The Cure, “Disintegration”, 1989

Ero convinto d’aver già scritto un post su “Disintegration”, il disco capolavoro dei Cure originariamente pubblicato nel 1989, ma non lo trovo né tra gli articoli di questo modesto blog e né tra le bozze inedite. Eppure sono sicuro di aver scritto qualcosa in proposito, qualcosa che forse è rimasto in qualche bozza che infine ho cancellato, magari anche inavvertitamente. Ad ogni modo, visto che ormai sono qui e considerato che in questi giorni sto riascoltando “Disintegration” piuttosto ossessivamente, sia a casa (quando i bimbi me lo permettono) e sia quando sono in macchina per andare al/tornare dal lavoro, mi sento sufficientemente pronto per stendere qualche appunto su quello che resta, per quanto mi riguarda, l’unico disco dei Cure che ancora ascolto con sommo piacere dall’inizio alla fine.

Sì, è vero, in un mio vecchio post avevo argomentato che il disco capolavoro dei Cure fosse “Bloodflowers” ma mi son dovuto ricredere. Ci ho messo davvero anni per apprezzare “Disintegration” e ormai posso dirlo: è quest’ultimo il vero capolavoro dei Cure, e in ciò credo d’essermi allineato con l’opinione comune della maggior parte degli ammiratori della band inglese. Del resto un disco come “Bloodflowers”, che comunque per me resta grandissimo, è pur sempre figlio di questo “Disintegration”; ne ha lo stesso concetto di fondo, ecco: canzoni lunghe, distese, con corpose introduzioni strumentali, con testi che affrontano con un certo smarrimento il passare del tempo e dove l’amore, forse, è l’unica cosa che resta davvero. Autentici romantici, i Cure.

E se “Bloodflowers” venne pubblicato nudo e crudo così com’era, ovvero senza video o singoli promozionali, da “Disintegration” la Fiction Records pensò bene di estrarre ben quattro singoli – la sognante Pictures Of You, la romantica Lovesong, la rockeggiante Fascination Street e la tetra ma sensuale Lullaby, probabilmente il pezzo più celebre dei Cure – con i relativi videoclip e sui rispettivi lati B quattro pezzi che non facevano parte della scaletta originale dell’album.

Scaletta che appunto è composta da dieci canzoni, dalla magniloquente Plainsong alla trascinante Disintegration, ma che nella versione in ciddì ne figura due ulteriori in appendice (la sconsolata Homesick e la cantilenante Untitled) che forse estendono un po’ troppo il “discorso”. La cosa, ovviamente, non influisce sul risultato finale, che resta quello d’un ascolto sempre emotivamente molto coinvolgente. Insomma, sono passati oltre trent’anni e di “Disintegration” non siamo ancora riusciti a fare a meno. O almeno io non ci sono riuscito affatto, e credo che mai ci riuscirò. – Matteo Aceto

Bob Dylan, “Rough And Rowdy Ways”, 2020

Il disco che più ho ascoltato negli ultimi tempi è senza dubbio “Rough And Rowdy Ways”, l’ultimo album di Bob Dylan, edito dalla Columbia lo scorso giugno. L’avevo comprato quasi subito ma, dopo un primo ascolto, l’avevo riposto per sentire tutt’altra musica nel corso della passata estate. E adesso, dopo ripetuti ascolti da parte mia sempre più entusiastici, la rivelazione: “Rough And Rowdy Ways” è davvero un gran bel disco! Sono dieci canzoni in tutto, curiosamente ripartite così: le prime nove – tra cui I Contain Moltitudes e False Prophet, diffuse in anteprima rispetto alla pubblicazione dell’album – su un ciddì e la decima, l’ultima, Murder Most Foul, su un altro ciddì. Infatti “Rough And Rowdy Ways” è un album doppio, sia nella versione in ciddì che ho scelto io e sia in quella su vinile.

Nel complesso, possiamo subito dire di trovarci alle prese con un disco senza fronzoli dove la musica è esattamente funzionale al testo, o meglio, alla narrazione da parte di Bob Dylan di queste sue nuove dieci canzoni originali, dopo una trilogia di sole cover (gli album “Shadows In The Night”, “Fallen Angels” e “Triplicate”) e dopo – vale la pena di notarlo – la sua discussa vittoria del premio Nobel per la letteratura. Canzoni con testi assai lunghi, vere e proprie narrazioni di storie che vanno dall’inevitabilmente autobiografico (I Contain Moltitudes) al racconto gotico (My Own Version Of You), concludendo quindi con i fatti e le impressioni della storia contemporanea (Murder Most Foul).

