster del primo album dei Queen, il “Bonus EP” che forma il secondo ciddì contiene sei canzoni: una è la delicata Mad The Swine che era già apparsa in un B-side del 1991, originariamente scartata dall’originale album “Queen”, mentre le altre cinque costituiscono il demo che venne inciso dal gruppo nel corso del suo primo contatto con uno studio di registrazione professionale, ovvero il De Lane Lea di Londra, nel dicembre 1971. In quell’occasione i Queen, ancora senza alcun contratto discografico, incisero Keep Yourself Alive, The Night Comes Down (che a parte un lieve remix finì dritta dritta sull’album così com’era), Great King Rat, Jesus e Liar, producendosi da soli e avvalendosi del tecnico residente, Louis Austin.

L’audio di queste cinque canzoni proviene direttamente dall’acetato di prova conservato da Brian May, con tanto di fruscìo da puntina; ma la definizione audio è davvero notevole, così come tutto il resto di questo “Queen” 2011 Digital Remaster, per cui è qui possibile ascoltare al meglio, come mai prima d’ora, il primo capitolo di questa affascinante storia che è la vicenda artistica dei Queen. Consigliato a tutti i veri fan del gruppo: impossibile fare a meno di una riedizione così.

– Mat

Prince, “The Hits/The B-sides”, 1993

prince-the-hits-the-b-sides-immagine-pubblicaL’altro ieri ho finalmente portato a casa un pezzo che non poteva mancare nella mia collezione di dischi: “The Hits/The B-Sides”, la tripla raccolta che la Warner Bros ha pubblicato nel 1993 per celebrare i primi quindici anni della carriera professionale di Prince, uno dei miei artisti preferiti.

In realtà, all’epoca, la Warner pubblicò tre edizioni di questa raccolta: due dischi singoli, da diciotto brani ciascuno, intitolati rispettivamente “The Hits 1” e “The Hits 2”, e quindi il triplo contenente questi due dischi più un terzo di ben venti brani che metteva a raccolta i lati B dei singoli mai apparsi sugli album ufficiali. In quel lontano 1993 (o forse erano già passati i primi mesi del ’94) andai subito a comprarmi le due raccolte, a distanza di qualche settimana l’una dall’altra, ma feci l’errore di con comprare “The Hits/The B-Sides”. Essendo relativamente inesperto sulla musica di Prince (a quel tempo avevo la sola cassetta della colonna sonora di “Batman”), mi sembrava un po’ troppo propendere per un triplo ciddì del quale – almeno sulla carta – conoscevo ben poco e che poteva essermi venduto soltanto a caro prezzo (se non ricordo male, un’ottantina di mila lire), per cui mi accontentai delle due sole raccolte in versione standard.

Sfortunatamente per le mie esigue finanze, di lì a qualche anno diventai un vero fan di Prince, iniziando a comprarmi un po’ tutti i suoi lavori discografici, soprattutto quegli degli anni Ottanta, per cui ebbi il modo di rimpiangere di non aver comprato in quel lontano 1993 il triplo “The Hits/The B-Sides”, che peraltro iniziava a non farsi più trovare con facilità nei negozi. Soltanto un paio di anni fa m’imbattei, del tutto inaspettatamente, in questa particolare edizione: costava soltanto 18.90 euro ma avevo appena comprato un dispendioso cofanetto di Miles Davis e così, ancora una volta, rinunciai all’acquisto princiano (e anche per non avere troppi doppioni fra le mani).

Fino all’altro ieri, come detto, perché – ancora una volta del tutto inaspettatamente – mi sono imbattuto nel triplo “The Hits/The B-Sides” mentre frugavo in un centro commerciale dalle mie parti, dove mi ero recato per utilizzare un buono da 10 euro che avevo maturato con degli acquisti precedenti. Il prezzo della tripla raccolta era di 19.90 euro: tolti i 10 di buono e mi sarei portato il tutto a casa per soli 9.90, giusto giusto il prezzo d’un singolo ciddì d’annata, giusto giusto quel ciddì che mi mancava, ovvero “The B-Sides”. Stavolta non ci ho riflettuto nemmeno un istante: ho preso il triplo (l’unica copia, peraltro) e sono andato immediatamente in cassa per pagare & andarmene a casa.

