Parole per Giuliano

Mi manca Giuliano. Questo blog non è più la stessa cosa senza i suoi commenti che, dal 2009, arricchivano di fatto i post di Immagine Pubblica. Giuliano Bovo, questo il suo nome, è stato – penso di poterlo dire senza offendere nessuno – il mio miglior amico blogger. Ecco, se devo trovare un pregio, un’utilità, un solo motivo esistenziale valido per questo mio modesto blog è l’avermi dato la possibilità, il piacere e – credo ogni giorno sempre più – il privilegio di conoscere Giuliano.

Giuliano che non è più fra noi da giusto un anno, dal 27 novembre 2020. Giuliano che io non ho mai avuto modo d’incontrare di persona e che, ricordandomi ormai atrocemente di un’email in cui mi scrisse che “un giorno ce lo faremo quel discorso” (viso a viso, finalmente, a proposito d’un regista che abbiamo amato, Federico Fellini), so che ormai quel giorno non potrà mai essere. Giuliano, lui lombardo, che mi scrisse, in quell’email o forse in una delle altre che ogni tanto ci scambiavamo in quegli anni tra il 2009 e il 2018, che aveva uno zio a Cocullo, nel mio Abruzzo, e che quindi un nostro incontro sarebbe stato possibile.

Avrei potuto cercare di realizzarlo quell’incontro. Invitare Giuliano, tutto qui, perché no? Nel frattempo, io, avevo messo su famiglia. Sono diventato padre di due bambini, ho avuto meno tempo per il mio blog e soprattutto per il suo. In breve, ho trascurato quella nostra amicizia sì virtuale, mediata da un computer collegato in rete, eppure vitale e sincera come poche. Ero comunque felice per lui, perché aveva ripreso a scrivere di quello che più lo appassionava, il cinema e l’opera, dopo anni in cui – probabilmente disilluso – era rimasto inattivo come blogger. E questo ritorno, per me assai gradito, anche grazie a Giacinta, che qui saluto e ringrazio con affetto.

Anch’io, come Giuliano, ho ripreso a scrivere sul blog dopo un periodo di inattività, tra alti e bassi, tra disillusioni e disincanti (e ben sapendo che lui era ancora con me, tra i pochissimi, sempre presente) finché nel dicembre 2020 non ho pubblicato un post dedicato a “Disintegration“, il capolavoro dei Cure. Avrei voluto scriverne qualche altro nelle settimane seguenti ma, più il tempo passava, e più mi dicevo che quel titolo, “Disintegration”, era troppo perfetto per chiudere così Immagine Pubblica, un blog che avevo resuscitato nel 2016 ma che – dopo i canonici quattro anni di vita d’un blog (questo, pare, è quanto dicono le statistiche) – mi sembrava ormai giunto alla sua fine naturale.

I mesi passavano, la preoccupazione per la pandemia tuttora in corso mi attanagliava, il blog sembrava un vago ricordo. Non Giuliano, però. Anzi, proprio a lui, chissà poi perché, mi ritrovavo più a pensare quando mi chiedevo che cosa stessero facendo i miei amici, come se la stessero passando in quei mesi complicati. Un giorno di febbraio, infine, mi sono detto “fammi scrivere un’email a Giuliano, che è da tanto che non lo sento”. Prima di farlo, tuttavia, ho pensato che magari sarebbe stato meglio vedere cosa stesse scrivendo lui in quei giorni sui suoi blog, lasciargli qualche commento e quindi – una volta riannodato il filo d’un discorso che andava avanti da dieci anni – scrivergli in privato.

Tuttora provo un senso di grande smarrimento al solo pensare che, mentre mi accingevo a contattarlo, il mio amico era in realtà morto già da tre mesi. È un qualcosa che, a distanza di un anno da quella morte, faccio ancora fatica a razionalizzare, nonostante le belle parole di Giacinta e il suo continuo omaggio a Giuliano in quel blog a dir poco notevole – Il cavallo di Brunilde – che adesso conduce da sola. Giuliano mi manca. Ecco il punto. E forse è per questo motivo che sono ancora qua, sul blog, da solo. – Matteo

Dei miei progetti irrealizzati & di qualcos’altro

In due miei vecchi post – vedi QUI e QUI – avevo scritto d’un tema che mi ha sempre affascinato, quello dei progetti cinematografici/musicali irrealizzati. E’ un po’ il tema del what if, per dirla all’americana, ovvero del che cosa sarebbe successo se. A tal proposito mi ha toccato un’immagine che ho trovato per caso sul web, un disegno in cui Ayrton Senna esce illeso, sollevandosi con le sue stesse gambe, dal relitto della sua monoposto, dopo lo schianto alla curva del Tamburello in quel fatale 1° maggio 1994. Ieri è stato appunto il venticinquesimo anniversario della morte del grande campione di formula 1 brasiliano e, frugando un po’ in rete, mi sono imbattuto in quella immagine che tuttavia preferisco non riportare qui.

