Eagles, “Hotel California”, 1976

Eagles Hotel California immagine pubblicaUno dei dischi più famosi e venduti di tutti i tempi, “Hotel California”, il capolavoro degli Eagles datato 1976, segna tuttavia un deciso spartiacque nella storia della celeberrima band americana. Perso già con l’album precedente uno dei membri fondatori, Bernie Leadon, in “Hotel California” fa il suo debutto il chitarrista Joe Walsh, mentre un altro fondatore, Randy Meisner, è qui all’ultimo capitolo nella sua storia con gli Eagles. Restano in mezzo i talenti autoriali, strumentali e vocali di Glenn Frey e Don Henley, qui superbamente affinati dopo cinque anni di attività comune e quattro album di crescente successo, e il chitarrista Don Felder, al quale si deve l’inizio della nostra storia.

Hotel California, infatti, nacque proprio da una sequenza di accordi che il nostro chitarrista mise su nastro mentre strimpellava – in stato di grazia, evidentemente – nella sua casa in riva al mare. Passata per le mani di Frey e Henley, e col contributo chitarristico di Walsh (che nella formidabile coda strumentale della canzone duetta splendidamente con lo stesso Felder), la canzone è diventata quella che tutti noi conosciamo, ovvero una superba ballata rock con tanto di venature tex-mex e perfino reggae. Penso che una canzone come Hotel California non abbia bisogno di ulteriori presentazioni in quanto è davvero una delle canzoni più famose di tutti i tempi.

Tornando alla scaletta originale dell’album, passiamo quindi a New Kid In Town, altro pezzo molto famoso dei nostri; amabilmente cantata da Glenn Frey, New Kid In Town è uno dei più brillanti esempi di quella fusione tra country & western e sensibilità pop-rock nella quale gli Eagles sono dei maestri assoluti. Decisamente più rock è invece la trascinante e opportunamente stradaiola Life In The Fast Lane, con Don Henley nuovamente al microfono principale.

Wasted Time è sostanzialmente una ballata pianistica, discendente diretta di quella Desperado pubblicata tre anni prima; è soltanto un tantino meno efficace di quell’illustre predecessore, e forse quella sua ripresa orchestrale che apre il lato B può suonare come un inutile barocchismo. Ci pensa comunque la successiva Victim Of Love, uno dei pezzi più vigorosi e squisitamente rock degli Eagles, a rimettere il tutto nella giusta prospettiva, grazie alla graffiante voce di Henley, alle chitarre di Felder e Walsh in grande spolvero e, più in generale, a un’esecuzione strumentale che molto ricorda un’incisione in presa diretta.

Con la commovente Pretty Maids All In A Row siamo invece alle prese con quella che molto probabilmente resta il contributo autoriale più bello che Joe Walsh abbia mai dato agli Eagles; scritta con l’amico Joe Vitale e cantata dallo stesso Walsh, Pretty Maids è semplicemente una delle tante, e indimenticabili, ballate presenti nel canzoniere dei nostri. La successiva Try And Love Again è invece scritta e cantata da Randy Meisner, che in quest’occasione diventata il suo saluto di commiato agli Eagles; è un canto appassionato, quello di Meisner, con quella tipica voce alta che a me piace tantissimo e che tanto ha caratterizzato il sound degli Eagles nella sua prima e trionfale parte di carriera.

Chiude il tutto quella che mi sembra la canzone meno riuscita dell’intero album, ovvero una ballata pianistica chiamata The Last Resort; non che sia brutta (a parte che il concetto di “brutta canzone” forse non può applicarsi agli Eagles) ma ha una costruzione alquanto tortuosa che la rende molto meno spontanea delle altre. Non le giova comunque una durata di oltre sette minuti e il fatto che sia la terza ballata di fila dopo Pretty Maids e Try And Love Again: forse un ordine diverso delle canzoni in scaletta, con una The Last Resort e con tutto il suo carico ecologista messi a metà del disco, avrebbe giovato all’attenzione dell’ascoltatore.

Piccola pecca, comunque, una delle poche, in un album come “Hotel California” che resta un punto di riferimento necessario per capire e apprezzare l’evoluzione della musica rock (e popolare) avvenuta in un decennio fondamentale come quello degli anni Settanta. Si potrebbe dibattere se “Hotel California” sia o non sia l’album più bello degli Eagles: non saprei dirlo, ma certamente è l’album che consiglierei a chiunque avesse intenzione di ascoltare un album degli Eagles per la prima volta.

-Mat

George Harrison, “All Things Must Pass”, 1970

George Harrison All Things Must Pass immagine pubblicaPer sua stessa ammissione, John Lennon disse che le canzoni migliori del “White Album” e di “Abbey Road” erano, rispettivamente, While My Guitar Gently Weeps e Something, scritte entrambe dal collega George Harrison. Non solo erano le migliori che i Beatles avessero offerto in quei due storici album ma erano anche indicative dello stato di grazia di Harrison in quel periodo, che di belle canzoni ne mise su nastro molte altre. Talmente tante che avrebbero riempito non due ma addirittura sei facciate di vinile, dando così vita al primo album triplo mai realizzato da un singolo artista.

