Bohemian Rhapsody: il film sui Queen finalmente in lavorazione

Bohemian Rhapsody Rami Malek Freddie MercuryTanto il sito dei Queen quanto quello del loro chitarrista, Brian May, ci stanno tenendo aggiornati sulla lavorazione del film “Bohemian Rhapsody”, il biopic sulla stessa band inglese, che a questo punto dovrebbe essere distribuito nelle sale nell’autunno 2018. Sì insomma, dopo dieci anni buoni di preproduzione, tra sceneggiatori & attori che andavano e venivano (per la parte di Freddie Mercury si era parlato di Sacha Baron Cohen ma anche di un certo Johnny Depp, mentre una prima stesura era stata scritta da Peter Morgan), il film a cui è stato dato il titolo della più formidabile canzone dei Queen, Bohemian Rhapsody per l’appunto, è finalmente una realtà.

Il regista è Bryan Singer, newyorkese, classe 1965, già dietro la cinepresa per i film della serie “X-Men”, oltre che per “Operazione Valchiria” e “Superman Returns”. Era stato anche coinvolto nella produzione della celebre serie “Dr. House”, se non ho capito male. E se alla sceneggiatura troviamo Justin Haythe (quello di “Revolutionary Road” di Sam Mendes) e Anthony McCarten (quello de “La teoria del tutto” di James Marsh), ad interpretare i quattro componenti originali dei Queen abbiamo finalmente il cast al gran completo: Gwilym Lee sarà Brian May, Ben Hardy sarà il batterista Roger Taylor, Joseph Mazzello sarà il bassista John Deacon e Rami Malek sarà Freddie Mercury (nella foto sopra, la prima foto ufficiale diffusa dalla produzione, anche se mi sembra un po’ ritoccata). Ci saranno inoltre Lucy Boynton e Allen Leech ad interpretare, rispettivamente, la fidanzata storica e il manager personale di Freddie Mercury. Ammetto candidamente d’ignorare tutti questi nomi coinvolti nel casting, saprei giusto dire qualche parola in più su Rami Malek, ma solo perché interpretando Freddie Mercury ha il ruolo più in vista e perciò se ne è parlato di più.

Californiano d’origine egiziana, classe 1981, il buon Malek è noto per aver interpretato il protagonista della serie tivù “Mr. Robot” (della quale non sapevo assolutamente nulla fino a qualche giorno fa), oltre che aver preso parte a un paio di film della serie “Una notte al museo”. Con ogni probabilità, insomma, il rischioso ruolo che gli è stato affidato, quello di un personaggio ormai così impresso nella cultura popolare come Freddie Mercury, sarà il ruolo della sua vita. Staremo a vedere.

Nel cast, infine, pare proprio che ci sia anche Mike Myers, già celebre tra i fan dei Queen per aver interpretato il protagonista in “Wayne’s World”, dove la stessa canzone Bohemian Rhapsody ha una parte memorabile nella buffa vicenda filmica narrata. Ammetto che negli ultimi tempi i biopic (come si chiamano ora i film che riguardano una biografia) sui protagonisti della musica non mi hanno affascinato più di tanto; tanto per dirne una, mi sono stupito della mia stessa indifferenza con la quale ho accolto “Miles Ahead”, il biopic su Miles Davis del 2015 diretto & interpretato da Don Cheadle.

Eppure tutto questo gran parlare di “Bohemian Rhapsody” attraverso i siti ufficiali legati ai Queen ha risvegliato la mia curiosità. Non so esattamente come si svolgerà la vicenda, so soltanto che riguarderà gli anni 1970-1985, quindi dalla fondazione della band a Londra, in quel lontano 1970, al trionfo del Live Aid del luglio 1985. Ed è proprio con la storica esibizione dei Queen al Live Aid che sono iniziate le riprese. Prima dell’autunno 2018, ne sono certo, avremo comunque modo di riparlarne.

-Mat

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Woody Allen, “Interiors”, 1978

woody-allen-interiors-locandinaNon so voi ma spesso l’idea di leggermi un libro, di sentirmi un disco o di guardare un film resta a decantare nella mia mente per mesi se non addirittura per anni. E così, ad esempio, un film di Woody Allen che “prima o poi dovrò guardare”, ovvero quell'”Interiors” del quale vorrei trattare in questo post, l’ho visto soltanto di recente, dopo anni che ripetevo a me stesso – per l’appunto – un convinto “prima o poi dovrò guardarlo”. Per farlo, tuttavia, ho dovuto acquistarne una copia in divuddì, dato che in tivù un film come “Interiors” non passa mai.