Allora, “The Hits/The B-Sides”, la raccoltona di Prince datata 1993, per la quale non sarà semplice fare una recensione qui: si tratta della prima raccolta ufficiale per il folletto di Minneapolis e, ad ogni modo, la sua migliore antologia. Partiamo proprio da ciò che mi ha spinto a fare l’acquisto, ovvero il terzo disco, quello contenente i lati B dei singoli.

Per chi non lo sapesse, Prince può vantare assieme a pochissimi altri artisti (tra cui cito i Beatles e le varie incarnazioni musicali di Paul Weller) una qualità dei suoi B-side del tutto analoga alle canzoni contenute negli album. Non si tratta insomma di semplici scarti, messi sul lato B dei singoli tanto per fare qualche sorpresa ai fan, ma di canzoni vere e proprie, scartate dagli album per ragioni di spazio o di diversità di tematica con l’album stesso, oppure ancora per quell’eccesso di creatività che da sempre caratterizza Prince. Insomma, se c’è la possibilità di pubblicare del nuovo materiale, il nostro non è certamente uno che fa il prezioso, anzi. Tanto che in questa raccolta non sono contemplati proprio TUTTI i B-side (così come non sono contemplati proprio TUTTI gli hit) perché altrimenti i dischi necessari a contenere tutto il materiale utilizzabile in questo tipo di antologia sarebbero stati come minimo quattro.

Ok, lo so, me ne sono accorto: sto dilungando molto e ho già scritto un sacco. Vabbè, provo lo stesso ad andare avanti, ma ovviamente lo fate a vostro rischio & pericolo. Allora, il terzo disco: si parte con la marcia trionfale di Hello (il lato B di Pop Life, 1985), alla quale fa seguito 200 Balloons, il lato B di Batdance (1989) col quale ne condivide parte del serrato e meccanico funk di base. Poi è la volta di Escape che non soltanto è il B-side di Glam Slam (1988) ma ne è il vero seguito, tanto sonoro quanto tematico. Seguono due scanzonati B-side dei primi anni Ottanta, ovvero Gotta Stop (Messin’ About) e Horny Toad – rispettivamente sui singoli Let’s Work (1981) e Delirious (1982) – dopodiché troviamo i più interessanti Feel U Up e Girl, rispettivamente il lato B di Partyman (1989) e quello di America (1985). Segue quella che secondo me è un’autentica gemma nascosta nello sterminato canzoniere di Prince, ovvero I Love U In Me, lato B di The Arms Of Orion (1989): si tratta di un’intensa canzone d’amore, intepretata dalla sola voce di Prince (che fa anche le belle parti corali) e dalla sua tastiera in veste di pianoforte. E’ davvero una canzone stupenda, che avrebbe meritato tutt’altra sorte.
A sua volta segue uno dei B-side più noti del nostro, ovvero il pulsante Erotic City (sul retro di Let’s Go Crazy, 1984), e quindi Shockadelica, inserita sul lato B di If I Was Your Girlfriend (1987) ma in realtà originariamente concepita come la già citata Feel U Up per l’album “Camille”, uno dei tanti progetti irrealizzati di Prince. Il grezzo funk di Irresistible Bitch è invece il B-side di Let’s Pretend We’re Married (1983) mentre la sensuale Scarlet Pussy che accompagnava I Wish U Heaven (1988) è un’altra delle canzoni del progetto “Camille”. E se il tecno-funk “cagnesco” di La, La, La, He, He, Hee (lato B di Sign ‘O’ The Times, 1987) è forse un brano trascurabile, il successivo She’s Always In My Hair è invece a mio parere uno dei pezzi migliori del nostro, “sprecato” come lato B di Raspberry Beret (1985). Altra grandissima canzone, che oso mettere anch’essa tra le migliori mai pubblicate da Prince, è 17 Days: questo coinvolgente ma a suo modo nostalgico brano pop-funk, realizzato col prezioso contributo dei Revolution, è stato originariamente “sprecato” per il retro di When Doves Cry (1984), mentre nell’album “Purple Rain” avrebbe fatto certamente più sensazione d’un brano scadente come Darling Nikki.
La melodica e jazzata How Come U Don’t Call Me Anymore, edita nel 1982 come lato B di 1999, è un’altra piccola gemma nascosta che avrebbe meritato certamente più considerazione: deve averla pensata come me anche la bella Alicia Keys, che ne ha fatto una cover in uno dei suoi primi album. Segue quindi il rock-blues di Another Lonely Christmas (retro di I Would Die 4 U, 1984) e poi lo spiritual sintetizzato di God (retro di Purple Rain, sempre 1984). Chiudono questa sensazionale raccolta due preziosi inediti: una versione dal vivo in studio di 4 The Tears In Your Eyes (il brano realizzato dal nostro con Wendy & Lisa per il progetto benefico “We Are The World”) e quindi il pop-jazz piacevolmente malinconico di Power Fantastic, altra collaborazione di Prince coi Revolution per un album del 1986 che avrebbe dovuto chiamarsi “The Dream Factory” ma che poi non è mai stato pubblicato in quanto tale.

