Tears For Fears: una nuova raccolta non è quello che mi aspettavo

Tears For Fears Rule The World Greatest HitsAnnunciando l’uscita del nuovo singolo I Love You But I’m Lost, i Tears For Fears hanno successivamente annunciato anche… l’uscita del nuovo album, il tanto atteso seguito di “Everybody Loves A Happy Ending“? Macché… si tratta di una raccolta. Si chiama “Rule The World: The Greatest Hits”, per la cronaca, ed è l’ennesima compilation di successi più o meno famosi, con l’aggiunta di due nuove canzoni, Stay e quella I Love You But I’m Lost che abbiamo già citato.

Insomma, non è quello che mi aspettavo, ecco. Dopo tutto questo tempo e considerando il fatto che la band non è stata affatto inattiva in questi anni, mi sarei aspettato decisamente l’uscita d’un album d’inediti vero & proprio. E invece ecco servita una bella (?) raccolta. L’ennesima. Pare comunque che il nuovo album vedrà la luce nel 2018 e non è escluso che le nuove I Love You But I’m Lost e Stay ne facciano parte (magari anche un po’ diverse). Mi toccherà aspettare il nuovo anno, in definitiva, restando sempre col beneficio del dubbio, memore anche delle peripezie distributive che dovette affrontare l’album precedente, quel “Everybody Loves A Happy Ending” che era già pronto nel 2003 e che invece venne distribuito soltanto l’anno dopo (con le stampe ufficiali italiane che comparvero nei negozi quando però era già il 2005).

Sempre per dovere di cronaca, “Rule The World: The Greatest Hits”, in uscita il prossimo novembre, contiene le seguenti canzoni: Everybody Wants To Rule The World, una versione editata di Shout, Head Over Heels, Mothers Talk (nella US Version del 1986, ovvero una rivisitazione per il mercato americano dell’epoca), I Believe (titoli tutti tratti dall’album “Songs From The Big Chair”, 1985), Mad World, Change, Pale Shelter (titoli tratti dall’album “The Hurting”, 1983), Sowing The Seeds Of Love, Advice For The Young At Heart, Woman In Chains (tutti da “The Seeds Of Love“, 1989), e quindi Break It Down Again (dall’album “Elemental”, 1993), Raoul And The Kings Of Spain (dall’album “Raoul And The Kings Of Spain”, 1995) e Closest Thing To Heaven (da “Everybody Loves A Happy Ending”, 2004), oltre ovviamente alle due nuove registrazioni. Che non sono ancora riuscito ad ascoltare. Ovviamente.

-Mat

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Queen, “A Night At The Opera”, 1975

Queen A Night At The Opera immagine pubblica blogMi resta difficile stabilire quale disco dei Queen possa essere considerato il loro capolavoro assoluto. Senza dubbio, tra i fan, un album come “A Night At The Opera” è sempre stato in pole position tra i possibili candidati. E’ anche il primo album dei Queen ad essere stato riproposto in edizione deluxe, in occasione di uno dei suoi decennali (il 2005, se non erro), e questo forse dice qualcosa sull’importanza che la band e/o la casa discografica gli attribuivano all’interno della discografia ufficiale dei Queen. Eppure “A Night At The Opera” non rientra tra i miei preferiti; in tutti questi anni l’avrò ascoltato dieci volte sì & no.

Iniziamo da una caratteristica fondamentale: “A Night At The Opera” è l’album che contiene Bohemian Rhapsody, che forse è davvero la canzone più bella dei Queen. Un pezzo formidabile, una specie di suite dove rock e opera si fondono in maniera strepitosa, che probabilmente rappresenta al meglio lo stile eclettico & potente a un tempo dei Queen. Nel 2000 venne inserita al primo posto in una classifica delle canzoni più belle del Novecento; certo, ricordo anche un’altra classifica che attribuiva a Imagine tale privilegio, ma il fatto che Bohemian Rhapsody possa competere con la canzone più rappresentativa di John Lennon lascia pensare.

Prossima ai sei minuti grazie ai suoi cambi di tempo e d’atmosfera, Bohemian Rhapsody è una canzone che, quando non mi fa venire la pelle d’oca, mi fa scendere una lacrimuccia. Ad ogni modo, ogni suo ascolto è per me un’esperienza sempre emozionante, e forse solo per questo dovrei metterla al primo posto tra i brani queeniani che più amo. Non così posso dire dell’album che la contiene. Il primo motivo è che mentre sta sfumando il suono del gong che la conclude, sento già sovrapporsi il fastidioso inno nazionale inglese che chiude l’album; sì insomma, God Save The Queen mi rovina l’atmosfera, avrei preferito decisamente che “A Nigth At The Opera” terminasse proprio con quel gong che sancisce la fine di Bohemian Rhapsody. Sarebbe stata una chiusura magnifica!

L’album vanta tuttavia un’apertura magnifica, la dura Death On Two Legs, dove un inviperito Freddie Mercury ne dice di tutti i colori a quel manager che per la sua avidità stava portando i Queen sull’orlo dello scioglimento. Freddie non fa alcun nome ma il manager in questione si riconobbe talmente tanto in quel testo che portò la band in tribunale, vincendo pure la causa! Questa però è un’altra storia.