Stiamo ovviamente parlando di “All Things Must Pass”, il magnifico album da solista che George Harrison ha prodotto insieme a Phil Spector in quel tormentato 1970 che ha sancito la fine dei Beatles, e quindi pubblicato nel novembre di quello stesso anno. Un album, “All Things Must Pass”, che non solo rappresenta tuttora l’apice creativo-espressivo d’un Beatle in veste solista ma che può essere tranquillamente posto sullo stesso livello di due capolavori beatlesiani come appunto “Abbey Road” e il “White Album”.

Gran parte del materiale di “All Things Must Pass” è formato da una serie di magnifiche ballate come Isn’t It A Pity (proposta in due versioni sensibilmente diverse, soprattutto per durata), Behind That Locked Door, Let It Down, Run Of The Mill, Beware Of Darkness (tra le canzoni più belle mai realizzate da un Beatle, secondo la mia modesta opinione), Ballad Of Sir Frankie Crisp, Hear Me Lord e quindi la stessa All Things Must Pass. Non mancano tuttavia brani decisamente rock come Wah-Wah (a quanto pare ispirata da un litigio avvenuto in studio con Paul McCartney) e Art Of Dying (dove oltre a uno sfolgorante Eric Clapton alla chitarra c’è anche un giovanissimo Phil Collins alle percussioni), o brani dal sapore inevitabilmente più beatlesiano come What Is Life e Apple Scruffs.

E se l’intero terzo disco è composto da lunghe jam session strumentali, tra le quali segnalo l’epica Out Of The Blue e la grintosa I Remember Jeep, in “All Things Must Pass” c’è spazio anche per un paio di interessanti collaborazioni autoriali con Bob Dylan: I’d Have You Anytime, la splendida ballata iniziale che apre tutta l’opera, della quale Dylan ha scritto il romantico testo, e una If Not For You che quindi ha visto la luce quasi in contemporanea con l’analoga versione inserita da Bob nel suo album “New Morning” (1970). Il pezzo più celebre di “All Things Must Pass” resta però My Sweet Lord, brano che non dovrebbe aver bisogno di presentazioni, a sua volta il pezzo più rappresentativo dell’Harrison solista: fu un successo d’alta classifica che trascinò anche l’album al vertice della Top Ten dei dischi più venduti in quel periodo.

Fedele alla concezione tutta spectoriana del “wall of sound”, vale a dire una serie di sovrapposizioni di molteplici strumenti sulla traccia base, “All Things Must Pass” offre inoltre una corposa schiera di musicisti: oltre ai già citati Clapton e Collins, infatti, l’album figura anche Billy Preston (piano e tastiere), Ginger Baker (batteria), Peter Frampton (chitarra), Pete Drake (chitarra pedal steel), Dave Mason (chitarra), Klaus Voormann (basso), Jim Gordon (batteria), Bobby Keys (sassofono), Alan White (batteria) e altri ancora, tra i quali ovviamente non poteva mancare Ringo Starr. Quest’ultimo, narra la leggenda, a un certo punto avrebbe portato con sé in studio anche Maurice Gibb dei Bee Gees, il quale suonerebbe il piano in una delle due Isn’t It A Pity?, ma c’è chi sostiene (come il già citato Alan White) che anche John Lennon ha dato il suo contributo strumentale in qualcuno dei pezzi.

Vale la pena spendere due parole, infine, sulla bella riedizione di “All Things Must Pass” pubblicata nel 2001 in occasione del suo trentennale, una riedizione in due ciddì curata personalmente dallo stesso George. Arricchita da interessanti brani inediti – tra cui una nuova versione di My Sweet Lord registrata ad hoc – e con note interne scritte dallo stesso Harrison, quella riedizione di “All Things Must Pass” è stata purtroppo l’ultimo titolo accreditato al solo George Harrison che l’artista ha visto pubblicare in vita.

-Mat

Donald Fagen, “The Nightfly”, 1982

Donald Fagen The Nightfly immagine pubblicaSì, lo so che oggi ricorre il cinquantesimo anniversario di “Sgt. Pepper”, e che forse avrei dovuto scrivere qualcosa in proposito. Penso però di aver già scritto abbastanza sul capolavoro dei Beatles (vedi QUI per tutto ciò che c’è da sapere sulle nuove ristampe e QUI per una recensione sul disco in quanto tale), per cui non avrei fatto altro che ripetermi. E poi c’è da dire che, in verità, avevo già pronto da qualche giorno tutt’altro post, che per pura coincidenza mi sono deciso a pubblicare proprio oggi. Vediamo un po’ di che si tratta.

Capolavoro da solista per Donald Fagen, uscito la bellezza di trentacinque anni fa, “The Nightfly” è uno di quei dischi dei quali avrei voluto parlare molti post fa. E’ un album che in effetti conosco ormai da una vita, almeno fin da quando ho iniziato a comprare musica con regolarità, al principio degli anni Novanta. E’ una sorta di concept album, visto che i testi delle sue otto canzoni riflettono i sogni e le speranze di un teenager di provincia americano a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando cioè gli Stati Uniti viaggiavano verso quella “nuova frontiera” così bene espressa da John Fitzgerald Kennedy durante la sua vittoriosa campagna presidenziale del 1960. Un teenager di provincia che ovviamente altri non è che il nostro Donald Jay Fagen, nato in New Jersey nel gennaio del 1948.