Passando infine ai due dischi contenenti gli “Hits”, posso dire che si tratta di due raccolte eccellenti, comprendenti brani tratti dagli album del periodo 1978-1992 più alcuni succosi inediti come il quasi-country orchestrale di Pink Cashmere, un’intensa Nothing Compares 2 U registrata dal vivo coi New Power Generation, il sexy hip-hop di Pope e soprattutto la rockeggiante Peach, edita anche su singolo per promuovere l’antologia. Dal capitolo “Hits” è rimasto clamorosamente fuori Batdance, numero uno nella classifica americana del maggio 1989 (ma la polica dell’epoca della Warner in fatto di raccolte era forse restìa all’inserimento di brani tratti dalle colonne sonore come appunto Batdance è; dalla doppia raccolta “The Immaculate Collection” di Madonna, per esempio, è rimasto addirittura fuori quel successone di Who’s That Girl, brano tratto dalla colonna sonora dell’omonimo film), ma non mancano di certo brani princiani fondamentali come When Doves Cry, Kiss, Sign ‘O’ The Times, Purple Rain, Cream, 1999, Alphabet St., Diamonds And Pearls, Little Red Corvette, Controversy, Soft And Wet e I Wanna Be Your Lover. Per quanto mi riguarda, avrei preferito l’inclusione di America, Mountains, I Wish U Heaven e My Name Is Prince in luogo di brani come When You Were Mine, Uptown, Delirious e 7 ma, lo ribadisco, si tratta nel complesso di una raccolta eccellente.

Insomma, in ultimissima analisi, “The Hits/The B-Sides” è davvero la miglior antologia per qualsiasi appassionato di musica che voglia avvicinarsi per la prima volta alle canzoni di Prince o anche solo per testarne la straordinaria versatilità sonora nell’arco di ben quindici anni di storia. Se poi, come nel mio caso, questa antologia vi dovesse capitare davanti con un prezzo al di sotto dei 20 euro non vi fate scrupoli: prendete, pagate & portare a casa! Non ve ne pentirete.

– Mat

Michael Jackson, “Bad”, 1987

michael-jackson-bad-immagine-pubblica-blogUltimo capitolo d’una trilogia di album prodotta da Quincy Jones, “Bad” è l’album dalle vendite milionarie che Michael Jackson ha fatto pubblicare dalla Sony nell’agosto del 1987, poco dopo il suo ventinovesimo compleanno.

Anche se io all’epoca avevo soltanto nove anni, ricordo benissimo tutto il successo che ottenne quest’album: scalò rapidamente la classifiche musicali di mezzo mondo, piazzandosi un po’ dappertutto al vertice, grazie alla forza di canzoni che hanno fatto la storia del pop anni Ottanta come The Way You Make Me Feel, I Just Can’t Stop Loving You, Smooth Criminal, Dirty Diana, Man In The Mirror e quindi la stessa Bad, della quale ricordo benissimo anche il celebre video diretto da Martin Scorsese che le televisioni mostravano spesso in quegli anni (compresa l’irresistibile parodia di Al Yankovic).

In realtà i successi tratti dal disco furono anche di più: ben nove i singoli pubblicati a partire dalle undici canzoni incluse sull’album, aggiungendo quindi a quelle menzionate sopra anche Another Part Of Me, Liberian Girl e Leave Me Alone (inizialmente pubblicata nella sola edizione in compact disc dell’album). Insomma, “Bad” fu un successo planetario, tanto di vendite quanto di popolarità, che segnò la definitiva consacrazione artistica di Michael Jackson, ormai un artista maturo e svincolato una volta per tutte dalla sua precedente vicenda nei Jackson 5. Per quanto mi riguarda, se già con “Thriller” avevo avuto modo di capire chi fosse questo Michael Jackson, con “Bad” capii di trovarmi alle prese con l’indiscusso numero uno della musica mondiale. Nessuno come lui, questo è certo.