Tornando al contenuto musicale, tra quelli che reputo i due vertici assoluti di “A Night At The Opera”, ovvero Death On Two Legs e Bohemian Rhapsody, troviamo quanto segue: tre innocue canzoncine dall’atmosfera retrò (Lazing On A Sunday Afternoon, Good Company e Seaside Rendezvouz, piacevoli ma un po’ fini a sé stesse), una ruggente rock ballad (I’m In Love With My Car) che però non mi ha mai esaltato (sarà che la canta il batterista Roger Taylor, mentre con Freddie sarebbe stata tutta un’altra cosa), un secondo singolo di successo (You’re My Best Friend), un po’ beatlesiano, molto amato dai fan ma che, per quanto mi riguarda, non rientra tra i miei preferiti (quel monotono saltellare del piano elettrico che scandisce tutto il pezzo non m’è mai suonato gradito, ecco), altre cavalcate in chiave heavy (Sweet Lady), un’escursione nel country (’39) forse un po’ troppo artificiosa, e una lunga escursione di rock progressive (The Prophet’s Song) decisamente troppo artificiosa. Spicca su tutte queste canzoni una ballata che ha trovato però nell’esecuzione dal vivo la sua vera dimensione, ovvero la celebre Love Of My Life, delicata e toccante, per quella che resta una delle canzoni più belle dei nostri.

Album potente ma raffinato, barocco ma non privo d’ironia, a tratti eccessivo ma tutto sommato divertente, “A Night At The Opera” resta per produzione (Roy Thomas Baker con gli stessi Queen), esecuzione (una menzione speciale va al chitarrista Brian May) ed inventiva da studio di registrazione quanto di meglio i Queen ci hanno mai offerto dal loro debutto con “Queen” (1973) almeno fino a “A Day At The Races” (1976). Trascinato da un singolo fenomenale come Bohemian Rhapsody, che conquistò la vetta della classifica inglese dei singoli in quel lontano autunno del 1975, anche “A Night At The Opera” si piazzò al primo posto della rispettiva classifica riservata agli album.

-Mat

John Lennon, Yoko Ono, “Double Fantasy”, 1980

John Lenno, Yoko Ono, Double FantasyQuesto post avrei voluto pubblicarlo ieri 9 ottobre, giorno in cui John Lennon avrebbe compiuto settantasette anni, ma sono giunto in ritardo anche in quest’occasione. Lo so, un tempo ero un blogger più bravo e soprattutto più puntuale. Tengo famiglia, continuo a ripetere, ma c’è di mezzo una certa pigrizia che non mi abbandona mai. Ad ogni modo, un post su “Double Fantasy” è un qualcosa che volevo scrivere da anni, sulle precedenti edizioni di questo modesto blog. Il fatto è che ho sempre fatto fatica a considerare “Double Fantasy” come un album in quanto tale. Mi spiego meglio.

A parte il brano Clean Up Time, che avevo registrato su cassetta in una di quelle compilation amatoriali che tanto mi piaceva collezionare tanti anni addietro, avevo già tutte le canzoni di John Lennon contenute sull’album “Double Fantasy” sulle raccolte. E una raccolta in particolare, “The John Lennon Collection”, è stato il primo disco da solista di Lennon che io abbia mai avuto tra le mani. Ecco perché quando al principio degli anni Duemila sono andato finalmente a procurarmi una stampa su vinile di “Double Fantasy”, tanto per completare la collezione, l’album non mi ha impressionato granché: le sette canzoni di John Lennon presenti le conoscevo a memoria da molti anni, e per giunta erano intervallate con altrettante canzoni della moglie, Yoko Ono, che musicalmente parlando non mi ha mai detto granché. Insomma, quando avevo voglia di riascoltarmi le varie Woman, (Just Like) Starting Over o Watching The Wheels non andavo certo a mettere “Double Fantasy” sul piatto, bensì tornavo alla mia vecchia cara copia in ciddì della “John Lennon Collection”.

In anni recenti, se non altro, persa un po’ di malizia e sciolte molte delle mie riserve, complice anche l’acquisto d’una copia remaster di “Double Fantasy” che si sente straordinariamente bene, ho avuto modo di apprezzare l’album come un corpo unico di canzoni, dove un brano di John è seguito da uno di Yoko, in una sorta di dialogo uomo/donna che di fatto costituisce un aspetto fondamentale di questo lavoro. Un lavoro che, come sappiamo tristemente tutti, è l’ultimo pubblicato in vita da John Lennon, un mese o poco più prima della sua tragica morte. E’ un album importante, “Double Fantasy”, anche per un’altra ragione: è il primo disco di Lennon dopo uno stop di ben cinque anni, durante i quali si era sostanzialmente ritirato dalle scene per dedicarsi alla cura del piccolo Sean Lennon, l’unico figlio avuto con la Ono, nel giorno del suo stesso trentacinquesimo compleanno, il 9 ottobre 1975.

