Seal, “Standars”, 2017

Seal Standards immagine pubblica blogAndare al negozio di dischi per comprare un certo titolo e invece sceglierne un altro, fresco fresco d’uscita, del quale non sapevo niente. E’ quel che mi è successo al principio del mese, quando mi sono inaspettatamente imbattuto in “Standards”, il nuovo album di Seal. Dato che mi sto appassionando sempre più alle canzoni del cosiddetto Great American Songbook (o Grande Canzoniere Americano, se non amate troppo gli inglesismi) e dato che lo stile di Seal m’è sempre piaciuto – sopratutto quando è alle prese con album di cover, vedi “Soul” (2008) e “Soul 2” (2011) – non ho proprio saputo resistere e così mi sono portato a casa la mia bella copia di “Standards”.

Come si evince dal titolo stesso, il nuovo album di Seal contiene una selezione di brani – undici per la precisione – che ormai sono considerati dei veri e propri standard della canzone, per l’appunto, brani che hanno fatto la gloria di artisti del calibro di Miles Davis, Ella Fitzgerald e Frank Sinatra, tanto per dirne alcuni, ed è proprio Sinatra l’interprete che in qualche modo è più rappresentato in “Standards”. L’album, fra l’altro, si apre e si chiude con due canzoni che The Voice aveva interpretato a suo tempo, ovvero Luck Be A Lady e It Was A Very Good Year: tanto spumeggiante & esuberante è la prima quanto malinconica & intimista è la seconda. In mezzo troviamo quindi la struggente Autumn Leaves, un’autentica poesia in musica (che in effetti è basata su Les Feuilles Mortes di Jacques Prevert); quel grande classico di Screamin’ Jay Hawkins chiamato I Put A Spell On You e interpretato anche, tra gli altri, da Nina Simone e Bryan Ferry; e ancora They Can’t Take That Away From Me, classicone tra i classici di George Gershwin; la Anyone Who Knows What Love Is resa celebre da Irma Thomas (un brano che, a pensarci bene, avrebbe impreziosito anche uno dei due album di Seal della serie “Soul”); quella Love For Sale di Cole Porter della quale non si contano più le cover, qui interpretata come una lussureggiante bossa nova; quell’altra My Funny Valentine di Rodgers & Hart, rifatta anch’essa da chissà quanti altri artisti (ne ricordo una cover di Sting ma anche una magnifica versione di Miles Davis del ’63); quell’altra gemma porteriana chiamata I’ve Got You Under My Skin (anch’essa ben presente nel repertorio di Sinatra); un originale di Duke Ellington chiamato I’m Beginning To See The Light e infine una versione di Smile, un brano la cui musica è opera niente meno che di Charlie Chaplin e che in passato è stata reinterpretata niente meno che da Michael Jackson.

E così tra swing, jazz, pop e nostalgia, “Standards”, decimo album da studio per Seal, si mostra subito come uno dei lavori meglio riusciti da parte del cantante inglese. Certo, così come nel caso di “Soul” e “Soul 2”, si potrebbe obiettare che molte delle canzoni contenute in “Standards” siano fin troppo fedeli alle versioni originali o quanto meno alle versioni più popolari interpretate in passato, tuttavia questa fedeltà mi sembra più che altro un punto a favore di Seal: il nostro non mostra soltanto di essere più che degno di questo repertorio, ma anche di averci saputo dare uno dei più belli e piacevoli dischi di cover mai realizzati.

Prodotto da Nick Patrick (un nome che sinceramente non conoscevo) e grandiosamente orchestrato e condotto da Chris Walden (qui alle prese con un ensemble di ben sessantacinque elementi), “Standards” mi è capitato tra le mani per puro caso, eppure è già diventato un ascolto frequente in casa mia e, di fatto, uno dei dischi più godibili che io abbia acquistato negli ultimi anni. Bravo Seal, sono sicuro che anche a quest’album, così come all’altrettanto godibile “Soul” del 2008, darai il suo bel seguito da qui a qualche anno.

-Mat

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Billie Holiday, “Lady In Satin”, 1958

Billie Holiday Lady In Satin immagine pubblica blogPenultimo album registrato da Billie Holiday ma ultimo ad essere stato pubblicato – nel giugno 1958 – quando la cantante era ancora in vita, “Lady In Satin” può essere considerato il vero testamento artistico della celebre Lady Day. Formato da dodici brani che la Holiday non aveva mai precedentemente interpretato nel corso della sua carriera, “Lady In Satin” è un album romantico, etereo, sontuosamente orchestrato, eppure decadente e avvolto in un’aurea un po’ dark, per così dire, che non dispiace affatto, anzi che contribuisce eccezionalmente alla resa sonora complessiva del disco. Sorretta dalle partiture orchestrali arrangiate e dirette da Ray Ellis, la voce di Billie Holiday è ormai irrimediabilmente segnata dalle sue travagliate vicissitudini e dai suoi stessi accessi con alcol e droghe. Ma è proprio quella voce danneggiata, fragile e a tratti stentorea il marchio distintivo d’un disco come “Lady In Satin”, un lavoro che segnava sia il ritorno alla Columbia dopo aver cambiato tre o quattro etichette in pochi anni e sia il ritorno all’uso dell’orchestra (da quaranta componenti, in questo caso) così come quando la nostra incideva per la Decca.