Non ho letto tutti i testi, e il non averli pubblicati in un libretto interno al disco è per me un clamoroso errore da parte della casa discografica (o forse, chissà, dello stesso Dylan), ma devo dire che sono davvero notevoli, in particolare quella Murder Most Foul che abbiamo già citato più volte: un brano di ben diciassette minuti di durata (credo il più lungo mai proposto dal nostro in un suo album da studio) dove Bob Dylan canta con flemma pastorale dell’omicidio di John F. Kennedy e di tutto ciò che ne è seguito, almeno quello che ci passa lui attraverso le sue suggestive impressioni. Ed è tutto un citare, in Murder Most Foul in particolare ma anche in molte altre canzoni di questo disco, di nomi: da Giulio Cesare ai Rolling Stones, passando dal bluesman Jimmy Reed (al quale è intitolata anche una delle dieci canzoni presenti qui) ai Beatles, agli Eagles (o meglio, Don Henley e Glenn Frey) e ovviamente al presidente Kennedy. Presidente che è ritratto in bella mostra sul retro della copertina dell’album. Mi chiedo se il nostro o chi per lui abbia dovuto pagare dei diritti d’immagine alla famiglia Kennedy.

Un disco senza fronzoli, questo “Rough And Rowdy Ways”, come ho detto sopra, dove la musica è funzionale alle parole: inizia e finisce, infatti, dove inizia e finisce di cantare Bob Dylan, senza chissà quali assoli o parti strumentali di rilievo; se un brano dura dieci minuti, come Key West (Philosopher Pirate) ad esempio, è perché Dylan canta per dieci minuti, ecco. E questo aspetto, in definitiva, potrebbe essere il limite o il pregio di un lavoro discografico come questo. A me è piaciuto molto. Continuerò senz’altro a riascoltarmelo con piacere anche in futuro. – Matteo Aceto

Queen, “News Of The World”, 1977

L’album “News Of The World”, il sesto dei Queen, usciva proprio in questi ultimi giorni d’ottobre, nel lontano 1977. E’ in qualche modo un disco atipico per i Queen, un disco che suona diversamente da tutti gli altri: solitamente maniaci del perfezionismo in studio, Freddie Mercury e compagni registrarono le undici canzoni del loro “News Of The World” in soli due mesi (contro i quattro, i sei o gli addirittura dodici di altri loro progetti) e per giunta autoproducendo il tutto. Insomma, il suono complessivo di un album come “News Of The World” è molto meno levigato del solito e la cosa – almeno per quanto mi riguarda – è un pregio e un difetto allo stesso tempo. Se, infatti, alcune canzoni hanno beneficiato della maggior spontaneità ed immediatezza, altre – con gli opportuni ritocchi che qui sono mancati – sarebbero state degli autentici capolavori.

E così, accanto a brani come We Will Rock You e We Are The Champions, due pezzi strafamosi che proprio non riesco ad immaginarmeli diversi da come sono, trovo sempre un po’ frustrante l’ascolto di pezzi come Spread Your Wings e It’s Late che, affidati alle cure abituali che i Queen riservavano alle loro canzoni, avrei magari apprezzato molto di più. Bene invece pezzi come My Melancholy Blues, una ballata insolitamente jazzata dove i nostri si concedono anche il lusso di fare a meno della chitarra di Brian May, e Fight From The Inside, un funk-rock eseguito quasi interamente dal suo autore, Roger Taylor, un brano grezzo al punto giusto, oltre che rivelatore del sound che verrà (vedi i vari Fun It, Dragon Attack, Another One Bites The Dust…).

A John Deacon, l’anima più quieta e romantica dei Queen, è invece dovuta l’innocua Who Needs You, un brano prevalentemente acustico e dalle sonorità latine che forse stona un po’ nel contesto dell’album. E se Brian May è il principale artefice di quella che probabilmente è la canzone più scarna dei Queen, la bluesy Sleeping On The Sidewalk (ma anche la sua We Will Rock You non scherza affatto in tal senso), a Freddie Mercury è stato concesso (o se l’è ritagliato lui stesso) uno spazio autoriale più esiguo del solito: appena tre canzoni, ovvero le già citate We Are The Champions e Melancholy Blues, oltre alla stralunata Get Down Make Love.