Essendo un grande appassionato del cinema di Woody Allen, anche se avrò visto la metà di tutti i film che ha fatto (ma quanti saranno?! ormai ho perso il conto), non potevo certo non imbattermi in “Interiors” che nella storia artistica del nostro si colloca come il suo primo film drammatico, risalente addirittura al 1978, quando Woody era reduce dai fasti d’un capolavoro come “Io e Annie” (forse il suo film più bello… forse…) e si apprestava a realizzare quell’altro colpo da maestro chiamato “Manhattan” (1979).

Insomma, schiacciato – per così dire – tra due commedie come “Io e Annie” e “Manhattan”, che restano due dei film più popolari e amati di Woody Allen, un’opera come “Interiors”, che qui possiamo definire per sommi capi come drammatica, austera, poetica e perfino silenziosa, non poteva che restarsene trascurata nel suo cantuccio, come un’estemporanea botta di seriosità che il nostro s’è voluto concedere tra una risata e l’altra in quei creativamente fervidi anni Settanta.

Eppure, in qualche modo, un film come “Interiors” tracciava il futuro: tutti noi sappiamo che nella lunga filmografia di Woody Allen, soprattutto in quella più recente, di film drammatici se ne trovano ormai un bel po’. Ecco perché, nel complesso di un ipotetico curriculum filmico, un’opera come “Interiors” non stona affatto, a differenza di quello che possono aver percepito gli spettatori del 1978.

E’ un film che a me è piaciuto molto, questo “Interiors”, e l’averlo comprato per potermelo rivedere con calma ogni volta che ne avrò voglia me lo rende anche più prezioso. Le protagoniste del film sono tre sorelle (anticipando forse un film che verrà, “Hannah e le sue sorelle”, del 1986, un altro dei capolavori alleniani, a mio modesto parere), tre sorelle molto diverse alle prese con la separazione dei propri genitori e la conseguente depressione della madre. Una madre, interpretata in maniera eccellente da Geraldine Page, che ha fatto della deformazione professionale (lei è un’arredatrice d’interni, da qui il titolo – anche se ha pure contorni simbolici – del film) uno stile di vita applicato a sé e alla sua famiglia.

Quando il marito le annuncia la separazione, va in pezzi non soltanto lei ma anche tutta quella fortezza di ghiaccio nella quale aveva collocato un marito in carriera e tre bambine diventate donne molto in fretta. I pezzi di ghiaccio colpiscono tutti e cinque i protagonisti, ognuno alla sua maniera, con risvolti psicologicamente molto interessanti, secondo la mia modestissima opinione.

Un film alla Bergman, si è detto di “Interiors”, alla luce d’una influenza che Woody Allen non ha mai negato. Al cinema di Ingmar Bergman, infatti, il nostro non si è ispirato soltanto nell’uso della cinepresa (che conferisce a certe scene un effetto quadro che io ho sempre ritenuto ammirevole, soprattutto nel cinema di Federico Fellini, un altro che con Bergman ha più d’un punto in contatto) ma anche, fra le altre cose, nell’uso dell’audio, tanto che in “Interiors” non c’è praticamente nessuna colonna sonora in sottofondo, nemmeno nei titoli di testa e di coda.

Definito dallo stesso Allen e senza mezzi termini come il classico passo più lungo della gamba, un film del genere non ha soddisfatto né le aspettative del pubblico e né quelle del suo autore, che ha dichiarato di non essere riuscito a esprimere con “Interiors” quello che aveva da dire. E la cosa potrebbe sembrare ironica di per sé pensando al personaggio intepretato nel film dalla brava Mary Beth Hurt, quella che fra le tre sorelle è meno riuscita ad esprimere se stessa. Avere tutto un mondo dentro e non trovare i mezzi per esternarlo. Ecco il punto centrale, che evidentemente ha riguardato lo stesso Woody Allen alle prese con questo suo primo film drammatico, e che evidentemente può affascinare anche il più smaliziato degli spettatori nel 2016. O almeno, uno come me.

-Mat

Michael Jackson’s THIS IS IT

michael-jackson-this-is-it-immagine-pubblica-blogGiovedì scorso sono andato al cinema per vedermi finalmente “This Is It”, il film sulle prove dei concerti che Michael Jackson avrebbe dovuto tenere a Londra fra il luglio del 2009 e la prima metà del 2010. Sappiamo tutti com’è andata, del resto questo film non sarebbe mai uscito se il destino di Michael fosse stato un po’ più clemente.