Con Irving Townsend alla produzione, la Holiday, il buon Ellis e i loro collaboratori impiegarono soltanto tre giorni per incidere “Lady In Satin”, nel corso di altrettante sedute agli studi newyorkesi della Columbia che iniziavano intorno alla mezzanotte e terminavano verso le tre del mattino. Dodici le canzoni messe a punto in queste nove ore di registrazioni, la maggior parte delle quali tratta da quel leggendario Grande Canzoniere Americano (o Great American Songbook, se si preferisce) che continua ad affascinare tuttora (vedi il recente “Triplicate” di Bob Dylan, tanto per dirne uno) e dai motivi più celebri tratti dai musical di Broadway. Tuttavia, accanto a brani quali I Get Along Without You Very Well e It’s Easy To Remember, figurano anche numeri più contemporanei (per l’epoca in cui “Lady In Satin” uscì), come quel formidabile I’m A Fool To Want You di Frank Sinatra che la Holiday ha scelto come brano d’apertura di questo suo album.

Personalmente ritengo For Heaven’s Sake il pezzo più bello contenuto in “Lady In Satin”: non possono non colpire la suggestione dell’ascoltatore frasi come “un angelo intreccia le sue mani con le mie” e soprattutto “il paradiso non può essere così lontano”. Se si pensa che Billie Holiday morì nel luglio dell’anno successivo, una canzone come For Heaven’s Sake suona tristemente profetica; eppure è cantata & eseguita con una tale dolcezza e un tale gusto che il tutto sembra il più delizioso degli addii.

Non mi resta molto altro da dire, se non che “Lady In Satin” è un disco che merita di stare nella collezione di un qualsiasi appassionato della musica d’oltreoceano. Un disco che non può deludere e che, soprattutto, non può lasciare indifferenti. Io, nel mio piccolo, sono andato a comprarmi direttamente la “Centennal Edition” pubblicata dalla Sony nel 2015, in occasione del centenario della nascita di Billie Holiday. Si tratta di una bella riedizione deluxe comprendente tre ciddì: il primo contiene l’album più alcune versioni alternative, mentre gli altri due sintetizzano i tre giorni di lavorazione all’album (dal 18 al 20 febbraio ’58) attraverso take più o meno inedite con tanto di eventuali false partenze e discussioni in sala d’incisione tra Townsend, Ellis e la Holiday. Un ascolto davvero interessante per apprezzare ancor di più l’album originale.

-Mat

Roger Waters, “Is This The Life We Really Want?”, 2017

Roger Waters is this the life we really want immagine pubblica blogNo, non ho comprato una copia di “Is This The Life We Really Want?”, il primo album di Roger Waters da venticinque anni a questa parte. Me l’ha prestata mia fratello e così, prima di restituirgliela, ho pensato di scriverne qualcosa per questo modesto blog. Prima di tutto, sono contento di non averne comprato anch’io una copia, nonostante ci fossi andato vicino in un paio d’occasioni. Mi sono risparmiato i soldi, oltre che uno spazietto – ormai sempre più prezioso – dove poter inserire i futuri titoli accanto a quelli che già ho, tra cui diversi altri firmati Roger Waters.

Detto molto chiaramente, “Is This The Life We Really Want?” non è il disco che mi aspettavo, soprattutto da un artista come Waters e ancor di più dopo un periodo di tempo tanto lungo (il precedente “Amused To Death” è infatti del 1992). Venticinque anni per dare alle stampe un lavoro che sarebbe potuto uscire così com’è anche nel 2007, o anche nel 1997, e perfino in quel 1987 che invece partorì “Radio K.A.O.S.”. Anzi, a giudicare dal suono complessivo dell’album, sembra proprio che Roger abbia pescato a piene mani da celebrati dischi floydiani come “Wish You Were Here” e “Animals”. Una roba anni Settanta, insomma. E non è che la cosa in sé dispiaccia. Dispiace ascoltare un disco che non aggiunge niente di nuovo a quella che altrimenti è stata una carriera illustre, di tutto rispetto anche per quanto riguarda il periodo da solista di Waters.