“News Of The World”, ad ogni modo, se la cavò alla grande in classifica, giungendo al quarto posto nelle charts di casa (mentre imperavano il punk e la disco, c’è da dire) e addirittura al terzo nelle charts americane. Vale la pena accennare, infine, alla corposa riedizione deluxe che i Queen superstiti hanno dato alle stampe nel 2017, in occasione del quarantennale dell’album, dove si può trovare tutta una serie di versioni alternative delle undici canzoni contenute nell’album originale: la sola versione non editata di We Are The Champions, lunga pressappoco quattro minuti e mezzo (contro i tre della versione universalmente conosciuta) basta a giustificare l’acquisto dell’intero box, che poi è anche bello da vedere e da possedere come oggetto d’arte in quanto tale. – Matteo Aceto

Brian May, “Back To The Light”, 1992

Nel settembre 1992, quando da un tigì Rai venni a sapere che Brian May dava alle stampe il suo primo album solista, “Back To The Light”, pensai subito che il capelluto chitarrista dei Queen stesse approfittando commercialmente dell’onda lunga emotiva seguita alla morte di Freddie Mercury, avvenuta nel novembre precedente. Invece, come seppi tempo dopo, il progetto “Back To The Light” risaliva a ben cinque anni prima, a quel 1987 in cui Freddie era vivo e vegeto e si stava occupando d’un suo famoso progetto solista (vedi QUI), in un periodo in cui i Queen come band erano inattivi. E così, mentre pure Roger Taylor faceva pubblicare il suo “Shove It” a nome The Cross, anche il buon Brian stava pensando agli affari solistici suoi. Preferì comunque concentrarsi su “Talking Of Love”, un album che scrisse, suonò e produsse per l’attrice Anita Dobson (che poi sarebbe diventata la nuova signora May), rimandando il suo effettivo progetto solista a data da destinarsi.

Sarebbero seguiti due nuovi album dei Queen, “The Miracle” e “Innuendo“, svariate collaborazioni e l’invito della Ford ad occuparsi della musica d’uno spot per le sue auto prima di vedere finalmente “Back To The Light” nei negozi, quando ormai Freddie Mercury non era più di questo mondo. Mercury cui il disco di May era debitamente dedicato, assieme al padre dello stesso chitarrista, morto poco tempo prima e al quale il nostro era molto legato.

Anni di grandi vicissitudini, in quel quinquennio 1987-92, di enormi cambiamenti per Brian, tanto sul piano personale quanto su quello professionale, tutti più o meno inevitabilmente confluiti nei temi e nelle atmosfere di “Back To The Light”. Un bel disco di onesto pop-rock, quest’ultimo, dove Brian May spicca non solo come chitarrista (e la cosa non sorprende, ovviamente) ma anche come polistrumentista e soprattutto come cantante, oltre che come autore eclettico ma mai dispersivo. Non un capolavoro, “Back To The Light”, ma certamente un disco valido, il migliore che Brian ha proposto finora come solista, secondo il mio modesto avviso, forte di almeno due canzoni che ogni fan dei Queen dovrebbe apprezzare particolarmente, ovvero la struggente Too Much Love Will Kill You (un brano dei Queen praticamente pronto nel 1989 ma che solo sei anni dopo è stato possibile apprezzare con l’originale voce di Mercury) e la stessa Back To The Light, un brano che affidato ai Queen al gran completo avrebbe potuto guadagnare lo status di classico del gruppo.

In questo primo album di Brian May troviamo inoltre una formidabile cavalcata heavy con Resurrection, momenti più intimi (e perfino dolenti) come Just One Life e Nothin’ But Blue (molto somigliante a A Winter’s Tale dei Queen, fra l’altro, con tanto di John Deacon al basso), altri più scanzonati come Let Your Heart Rule Your Head (discendente della country ’39 che contribuisce al fascino d’un disco come “A Night At The Opera“), ibridi rock-blues come Love Token e perfino uno strumentale, Last Horizon, mentre l’iniziale The Dark va a ripescare parti strumentali inedite risalenti addirittura alle sedute di registrazione di “Flash Gordon“.