Tornando all’album in questione, sono un’infinità le cose che potremmo dire a proposito di “Bad”, dalla lunga genesi all’estensione del progetto fino alla realizzazione d’un film e d’un videogioco chiamati entrambi “Moonwalker” (ed entrambi di successo, manco a dirlo), passando per i numerosi aneddoti, i musicisti di prestigio che vi hanno preso parte (mi limito a citarne soltanto due, Stevie Wonder e Steve Stevens), il tour mondiale che ha portato il nostro anche a Roma e quindi le canzoni in quanto tali e i relativi videoclip. Insomma, altro che post, qui dovremmo scrivere un libro!

Scrivere una recensione di “Bad” mi sembra anche superfluo: a parte che darei vita ad un lungo papirone (e mi sa che già qui ho scritto più di quanto i pochi lettori di questo modesto blog sarebbero disposti a leggere), ma le canzoni di questo disco sono talmente famose che una loro descrizione mi sembra un’idea quanto mai sciocca. Mi limito perciò ad esprimere un’ultima considerazione, relativa ad un aneddoto. All’epoca, Prince, considerato dalla stampa il vero rivale di Michael Jackson, disse che sulla copertina dell’album c’era scritto “Bad” perché non c’era abbastanza spazio per scrivere la parola “Pathetic”. Chissà se al mio beneamato Prince rodeva un po’ lo straordinario successo dell’illustre collega di Gary, visto che quest’ultimo lo invitò a collaborare all’album, per giunta proprio alla stessa Bad.

E’ stato infatti lo stesso Quincy Jones a parlare della collaborazione sfumata tra le due maggiori stelle musicali afroamericane degli anni Ottanta, all’interno di un’intervista audio inserita nella riedizione in “Special Edition” di “Bad” datata 2001. A quanto pare, Prince avrebbe voluto una Bad più dura e più funk (mentre la coppia Jackson-Jones propendeva per sonorità più commerciali) ma non so fino a che punto esiste un’effettiva collaborazione del folletto di Minneapolis a questa memorabile canzone, gelosamente custodita in chissà quale archivio. Una super riedizione deluxe di “Bad” con questa e altre canzoni inedite (a quanto pare anche una coi Public Enemy) farebbe la mia felicità.

– Mat

Queen 2011 Digital Remaster: album 1973-1976

queen-40-anniversario

Non so esattamente da quanti anni non compravo dischi dei Queen: già a metà degli anni Novanta li avevo tutti, tra ciddì, musicassette e vinili. Ma, come ho già ampiamente illustrato nel post precedente, questo 2011 segna il quarantennale della band inglese, per cui sono andato di corsa a ricomprarmi i loro dischi remasterizzati con tanto di ciddì bonus con materiale d’archivio per ogni titolo.

Ho così acquistato i primi cinque album dei Queen in edizione 2011 Digital Remaster, ovvero “Queen” (1973), “Queen II” (1974), “Sheer Heart Attack” (1974), “A Night At The Opera” (1975) e “A Day At The Races (1976), tutti assieme con tanto di cofanetto celebrativo, pronto ad ospitare i restanti dieci album del gruppo – da “News Of The World” (1977) a “Made In Heaven” (1995) – che usciranno a giugno e a settembre.

Devo dirmi davvero soddisfatto del mio acquisto: sono ristampe ben fatte, anche se avrebbero potuto avvalersi di libretti più corposi e dettagliati (non vi mancano, comunque, le note tecniche sui brani aggiuntivi e la pubblicazione di foto rare, oltre ai testi delle canzoni), con un audio ristorato che sembra enfatizzare maggiormente basso e batteria. Ho dovuto ricredermi invece sulla qualità dei brani aggiuntivi, tra i 5 e i 6 per ogni album, che pur non presentando dei titoli nuovi in quanto tali ma soltanto versioni alternative sono veramente interessanti. Una versione dal vivo di White Queen (As It Began), registrata nel 1975 all’Hammersmith Odeon di Londra, ad esempio, è addirittura superiore alla versione da studio presente in “Queen II”, con un registrazione pulita e nitida nei dettagli; davvero un’incisione notevole, non c’è che dire. Altri brani interessanti mi sono sembrati l’Instrumental Mix 2011 di Seven Seas Of Rhye, nonché la versione A Cappella di Bring Back That Leroy Brown; non vorrei tuttavia dilungarmi troppo nei particolari perché mi piacerebbe dedicare un post specifico per ognuno di questi album remasterizzati.