Non solo, alcune più o alcune meno, le canzoni mi sembrano inediti rimaneggiati degli anni Settanta ma sono inediti che non hanno alcuna parte memorabile, alcun guizzo, nemmeno uno di quei fenomenali assoli di chitarra che tanto hanno contribuito alla fama delle sonorità floydiane. E così, tanto per dire, se quando era un membro dei Pink Floyd, il nostro poteva contare su David Gilmour, in seguito si è avvalso di gente come Eric Clapton, Jeff Beck e Eddie Van Halen. Semplicemente, in “Is This The Life We Really Want?” non c’è un grande chitarrista perché non ci sono grandi parti di chitarra che Roger avrebbe potuto offrirgli. C’è almeno una grande produzione? Mah, il tutto è affidato al celebrato Nigel Godrich ma non mi sembra che il suo tocco abbia fatto poi chissà quale differenza.

E così, tra i consueti effetti e rumori ambientali presenti in ogni album di matrice floydiana che si rispetti, le dodici tracce di  “Is This The Life We Really Want?” (la prima, in realtà, chiamata When We Were Young, è tutta un effetto/rumore) scorrono via l’una dopo l’altra senza lasciare grande impressione. Alla fine del disco, non ho praticamente già più memoria della musica che ho appena finito di ascoltare. Ricordo appena che mi è abbastanza piaciuta Dejà Vu, una ballata pianistica che mi ricorda un po’ le atmosfere di “The Final Cut“, mentre mi pare d’aver ascoltato in più punti le stesse sonorità di “Animals”; in un’altra canzone, addirittura, mi sembrava che stesse per cominciare Welcome To The Machine. L’atmosfera complessiva di “Is This The Life We Really Want?” è più dolente che arrabbiata, e forse questa è la più grande novità rispetto ai precedenti album di Roger Waters. Pochino, per lasciarsene entusiasmare. Per il resto, che dire… un disco brutto? No, certamente no; non proprio essenziale, beh… questo sì.

-Mat

Miles Davis Quintet, “Freedom Jazz Dance: The Bootleg Series, Vol. 5”, 2016

Miles Davis Freedom Jazz Dance Bootleg SeriesCon entusiasmo calante, negli ultimi anni ho comprato tutti i volumi della “Bootleg Series” che la Legacy Records/Sony ha dedicato all’opera di Miles Davis. E se i primi tre volumi della serie, pubblicati tra il 2011 e il ’14, li ho acquistati nei rispettivi giorni d’uscita, i due capitoli seguenti li ho presi soltanto quando me li sono trovati davanti a prezzi stracciati, e tanto per completare la collezione. Invece, con mia somma gioia & stupore, ho dovuto constatare che l’ultimo in ordine d’uscita, nonché d’acquisto da parte mia, è per quanto mi riguarda il migliore della serie, oltre che il più coinvolgente da un punto di vista meramente auditivo.

Si tratta di “Freedom Jazz Dance: The Bootleg Series, Vol. 5”, il primo della serie a contenere solo materiale da studio, mentre tutti i precedenti volumi contenevano esclusivamente esibizioni dal vivo. Uscito a fine 2016, questo “Freedom Jazz Dance” è una raccolta di provini, false partenze, versioni alternative e “dibattiti” in sala d’incisione del periodo 1966-68, quando Miles Davis suonava con quello che forse è stato il suo miglior gruppo, ovvero il quintetto formato col sassofonista Wayne Shorter, col pianista Herbie Hancock, col bassista Ron Carter e col batterista Tony Williams. Insomma, “Freedom Jazz Dance: The Bootleg Series, Vol. 5” è una sorta di compendio del processo creativo adottato in studio da uno dei quintetti jazz più amati ed entusiasmanti di sempre. Con loro, in sala di controllo, c’è l’altrettanto celebre produttore Teo Macero, ed è proprio negli scambi di impressioni/istruzioni tra il gruppo e il produttore che “Freedom Jazz Dance” offre il meglio di sé. E’ illuminante per chiunque come me ami la musica che Miles Davis ha creato tra il 1965 e il 1968 con questi formidabili musicisti (oltre che, è bene ricordarlo, anche autori) scoprire chi ha proposto cosa e come Macero abbia operato in seguito a quella o quell’altra idea. Dal canto suo, Miles dà l’impressione di sapere esattamente che cosa voglia, pur lasciando sempre la possibilità agli altri di proporre idee alternative e di sperimentare soluzioni più o meno accolte nei master definitivi.