Musicalmente parlando, “The Nightfly” vanta invece un sound professionale e corposo, eppure caldo e divertente, fin da quelle prime, saltellanti e inconfondibili note con le quali inizia la prima canzone in programma, quella I.G.Y. che può essere considerata la canzone più rappresentativa del Fagen solista. E’ un lungo brano di sei minuti all’interno d’un disco che di minuti ne dura quaranta scarsi; un brano magnifico, prodotto, cantato e suonato meravigliosamente bene, e che forse da solo giustifica l’acquisto dell’intero disco.

Tra le altre canzoni di “The Nightfly” che più apprezzo metto senz’altro Maxine, una suadente ballata intrisa di soul e con una spruzzatina di doo-wop, e quindi la vivace e swingante Walk Between The Raindrops, posta a chiusura del disco e forse fin troppo breve. Il resto dell’album figura la funky Green Flower Street, la festaiola Ruby Baby (che è l’unico brano non originale, e non scritto da Fagen, tra quelli in programma), la serrata New Frontier, la caraibica The Goodbye Look, e quindi l’omonima The Nightfly, che forse è il brano qui presente che più ricorda lo stile degli Steely Dan.

Prodotto da quello stesso Gary Katz che aveva già partecipato a tutti gli album degli Steely Dan incisi in precedenza, “The Nightfly” vede la partecipazione di tutta una serie di musicisti turnisti di prim’ordine, tra i quali ricordo i chitarristi Hugh McCracken, Larry Carlton e Dean Parks, i bassisti Chuck Rainey e Marcus Miller, i batteristi Steve Jordan e Jeff Porcaro, i pianisti/tastieristi Michael Omartian e Greg Phillinganes, il trombettista Randy Brecker e quindi i sassofonisti Michael Brecker e David Tofani.

Parlando d’un album come “The Nightfly”, infine, non si può non menzionarne anche la caratteristica copertina: rigorosamente in bianco e nero, con Donald Fagen che interpreta il deejay alle prese – alle ore piccole del mattino – con quel “jazz & conversation” a cui fa riferimento nella stessa The Nightfly.

-Mat

Wayne Shorter, “Adam’s Apple”, 1966

wayne shorter adam's apple immagine pubblicaDecimo album da leader per Wayne Shorter, “Adam’s Apple” è uno di quei dischi che ho scelto per caso e acquistato a scatola chiusa, senza cioè conoscerne prima una sola nota. Insomma, una volta entrato in negozio con l’intenzione di comprarmi un disco, non ho saputo resistere a una ristampa del 2013 d’un classico della Blue Note uscito originariamente nel 1966. Anche perché l’album vanta due dei miei musicisti preferiti, ovvero il pianista Herbie Hancock e ovviamente il sassofonista Wayne Shorter, qui esclusivamente alle prese col sax tenore.

Registrato anch’esso come tanti altri capolavori del jazz allo studio di Rudy Van Gelder, “Adam’s Apple” figura cinque composizioni originali, tutte scritte dallo stesso Shorter, e una magnifica reinterpretazione di 502 Blues (Drinkin’ And Drivin’), originariamente firmata da Jimmy Rowles. Tutti i brani sono stati incisi il 24 febbraio ’66 – tranne quella Adam’s Apple che dà il titolo al disco, messa su nastro tre settimane prima – e tutti sono eseguiti da un quartetto composto dai già citati Wayne Shorter e Herbie Hancock e quindi dal bassista Reggie Workman e dal batterista Joe Chambers.

La prima facciata del nostro vinile è caratterizzata soprattutto dall’avvolgente latineggiare di Adam’s Apple e di El Gaucho, intervallati comunque dal romantico incedere di 502 Blues. Invece Footprints, l’ammaliante brano che apre il lato B, è forse più noto nella versione incisa da Miles Davis sul finire di quello stesso 1966: sono due registrazioni magistrali, non c’è che dire, ma questa originale di Shorter (lui che comunque compare nella versione davisiana assieme ad Hancock) è quella che preferisco perché più essenziale e in qualche modo più ordinata di quella che figura su “Miles Smiles” (1967). Oltre a figurare un bellissimo assolo iniziale da parte di Wayne, inoltre, la Footprints shorteriana vanta un raro (almeno qui) ma notevole assolo di Workman, per quanto non molto esteso.

Teru è invece una di quelle sopraffini ballad jazzistiche che sembrano suonate in punta di piedi, tanto sono lievi e delicate, quasi che non si volesse disturbare troppo chi ascolta. Il conclusivo Chief Crazy Horse deve qualcosa allo stile compositivo/esecutivo che John Coltrane aveva introdotto col suo quartetto storico qualche anno prima in certi suoi brani dal sentore più blues; da qualche parte, inoltre, avevo letto che Chief Crazy Horse era proprio un esplicito omaggio a Coltrane. Ad ogni modo è un brano che forse non spicca per originalità ma che resta tuttavia un’esperienza d’ascolto interessante, soprattutto per il gran lavoro di Joe Chambers.