Per il resto, sono stato contento di trovare tra questo materiale bonus quelle canzoni che erano state pubblicate solo sui lati B di alcuni singoli, senza per questo essere inclusi nei dischi ufficiali: nonostante le conoscessi quasi a memoria, canzoni come Mad The Swine, See What A Fool I’ve Been e le varie I Go Crazy, Lost Opportunity & company di prossima pubblicazione mi mancavano.

A questo punto sono soltanto curioso di sapere che cosa troverò nei dischi dei Queen di prossima ripubblicazione! I pochissimi lettori affezionati di questo modesto blog possono però stare tranquilli: non ho in programma di parlare soltanto di Freddie Mercury e colleghi, per cui nei prossimi post ci sarà modo di parlare di altri gruppi, altri solisti e forse anche di cinema e letteratura. Buona Pasqua a tutti, alla prossima!

– Mat

Queen, 40 anni dopo: tutti gli album remasterizzati

queen-40-anniversarioNon ne faccio mistero: da anni, ormai, aspetto con trepidazione più le ristampe in edizione deluxe dei dischi del passato che le uscite recenti. Queste ultime, purtroppo, mi interessano ben poco, e sempre se riguardano i dischi dei miei artisti preferiti, che continuo ad acquistare più per una questione d’affetto che per altro.

Per quanto mi riguarda, insomma, la musica è un affare tutto rivolto al passato. Ed è a proposito d’un grande passato che nasce questo nuovo post, incentrato sul quarantennale dei Queen: in questo 2011, infatti, la storica band di Freddie Mercury compie 40 anni. Oddio, i Queen in quanto tali nacquero già nel 1970, tuttavia è soltanto nel 1971 che debuttò lo storico quartetto composto da John Deacon, Brian May, Roger Taylor e quindi lo stesso Mercury. Quartetto che nel 1973 diede alle stampe il suo primo album, l’eponimo “Queen“, e che proseguì fino al 1991 con la pubblicazione di “Innuendo” e quindi con la tragica morte di Freddie.

Già l’anno scorso, nel 2010, venni a conoscenza di una notizia interessante: i Queen – o quel che ne rimane, vale a dire May e Taylor (Deacon s’è di fatto ritirato alla fine degli anni Novanta) – avevano firmato per la Island Records, la celebre etichetta di proprietà della Universal Music. Una notizia non da poco, considerando che tutti i dischi del gruppo sono sempre stati distribuiti (almeno in Europa) dalla EMI; questo passaggio di consegne, ad ogni modo, voleva dirmi una sola cosa: presto sarebbero stati ristampati tutti i dischi dei Queen, magari proprio con i succosissimi brani inediti.

E infatti così è stato: pochi giorni fa sono comparsi nelle rivendite i primi cinque album del gruppo inglese, ovvero “Queen” (1973), “Queen II” (1974), “Sheer Heart Attack” (1974), “A Night At The Opera” (1975) e “A Day At The Races”. Tutti etichettati Island, le ristampe sono disponibili in due edizioni: quella standard, contenente semplicemente la versione remaster dell’album originale, e quella in edizione limitata, contenente un secondo ciddì con alcune (un po’ pochine devo dire) bonus track.

Mi aspettavo di più, devo ammetterlo: non c’è traccia di canzoni davvero inedite in quanto tali, nessun nuovo titolo tanto per intenderci. I brani aggiunti sono delle versioni alternative di alcuni dei brani già presenti, qualche versione dal vivo e soprattutto i/il lati/o B dei singoli pubblicati. Di seguito, riporto la scaletta completa dei brani:

QUEEN (1973)

Disc 1
1. Keep Yourself Alive
2. Doing All Right
3. Great King Rat
4. My Fairy King
5. Liar
6. The Night Comes Down
7. Modern Times Rock ‘n’ Roll
8. Son And Daughter
9. Jesus
10. Seven Seas Of Rhye

Disc 2
1. Keep Yourself Alive (De Lane Lea Demo, Dec 71)
2. The Night Comes Down (De Lane Lea Demo, Dec 71)
3. Great King Rat (De Lane Lea Demo, Dec 71)
4. Jesus (De Lane Lea Demo, Dec 71)
5. Liar (De Lane Lea Demo, Dec 71)
6. Mad The Swine (June 72)

QUEEN II (1974)