Quelle che possiamo ascoltare in “Freedom Jazz Dance: The Bootleg Series, Vol. 5” sono così sei sedute d’incisione (tutte negli studi newyorkesi della Columbia) nella quale la band appare quasi sempre rilassata, pur mantenendo alta la concentrazione. E’ uno spasso, inoltre, sentire Miles inveire amichevolmente verso i suoi collaboratori con parolacce come “shit”, “cocksucker” e soprattutto “motherfucker”. I brani – più o meno completi ma comunque tutti inediti in questa veste – coi quali abbiamo a che fare sono Circle (in tre versioni), Dolores, Orbits, Footprints, Gingerbread Boy, Fall (dove solo in questo caso il produttore è Howard Roberts, forse perché Macero impossibilitato in quel giorno), Nefertiti, Water Babies, Masqualero (unico ad offrirci una take completa, la numero 3, senza dialoghi o altro che non sia musica) e Country Son (solo la sezione ritmica, ovvero senza Davis e Shorter), oltre ovviamente quella Freedom Jazz Dance che dà il titolo e che apre opportunamente le danze in questo quinto volume della “Bootleg Series”. In coda è invece stata inserita un’inedita incisione casalinga che ci mostra un Miles al piano che dà istruzioni a Wayne circa un’idea musicale che gli ronzava in testa e che qui è chiamata Blues In F (My Ding). Il nostro si aiuta anche canticchiando con quel suo inconfondibile sussurro rasposo, sebbene Shorter sembri più interessato a spiluccare dal frigorifero del padrone di casa.

Si tratta, come si sarà capito, d’un quinto volume estremamente dedicato, rivolto soltanto a chi già conosce l’opera del Miles Davis Quintet del periodo 1965-68; eppure è il capitolo che finora ho trovato più interessante, quello che ho ascoltato più volte. Insomma, a volte capita proprio questo: compri un disco con grandi aspettative e ti delude, ne compri un altro tanto per non lasciare un vuoto nella collezione e scopri che è quello che ti ci voleva.

-Mat

Tears For Fears, “Songs From The Big Chair”, 1985

Tears For Fears Songs From The Big Chair immagine pubblicaGravitando ancora per un po’ attorno all’orbita dei Tears For Fears, volevo scrivere quattro parole su quello che probabilmente resta il loro album più famoso, ovvero quel “Songs From The Big Chair” pubblicato la bellezza di trentadue anni fa e che ancora oggi fa capolino in praticamente tutte le rivendite di dischi, da quelli presenti nei centri commerciali agli scatoloni degli ambulanti nei mercatini rionali.

Davvero un disco popolare, questo “Songs From The Big Chair”, è quell’album che vanta una delle più famose (e potenti) canzoni degli anni Ottanta, quella Shout che credo proprio conoscano anche le pietre. Io, che all’epoca avevo sette anni, il power-pop di Shout me lo ricordo benissimo; di fatto sono trentadue anni che lo ascolto. Che poi il pezzo tratto da “Songs From The Big Chair” che più amo è in verità un altro: Everybody Wants To Rule The World, altro singolo di successo, del quale io ricordo benissimo anche il videoclip che guardavo sul programma “Deejay Television”, in onda su Italia 1. Mi piaceva da matti quella musica irresistibilmente propulsiva abbinata alle immagini on the road di Curt Smith che guidava una Morgan.

Da “Songs From The Big Chair” vennero estratti altri tre singoli: due non proprio fortunatissimi come I Believe (un brano insolitamente soul scandito dal piano) e Mothers Talk (pulsante e rocambolesco elettrorock), e uno più celebre come Head Over Heels (un pezzo pop raggiante e corale che vanta il video più divertente per i nostri), mentre nel corso del 1986 uscì una riedizione di Everybody Wants To Rule The World chiamata Everybody Wants To Run The World, associata a una maratona benefica patrocinata da quello stesso Bob Geldof che un anno prima aveva dato avvio al progetto Live Aid.

Ad ogni modo, “Songs From The Big Chair” fu un successo straordinario in tutto il mondo (1° posto in classifica nella nativa Gran Bretagna e 2° posto nella classifica USA, tanto per dire), facendo dei Tears For Fears una delle band più popolari dei pianeta. Successo che però fu mal digerito dai nostri: Roland Orzabal e Curt Smith non sono mai stati (e mai si sono sentiti) dei divi pop, e Smith in particolare ha sofferto a tal punto la popolarità da chiamarsi fuori dall’avventura Tears For Fears già dopo il tour promozionale per l’album “The Seeds Of Love“, seguito di “Songs From The Big Chair” e – manco a dirlo – terzo album di fila per i nostri a raggiungere la vetta delle charts britanniche.

Prodotto da Chris Hughes con Dave Bascombe già tecnico del suono (sarà quindi proprio quest’ultimo il produttore di “The Seeds Of Love”), l’album “Songs From The Big Chair” figura anche la maestosa The Working Hour, cantata magnificamente da Orzabal e impreziosita dal sax di Mel Collins, la frenetica Broken (appropriatamente spezzata in due, in una sorta d’introduzione e di chiusura di Head Over Heels) e la conclusiva Listen, un pezzo stranamente somigliante alla produzione dei connazionali Japan (quelli di David Sylvian, ve li ricordate?) affidato alla voce di Smith.