Album senza fronzoli, brioso e melodico a un tempo, suonato da quattro musicisti in stato di grazia, “Adam’s Apple” non può non piacere; dovrebbe risultare più che gradito anche a chi si avvicina all’arte di Wayne Shorter per la prima volta. Un disco godibile in quanto tale, indipendentemente dalle etichette, dalle epoche e dalle recensioni.

-Mat

Queen, “The Miracle”, 1989

Queen The Miracle immagine pubblicaNé uno dei migliori dischi dei Queen e né tanto meno un capolavoro, “The Miracle” resta però uno dei capitoli più divertenti e godibili della band inglese, ed è forse il loro album che ho più ascoltato in tutti questi anni. Registrato tra il 1988 e il 1989, durante un periodo in cui le condizioni di salute di Freddie Mercury facevano già temere che si potesse essere alle prese con l’ultimo album dei Queen, “The Miracle” è il disco che suona meno datato tra quelli realizzati dai nostri negli anni Ottanta. E non soltanto perché uscì nell’ultimo di quei discussi anni ma anche perché è molto meno sintetizzato e robotico dei precedenti, decisamente più rock e appena un po’ più grezzo di quanto ascoltato in casa Queen da “Jazz” (1978) in poi.

Questo perché la band ebbe modo di ritrovarsi compatta in studio come non succedeva da molto tempo, e di mettersi a suonare tutti e quattro insieme come non si era sentito così spesso negli album precedenti. Questa ritrovata unità di gruppo venne simboleggiata sia nella copertina dell’album e sia – ben più concretamente – nella decisione di accreditare tutte le canzoni al gruppo stesso, indipendentemente da chi fosse stato l’artefice dell’idea originale del pezzo. Tutte le canzoni di “The Miracle”, infatti, sono autorialmente accreditate come “Queen”, così come tutte quelle del successivo “Innuendo” (1991).

Passando per l’appunto alle singole canzoni contenute in “The Miracle”, si parte con la percussiva Party, seguita senza soluzione di continuità dalla rockeggiante Khashoggi’s Ship, e poi dall’ormai classica The Miracle. Si prosegue quindi con I Want It All, uno dei pezzi più famosi e rappresentativi dei Queen (qui presente in una versione sensibilmente diversa da quella edita su singolo), con The Invisible Man, altro pezzo ormai molto famoso (disponile sull’edizione in ciddì dell’album anche in quel mix esteso chiamato 12″ Version), con l’arrembante Breakthru (altro singolo di successo) e con Rain Must Fall, brano ben più pop che peraltro non brilla per originalità, come vedremo meglio tra poco.

Seguono infine l’intenso pop-rock di Scandal (altro singolo estratto… e siamo a cinque), che per quel poco che può contare è una delle mie canzoni queeniane preferite, il fumoso incedere di My Baby Does Me, con un fascino retro tutto suo, e quindi l’hard rock teatrale di Was It All Worth It, dove i Queen (e Freddie Mercury in particolare) si chiedono se sia valsa la pena d’aver fatto parte di quel baraccone che è (sempre stato) il rock ‘n’ roll.

Cinque singoli estratti da “The Miracle”, s’è detto, ben quattro dei quali vantavano sul lato B una canzone inedita: Hang On In There sul lato B di I Want It All (comunque aggiunta come bonus alla sola edizione in ciddì dell’album), Hijack My Heart sul lato B di The Invisible Man, Stealin’ sul lato B di Breakthru e infine My Life Has Been Saved sul lato B di Scandal. In quel prolifico 1989 apparve anche Chinese Torture, un breve brano strumentale aggiunto anch’esso come bonus alla sola edizione in ciddì di “The Miracle”, mentre restò purtroppo inedita una splendida rock-ballad chiamata Too Much Love Will Kill You (debuttò infine nel 1992, nell’album solista di Brian May, “Back To The Light”, mentre una versione di gruppo apparve soltanto tre anni dopo, con l’album “Made In Heaven“).

Furono appunto molto prolifiche per i Queen le sedute d’incisione per l’album “The Miracle”, anche se peccarono in quanto ad originalità: fin dalla prima volta che ho sentito l’album, nei primissimi anni Novanta, ho avuto la sensazione che i nostri avessero scopiazzato qua e là brani di altri. The Invisible Man, in particolare, mi ha sempre ricordato parecchio la celeberrima Ghostbusters di Ray Parker Jr., mentre il finale di The Miracle, ovvero la parte più movimentata della canzone, sembra riciclato dalla base ritmica di Let’s Turn It On, brano dello stesso Freddie Mercury solista datato 1985. E se tanti anni fa un mio amico mi fece ascoltare un brano dance anni Settanta che somigliava decisamente a Rain Must Fall (purtroppo non ne ricordo né il titolo e né l’interprete… cantava una donna, se la memoria non m’inganna…), non tutto quello che ho sentito in Scandal, My Baby Does Me, Hang On In There, Khashoggi’s Ship e nella stessa The Miracle mi sembra frutto dell’inventiva dei Queen.