Disc 1
1. Procession
2. Father To Son
3. White Queen (As It Began)
4. Some Day One Day
5. The Loser In The End
6. Ogre Battle
7. The Fairy Feller’s Master-Stroke
8. Nevermore
9. The March Of The Black Queen
10. Funny How Love Is
11. Seven Seas Of Rhye

Disc 2
1. See What A Fool I’ve Been (BBC Session July 73, 2011 remix)
2. White Queen (Live at Hammersmith Dec 75)
3. Seven Seas of Rhye (Instrumental Mix 2011)
4. Nevermore (BBC Session, April 74)
5. See What A Fool I’ve Been (B-side version Feb 74)

SHEER HEART ATTACK (1974)

Disc 1:
1. Brighton Rock
2. Killer Queen
3. Tenement Funster
4. Flick Of The Wrist
5. Lily Of The Valley
6. Now I’m Here
7. In The Lap Of The Gods
8. Stone Cold Crazy
9. Dear Friends
10. Misfire
11. Bring Back That Leroy Brown
12. She Makes Me (Stormtrooper In Stilettos)
13. In The Lap Of The Gods… Revisited

Disc 2
1. Now I’m Here (Live at Hammersmith, Dec 75)
2. Flick Of The Wrist (BBC Session, Oct 74)
3. Tenement Funster (BBC Session, Oct 74)
4. Bring Back That Leroy Brown (A cappella Mix 2011)
5. In The Lap of the Gods…Revisited (Live at Wembley July 86)

A NIGHT AT THE OPERA (1975)

Disc 1
1. Death On Two Legs (Dedicated To…)
2. Lazing On A Sunday Afternoon
3. I’m In Love With My Car
4. You’re My Best Friend
5. ’39
6. Sweet Lady
7. Seaside Rendezvous
8. The Prophet’s Song
9. Love Of My Life
10. Good Company
11. Bohemian Rhapsody
12. God Save The Queen

Disc 2
1. Keep Yourself Alive (Long-Lost Retake, June 75)
2. Bohemian Rhapsody (Operatic Section A cappella Mix 2011)
3. You’re My Best Friend (Backing Track Mix 2011)
4. I’m In Love With My Car (Guitar & Vocal Mix 2011)
5. ’39 (Live at Earls Court, June 77)
6. Love Of My Life (South American Live Single June 79)

A DAY AT THE RACES (1976)

Disc 1
1. Tie Your Mother Down
2. You Take My Breath Away
3. Long Away
4. The Millionaire Waltz
5. You And I
6. Somebody To Love
7. White Man
8. Good Old-Fashioned Lover Boy
9. Drowse
10. Teo Torriatte (Let Us Cling Together)

Disc 2
1. Tie Your Mother Down (Backing Track Mix 2011)
2. Somebody To Love (Live at Milton Keynes, June 82)
3. You Take My Breath Away (Live in Hyde Park, Sept 76)
4. Good Old-Fashioned Lover Boy (Top of the Pops July 77)(Mono)
5. Teo Torriatte (Let Us Cling Together) (HD Mix).

Come si può quindi vedere, di cosette interessanti ce ne sono eccome, soltanto che si tratta per l’appunto di cosette. Da fan del gruppo mi aspettavo certamente qualcosa in più, tipo gli inediti che non sono mai apparsi sui dischi ufficiali dei Queen ma che circolano da anni su internet, come ad esempio Silver Salmon o Hangman. Sono ovviamente passato nel negozio di dischi per dare un’occhiata ai nuovi remaster: custodie di plastica per tutte le edizioni, dell’ultimo modello coi bordi arrotondati, prezzi di 15.90 euro per ogni versione standard e quindi di 19.90 per quella doppia. Tentato dal portarmi a casa almeno un titolo, anche perché la curiosità di ascoltare il “nuovo” audio è tanta, ho infine deciso di aspettare il cofanetto, in uscita in edizione limitata il 4 aprile.