-Mat

Tears For Fears: una nuova raccolta non è quello che mi aspettavo

Tears For Fears Rule The World Greatest HitsAnnunciando l’uscita del nuovo singolo I Love You But I’m Lost, i Tears For Fears hanno successivamente annunciato anche… l’uscita del nuovo album, il tanto atteso seguito di “Everybody Loves A Happy Ending“? Macché… si tratta di una raccolta. Si chiama “Rule The World: The Greatest Hits”, per la cronaca, ed è l’ennesima compilation di successi più o meno famosi, con l’aggiunta di due nuove canzoni, Stay e quella I Love You But I’m Lost che abbiamo già citato.

Insomma, non è quello che mi aspettavo, ecco. Dopo tutto questo tempo e considerando il fatto che la band non è stata affatto inattiva in questi anni, mi sarei aspettato decisamente l’uscita d’un album d’inediti vero & proprio. E invece ecco servita una bella (?) raccolta. L’ennesima. Pare comunque che il nuovo album vedrà la luce nel 2018 e non è escluso che le nuove I Love You But I’m Lost e Stay ne facciano parte (magari anche un po’ diverse). Mi toccherà aspettare il nuovo anno, in definitiva, restando sempre col beneficio del dubbio, memore anche delle peripezie distributive che dovette affrontare l’album precedente, quel “Everybody Loves A Happy Ending” che era già pronto nel 2003 e che invece venne distribuito soltanto l’anno dopo (con le stampe ufficiali italiane che comparvero nei negozi quando però era già il 2005).

Sempre per dovere di cronaca, “Rule The World: The Greatest Hits”, in uscita il prossimo novembre, contiene le seguenti canzoni: Everybody Wants To Rule The World, una versione editata di Shout, Head Over Heels, Mothers Talk (nella US Version del 1986, ovvero una rivisitazione per il mercato americano dell’epoca), I Believe (titoli tutti tratti dall’album “Songs From The Big Chair”, 1985), Mad World, Change, Pale Shelter (titoli tratti dall’album “The Hurting”, 1983), Sowing The Seeds Of Love, Advice For The Young At Heart, Woman In Chains (tutti da “The Seeds Of Love“, 1989), e quindi Break It Down Again (dall’album “Elemental”, 1993), Raoul And The Kings Of Spain (dall’album “Raoul And The Kings Of Spain”, 1995) e Closest Thing To Heaven (da “Everybody Loves A Happy Ending”, 2004), oltre ovviamente alle due nuove registrazioni. Che non sono ancora riuscito ad ascoltare. Ovviamente.

-Mat

Queen, “A Night At The Opera”, 1975

Queen A Night At The Opera immagine pubblica blogMi resta difficile stabilire quale disco dei Queen possa essere considerato il loro capolavoro assoluto. Senza dubbio, tra i fan, un album come “A Night At The Opera” è sempre stato in pole position tra i possibili candidati. E’ anche il primo album dei Queen ad essere stato riproposto in edizione deluxe, in occasione di uno dei suoi decennali (il 2005, se non erro), e questo forse dice qualcosa sull’importanza che la band e/o la casa discografica gli attribuivano all’interno della discografia ufficiale dei Queen. Eppure “A Night At The Opera” non rientra tra i miei preferiti; in tutti questi anni l’avrò ascoltato dieci volte sì & no.

Iniziamo da una caratteristica fondamentale: “A Night At The Opera” è l’album che contiene Bohemian Rhapsody, che forse è davvero la canzone più bella dei Queen. Un pezzo formidabile, una specie di suite dove rock e opera si fondono in maniera strepitosa, che probabilmente rappresenta al meglio lo stile eclettico & potente a un tempo dei Queen. Nel 2000 venne inserita al primo posto in una classifica delle canzoni più belle del Novecento; certo, ricordo anche un’altra classifica che attribuiva a Imagine tale privilegio, ma il fatto che Bohemian Rhapsody possa competere con la canzone più rappresentativa di John Lennon lascia pensare.

Prossima ai sei minuti grazie ai suoi cambi di tempo e d’atmosfera, Bohemian Rhapsody è una canzone che, quando non mi fa venire la pelle d’oca, mi fa scendere una lacrimuccia. Ad ogni modo, ogni suo ascolto è per me un’esperienza sempre emozionante, e forse solo per questo dovrei metterla al primo posto tra i brani queeniani che più amo. Non così posso dire dell’album che la contiene. Il primo motivo è che mentre sta sfumando il suono del gong che la conclude, sento già sovrapporsi il fastidioso inno nazionale inglese che chiude l’album; sì insomma, God Save The Queen mi rovina l’atmosfera, avrei preferito decisamente che “A Nigth At The Opera” terminasse proprio con quel gong che sancisce la fine di Bohemian Rhapsody. Sarebbe stata una chiusura magnifica!

L’album vanta tuttavia un’apertura magnifica, la dura Death On Two Legs, dove un inviperito Freddie Mercury ne dice di tutti i colori a quel manager che per la sua avidità stava portando i Queen sull’orlo dello scioglimento. Freddie non fa alcun nome ma il manager in questione si riconobbe talmente tanto in quel testo che portò la band in tribunale, vincendo pure la causa! Questa però è un’altra storia.