Era contento di questo ritorno, John Lennon, anche se forse si sarebbe aspettato qualcosa di più in termini di accoglienza: “Double Fantasy” fu un successo ma soltanto postumo, come si può facilmente intuire. Tuttavia John e Yoko erano già impegnati nella registrazione delle canzoni che avrebbero costituito il seguito di “Double Fantasy”, ovvero quel “Milk And Honey” che invece uscì soltanto nel 1984. Il grande pubblico, in definitiva, si era sì interessato del “nuovo album di John Lennon” ma non sembrava particolarmente attratto dal fatto che si trattasse di un’opera a metà, un disco intitolato ANCHE a Yoko Ono. A difesa di lei, c’è da dire che le sue canzoni sono quanto di meglio avesse proposto fino ad allora e che, inoltre, erano tutte brevi, tutte sui due-tre minuti, e decisamente ben amalgamate con le proposte del più illustre marito.

E così, accanto ad alcune di quelle che reputo tra le più belle canzoni di John Lennon – ovvero le già citate Woman, (Just Like) Starting Over e Watching The Wheels, alle quali aggiungo anche la dolcissima Beatiful Boy (Darling Boy) – canzoni come Movin’ On, Every Man Has A Woman Who Loves Him e Beautiful Boys, tutte scritte e cantate da Yoko Ono, non sfigurano affatto. Anzi, da un certo punto di vista, si può dire che musicalmente parlando siano le più interessanti e innovative (per l’epoca), anche se quelle di John hanno resistito maggiormente alla prova del tempo, diventando degli autentici classici.

Prodotto dagli stessi John & Yoko col newyorkese Jack Douglas, precedentemente noto per essere stato l’uomo alla console mentre gli Aerosmith incidevano negli anni Settanta i loro album più celebrati, “Double Fantasy” è forse l’album di Lennon meglio suonato, grazie a musicisti del calibro di Earl Slick (chitarra), Tony Levin (basso) e Andy Newmark (batteria).

-Mat

Neil Young, “Hitchhiker”, 2017

Neil Young HitchhikerE così, dopo aver acquistato nel giro di pochi mesi sia “Harvest” (1972) che “On The Beach” (1974), sono andato a comprarmi anche l’ultimo album di Neil Young, “Hitchhiker”, fresco fresco d’uscita, sebbene sia stato registrato nel lontano 1976. “Hitchhiker” è infatti una raccolta di dieci brani perlopiù per sola voce & chitarra messi su nastro dal nostro in presa diretta, a quanto pare nel corso di un’unica seduta notturna. Soltanto due sono le canzoni effettivamente inedite, Give Me Strenght e Hawaii, mentre tutte le altre, in un modo o nell’altro, erano già comparse negli album di Young usciti tra il 1977 e il 1980, mentre la stessa Hitchhiker aveva visto la luce addirittura nel 2010.

Ad ogni modo, le dieci canzoni che formano il “nuovo” “Hitchhiker” sono delle versioni inedite che, essendo state eseguite con le stesse modalità e durante la stessa sessione d’incisione, formano un corpus decisamente compatto e piacevolmente amalgamato. Possiamo così goderci un’esecuzione intima di Neil Young della durata di appena trentaquattro minuti come se il celeberrimo cantautore canadese si stesse esibendo nella nostra stanza. Comodo e rilassato, da quel minimo di dialogo col produttore David Briggs che si può cogliere di tanto in tanto tra le canzoni dell’album, Neil Young si destreggia amabilmente tra la chitarra acustica e l’armonica a bocca, mentre nell’ultimo brano in programma, The Old Country Waltz, lascia la chitarra per il pianoforte.

Per quanto mi riguarda, la canzone più interessante è la splendida Pocahontas, brano che debuttò in tutt’altra forma nell’album “Rust Never Sleeps” (1979) e che resta uno dei più belli che io abbia mai sentito uscire fuori dal repertorio di Neil Young. Ma non c’è nessuna delle altre nove – Powderfinger (che mi ricorda qualche altra canzone che al momento non sono riuscito a individuare), Captain Kennedy, Ride, My Llama, Campaigner e Human Highway, per riportare i titoli di quelle che non abbiamo già menzionato – che io disdegni. In realtà, non conoscendo le versioni precedentemente distribuite con gli album del periodo 1977-2010, temo proprio che questo “Hitchhiker” possa rivelarsi la rampa di lancio che mi porterà a scoprire anche quegli altri pianeti della galassia Young.

Non si può far a meno di notare, infine, la somiglianza tra la grafica di “Hitchhiker” con quella di “On The Beach”: entrambe ci mostrano il cantautore sulla spiaggia, mentre i testi di “Hitchhiker” sono riportati nel medesimo foglio bianco parzialmente sommerso dalla sabbia nel quale sono scritti i crediti di “On The Beach”. Mi piace pensare, insomma, che Neil Young consideri “Hitchhiker” l’ideale seguito di “On The Beach”.