Che cosa sarebbe successo se… il campo delle ipotesi è qualcosa di potenzialmente infinito, se ne potrebbe scrivere una storia parallela per ogni fatto di questo mondo. Nel mio piccolo, anch’io – come credo tutti noi – ho i miei progetti irrealizzati, i miei personali what if, alcuni dei quali relativi a questo modesto blog, e del quale mi premeva parlare quando ho iniziato a scrivere il presente post. Ricollegandomi al post precedente, quello sulle ristampe in vinile degli album di David Sylvian, ad esempio, avrei voluto scrivere di “Gone To Earth”, la prima (e finora unica) di tali ristampe che sono andato allegramente a (ri)comprarmi; ecco, speravo di poterne scrivere qualcosa, ma non il solito post-recensione che caratterizza Immagine Pubblica quanto piuttosto una collezione di foto che avrei fatto a questa nuova edizione di “Gone To Earth” e che avrei postato in bella mostra qui. Ebbene, dopo un paio di scatti non proprio esaltanti ho abbandonato il proposito, relegandolo nel limbo dei progetti irrealizzati relativi a questo blog.

Anche l’aggiornare i primi due post summenzionati rientra nel campo in oggetto: continuamente sento parlare d’un regista che avrebbe dovuto girare un film ma che alla fine è stato sostituito da qualcun altro, d’un gruppo che avrebbe dovuto comporre la colonna sonora d’una pellicola che poi è stata realizzata da ben altro compositore, eccetera. Insomma, di materiale per revisionare e/o aggiornate questi miei vecchi scritti ce ne sarebbe un bel po’. Eppure prevale l’ignavia, quella mia indolenza così tipica di noi meridionali, o forse manca una reale ispirazione. Mi capita spesso di avere quelle che reputo delle buone idee per scrivere un post qui ma che, al momento dell’accendersi del computer dal quale sto scrivendo adesso, ho già ridimensionato, se non eliminato del tutto. Insomma, all’atto pratico, forse, quella mia idea non era poi così tanto buona. Forse avrei bisogno d’un coautore, d’un collaboratore. Di questi tempi, mi accontenterei anche di una brava segretaria.

E qui siamo alle prese con un altro dei miei progetti irrealizzati relativi a questo blog; forse, più che un progetto più o meno fattibile, è se non altro una mia vecchia fantasticheria, ovvero l’aprire Immagine Pubblica ad altri autori. Sì, insomma, non mi dispiacerebbe se questo blog emettesse una voce che non sia soltanto la mia, ecco. Potrebbe andare avanti col contributo di qualcun altro anche quando a me sembra – e la cosa mi capita sempre più spesso, in effetti – di non avere più molto altro da scrivere. Potrebbe essere questo post un modo per chiedere a qualche lettore col pallino delle recensioni musicali/cinematografiche o anche libresche che non abbia intenzione d’aprirsi un sito tutto suo di scrivere qualcosa qui? Massì, dài. Vediamo un po’ che succede. What if. – Matteo Aceto

Idee per un post di mezz’estate

Tornando ad occuparmi di questo modesto blog, colpevolmente dimenticato negli ultimi tempi, ho notato con un certo stupore che, nello scorso mese di luglio, sebbene io non vi abbia scritto un solo post che è uno, Immagine Pubblica ha fatto segnare il record di visite da quando è tornato online, su questa piattaforma, nel febbraio 2016. Insomma, questo blog va ormai avanti anche da solo, come una sorta di Frankenstein che mi diletta & mi atterrisce a un tempo.

Non ho ancora detto l’ultima parola, ovviamente, perché di idee per post futuri me ne restano parecchie (e alcune, ahimè, giacciono fra le bozze da diversi mesi); è che di recente sono diventato papà per la seconda volta, per cui di tempo per mettersi a scrivere con un certo criterio me ne resta davvero pochino. Tanto per dirne una, ho finalmente comprato le famose “Goldberg Variations” di Johann Sebastian Bach eseguite da Glenn Gould; ebbene, su tre volte che ho messo il ciddì nel lettore, quella santa donna di mia moglie ha richiesto il mio aiuto casalingo esattamente tre volte. Va bene così, ovviamente, ci sono delle priorità nella vita. E sono contentissimo per l’arrivo del bambino. Fatto sta che, però, non sono ancora riuscito ad ascoltarmi come si deve, e per intero, quel celebre & celebrato lavoro del pianista canadese. Se pensavo di scrivere un post ad hoc sulle “Goldberg Variations” si sarà da aspettare, ecco.