Tornando al contenuto musicale, tra quelli che reputo i due vertici assoluti di “A Night At The Opera”, ovvero Death On Two Legs e Bohemian Rhapsody, troviamo quanto segue: tre innocue canzoncine dall’atmosfera retrò (Lazing On A Sunday Afternoon, Good Company e Seaside Rendezvouz, piacevoli ma un po’ fini a sé stesse), una ruggente rock ballad (I’m In Love With My Car) che però non mi ha mai esaltato (sarà che la canta il batterista Roger Taylor, mentre con Freddie sarebbe stata tutta un’altra cosa), un secondo singolo di successo (You’re My Best Friend), un po’ beatlesiano, molto amato dai fan ma che, per quanto mi riguarda, non rientra tra i miei preferiti (quel monotono saltellare del piano elettrico che scandisce tutto il pezzo non m’è mai suonato gradito, ecco), altre cavalcate in chiave heavy (Sweet Lady), un’escursione nel country (’39) forse un po’ troppo artificiosa, e una lunga escursione di rock progressive (The Prophet’s Song) decisamente troppo artificiosa. Spicca su tutte queste canzoni una ballata che ha trovato però nell’esecuzione dal vivo la sua vera dimensione, ovvero la celebre Love Of My Life, delicata e toccante, per quella che resta una delle canzoni più belle dei nostri.

Album potente ma raffinato, barocco ma non privo d’ironia, a tratti eccessivo ma tutto sommato divertente, “A Night At The Opera” resta per produzione (Roy Thomas Baker con gli stessi Queen), esecuzione (una menzione speciale va al chitarrista Brian May) ed inventiva da studio di registrazione quanto di meglio i Queen ci hanno mai offerto dal loro debutto con “Queen” (1973) almeno fino a “A Day At The Races” (1976). Trascinato da un singolo fenomenale come Bohemian Rhapsody, che conquistò la vetta della classifica inglese dei singoli in quel lontano autunno del 1975, anche “A Night At The Opera” si piazzò al primo posto della rispettiva classifica riservata agli album.

-Mat

John Lennon, Yoko Ono, “Double Fantasy”, 1980

John Lenno, Yoko Ono, Double FantasyQuesto post avrei voluto pubblicarlo ieri 9 ottobre, giorno in cui John Lennon avrebbe compiuto settantasette anni, ma sono giunto in ritardo anche in quest’occasione. Lo so, un tempo ero un blogger più bravo e soprattutto più puntuale. Tengo famiglia, continuo a ripetere, ma c’è di mezzo una certa pigrizia che non mi abbandona mai. Ad ogni modo, un post su “Double Fantasy” è un qualcosa che volevo scrivere da anni, sulle precedenti edizioni di questo modesto blog. Il fatto è che ho sempre fatto fatica a considerare “Double Fantasy” come un album in quanto tale. Mi spiego meglio.

A parte il brano Clean Up Time, che avevo registrato su cassetta in una di quelle compilation amatoriali che tanto mi piaceva collezionare tanti anni addietro, avevo già tutte le canzoni di John Lennon contenute sull’album “Double Fantasy” sulle raccolte. E una raccolta in particolare, “The John Lennon Collection”, è stato il primo disco da solista di Lennon che io abbia mai avuto tra le mani. Ecco perché quando al principio degli anni Duemila sono andato finalmente a procurarmi una stampa su vinile di “Double Fantasy”, tanto per completare la collezione, l’album non mi ha impressionato granché: le sette canzoni di John Lennon presenti le conoscevo a memoria da molti anni, e per giunta erano intervallate con altrettante canzoni della moglie, Yoko Ono, che musicalmente parlando non mi ha mai detto granché. Insomma, quando avevo voglia di riascoltarmi le varie Woman, (Just Like) Starting Over o Watching The Wheels non andavo certo a mettere “Double Fantasy” sul piatto, bensì tornavo alla mia vecchia cara copia in ciddì della “John Lennon Collection”.

In anni recenti, se non altro, persa un po’ di malizia e sciolte molte delle mie riserve, complice anche l’acquisto d’una copia remaster di “Double Fantasy” che si sente straordinariamente bene, ho avuto modo di apprezzare l’album come un corpo unico di canzoni, dove un brano di John è seguito da uno di Yoko, in una sorta di dialogo uomo/donna che di fatto costituisce un aspetto fondamentale di questo lavoro. Un lavoro che, come sappiamo tristemente tutti, è l’ultimo pubblicato in vita da John Lennon, un mese o poco più prima della sua tragica morte. E’ un album importante, “Double Fantasy”, anche per un’altra ragione: è il primo disco di Lennon dopo uno stop di ben cinque anni, durante i quali si era sostanzialmente ritirato dalle scene per dedicarsi alla cura del piccolo Sean Lennon, l’unico figlio avuto con la Ono, nel giorno del suo stesso trentacinquesimo compleanno, il 9 ottobre 1975.