Due parole a parte, infine, per Driven By You, primo singolo estratto da “Back To The Light”, che curiosamente venne pubblicato il 24 novembre 1991, quando poche ore dopo giunse una notizia tristissima per tutti noi fan, la morte di Freddie. Proprio Freddie avrebbe dovuto cantare in Driven By You, con Brian alla chitarra e il resto agli altri due membri dei Queen; la Ford voleva infatti un pezzo inedito da parte della celeberrima rock band inglese ma – da un lato il lavoro su “Innuendo” e su quello che poi sarebbe diventato “Made In Heaven“, e dall’altro il progressivo peggioramento della salute di Mercury – alla fine rimase il solo Brian a portare avanti il compito. – Matteo Aceto

John Coltrane, “Expression”, 1967

john coltrane, expression, immagine pubblicaPrimo d’una lunga serie di album postumi, e si sa che gli album postumi sono sempre controversi, “Expression” di John Coltrane è stato tuttavia autorizzato alla pubblicazione dal suo stesso autore. Può dunque essere considerato il canto del cigno del celebre sassofonista americano, l’opera che avrebbe messo la parola fine alla sua breve (fino a quel punto) ma decisamente illustre discografia. Non è un album facile, “Expression”, e non giova all’ascoltatore neanche la sua durata relativamente breve: appena quaranta minuti di musica suddivisi tra soli quattro brani. Sono infatti quaranta minuti assai densi, pregni d’una musica sofferta e imponente, così poco jazz nel senso più tradizionale del termine. Infatti “Expression” è un disco di free jazz, se proprio vogliamo dargli un’etichetta, un disco dove non v’è affatto traccia di swing, ecco. Eseguita principalmente in quartetto – Alice Coltrane al piano, Jimmy Garrison al basso, Rashied Ali alla batteria e quindi il nostro al sax – la musica presente in “Expression” è drammaticamente d’atmosfera, dove le suggestioni sonore provengono dai cambi di tempo e dall’uso poco convenzionale (almeno per i canoni stilistici dell’epoca) della strumentazione impiegata.

Si parte con la contemplativa Ogunde, figlia di quella Psalm che conclude l’album più celebre e amato di Coltrane, “A Love Supreme“; seguono gli oltre sedici minuti della dolente e misteriosa To Be, dove il nostro lascia in un angolo il sassofono per passare così al flauto e dove alla formazione si aggiunge un quinto musicista, Pharoah Sanders. E’ poi la volta di Offering, il brano più smaccatamente free dell’album, che giunge quando l’orecchio dell’ascoltatore è già stato messo duramente alla prova; infine, con la traccia che dà il titolo all’album, Expression, siamo agli ultimi dieci minuti dell’opera, minuti durante i quali passiamo da atmosfere consolatorie ad altre decisamente più tempestose (e viceversa).

Registrato in due sole sedute tra il febbraio e il marzo 1967 nell’ormai leggendario studio di Rudy Van Gelder, in New Jersey, “Expression” è un disco che ho sempre trovato affascinante, forse proprio per quel suo essere ostico. Una caratteristica, questa, che non mi ha impedito affatto di apprezzare quest’album per quello che è, l’espressione (è proprio il caso di dirlo) d’un musicista che era giunto al culmine del suo modo di sperimentare, spingendo la sua musica al confine estremo del jazz, oltre il quale quello stesso jazz non sarebbe mai stato più lo stesso. – Matteo Aceto

McCoy Tyner, “The Real McCoy”, 1967

McCoy Tyner, The Real McCoy, immagine pubblica blogScomparso lo scorso 6 marzo, il grande pianista jazz McCoy Tyner è noto soprattutto per la sua lunga e prolifica collaborazione con John Coltrane. Ha tuttavia dato vita ad una discografia solistica di tutto rispetto, una di quelle che mi piacerebbe approfondire in un prossimo futuro e che per ora è rappresentata tra i miei dischi da un solo album, ovvero “The Real McCoy”, edito dalla Blue Note nel 1967.