Sì, perché questi primi cinque album remasterizzati dei Queen usciranno anche tutti insieme, nelle rispettive edizioni deluxe, in un unico box dal prezzo che presumo alquanto alto. Comunque ci sto facendo un pensierino e fra qualche settimana saprò dirvi. Ciò che invece non mi ha convinto per niente è la serie parallela ai remaster degli album, ovvero “Deep Cuts”: si tratta di una raccolta dei non-hits – sempre nei nuovi remaster 2011 – che uscirà in tre volumi, uno per ogni scaglione del catalogo queeniano che comunque verrà completato entro settembre. Qui in basso, per dovere di cronaca, riporto la scaletta del “Volume One 1973-1976” del primo “Deep Cuts” (voglio dire, la canzoni gira & rigira sono sempre quelle, tanto vale ricomprarsi ogni singolo album):

1. Ogre Battle / 2. Stone Cold Crazy / 3. My Fairy King / 4. I’m In Love With My Car / 5. Keep Yourself Alive / 6. Long Away / 7. The Millionaire Waltz / 8. ‘39 / 9. Tenement Funster / 10. Flick Of The Wrist / 11. Lily Of The Valley / 12. Good Company / 13. The March Of The Black Queen / 14. In The Lap Of The Gods…Revisited.

Aspetterò quindi l’uscita del cofanetto, eventualmente avremo modo di tornare sull’argomento.

– Mat

(aggiornamento del 23 aprile: cofanetto acquistato, prossimi post tematici in arrivo)

Cannonball Adderley, “Somethin’ Else”, 1958

cannonball-adderley-somethin-else-miles-davisE’ da un paio d’autunni che continuo a rimandare un post dedicato a “Somethin’ Else”, probabilmente l’album più famoso di Cannonball Adderley. Autunni perché questo disco così delizioso comincia proprio con Autumn Leaves, che in effetti adoro associare alla stagione autunnale. E allora, considerando i miei tempi dilatati tra un post e l’altro, ho pensato che forse era il caso di mettersi all’opera su questo post, prima che giunga l’inverno e passi del tutto anche la voglia di condividere le mie impressioni musicali coi lettori di questo modesto blog.

Allora, “Somethin’ Else” è un album di Cannonball Adderley s’è detto poco fa; in realtà si tratta d’un lavoro che il celebre altosassofonista ha realizzato col preziosissimo supporto d’un altro celebre collega, il trombettista Miles Davis, ovvero uno dei miei artisti preferiti. Ma “Somethin’ Else” non sarebbe quello che è se all’epoca delle registrazioni, datate 9 marzo 1958, non v’avessero preso parte altri leggendari jazzmen: il pianista Hank Jones, il batterista Art Blakey, il bassista Sam Jones e il produttore Alfred Lion, fondatore della Blue Note, la prestigiosa etichetta per la quale uscì “Somethin’ Else”.

Insomma, come tutti i capolavori della musica contemporanea, pure “Somethin’ Else” è il frutto pressoché perfetto d’un’unione di personaggi dallo spiccato talento individuale che, messi assieme, realizzano un disco sopraffino, godibilissimo anche oggi, dopo oltre mezzo secolo dalla sua prima edizione. Del resto, si sa, i classici non hanno tempo, ignorano le mode, e questo “Somethin’ Else” è davvero qualcos’altro.

Cinque i brani presenti sul disco (3 standard e 2 composizioni originali), più un brano aggiunto nelle recenti ristampe del quale parleremo poi. Ora passiamo ad una piccola analisi track-by-track di “Somethin’ Else”, chiarendo fin da subito che sarà molto gradìta ogni vostra utile aggiunta tra i commenti.

Autumn Leaves
Ecco, a me basterebbero anche soltanto gli 11 minuti di Autumn Leaves per giustificare la presenza di “Somethin’ Else” nella mia collezione di dischi. Originariamente scritto da Joseph Kosma e diventato col tempo uno standard del jazz, il brano è qui reinterpretato in modo semplicemente e irresistibilmente grandioso. Al baldanzoso incedere iniziale del piano di Hank – sorretto dal basso di Sam e dalla batteria di Art – si sovrappongono all’unisono gli strumenti di Cannonball e Miles, finché dopo 52 secondi il solo Miles – con la sua caratteristica tromba sordinata – introduce il tema portante, così piacevolmente malinconico, scandito dallo swingare in tempo medio del trio Jones/Jones/Blakey. In seguito si ascolteranno prima un assolo dello stesso Adderley e poi un continuo alternarsi di assoli tra Davis e Hank Jones, i quali procederanno così fino alla lunga chiusura del brano (a partire da 8’57”, grazie a un passaggio bellissimo) che riprende – anche se più sommessamente – il baldanzoso tema iniziale. Insomma, nell’economia complessiva di questa versione di Autumn Leaves, il brano è certamente più una creazione di Miles Davis (con uno straordinario Hank Jones) che di Cannonball Adderley, ma all’epoca il nostro altosassofinista era ancora poco esperto nella conduzione d’un gruppo jazz, e del resto faceva ancora parte del gruppo dello stesso Miles. Per cui fu ben felice, credo, di lasciarsi guidare dal suo leader in un album che contribuì una volta per tutte a solidificare il nome di Julian “Cannonball” Adderley tra gli appassionati di musica. Ad ogni modo, questa Autumn Leaves è davvero splendida, senza dubbio fra le cose migliori che io abbia mai sentito.