-Mat

Eagles, “Hotel California”, 1976

Eagles Hotel California immagine pubblicaUno dei dischi più famosi e venduti di tutti i tempi, “Hotel California”, il capolavoro degli Eagles datato 1976, segna tuttavia un deciso spartiacque nella storia della celeberrima band americana. Perso già con l’album precedente uno dei membri fondatori, Bernie Leadon, in “Hotel California” fa il suo debutto il chitarrista Joe Walsh, mentre un altro fondatore, Randy Meisner, è qui all’ultimo capitolo nella sua storia con gli Eagles. Restano in mezzo i talenti autoriali, strumentali e vocali di Glenn Frey e Don Henley, qui superbamente affinati dopo cinque anni di attività comune e quattro album di crescente successo, e il chitarrista Don Felder, al quale si deve l’inizio della nostra storia.

Hotel California, infatti, nacque proprio da una sequenza di accordi che il nostro chitarrista mise su nastro mentre strimpellava – in stato di grazia, evidentemente – nella sua casa in riva al mare. Passata per le mani di Frey e Henley, e col contributo chitarristico di Walsh (che nella formidabile coda strumentale della canzone duetta splendidamente con lo stesso Felder), la canzone è diventata quella che tutti noi conosciamo, ovvero una superba ballata rock con tanto di venature tex-mex e perfino reggae. Penso che una canzone come Hotel California non abbia bisogno di ulteriori presentazioni in quanto è davvero una delle canzoni più famose di tutti i tempi.

Tornando alla scaletta originale dell’album, passiamo quindi a New Kid In Town, altro pezzo molto famoso dei nostri; amabilmente cantata da Glenn Frey, New Kid In Town è uno dei più brillanti esempi di quella fusione tra country & western e sensibilità pop-rock nella quale gli Eagles sono dei maestri assoluti. Decisamente più rock è invece la trascinante e opportunamente stradaiola Life In The Fast Lane, con Don Henley nuovamente al microfono principale.

Wasted Time è sostanzialmente una ballata pianistica, discendente diretta di quella Desperado pubblicata tre anni prima; è soltanto un tantino meno efficace di quell’illustre predecessore, e forse quella sua ripresa orchestrale che apre il lato B può suonare come un inutile barocchismo. Ci pensa comunque la successiva Victim Of Love, uno dei pezzi più vigorosi e squisitamente rock degli Eagles, a rimettere il tutto nella giusta prospettiva, grazie alla graffiante voce di Henley, alle chitarre di Felder e Walsh in grande spolvero e, più in generale, a un’esecuzione strumentale che molto ricorda un’incisione in presa diretta.

Con la commovente Pretty Maids All In A Row siamo invece alle prese con quella che molto probabilmente resta il contributo autoriale più bello che Joe Walsh abbia mai dato agli Eagles; scritta con l’amico Joe Vitale e cantata dallo stesso Walsh, Pretty Maids è semplicemente una delle tante, e indimenticabili, ballate presenti nel canzoniere dei nostri. La successiva Try And Love Again è invece scritta e cantata da Randy Meisner, che in quest’occasione diventata il suo saluto di commiato agli Eagles; è un canto appassionato, quello di Meisner, con quella tipica voce alta che a me piace tantissimo e che tanto ha caratterizzato il sound degli Eagles nella sua prima e trionfale parte di carriera.

Chiude il tutto quella che mi sembra la canzone meno riuscita dell’intero album, ovvero una ballata pianistica chiamata The Last Resort; non che sia brutta (a parte che il concetto di “brutta canzone” forse non può applicarsi agli Eagles) ma ha una costruzione alquanto tortuosa che la rende molto meno spontanea delle altre. Non le giova comunque una durata di oltre sette minuti e il fatto che sia la terza ballata di fila dopo Pretty Maids e Try And Love Again: forse un ordine diverso delle canzoni in scaletta, con una The Last Resort e con tutto il suo carico ecologista messi a metà del disco, avrebbe giovato all’attenzione dell’ascoltatore.

Piccola pecca, comunque, una delle poche, in un album come “Hotel California” che resta un punto di riferimento necessario per capire e apprezzare l’evoluzione della musica rock (e popolare) avvenuta in un decennio fondamentale come quello degli anni Settanta. Si potrebbe dibattere se “Hotel California” sia o non sia l’album più bello degli Eagles: non saprei dirlo, ma certamente è l’album che consiglierei a chiunque avesse intenzione di ascoltare un album degli Eagles per la prima volta.

-Mat

George Harrison, “All Things Must Pass”, 1970

George Harrison All Things Must Pass immagine pubblicaPer sua stessa ammissione, John Lennon disse che le canzoni migliori del “White Album” e di “Abbey Road” erano, rispettivamente, While My Guitar Gently Weeps e Something, scritte entrambe dal collega George Harrison. Non solo erano le migliori che i Beatles avessero offerto in quei due storici album ma erano anche indicative dello stato di grazia di Harrison in quel periodo, che di belle canzoni ne mise su nastro molte altre. Talmente tante che avrebbero riempito non due ma addirittura sei facciate di vinile, dando così vita al primo album triplo mai realizzato da un singolo artista.