Così come nel caso de “La Dolce Vita” di Federico Fellini, che ho avuto modo di rivedermi su divuddì negli ultimi tempi (quasi tre ore di film spalmate nell’arco di una settimana, tanto per dire): pensavo di scriverne un post, finalmente, ma ad oggi ho già perso l’ispirazione migliore. Voglio dire, parlando d’un capolavoro del cinema come quello, non me la sento di buttare giù le prime righe che mi vengono in mente tanto per aggiornare questo blog.

Mi auguro comunque di tornare presto in azione, magari già nel corso di agosto o più probabilmente a settembre, un mese per me sempre molto caro, un mese che mi ha dato sempre la sensazione della ripartenza, della vita che ricomincia. E così, che altro dire, buona prosecuzione d’estate a tutti, ci aggiorniamo quanto prima. – Matteo Aceto

Un ricordo, un punto della situazione e qualcos’altro

Lo so, oggi è il primo anniversario della morte di David Bowie, così come l’altro ieri è stato il settantesimo anniversario della sua nascita, e qualcosa in proposito dovrei pur scrivere su questo modesto blog. Stavo rimaneggiando un mio vecchio scritto a proposito di “Low”, uno degli album del nostro che più amo, tuttavia non sono ancora dell’umore giusto. Infatti, da un anno a questa parte si è scritto & detto molto su David Bowie, e la cosa non può che farmi piacere. Sono semplicemente colto da un leggerissimo sospetto: che non avrei molto altro da aggiungere.

Al pari dei Beatles, di Bob Dylan e di pochi altri ancora, David Bowie è oggetto di studi in ogni parte del mondo e di bei libri sulla sua vicenda artistica e/o umana ne sono usciti parecchi. Uno che mi attrae da molti anni ma che finora non ho ancora letto è “Bowie in Berlin: A New Career In A New Town”, scritto da Thomas Jerome Seabrook e pubblicato in Italia dalla Arcana col titolo ben più ruffiano di “La trilogia berlinese” (2014). Un libro che invece ho comprato molti anni fa e che mi sento di consigliare a qualsiasi appassionato del lavoro (più che della vita) di David è l’enciclopedico “The Complete Bowie” di Nicholas Pegg, un testo che reputo fondamentale per apprezzare a dovere le molte sfaccettature di una carriera fenomenale come poche.

La mia è un’edizione Arcana del 2005 ma, di recente, il buon Pegg ha ampliato ancora la volta il discorso, arrivando così a includere tutte le informazioni sugli album “The Next Day” (2013) e “Blackstar” (2016) che mancavano per ovvi motivi cronologici dalla precedente edizione. In questo caso, credo, dovrebbe aver scritto l’edizione definitiva del suo interessantissimo libro. Aspetterò, ad ogni modo, una traduzione italiana dell’opera – che dovrebbe comparire in libreria a breve – per valutarne il (ri)acquisto, anche se credo proprio che si trattino di soldi ben spesi.

Cosa posso dire, per il resto? Beh, che fu proprio la morte di David Bowie – per me davvero scioccante – a indurmi a tornare a scrivere come blogger. Pensa & ripensa, e meno di un mese dopo avevo fatto risorgere Immagine Pubblica, un blog che avevo cancellato al principio del 2012 senza alcuna lungimiranza. Non per il suo intrinseco valore, ci mancherebbe, ma perché quella di blogger è un’attività che tutto sommato mi piace e mi ha fatto incontrare (purtroppo soltanto virtualmente) persone decisamente interessanti, con le quali ho condiviso e discusso apertamente i miei interessi. Sono grato a quelli che da un annetto a questa parte mi hanno letto, si sono iscritti al blog, vi hanno lasciato un commento o anche soltanto un “mi piace”. Non ho sempre ricambiato, anzi, e di questo me ne dispiace. Ormai tengo famiglia e il tempo a mia disposizione è quello che è. Comunque, il poco tempo che passiamo “insieme” attraverso Immagine Pubblica è per me assai gradito. Spero che lo sia anche per voi. – Matteo Aceto