Tutta quest’aria da “già sentito” che avverto ora come allora, tuttavia, non mi ha mai impedito di apprezzare un album come “The Miracle” per quello che è: un acusticamente divertente & professionalmente appagante album rock dei tardi anni Ottanta, con ben pochi fronzoli e ancor meno pretese.

-Mat

Roger Waters, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking”, 1984

roger waters the pros and cons of hitch hiking immagine pubblicaRoger Waters ha recentemente annunciato l’uscita del suo primo album da venticinque anni a questa parte, “Is This The Life That We Really Want?”. Se l’è presa decisamente comoda e, da quel poco che ho sentito, credo proprio che me la prenderò comoda anch’io nell’acquistarlo. E così, un po’ deluso, sono andato a riascoltarmi un suo disco che mi è sempre piaciuto, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” del 1984, che è stato il suo primo vero album solista.

Pubblicato un anno dopo “The Final Cut“, “The Pros And Cons” ne condivide gran parte dei musicisti: tolti gli altri due membri dei Pink Floyd, ci sono quasi tutti infatti, a cominciare da quel Michael Kamen che pure in questo caso si è diviso tra i ruoli del direttore d’orchestra, del pianista e del produttore dell’album (assieme allo stesso Waters). Tra gli altri musicisti coinvolti, voglio comunque ricordare il grande batterista Andy Newmark, il percussionista Ray Cooper, il sassofonista David Sanborn e – ciliegina sulla torta – un certo Eric Clapton, qui impegnato con una chitarra solista che non fa rimpiangere troppo David Gilmour, seppure i due vantino stili sensibilmente diversi.

In “The Pros And Cons Of Hitch Hiking”, inoltre, Roger Waters ha riutilizzato alcuni schemi di chitarra ritmica presi pari pari da “The Final Cut” e ciò nonostante “The Pros And Cons” è un lavoro coevo a “The Wall“. Nel 1978, infatti, Waters propose ai Pink Floyd di scegliere tra due cicli di canzoni che aveva appena composto, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” e “The Wall”, per l’appunto, specificando che quello che non avrebbero scelto sarebbe poi diventato un suo progetto solistico. Come tutti sappiamo, i Floyd scelsero “The Wall” (con tutto ciò che ne è conseguito) e così Waters realizzò in solitaria “The Pros And Cons”, seppure sei anni dopo. In seguito, Gilmour sostenne che i Pink Floyd avessero messo mano anche a “The Pros And Cons”, lasciando così intendere che l’album non fosse tutta farina del sacco di quel bassista ormai diventato acerrimo rivale.

Ad ogni modo, è fin troppo evidente, anche all’ascolto più superficiale, la stretta somiglianza tra tre opere – “The Wall”, “The Final Cut” e “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” – registrate in contesti e situazioni differenti eppure così simili tanto a livello tecnico quanto espressivo. Non vorrei però soffermarmi ulteriormente sulle analogie tra questi tre parti della mente watersiana a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta; preferisco concludere invece sulle peculiarità del singolo album oggetto di questo post.

“The Pros And Cons Of Hitch Hiking” è l’ennesima delle opere concettuali di Roger Waters, il cui tema stavolta è incentrato su un sogno notturno della durata di circa quaranta minuti (che poi è la durata dell’album); sogno nel quale vengono soppesati i pro e i contro dell’autostop, ovvero gli alti e i bassi delle relazioni sentimentali, tra reciproci tradimenti, ricordi, frustrazioni, timori e speranze per il futuro. Sogno che non manca di tramutarsi in incubo in diversi momenti della narrazione. Quest’ultima è resa non soltanto attraverso la musica ma anche per mezzo dei caratteristici effetti ambientali tanto cari ai Pink Floyd e ai loro fan: voci di adulti e di bambini, di uomini e di donne, urla, stridii, traffico, auto di grossa cilindrata che sfrecciano, e ovviamente l’immancabile televisore in sottofondo.

C’è da dire che un album così lo si apprezza di più se ascoltato in cuffia, anziché con le casse. E’ comunque un disco prodotto e suonato magnificamente, con le canzoni tutte collegate tra loro, con alcune parti che si ripetono nella più classica della variazione sul tema, in modo che il tutto suoni più come una suite che una collezione di canzoni a sé stanti (due di queste sono tra le più belle che io abbia mai sentito, ovvero Go Fishing e Every Stranger’s Eyes), ed è infine l’ultimo dei suoi album in cui Roger Waters non soltanto suona effettivamente il basso ma canta alla grande, così come aveva fatto in “The Wall” e in “The Final Cut” e come non farà più già a partire da “Radio K.A.O.S. (1987). Per tutti questi motivi, in definitiva, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” è un disco che mi ha sempre emozionato.

-Mat

John Coltrane, Johnny Hartman e quel bel disco del ’63

John Coltrane And Johnny Hartman immagine pubblicaCominciamo con un po’ di aggettivi. Romantico, senza dubbio. E anche sentimentale, caldo, rilassato & rilassante, consolante, persino alleviante. Indimenticabile, probabilmente. Indispensabile, forse. A tutti questi aggettivi, infine, ne aggiungo un ultimo, il definitivo: bello. Perché quello di cui si sta parlando, ovvero un disco chiamato semplicemente “John Coltrane And Johnny Hartman”, è proprio questo: un disco bello.