Inciso in un solo giorno, il 21 aprile ’67, nell’ormai leggendario Van Gelder Studio in New Jersey (USA), “The Real McCoy” si avvale della partecipazione del sassofonista Joe Henderson, del bassista Ron Carter (all’epoca ancora membro del celebre secondo grande quintetto di Miles Davis) e del batterista Elvin Jones (già compagno di avventure di McCoy Tyner nel John Coltrane Quartet), oltre ovviamente del nostro pianista che qui compare per la prima volta come leader in un suo album della Blue Note.

“The Real McCoy” è inoltre il primo album del nostro a figurare materiale interamente composto da lui, per un totale di cinque brani: due più dinamici e spumeggianti (l’iniziale Passion Dance e Four By Five), due di matrice blues (Contemplation e il conclusivo Blues On The Corner) e quindi una ballata (Search For Peace, il classico pezzo che da solo giustifica i soldi spesi per l’acquisto del disco).

Un lavoro, questo “The Real McCoy”, che deve molto agli anni in cui il signor Tyner è stato il pianista di Coltrane, tanto che ne sembra l’ideale prosecuzione stilistica, sebbene si ha la sensazione che il nostro sia andato a recuperare il filo del discorso che il Coltrane Quartet aveva reciso attorno al 1964 (l’anno degli album “Crescent” e “A Love Supreme“, tanto per intenderci). Un grande album, insomma, con della grande musica, che rifugge tuttavia gli aspetti più sperimentali e dissonanti degli ultimi anni della collaborazione con Coltrane, a tutto vantaggio della melodia e del più puro piacere per noi poveri ascoltatori. – Matteo Aceto

David Sylvian, un interesse per me immutato: e ritornano i vinili 1984-1991

David Sylvian 60 anni, vinili 2019Uno dei pochi autori pop che non m’annoiano, anzi, uno dei pochi a sembrarmi più rilevante col passare degli anni, David Sylvian, compirà sessantuno anni il 23 febbraio. Per l’occasione, la Universal – che già da qualche anno aveva acquisito gran parte del catalogo storico dell’artista inglese – distribuirà attorno a quella data nuove stampe in vinile degli album “Brilliant Trees” (1984), “Alchemy – An Index Of Possibilities” (1985), “Gone To Earth” (1986) e “Secrets Of The Beehive” (1987), mentre per quanto riguarda il collaborativo “Rain Tree Crow” (1991) si dovrà aspettare il 29 marzo.

Stando alla pagina facebook ufficiale di David Sylvian, e precisamente in un post dello scorso 12 dicembre, avremo delle “deluxe vinyl release” disponibili “for the first time on 180gram vinyl” e caratterizzate da una nuova e per molti aspetti inedita veste grafica. Nello specifico, per quanto riguarda “Brilliant Trees”, l’album “is now housed  in a gatefold sleeve with a printed inner bag and comes with a download card”. Per quanto riguarda invece “Alchemy – An Index Of Possibilities”, un album che la pagina in questione definisce “intermedio” e “formato da due progetti del 1985 completamente separati”, lo stesso post cita un “brand new artwork, photographs by Yuka Fujii, design by Chris Bigg, and a download card”. Questi ultimi tre aspetti, ovvero l’operato della Fujii e di Bigg e quindi il voucher per scaricarsi in mp3 il contenuto audio del vinile, valgono anche per il doppio “Gone To Earth”. Discorso leggermente diverso per “Secrets Of The Beehive”, il quale disporrà di un “new artwork based on Nigel Grierson’s original photographs, redesigned by Chris Bigg, housed in a gatefold sleeve with a printed inner bag”, oltre all’immancabile download card.

Non sappiamo ancora molto, infine, su che tipo di ristampa di “Rain Tree Crow” potremo avere fra le mani alla fine di marzo; sappiamo tuttavia che l’album “Dead Bees On A Cake” (1999), ristampato nell’ottobre 2018 e già sold out, tornerà nei negozi il 30 novembre, sempre in doppio vinile e sempre con la seguente scaletta “expanded” della quale abbiamo parlato anche QUI: Side A (1 I Surrender, 2 The Scent of Magnolia, 3 Dobro #1, 4 Midnight Sun), Side B (1 Cover Me With Flowers, 2 Krishna Blue, 3 Albuquerque (Dobro #6)), Side C (1 Thalheim, 2 Alphabet Angel, 3 God Man, 4 Café Europa, 5 Aparna and Nimisha (Dobro #5), 6 Pollen Path), Side D (1 The Shining Of Things, 2 Wanderlust, 3 All Of My Mother’s Names, 4 Praise, 5 Darkest Dreaming).