Era contento di questo ritorno, John Lennon, anche se forse si sarebbe aspettato qualcosa di più in termini di accoglienza: “Double Fantasy” fu un successo ma soltanto postumo, come si può facilmente intuire. Tuttavia John e Yoko erano già impegnati nella registrazione delle canzoni che avrebbero costituito il seguito di “Double Fantasy”, ovvero quel “Milk And Honey” che invece uscì soltanto nel 1984. Il grande pubblico, in definitiva, si era sì interessato del “nuovo album di John Lennon” ma non sembrava particolarmente attratto dal fatto che si trattasse di un’opera a metà, un disco intitolato ANCHE a Yoko Ono. A difesa di lei, c’è da dire che le sue canzoni sono quanto di meglio avesse proposto fino ad allora e che, inoltre, erano tutte brevi, tutte sui due-tre minuti, e decisamente ben amalgamate con le proposte del più illustre marito.

E così, accanto ad alcune di quelle che reputo tra le più belle canzoni di John Lennon – ovvero le già citate Woman, (Just Like) Starting Over e Watching The Wheels, alle quali aggiungo anche la dolcissima Beatiful Boy (Darling Boy) – canzoni come Movin’ On, Every Man Has A Woman Who Loves Him e Beautiful Boys, tutte scritte e cantate da Yoko Ono, non sfigurano affatto. Anzi, da un certo punto di vista, si può dire che musicalmente parlando siano le più interessanti e innovative (per l’epoca), anche se quelle di John hanno resistito maggiormente alla prova del tempo, diventando degli autentici classici.

Prodotto dagli stessi John & Yoko col newyorkese Jack Douglas, precedentemente noto per essere stato l’uomo alla console mentre gli Aerosmith incidevano negli anni Settanta i loro album più celebrati, “Double Fantasy” è forse l’album di Lennon meglio suonato, grazie a musicisti del calibro di Earl Slick (chitarra), Tony Levin (basso) e Andy Newmark (batteria).

-Mat

Neil Young, “Hitchhiker”, 2017

Neil Young HitchhikerE così, dopo aver acquistato nel giro di pochi mesi sia “Harvest” (1972) che “On The Beach” (1974), sono andato a comprarmi anche l’ultimo album di Neil Young, “Hitchhiker”, fresco fresco d’uscita, sebbene sia stato registrato nel lontano 1976. “Hitchhiker” è infatti una raccolta di dieci brani perlopiù per sola voce & chitarra messi su nastro dal nostro in presa diretta, a quanto pare nel corso di un’unica seduta notturna. Soltanto due sono le canzoni effettivamente inedite, Give Me Strenght e Hawaii, mentre tutte le altre, in un modo o nell’altro, erano già comparse negli album di Young usciti tra il 1977 e il 1980, mentre la stessa Hitchhiker aveva visto la luce addirittura nel 2010.

Ad ogni modo, le dieci canzoni che formano il “nuovo” “Hitchhiker” sono delle versioni inedite che, essendo state eseguite con le stesse modalità e durante la stessa sessione d’incisione, formano un corpus decisamente compatto e piacevolmente amalgamato. Possiamo così goderci un’esecuzione intima di Neil Young della durata di appena trentaquattro minuti come se il celeberrimo cantautore canadese si stesse esibendo nella nostra stanza. Comodo e rilassato, da quel minimo di dialogo col produttore David Briggs che si può cogliere di tanto in tanto tra le canzoni dell’album, Neil Young si destreggia amabilmente tra la chitarra acustica e l’armonica a bocca, mentre nell’ultimo brano in programma, The Old Country Waltz, lascia la chitarra per il pianoforte.

Per quanto mi riguarda, la canzone più interessante è la splendida Pocahontas, brano che debuttò in tutt’altra forma nell’album “Rust Never Sleeps” (1979) e che resta uno dei più belli che io abbia mai sentito uscire fuori dal repertorio di Neil Young. Ma non c’è nessuna delle altre nove – Powderfinger (che mi ricorda qualche altra canzone che al momento non sono riuscito a individuare), Captain Kennedy, Ride, My Llama, Campaigner e Human Highway, per riportare i titoli di quelle che non abbiamo già menzionato – che io disdegni. In realtà, non conoscendo le versioni precedentemente distribuite con gli album del periodo 1977-2010, temo proprio che questo “Hitchhiker” possa rivelarsi la rampa di lancio che mi porterà a scoprire anche quegli altri pianeti della galassia Young.