Registrato in un solo giorno, il 7 marzo 1963, ai celebri studi di registrazione di Rudy Van Gelder, in New Jersey, “John Coltrane And Johnny Hartman” segna l’incontro tra il cantante Johnny Hartman e il quartetto storico di John Coltrane, in un disco tanto atipico per la produzione coltraniana – è infatti il solo album di Coltrane ascrivibile al sottogenere “vocal jazz” – quanto impossibile da ignorare se si è amanti, come me, della musica del celeberrimo sassofonista americano.

Disco di sole ballate, scelte in quel Grande Canzoniere Americano che ancora oggi continua a intrigare pubblico e soprattutto artisti (vedi il recente “Triplicate” di Bob Dylan, tanto per citare l’ultimo album d’una serie ormai lunga), “John Coltrane And Johnny Hartman” sostanzialmente figura la voce di Hartman – inevitabilmente baritonale e confidenziale, da vero crooner, per l’appunto – accompagnata da un John Coltrane Quartet forse mai così delicato e misurato.

Si comincia con They Say It’s Wonderful, un classico firmato da Irving Berlin, per quindi procedere con l’amabile Dedicated To You, a ancora con My One And Only Love, dove la voce di Hartman entra dopo ben due minuti, quindi con quella Lush Life con cui Coltrane si cimentava almeno dai suoi anni con la Prestige, con una You Are Too Beautiful che addirittura si concede il lusso di fare a meno del sax di Coltrane, e per concludersi infine col delicato latineggiare di Autumn Serenade. Sei brani per poco più di una mezzora di musica, all’insegna di quel “less is more” che si adatta perfettamente a questo disco così piacevole.

Pubblicato dalla Impulse!, prodotto da Bob Thiele e registrato, come si è detto, nei Van Gelder Studios, in “John Coltrane And Johnny Hartman” è ovviamente il sassofonista a giocare in casa, eppure la presenza del buon Hartman si sente eccome, tanto che in certi momenti si può essere indotti a pensare che John Coltrane, McCoy Tyner, Jimmy Garrison e Elvin Jones si siano qui limitati a vestire i panni della band di supporto del cantante. Non è così, ovviamente, perché “John Coltrane And Johnny Hartman” è l’inevitabile somma delle parti, dove ognuno degli artisti in gioco ha splendidamente contribuito con il proprio stile e la propria sensibilità a un disco davvero unico.

-Mat

Bert Jansch, “Avocet”, 1978

bert jansch avocet immagine pubblica (1)Lo ammetto, fino alla primavera scorsa non conoscevo né l’album “Avocet” e né tanto meno il nome del suo autore, il chitarrista scozzese Bert Jansch. Spulciando così nei titoli in uscita in occasione del Record Store Day di quella primavera del 2016, per l’appunto, mi sono imbattuto in un paio di scarne ma entusiastiche recensioni sulla fresca ristampa in vinile a cura della Earth Records di quell’album originariamente pubblicato nel 1978. Sebbene molto incuriosito, riuscii tuttavia a perdermi quella prima ristampa, a quanto pare pubblicata in edizione davvero limitata, e contenente inoltre degli inserti illustrati molto belli. Non mi dimenticai però di “Avocet”, che andai quindi a comprarmi qualche mese dopo, sempre nella ristampa Earth del 2016 ma nell’edizione in vinile standard, per così dire.

Album completamente strumentale, prossimo ai quaranta minuti di durata, “Avocet” deve il nome a un uccello acquatico, tale “recurvirostra avosetta” che nidifica anche da noi, in Italia. In realtà tutto l’album è in qualche modo dedicato agli uccelli acquatici: ognuno dei suoi sei brani prende infatti il nome da un uccello selvatico che vive in prossimità delle acque, salate o dolci che siano. E’ come se ognuno dei sei brani di “Avocet” tracciasse il bozzetto sonoro dei movimenti di una di queste creature alate, insomma. E per farlo, il buon Bert Jansch, già chitarrista dei Pentangle ma qui anche al piano, si è avvalso della collaborazione di due musicisti straordinari, ovvero Martin Jenkins (alle prese con il mandoloncello, il violino e il flauto) e Danny Thompson, già bassista degli stessi Pentangle.

Il primo lato del vinile è interamente occupato da Avocet, il lungo brano da diciotto minuti che dà il titolo all’album. Seppur chiaramente distinto in diversi movimenti collegati tra loro via mixing, Avocet scorre via che è una bellezza, in quel suo amabile sguazzare tra folk, country, blues, musica celtica, suggestioni medievali, più una spruzzatina di jazz qua & là che del resto caratterizza il sound dell’intero album. Il secondo lato di “Avocet” prende invece avvio con Lapwing, un minuto e mezzo di saltellante esecuzione pianistica da parte del solo Jansch, al quale segue il più epico Bittern, magnificamente sorretto dalle note calde e profonde dell’inconfondibile basso acustico di Thompson (che a un certo punto si ritaglia uno spazio tutto per sé, in assolo), mentre gli altri due musicisti sono liberi di arpeggiare e pizzicare le loro corde con grande perizia ed espressività.