Insomma, per quanto mi riguarda, si tratta di una bella operazione di riscoperta e di rivalorizzazione del catalogo d’un grande artista, uno dei pochi personaggi “pop” a poter vantare davvero un così prestigioso appellativo. Tuttavia, contrariamente a quanto fece la EMI (il cui catalogo storico è ora nella mani della Warner Bros e della Universal) attorno il 2003, ovvero la riproposizione di tutti gli album di David Sylvian con e senza i Japan del periodo 1980-1991 in ciddì dalle edizioni deluxe con tanto di brani aggiuntivi, queste ristampe viniliche 2019 non dovrebbero contemplare brani aggiuntivi. La cosa non è però piaciuta, a giudicare dai commenti facebookiani, a diversi fan di David Sylvian, così come non tutti hanno gradito la scelta del nuovo artwork che interesserà ogni album del nostro. In un post del 14 dicembre 2018, lo stesso David Sylvian è voluto tornare su un punto evidentemente criticato dai “fans” ma che altrettanto evidentemente è invece a lui molto caro: “As the original art for my albums had been lost/destroyed on its journey from one label’s stewardship to another, I decided against scanning pristine copies of the original vinyl covers (as Universal did with the recent Japan reissues) and instead create a series that works as a ‘collection’ incorporating new photographic prints and design elements. With no budget, but access to Yuka’s archives and Chris’ design contributions, we feel we’ve created something beautifully expansive as will be evident once the set is seen in its entirety. I was fortunate enough to have retained some of Nigel Grierson’s work for ‘Beehive’ and Shinya Fujiwara provided me with whatever was missing from my personal archive for Rain Tree Crow. Gone To Earth was always going to be the cover that’d prove most contentious to meddle with but I was never personally in awe of the original plus I wanted to keep the series in a uniform monochrome. Nevertheless, if the original artwork had been available for the entire catalogue, I’d have sat this one out. To be haunted by one’s past isn’t as edifying as it might appear (?) As it was, we (mr Bigg, Yuka, myself) attempted to create a series echoing /in-keeping with the recent ‘Dead Bees’ release. We went the extra mile to give something we felt was worthy of our collective effort. It goes without saying, if you own original copies of the albums and you don’t like the approach we’ve taken, you’ve nothing to get bent out of shape about. Feels odd to remind people that purchases aren’t mandatory. As the creator of this body of work I have a personal take on what feels right to me regarding its representation. Although I’m not personally nostalgic, I do generally respect the the bond people make between image and audio (this must surely be the goal of art & design in this context). I’ve attempted to offer something that feels both contemporary whilst being true to the period in question. There’ll be no further involvement on my part in future reissues.”

E ancora: “Should Universal choose to release any of Samadhisound’s catalogue on vinyl, and I’ve requested they do, we have the artwork in place as was. (I believe requests for CD reissues will fall on deaf ears as it’s a dying medium. It would perhaps be of greater interest if hi res files were made available of the entire catalogue. Decisions of this nature fall outside my purview). We poured time and energy into creating something that’s a limited run for a minority audience. I do hope some of you get to enjoy it”. E questo è quanto. Per ora. – Matteo Aceto

Queen, “A Day At The Races”, 1976

queen, a day at the races, immagine pubblica blogTra tutti gli album dei miei amati Queen, “A Day At The Races” resta quello che probabilmente ho ascoltato di meno. Meno d’una decina di volte di sicuro, considerando che ne posseggo una copia in vinile da oltre vent’anni e che nel 2011 ne ho riacquistata un’altra, in formato ciddì (remasterizzata e con brani aggiunti). Eppure niente, quella tra me e questo disco è una storia d’amore mai nata. Come per il formato mp3, insomma. E come per lo sport del calcio, fra le altre cose. Sto divagando, lo so.