Stiamo ovviamente parlando di “All Things Must Pass”, il magnifico album da solista che George Harrison ha prodotto insieme a Phil Spector in quel tormentato 1970 che ha sancito la fine dei Beatles, e quindi pubblicato nel novembre di quello stesso anno. Un album, “All Things Must Pass”, che non solo rappresenta tuttora l’apice creativo-espressivo d’un Beatle in veste solista ma che può essere tranquillamente posto sullo stesso livello di due capolavori beatlesiani come appunto “Abbey Road” e il “White Album”.

Gran parte del materiale di “All Things Must Pass” è formato da una serie di magnifiche ballate come Isn’t It A Pity (proposta in due versioni sensibilmente diverse, soprattutto per durata), Behind That Locked Door, Let It Down, Run Of The Mill, Beware Of Darkness (tra le canzoni più belle mai realizzate da un Beatle, secondo la mia modesta opinione), Ballad Of Sir Frankie Crisp, Hear Me Lord e quindi la stessa All Things Must Pass. Non mancano tuttavia brani decisamente rock come Wah-Wah (a quanto pare ispirata da un litigio avvenuto in studio con Paul McCartney) e Art Of Dying (dove oltre a uno sfolgorante Eric Clapton alla chitarra c’è anche un giovanissimo Phil Collins alle percussioni), o brani dal sapore inevitabilmente più beatlesiano come What Is Life e Apple Scruffs.

E se l’intero terzo disco è composto da lunghe jam session strumentali, tra le quali segnalo l’epica Out Of The Blue e la grintosa I Remember Jeep, in “All Things Must Pass” c’è spazio anche per un paio di interessanti collaborazioni autoriali con Bob Dylan: I’d Have You Anytime, la splendida ballata iniziale che apre tutta l’opera, della quale Dylan ha scritto il romantico testo, e una If Not For You che quindi ha visto la luce quasi in contemporanea con l’analoga versione inserita da Bob nel suo album “New Morning” (1970). Il pezzo più celebre di “All Things Must Pass” resta però My Sweet Lord, brano che non dovrebbe aver bisogno di presentazioni, a sua volta il pezzo più rappresentativo dell’Harrison solista: fu un successo d’alta classifica che trascinò anche l’album al vertice della Top Ten dei dischi più venduti in quel periodo.

Fedele alla concezione tutta spectoriana del “wall of sound”, vale a dire una serie di sovrapposizioni di molteplici strumenti sulla traccia base, “All Things Must Pass” offre inoltre una corposa schiera di musicisti: oltre ai già citati Clapton e Collins, infatti, l’album figura anche Billy Preston (piano e tastiere), Ginger Baker (batteria), Peter Frampton (chitarra), Pete Drake (chitarra pedal steel), Dave Mason (chitarra), Klaus Voormann (basso), Jim Gordon (batteria), Bobby Keys (sassofono), Alan White (batteria) e altri ancora, tra i quali ovviamente non poteva mancare Ringo Starr. Quest’ultimo, narra la leggenda, a un certo punto avrebbe portato con sé in studio anche Maurice Gibb dei Bee Gees, il quale suonerebbe il piano in una delle due Isn’t It A Pity?, ma c’è chi sostiene (come il già citato Alan White) che anche John Lennon ha dato il suo contributo strumentale in qualcuno dei pezzi.

Vale la pena spendere due parole, infine, sulla bella riedizione di “All Things Must Pass” pubblicata nel 2001 in occasione del suo trentennale, una riedizione in due ciddì curata personalmente dallo stesso George. Arricchita da interessanti brani inediti – tra cui una nuova versione di My Sweet Lord registrata ad hoc – e con note interne scritte dallo stesso Harrison, quella riedizione di “All Things Must Pass” è stata purtroppo l’ultimo titolo accreditato al solo George Harrison che l’artista ha visto pubblicare in vita.

-Mat

Donald Fagen, “The Nightfly”, 1982

Donald Fagen The Nightfly immagine pubblicaSì, lo so che oggi ricorre il cinquantesimo anniversario di “Sgt. Pepper”, e che forse avrei dovuto scrivere qualcosa in proposito. Penso però di aver già scritto abbastanza sul capolavoro dei Beatles (vedi QUI per tutto ciò che c’è da sapere sulle nuove ristampe e QUI per una recensione sul disco in quanto tale), per cui non avrei fatto altro che ripetermi. E poi c’è da dire che, in verità, avevo già pronto da qualche giorno tutt’altro post, che per pura coincidenza mi sono deciso a pubblicare proprio oggi. Vediamo un po’ di che si tratta.

Capolavoro da solista per Donald Fagen, uscito la bellezza di trentacinque anni fa, “The Nightfly” è uno di quei dischi dei quali avrei voluto parlare molti post fa. E’ un album che in effetti conosco ormai da una vita, almeno fin da quando ho iniziato a comprare musica con regolarità, al principio degli anni Novanta. E’ una sorta di concept album, visto che i testi delle sue otto canzoni riflettono i sogni e le speranze di un teenager di provincia americano a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando cioè gli Stati Uniti viaggiavano verso quella “nuova frontiera” così bene espressa da John Fitzgerald Kennedy durante la sua vittoriosa campagna presidenziale del 1960. Un teenager di provincia che ovviamente altri non è che il nostro Donald Jay Fagen, nato in New Jersey nel gennaio del 1948.