E’ tuttavia il successivo Kingfisher ad avermi lasciato più incantato, forse perché la sua bellissima melodia guidata dal violino non mi suona affatto nuova; sono quasi sicuro, infatti, d’aver sentito Kingfisher in precedenza e, chissà, magari proprio come colonna sonora di qualche documentario sulla natura. E se con Osprey – l’unico brano del disco non firmato da Jansch, ma bensì dall’ottimo Jenkins – restiamo ammaliati da un violino ancor più svolazzante di quanto ascoltato in precedenza, con il successivo e ultimo brano in programma, Kittiwake, siamo invece in presenza di una pizzicata melodia circolare, solida ed eterea a un tempo.

Un ascolto sempre sorprendente, questo “Avocet”, un album eclettico ma appassionato, unico fra tutti quelli presenti nella mia collezione di dischi. Un album che mi ha conquistato fin dalle prime note.

-Mat

The Police, “Ghost In The Machine”, 1981

the police ghost in the machine immagine pubblicaSostanzialmente deluso dall’ultimo album di Sting, quel “57th & 9th” salutato come un ritorno al rock, sono andato a risentirmi spesso un disco che rock suona davvero, un album uscito nel 1981, quando Sting era ancora il cantante, il bassista e il principale autore delle canzoni dei Police. Un album koestlericamente chiamato “Ghost In The Machine”.

So che molti appassionati non saranno d’accordo ma io considero “Ghost In The Machine” il miglior disco dei Police, e per una ragione precisa: si pone esattamente a metà d’un cammino iniziato sì in modo scoppiettante ma anche piuttosto acerbo con “Outlandos D’Amour” (1978) e quindi terminato soltanto cinque anni dopo con un lavoro, “Synchronicity” (1983), nel quale si avverte come non mai lo stile che Sting intraprenderà di lì a poco con la sua carriera solista. Quarto album da studio dei Police, “Ghost In The Machine” è un disco molto più professionale e maturo dei tre che l’avevano preceduto, pur restando inconfondibilmente un album di gruppo (“Synchronicity” mi è sempre parso un album di Sting eseguito dai Police, ecco).

E poi “Ghost In The Machine” ha un indubbio merito: ognuna delle sue undici canzoni è valida di per sé, anche nel caso di quei due o tre riempitivi che non mancano mai in ogni album poliziesco; sono undici canzoni che ascolto piacevolmente dalla prima all’ultima, senza sentirmi tentato – come nel caso degli altri quattro album del gruppo – di saltare i riempitivi di turno. Forte di tre singoli strepitosi che ormai dovrebbero conoscere anche le pietre, ovvero l’incalzante Spirits In The Material World, la tetra Invisible Sun e soprattutto la romantica Every Little Thing She Does Is Magic, tre brani stilisticamente omogenei eppure diversissimi tra loro, “Ghost In The Machine” offre pure delle convincenti prove rock (Hungry For You, Demolition Man e Omegaman), brani più atmosferici (Secret Journey, edita senza successo anche su singolo, e Darkness, probabilmente il miglior contributo autoriale dato da Stewart Copeland ai Police) e ovviamente quell’inconfondibile fusione di rock e ritmi caraibici che ha praticamente fatto la fortuna dei nostri (Rehumanize Yourself, One World e le stesse Every Little Thing e Spirits).

Un album compatto, questo “Ghost In The Machine”, dove i pur esigui contributi autoriali forniti da Andy Summers e Stewart Copeland sono perfettamente amalgamati con quelli di Sting, in un lavoro affidato per la prima volta a un produttore professionista, quell’Hugh Padgham che può essere “trovato” anche nei dischi dei Genesis, di Phil Collins, di Paul McCartney e dello stesso Sting di quel periodo. Senza poi contare, infine, che pur restando strettamente un trio, i Police hanno ampliato la gamma degli strumenti suonati da ogni singolo componente della band: se tutti e tre hanno eseguito parti di tastiera, c’è chi come Sting si è messo addirittura a suonare il sassofono. E il risultato, facendo procedere il lettore dalla traccia uno, Spiritis In The Material World, alla traccia undici, Darkness, è semplicemente grandioso.

-Mat

The Beatles, “Sgt. Pepper” 50 anni dopo, e tutto ciò che c’è da sapere

The Beatles Sgt Pepper 50 anni box 6 dischiFinalmente, dopo settimane d’indiscrezioni, è arrivata l’ufficialità: quello che a questo punto viene riconosciuto dagli stessi Beatles come il loro capolavoro, l’album “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band“, verrà ripubblicato il 26 maggio in occasione del suo cinquantennale. E stavolta non si tratta dell’ennesimo remaster con tanto di nuova confezione cartonata; stavolta alla Apple hanno fatto le cose in grande.