“A Day At The Races” non può certo essere considerato un brutto disco, e se non altro contiene una delle canzoni più belle & rappresentative dei Queen, quella Somebody To Love che ormai dovrebbero conoscere anche gli animali domestici. Le altre canzoni, però, il modo in cui sono state incise e perfino la loro sequenza nell’album non mi hanno mai convinto appieno. “A Day At The Races” è per me il classico disco che un fan compra tanto per completare la collezione. Tolta Somebody To Love – che ho comunque sul primo “Greatest Hits” dei Queen – e tolta Tie Your Mother Down – alla quale ho sempre preferito la scatenata versione dal vivo a Wembley nel 1986 – potrei in definitiva anche farmi derubare delle mie due copie di “A Day At The Races” che forse non me ne accorgerei nemmeno.

Seguito un po’ sbiadito di “A Night At The Opera“, col quale condivide titolo (entrambi sono i titoli originali di altrettanti film dei Fratelli Marx) e veste grafica, “A Day At The Races” contiene inoltre quella che considero una delle canzoni più brutte dei Queen, ovvero Drowse, scritta dal batterista Roger Taylor (per me l’autore meno dotato tra i componenti della band, anche se a partire dagli anni Ottanta ha avuto modo di migliorarsi parecchio), mentre brani come You And I e The Millionaire Waltz mi hanno sempre lasciato indifferente. In tutte le altre canzoni ho sempre trovato un qualcosa d’artificioso che, a ben pensarci, mi ha fatto storcere il naso fin dalla prima volta che ho ascoltato questo disco, a metà anni Novanta.

Perfino quella che viene considerata una delle canzoni più belle e suggestive di Freddie Mercury, ovvero You Take My Breath Away (per certi aspetti anticipatrice del “Barcelona” che verrà), non mi ha mai appagato del tutto. Forse è un problema di produzione: con “A Day At The Races”, infatti, per la prima volta un disco dei Queen è stato prodotto da essi stessi, rinunciando a quel Roy Thomas Baker che aveva contribuito non poco al successo di “A Night At The Opera”. Ecco, secondo me i Queen non erano pronti par far tutto da soli; tant’è vero che dopo “A Day At The Races” si autoprodussero il solo “News Of The World” (dal sound più fresco, in effetti) e già con “Jazz” tornarono a chiedere i servigi del buon Baker. In seguito, pur cambiando produttore altre volte, quello della completa autoproduzione fu un esperimento che i Queen non ripeterono più.

Magari potrei aggiungere altro all’oggetto di questo post, il successo in classifica o qualche aneddoto curioso, ma in fondo a che pro? È un disco che ho ascoltato poco, come detto all’inizio, e che non è mai stato di mio gradimento. Resto comunque in attesa spasmodica di “Bohemian Rhapsody“, il biopic sui Queen diretto dal controverso Bryan Singer: uscito in gran parte del mondo ai primi del mese, in Italia verrà distribuito nelle sale a partire dal 29 novembre. In America, nonostante le critiche non sempre positive da parte degli “addetti ai lavori”, il film è già un successo. E tutto questo, c’è da giurarlo, rilancerà in classifica gran parte delle raccolte e degli album dei Queen; magari anche il mio ben poco amato “A Day At The Races”. – Matteo Aceto

The Beach Boys, “The Smile Sessions”, 2011

the beach boys the smile sessions cofanetto 2011Negli ultimi anni ho tentato diverse volte di scrivere un post decente su uno dei progetti discografici che più mi hanno entusiasmato e colpito, ovvero “Smile” dei Beach Boys, senza tuttavia giungere a qualcosa che io potessi giudicare meritevole di essere pubblicato su questo pur modesto blog dagli esigui lettori.

Il mio caso, iniziato con QUESTO post originariamente scritto nel 2007 e poi con QUESTO, si è aggravato nel giugno 2012, quando in occasione del mio compleanno mi sono auto-regalato il monumentale cofanetto da nove dischi dedicato appunto a “The Smile Sessions” dei Beach Boys, dopo che nel novembre precedente, praticamente il giorno dell’uscita, era andato a comprarmi il relativo doppio ciddì. Quest’ultimo, per intenderci, è la versione ridotta del cofanettone da nove dischi: dopo appena sette mesi, insomma, ne volevo decisamente di più.