Non si può far a meno di notare, infine, la somiglianza tra la grafica di “Hitchhiker” con quella di “On The Beach”: entrambe ci mostrano il cantautore sulla spiaggia, mentre i testi di “Hitchhiker” sono riportati nel medesimo foglio bianco parzialmente sommerso dalla sabbia nel quale sono scritti i crediti di “On The Beach”. Mi piace pensare, insomma, che Neil Young consideri “Hitchhiker” l’ideale seguito di “On The Beach”.

-Mat

Eagles, “Hotel California”, 1976

Eagles Hotel California immagine pubblicaUno dei dischi più famosi e venduti di tutti i tempi, “Hotel California”, il capolavoro degli Eagles datato 1976, segna tuttavia un deciso spartiacque nella storia della celeberrima band americana. Perso già con l’album precedente uno dei membri fondatori, Bernie Leadon, in “Hotel California” fa il suo debutto il chitarrista Joe Walsh, mentre un altro fondatore, Randy Meisner, è qui all’ultimo capitolo nella sua storia con gli Eagles. Restano in mezzo i talenti autoriali, strumentali e vocali di Glenn Frey e Don Henley, qui superbamente affinati dopo cinque anni di attività comune e quattro album di crescente successo, e il chitarrista Don Felder, al quale si deve l’inizio della nostra storia.

Hotel California, infatti, nacque proprio da una sequenza di accordi che il nostro chitarrista mise su nastro mentre strimpellava – in stato di grazia, evidentemente – nella sua casa in riva al mare. Passata per le mani di Frey e Henley, e col contributo chitarristico di Walsh (che nella formidabile coda strumentale della canzone duetta splendidamente con lo stesso Felder), la canzone è diventata quella che tutti noi conosciamo, ovvero una superba ballata rock con tanto di venature tex-mex e perfino reggae. Penso che una canzone come Hotel California non abbia bisogno di ulteriori presentazioni in quanto è davvero una delle canzoni più famose di tutti i tempi.

Tornando alla scaletta originale dell’album, passiamo quindi a New Kid In Town, altro pezzo molto famoso dei nostri; amabilmente cantata da Glenn Frey, New Kid In Town è uno dei più brillanti esempi di quella fusione tra country & western e sensibilità pop-rock nella quale gli Eagles sono dei maestri assoluti. Decisamente più rock è invece la trascinante e opportunamente stradaiola Life In The Fast Lane, con Don Henley nuovamente al microfono principale.

Wasted Time è sostanzialmente una ballata pianistica, discendente diretta di quella Desperado pubblicata tre anni prima; è soltanto un tantino meno efficace di quell’illustre predecessore, e forse quella sua ripresa orchestrale che apre il lato B può suonare come un inutile barocchismo. Ci pensa comunque la successiva Victim Of Love, uno dei pezzi più vigorosi e squisitamente rock degli Eagles, a rimettere il tutto nella giusta prospettiva, grazie alla graffiante voce di Henley, alle chitarre di Felder e Walsh in grande spolvero e, più in generale, a un’esecuzione strumentale che molto ricorda un’incisione in presa diretta.

Con la commovente Pretty Maids All In A Row siamo invece alle prese con quella che molto probabilmente resta il contributo autoriale più bello che Joe Walsh abbia mai dato agli Eagles; scritta con l’amico Joe Vitale e cantata dallo stesso Walsh, Pretty Maids è semplicemente una delle tante, e indimenticabili, ballate presenti nel canzoniere dei nostri. La successiva Try And Love Again è invece scritta e cantata da Randy Meisner, che in quest’occasione diventata il suo saluto di commiato agli Eagles; è un canto appassionato, quello di Meisner, con quella tipica voce alta che a me piace tantissimo e che tanto ha caratterizzato il sound degli Eagles nella sua prima e trionfale parte di carriera.

Chiude il tutto quella che mi sembra la canzone meno riuscita dell’intero album, ovvero una ballata pianistica chiamata The Last Resort; non che sia brutta (a parte che il concetto di “brutta canzone” forse non può applicarsi agli Eagles) ma ha una costruzione alquanto tortuosa che la rende molto meno spontanea delle altre. Non le giova comunque una durata di oltre sette minuti e il fatto che sia la terza ballata di fila dopo Pretty Maids e Try And Love Again: forse un ordine diverso delle canzoni in scaletta, con una The Last Resort e con tutto il suo carico ecologista messi a metà del disco, avrebbe giovato all’attenzione dell’ascoltatore.

Piccola pecca, comunque, una delle poche, in un album come “Hotel California” che resta un punto di riferimento necessario per capire e apprezzare l’evoluzione della musica rock (e popolare) avvenuta in un decennio fondamentale come quello degli anni Settanta. Si potrebbe dibattere se “Hotel California” sia o non sia l’album più bello degli Eagles: non saprei dirlo, ma certamente è l’album che consiglierei a chiunque avesse intenzione di ascoltare un album degli Eagles per la prima volta.

-Mat