Love For Sale
Scritta da quel genio di Cole Porter e interpretata negli anni da molti altri artisti (tra i quali segnalo Aretha Franklin con una versione superba), Love For Sale può essere tranquillamente inserita in qualsiasi “best of” di Miles Davis, anche se, come sappiamo, questa versione è accreditata all’Adderley solista. In effetti il carismatico trombettista tornò di lì a poco in studio – precisamente il 26 maggio – col suo gruppo (con tanto di Cannonball nei ranghi) per una “sua” versione, che però restò inedita fino al 1975. La versione di “Somethin’ Else” resta però superiore, francamente indimenticabile: dalla lenta ma elegante introduzione di piano, il brano si vivacizza con un alternarsi di assoli – nell’ordine – di tromba, di alto sax, di tromba, di piano (breve) e infine di tromba finché il tutto sfuma.

Somethin’ Else
Il brano che dà il titolo all’album, scritto proprio da Miles Davis, è uno swing vivace e piacevolmente sostenuto, che inizia con un irresistibile botta e risposta tra gli strumenti di Miles e di Cannonball. Seguiranno gli assoli veri e propri – prima Davis e poi Adderley – e quindi uno ad opera di Hank Jones; quest’ultimo, però, viene anticipato e infine seguìto da altri gioiosi scambi di fraseggi del duo Miles/Cannonball. Il tutto in 8 minuti di durata che scorrono via che è una bellezza.

One For Daddy-O
Secondo e ultimo brano originale in programma, One For Daddy-O è stato invece scritto dal fratello di Cannonball, quel Nat Adderley che spesso e volentieri legò la sua vicenda artistica con quella dell’illustre consanguineo. Dal passo felpato e sicuro di sé, One For Daddy-O è un brano che trovo sempre piuttosto sfuggevole: sì, insomma, riesce a fregarmi, a partire da quell’irriverente scambio tra sezione fiati e piano che si ascolta all’inizio (per poi riproporsi alla fine). Il primo assolo è stavolta affidato proprio a Cannoball, seguìto dal reciproco alternarsi di due assoli a testa per Miles e Hank. Alla fine del brano si ascolta distintamente la voce di Miles che, rivolgendosi al produttore, gli chiede: “era questo quello che volevi, Alfred?”. Ad ogni modo, One For Daddy-O ci regala altri 8 minuti di letizia sonora.

Dancing In The Dark
Scritta dal duo Schwartz/Deitz, questa memorabile ballata ha l’onore di chiudere un album altrettando memorabile. Unica esecuzione in programma a non figurare Miles Davis, la romantica Dancing In The Dark è una vetrina melodica per il sax alto di Cannonball, sorretto dalla puntuale eleganza del trio Jones/Jones/Blakey.

Bangoon
Gioioso e movimentato, noto anche come Alison’s Uncle, questo brano è stato aggiunto come bonus nelle recenti riedizioni remaster di “Somethin’ Else”. Scritto da Hank Jones e registrato nella stessa seduta del 9 marzo 1958, Bangoon non venne però inserito nell’edizione originale di “Somethin’ Else” e restò in archivio per oltre ventanni. Il suo ascolto è comunque interessante perché, oltre ai “consueti” assoli di Miles, Cannoball e Hank, troviamo una grande prova solistica di Art Blakey, la cui batteria si rende sempre più protagonista a partire da 3’50”.

Volendo chiudere un post che forse s’è dilungato pure troppo, aggiungo un ultimo commento personale: “Somethin’ Else”, album registrato al celebre studio allestito da Rudy Van Gelder a Hackensack, alle porte di New York, è un capolavoro che non mi stanco mai d’ascoltare, perfetto sia con lo stereo di casa che in auto. Ah, davvero ultimissima considerazione: in tutto il disco, il pianista Hank Jones esegue in maniera eccellente la sua funzione, ovvero quella di fare da cuscinetto tra sezione fiati e sezione ritmica. Un gigante, il buon Hank.

– Mat