Soltanto che, ai fini della scrittura d’un post decente come lamentavo sopra, mi sono perso tra tutto il materiale che Brian Wilson, i Beach Boys e la Capitol mi hanno messo a disposizione così corposamente. Un intero ciddì del cofanettone, per capirci, è dedicato alla creazione d’una sola canzone, la celebre Good Vibrations, forse il più grande hit dei Beach Boys: quella che apparentemente è un’innocua canzonetta, infatti, è stata incisa nel corso di diversi mesi, dopo ore e ore di registrazioni. In quel ciddì da quasi ottanta minuti possiamo infatti ascoltare un’incredibile sintesi dell’evoluzione di Good Vibrations, brano che peraltro era stato originariamente concepito durante le sedute di “Pet Sounds“, sedute che in parte mi ritrovo in un altro magnifico cofanetto dei Beach Boys, “The Pet Sound Sessions” per l’appunto. Mi sono perso, ecco.

Ma del resto ci si perse lo stesso Brian Wilson. Infatti, concettualizzando un album dei Beach Boys le cui canzoni potessero essere registrate in maniera modulare, aggiungendo pezzettini su pezzettini con un taglia & incolla dei nastri necessariamente fatto a mano per quei tempi, il geniale leader della band americana uscì letteralmente di senno, in quel lontano 1967, mentre l’album in questione – ottimisticamente chiamato “Smile” – non vide mai la luce, restando per anni uno dei più famosi progetti discografici irrealizzati di sempre. Il tutto fino al 2011, quindi, quando un Brian Wilson ritornato trionfalmente sulle scene già dalla fine degli anni Ottanta, ha finalmente autorizzato la pubblicazione ufficiale del materiale inciso in quegli anni, 1966-67, per lui tanto fecondi creativamente quanto confusi strategicamente. Tensioni interne alla band, pressioni dei discografici e consumo delle inevitabili droghe hanno poi fatto il resto.

Tutto il mondo di “Smile” racchiuso in nove dischi (tra vinili e compact disc) in un bel box uscito come “The Smile Sessions” nel novembre del 2011 è un oggetto d’arte contemporanea che io ho comprato ormai da molti anni, apprezzato fin da subito e ascoltato sempre con grande intesse, senza tuttavia essere capace di tradurre l’esperienza in un post leggibile. Mi piace pensare che, forse forse, non ci riuscirebbe nemmeno Mike Love. – Matteo Aceto

Steely Dan, “Gaucho”, 1980

Steely Dan - GauchoQual è il disco più bello degli Steely Dan, “Aja” o “Gaucho”? C’è chi dice “Aja”, in molti, c’è chi dice “Gaucho”, come il sottoscritto. Si tratta a ogni modo di due album superlativi, colmi di grande musica, registrati benissimo e che non hanno perso un solo grammo della loro classe dopo tutti questi anni.

Io scelgo “Gaucho” perché contiene quella che per me è la canzone più bella degli Steely Dan, quella Third World Man che chiude il disco: l’atmosfera sospesa, il canto beffardo di Donald Fagen, lo splendido assolo di chitarra di Larry Carlton (addirittura ripescato dalle sedute di registrazione del ’76, per l’album “The Royal Scam”); tutto è degno di nota in Third World Man, che spesso riascolto una o due volte prima di rimettere il disco nella sua custodia.

In “Gaucho” c’è però anche Hey Nineteen, una delle più irresistibili canzoni degli anni Ottanta, il cui testo – stando alla biografia “Wired” scritta da Bob Woodward – entusiasmava talmente tanto John Belushi che l’attore pensava di farne un film. Anche il brano iniziale di “Gaucho”, il jazzato Babylon Sisters, è assolutamente fantastico, così come il saltellante Time Out Of Mind (nonostante i continui riferimenti all’uso di droghe pesanti, peraltro comune nei testi degli Steely Dan).

E se Glamour Profession e My Rival, infine, restano superbamente indispensabili nell’economia complessiva d’un lavoro come “Gaucho”, la title-track – pur macchiata dall’accusa di plagio da parte di Keith Jarrett, che infatti ottenne di esserne accreditato fra gli autori – resta uno dei momenti più memorabili dell’intera discografia degli Steely Dan. Un album da avere nella propria collezione, insomma, questo “Gaucho”, bello da ascoltare dall’inizio alla fine e a volume ragionevolmente alto. – Matteo Aceto