Musicalmente parlando, “The Nightfly” vanta invece un sound professionale e corposo, eppure caldo e divertente, fin da quelle prime, saltellanti e inconfondibili note con le quali inizia la prima canzone in programma, quella I.G.Y. che può essere considerata la canzone più rappresentativa del Fagen solista. E’ un lungo brano di sei minuti all’interno d’un disco che di minuti ne dura quaranta scarsi; un brano magnifico, prodotto, cantato e suonato meravigliosamente bene, e che forse da solo giustifica l’acquisto dell’intero disco.

Tra le altre canzoni di “The Nightfly” che più apprezzo metto senz’altro Maxine, una suadente ballata intrisa di soul e con una spruzzatina di doo-wop, e quindi la vivace e swingante Walk Between The Raindrops, posta a chiusura del disco e forse fin troppo breve. Il resto dell’album figura la funky Green Flower Street, la festaiola Ruby Baby (che è l’unico brano non originale, e non scritto da Fagen, tra quelli in programma), la serrata New Frontier, la caraibica The Goodbye Look, e quindi l’omonima The Nightfly, che forse è il brano qui presente che più ricorda lo stile degli Steely Dan.

Prodotto da quello stesso Gary Katz che aveva già partecipato a tutti gli album degli Steely Dan incisi in precedenza, “The Nightfly” vede la partecipazione di tutta una serie di musicisti turnisti di prim’ordine, tra i quali ricordo i chitarristi Hugh McCracken, Larry Carlton e Dean Parks, i bassisti Chuck Rainey e Marcus Miller, i batteristi Steve Jordan e Jeff Porcaro, i pianisti/tastieristi Michael Omartian e Greg Phillinganes, il trombettista Randy Brecker e quindi i sassofonisti Michael Brecker e David Tofani.

Parlando d’un album come “The Nightfly”, infine, non si può non menzionarne anche la caratteristica copertina: rigorosamente in bianco e nero, con Donald Fagen che interpreta il deejay alle prese – alle ore piccole del mattino – con quel “jazz & conversation” a cui fa riferimento nella stessa The Nightfly.

-Mat

Wayne Shorter, “Adam’s Apple”, 1966

wayne shorter adam's apple immagine pubblicaDecimo album da leader per Wayne Shorter, “Adam’s Apple” è uno di quei dischi che ho scelto per caso e acquistato a scatola chiusa, senza cioè conoscerne prima una sola nota. Insomma, una volta entrato in negozio con l’intenzione di comprarmi un disco, non ho saputo resistere a una ristampa del 2013 d’un classico della Blue Note uscito originariamente nel 1966. Anche perché l’album vanta due dei miei musicisti preferiti, ovvero il pianista Herbie Hancock e ovviamente il sassofonista Wayne Shorter, qui esclusivamente alle prese col sax tenore.

Registrato anch’esso come tanti altri capolavori del jazz allo studio di Rudy Van Gelder, “Adam’s Apple” figura cinque composizioni originali, tutte scritte dallo stesso Shorter, e una magnifica reinterpretazione di 502 Blues (Drinkin’ And Drivin’), originariamente firmata da Jimmy Rowles. Tutti i brani sono stati incisi il 24 febbraio ’66 – tranne quella Adam’s Apple che dà il titolo al disco, messa su nastro tre settimane prima – e tutti sono eseguiti da un quartetto composto dai già citati Wayne Shorter e Herbie Hancock e quindi dal bassista Reggie Workman e dal batterista Joe Chambers.

La prima facciata del nostro vinile è caratterizzata soprattutto dall’avvolgente latineggiare di Adam’s Apple e di El Gaucho, intervallati comunque dal romantico incedere di 502 Blues. Invece Footprints, l’ammaliante brano che apre il lato B, è forse più noto nella versione incisa da Miles Davis sul finire di quello stesso 1966: sono due registrazioni magistrali, non c’è che dire, ma questa originale di Shorter (lui che comunque compare nella versione davisiana assieme ad Hancock) è quella che preferisco perché più essenziale e in qualche modo più ordinata di quella che figura su “Miles Smiles” (1967). Oltre a figurare un bellissimo assolo iniziale da parte di Wayne, inoltre, la Footprints shorteriana vanta un raro (almeno qui) ma notevole assolo di Workman, per quanto non molto esteso.

Teru è invece una di quelle sopraffini ballad jazzistiche che sembrano suonate in punta di piedi, tanto sono lievi e delicate, quasi che non si volesse disturbare troppo chi ascolta. Il conclusivo Chief Crazy Horse deve qualcosa allo stile compositivo/esecutivo che John Coltrane aveva introdotto col suo quartetto storico qualche anno prima in certi suoi brani dal sentore più blues; da qualche parte, inoltre, avevo letto che Chief Crazy Horse era proprio un esplicito omaggio a Coltrane. Ad ogni modo è un brano che forse non spicca per originalità ma che resta tuttavia un’esperienza d’ascolto interessante, soprattutto per il gran lavoro di Joe Chambers.