Pubblicato originariamente in Gran Bretagna il 1° giugno 1967, “Sgt. Pepper” sarà infatti nuovamente disponibile in un lussuoso cofanetto da ben sei dischi (quattro ciddì, un divuddì e un bluray), contenente l’album originale opportunamente remixato (e non semplicemente remasterizzato) da Giles Martin (il figlio di George Martin, lo storico produttore dei Beatles, che ovviamente produsse anche “Sgt. Pepper”), la versione mono originale tanto dell’album quanto del singolo Strawberry Fields Forever/Penny Lane (due canzoni inizialmente concepite come parte integrante dell’album ma infine escluse perché la EMI preferì pubblicarle prima su singolo), una buona trentina di registrazioni alternative e soprattutto inedite delle canzoni pepperiane (una cosa alla “Anthology”, insomma), la versione 5.1 “surround” dell’album, un documentario del 1992 (debitamente restaurato) sul “making of” del disco, i videoclip di Strawberry Fields, Penny Lane e A Day In The Life, e quindi l’inevitabile serie di gadget compresi poster, inserti cartonati e il fondamentale libretto illustrativo con note storico-tecniche e fotografie (anche inedite) del periodo.

Questo, in sintesi, il cofanettone deluxe. Per i meno fanatici sarà comunque disponibile un doppio ciddì contenente sia il remix di Giles Martin dell’album che una selezione delle 33 versioni alternative dei brani altrimenti disponibili solo nel box. Il cinquantennale di “Sgt. Pepper” sarà commemorato anche attraverso il vinile: uscirà infatti un doppio trentatré contenente sia la versione remix che la versione mono, mentre già in occasione del prossimo Record Store Day, in programma il 22 aprile, verrà distribuito il singolo da sette pollici di Strawberry Fields Forever/Penny Lane.

Allora, riepilogando, il cofanettone deluxe da sei dischi conterrà quanto segue:

CD1 (il nuovo remix curato dal figlio di George Martin): 1. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, 2. With A Little Help From My Friends, 3. Lucy In The Sky With Diamonds, 4. Getting Better, 5. Fixing A Hole, 6. She’s Leaving Home, 7. Being For The Benefit Of Mr. Kite!, 8. Within You Without You, 9. When I’m Sixty-Four, 10. Lovely Rita, 11. Good Morning Good Morning, 12. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Reprise), 13. A Day In The Life.

CD2 (le cosiddette “Sgt. Pepper Sessions 1966-67”): Strawberry Fields Forever, cinque versioni identificate come Take 1 (già su “Anthology 2”, 1996), Take 4, Take 7 (già su “Anthology 2”), Take 26 e Stereo Mix 2015; la Take 2 di When I’m Sixty-Four; tre versioni di Penny Lane identificate come Take 6 (strumentale), Vocal Overdubs And Speech e Stereo Mix 2017; cinque versioni di A Day In The Life identificate come Take 1, Take 2, Orchestra Overdub, Hummed Last Chord (comprendente le Take 8-11) e The Last Chord; due versioni di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, ovvero Take 1 (strumentale) e Take 9; due versioni di Good Morning Good Morning (Take 1 e Take 8, quest’ultima già su “Anthology 2”).

CD3 (il seguito del secondo ciddì): due versioni di Fixing A Hole (Take 1 e Speech And Take 3); la Take 7 di Being For The Benefit Of Mr. Kite! (già su “Anthology 2”); la Speech And Take 9 di Lovely Rita; due versioni di Lucy In The Sky With Diamonds (Take 1 e Take 5, intervallate da vari Speech); due versioni di Getting Better (Take 1, strumentale, e Take 12); due versioni di Within You Without You (Take 1 e George Coaching The Musicians); due versioni strumentali di She’s Leaving Home (Take 1 e Take 6); le Take 1 e 2 di With A Little Help From My Friends; la versione Speech And Take 8 di Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band (Reprise).

CD4: la versione mono originale del 1967 di “Sgt. Pepper” più sei brani bonus, tutti mono anch’essi, e cioè Strawberry Fields Forever (Original Mono Mix), Penny Lane (Original Mono Mix), A Day In The Live (Unreleased First Mono Mix), Lucy In The Sky With Diamonds (Unreleased Mono Mix nr. 11, che si credeva perduto), She’s Leaving Home (Unreleased First Mono Mix) e Penny Lane (Capitol Records U.S. Promo Single, per l’edizione americana dell’epoca).

Blu-ray e dvd: “Sgt. Pepper”, Strawberry Fields Forever e Penny Lane, sia in 5.1 “surround” che in stereo ad alta risoluzione, e quindi il “Making Of” dell’album (sui cinquanta minuti, con contributi del ’92 di Paul McCartney, Ringo Starr, George Harrison e George Martin) e i tre videoclip del ’67.

Insomma, c’è davvero da leccarsi i baffi, considerando che il tutto è anche proposto in un bel box che fa pure la sua figura. Il prezzo, non proprio modicissimo, si aggira sui cento euro. Penso proprio che sia una spesa che valga la pena di fare. Sono anche tentato dall’acquisto, in occasione del Record Store Day, del 45 giri contenente il doppio lato A Strawberry Fields Forever/Penny Lane. Torneremo ad aggiornarci sull’argomento.

-Mat