Album senza fronzoli, brioso e melodico a un tempo, suonato da quattro musicisti in stato di grazia, “Adam’s Apple” non può non piacere; dovrebbe risultare più che gradito anche a chi si avvicina all’arte di Wayne Shorter per la prima volta. Un disco godibile in quanto tale, indipendentemente dalle etichette, dalle epoche e dalle recensioni.

-Mat

Queen, “The Miracle”, 1989

Queen The Miracle immagine pubblicaNé uno dei migliori dischi dei Queen e né tanto meno un capolavoro, “The Miracle” resta però uno dei capitoli più divertenti e godibili della band inglese, ed è forse il loro album che ho più ascoltato in tutti questi anni. Registrato tra il 1988 e il 1989, durante un periodo in cui le condizioni di salute di Freddie Mercury facevano già temere che si potesse essere alle prese con l’ultimo album dei Queen, “The Miracle” è il disco che suona meno datato tra quelli realizzati dai nostri negli anni Ottanta. E non soltanto perché uscì nell’ultimo di quei discussi anni ma anche perché è molto meno sintetizzato e robotico dei precedenti, decisamente più rock e appena un po’ più grezzo di quanto ascoltato in casa Queen da “Jazz” (1978) in poi.

Questo perché la band ebbe modo di ritrovarsi compatta in studio come non succedeva da molto tempo, e di mettersi a suonare tutti e quattro insieme come non si era sentito così spesso negli album precedenti. Questa ritrovata unità di gruppo venne simboleggiata sia nella copertina dell’album e sia – ben più concretamente – nella decisione di accreditare tutte le canzoni al gruppo stesso, indipendentemente da chi fosse stato l’artefice dell’idea originale del pezzo. Tutte le canzoni di “The Miracle”, infatti, sono autorialmente accreditate come “Queen”, così come tutte quelle del successivo “Innuendo” (1991).

Passando per l’appunto alle singole canzoni contenute in “The Miracle”, si parte con la percussiva Party, seguita senza soluzione di continuità dalla rockeggiante Khashoggi’s Ship, e poi dall’ormai classica The Miracle. Si prosegue quindi con I Want It All, uno dei pezzi più famosi e rappresentativi dei Queen (qui presente in una versione sensibilmente diversa da quella edita su singolo), con The Invisible Man, altro pezzo ormai molto famoso (disponile sull’edizione in ciddì dell’album anche in quel mix esteso chiamato 12″ Version), con l’arrembante Breakthru (altro singolo di successo) e con Rain Must Fall, brano ben più pop che peraltro non brilla per originalità, come vedremo meglio tra poco.

Seguono infine l’intenso pop-rock di Scandal (altro singolo estratto… e siamo a cinque), che per quel poco che può contare è una delle mie canzoni queeniane preferite, il fumoso incedere di My Baby Does Me, con un fascino retro tutto suo, e quindi l’hard rock teatrale di Was It All Worth It, dove i Queen (e Freddie Mercury in particolare) si chiedono se sia valsa la pena d’aver fatto parte di quel baraccone che è (sempre stato) il rock ‘n’ roll.

Cinque singoli estratti da “The Miracle”, s’è detto, ben quattro dei quali vantavano sul lato B una canzone inedita: Hang On In There sul lato B di I Want It All (comunque aggiunta come bonus alla sola edizione in ciddì dell’album), Hijack My Heart sul lato B di The Invisible Man, Stealin’ sul lato B di Breakthru e infine My Life Has Been Saved sul lato B di Scandal. In quel prolifico 1989 apparve anche Chinese Torture, un breve brano strumentale aggiunto anch’esso come bonus alla sola edizione in ciddì di “The Miracle”, mentre restò purtroppo inedita una splendida rock-ballad chiamata Too Much Love Will Kill You (debuttò infine nel 1992, nell’album solista di Brian May, “Back To The Light”, mentre una versione di gruppo apparve soltanto tre anni dopo, con l’album “Made In Heaven“).

Furono appunto molto prolifiche per i Queen le sedute d’incisione per l’album “The Miracle”, anche se peccarono in quanto ad originalità: fin dalla prima volta che ho sentito l’album, nei primissimi anni Novanta, ho avuto la sensazione che i nostri avessero scopiazzato qua e là brani di altri. The Invisible Man, in particolare, mi ha sempre ricordato parecchio la celeberrima Ghostbusters di Ray Parker Jr., mentre il finale di The Miracle, ovvero la parte più movimentata della canzone, sembra riciclato dalla base ritmica di Let’s Turn It On, brano dello stesso Freddie Mercury solista datato 1985. E se tanti anni fa un mio amico mi fece ascoltare un brano dance anni Settanta che somigliava decisamente a Rain Must Fall (purtroppo non ne ricordo né il titolo e né l’interprete… cantava una donna, se la memoria non m’inganna…), non tutto quello che ho sentito in Scandal, My Baby Does Me, Hang On In There, Khashoggi’s Ship e nella stessa The Miracle mi sembra frutto dell’inventiva dei Queen.

Tutta quest’aria da “già sentito” che avverto ora come allora, tuttavia, non mi ha mai impedito di apprezzare un album come “The Miracle” per quello che è: un acusticamente divertente & professionalmente appagante album rock dei tardi anni Ottanta, con ben pochi fronzoli e ancor meno pretese.

-Mat

Roger Waters, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking”, 1984

roger waters the pros and cons of hitch hiking immagine pubblicaRoger Waters ha recentemente annunciato l’uscita del suo primo album da venticinque anni a questa parte, “Is This The Life That We Really Want?”. Se l’è presa decisamente comoda e, da quel poco che ho sentito, credo proprio che me la prenderò comoda anch’io nell’acquistarlo. E così, un po’ deluso, sono andato a riascoltarmi un suo disco che mi è sempre piaciuto, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” del 1984, che è stato il suo primo vero album solista.

Pubblicato un anno dopo “The Final Cut“, “The Pros And Cons” ne condivide gran parte dei musicisti: tolti gli altri due membri dei Pink Floyd, ci sono quasi tutti infatti, a cominciare da quel Michael Kamen che pure in questo caso si è diviso tra i ruoli del direttore d’orchestra, del pianista e del produttore dell’album (assieme allo stesso Waters). Tra gli altri musicisti coinvolti, voglio comunque ricordare il grande batterista Andy Newmark, il percussionista Ray Cooper, il sassofonista David Sanborn e – ciliegina sulla torta – un certo Eric Clapton, qui impegnato con una chitarra solista che non fa rimpiangere troppo David Gilmour, seppure i due vantino stili sensibilmente diversi.

In “The Pros And Cons Of Hitch Hiking”, inoltre, Roger Waters ha riutilizzato alcuni schemi di chitarra ritmica presi pari pari da “The Final Cut” e ciò nonostante “The Pros And Cons” è un lavoro coevo a “The Wall“. Nel 1978, infatti, Waters propose ai Pink Floyd di scegliere tra due cicli di canzoni che aveva appena composto, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” e “The Wall”, per l’appunto, specificando che quello che non avrebbero scelto sarebbe poi diventato un suo progetto solistico. Come tutti sappiamo, i Floyd scelsero “The Wall” (con tutto ciò che ne è conseguito) e così Waters realizzò in solitaria “The Pros And Cons”, seppure sei anni dopo. In seguito, Gilmour sostenne che i Pink Floyd avessero messo mano anche a “The Pros And Cons”, lasciando così intendere che l’album non fosse tutta farina del sacco di quel bassista ormai diventato acerrimo rivale.

Ad ogni modo, è fin troppo evidente, anche all’ascolto più superficiale, la stretta somiglianza tra tre opere – “The Wall”, “The Final Cut” e “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” – registrate in contesti e situazioni differenti eppure così simili tanto a livello tecnico quanto espressivo. Non vorrei però soffermarmi ulteriormente sulle analogie tra questi tre parti della mente watersiana a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta; preferisco concludere invece sulle peculiarità del singolo album oggetto di questo post.

“The Pros And Cons Of Hitch Hiking” è l’ennesima delle opere concettuali di Roger Waters, il cui tema stavolta è incentrato su un sogno notturno della durata di circa quaranta minuti (che poi è la durata dell’album); sogno nel quale vengono soppesati i pro e i contro dell’autostop, ovvero gli alti e i bassi delle relazioni sentimentali, tra reciproci tradimenti, ricordi, frustrazioni, timori e speranze per il futuro. Sogno che non manca di tramutarsi in incubo in diversi momenti della narrazione. Quest’ultima è resa non soltanto attraverso la musica ma anche per mezzo dei caratteristici effetti ambientali tanto cari ai Pink Floyd e ai loro fan: voci di adulti e di bambini, di uomini e di donne, urla, stridii, traffico, auto di grossa cilindrata che sfrecciano, e ovviamente l’immancabile televisore in sottofondo.

C’è da dire che un album così lo si apprezza di più se ascoltato in cuffia, anziché con le casse. E’ comunque un disco prodotto e suonato magnificamente, con le canzoni tutte collegate tra loro, con alcune parti che si ripetono nella più classica della variazione sul tema, in modo che il tutto suoni più come una suite che una collezione di canzoni a sé stanti (due di queste sono tra le più belle che io abbia mai sentito, ovvero Go Fishing e Every Stranger’s Eyes), ed è infine l’ultimo dei suoi album in cui Roger Waters non soltanto suona effettivamente il basso ma canta alla grande, così come aveva fatto in “The Wall” e in “The Final Cut” e come non farà più già a partire da “Radio K.A.O.S. (1987). Per tutti questi motivi, in definitiva, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” è un disco che mi ha sempre emozionato.

-Mat