Ovviamente, il film di “This Is It” – regia di Kenny Ortega, lo stesso scelto da Michael per i suoi spettacoli londinesi – è stato realizzato per le sale cinematografiche col preciso intento di far soldi… un mucchio di soldi. Ragion per cui ammetto di essermi recato al cinema con mille riserve. Temevo un certo cattivo gusto, così tipicamente americano, nel proporre film su grandi personaggi scomparsi, così come una retorica celebratoria & piagnona che sicuramente m’avrebbe dato fastidio. Nulla di tutto questo, con mia grande sorpresa: “This Is It” è proprio quello che la pubblicità promette, ovvero le prove – e nient’altro che quelle – del mastodontico pop-rock show nel quale Michael Jackson sarebbe stato grande protagonista alla O2 Arena di Londra a partire dallo scorso 13 luglio.

Nel film – una riduzione di centododici minuti di una mole di materiale girato lunga almeno cento ore, fra l’aprile e il giugno scorso – vediamo quindi Michael, i suoi musicisti, i suoi ballerini e i suoi coreografi provare allo Staples Center di Los Angeles gli atti d’uno spettacolo che l’avrebbe senz’altro rilanciato come grande cantante e performer (del resto, ciò che Michael è sempre stato). Pur se magro, troppo magro, Jackson sembra molto entusiasta del progetto, ce la sta mettendo tutta, ed è molto lucido: sa esattamente quello che vuole e lo spiega benissimo ai suoi collaboratori, che l’assecondano in tutto e per tutto. Assistiamo quindi alle varie coreografie che Michael preparava per le sue canzoni (in pratica una coreografia diversa per ognuno dei suoi storici successi), compresi gli effetti speciali già realizzati per certe soluzioni più eleborate: nuove proiezioni video per Smooth Criminal (un autentico mini-film dove il nostro è alle prese col duro Humphrey Bogart e la bellissima Rita Hayworth), per They Don’t Care About Us (una marea di soldati-ballerini in marcia), per Earth Song (una bambina che vaga in una sorta di eden presto distrutto dalle macchine costruite dall’uomo) e soprattutto per Thriller. In quest’ultimo caso è stato ricostruito un intero cimitero con tanto di morti che escono dalle tombe, il tutto arricchito da stupefacenti effetti di computer-grafica tridimensionali.

Effetti speciali e coreografie spettacolari a parte, ciò che più mi ha emozionato del film è stato però l’ascoltare & il vedere Michael Jackson cantare & ballare le sue canzoni per l’ultima volta; in tal senso tutta la sequenza che ci mostra il nostro alle prese con Human Nature basta forse da sola a giustificare i soldi spesi per il biglietto. Così come assistere a tutto il processo creativo attorno a The Way You Make Me Feel. Giuro che al termine di alcune canzoni mi veniva l’impulso di applaudire…

In definitiva posso affermare che “This Is It” m’è piaciuto davvero, molto più di quanto mi sarei aspettato. E’ una visione che consiglio a tutti gli ammiratori di Michael Jackson, che sicuramente non ne resteranno delusi. Forse solo un pochino commossi.

– Mat

Woody Allen, “Basta che funzioni”, 2009

woody-allen-basta-che-funzioni-immagine-pubblica-blogLa dolce Antonella & io, ieri sera, siamo andati in un multisala a vederci il nuovo film di Woody Allen, “Whatever Works – Basta che funzioni”. Sapevo che con questo film, dopo una parentesi europea (ambientazioni inglesi per “Scoop” e “Match Point”, spagnole per “Vicky Cristina Barcelona”), il celebre attore/regista tornava alla sua città, New York, teatro delle sue storie più famose & apprezzate.

E in effetti, a New York, Woody Allen sembra ritrovare un’ispirazione comica e una maniera di fare cinema che apprezzo maggiormente: questo “Basta che funzioni” è un tipico film di Woody Allen, tanto che mi sono chiesto come mai non vi abbia recitato, dato che il protagonista della storia – un candidato Nobel per la fisica ormai ritirato, misantropo, cinico, afflitto da ipocondria e tendente al suicidio – sembra tagliato su misura per lui. Tuttavia l’attore protagonista, Larry David, è stato così bravo che il film funziona anche senza vedere la faccia e le movenze impacciate di Woody.

E’ un film sugli anticonformisti che diventano conformisti e viceversa, con una morale di fondo che sa di sopravvivenza più che di speranza, ‘basta che funzioni’, per l’appunto. E così, alla fine, tutto torna a posto, tutto riacquisisce quell’equilibrio necessario affinché le nostre vite di gente comune possano procedere serenamente. Consigliatissimo agli appassionati di Woody Allen.

– Mat

Visioni felliniane: l’incontro col cardinale

federico-fellini-8-e-mezzo-immagine-pubblica-blogVedendo & rivedendo “8 1/2”, quello che reputo il film più bello di Federico Fellini, resto sempre colpito dagli incontri che il protagonista – interpretato da Marcello Mastroianni – fa col cardinale, entrambi in cura nella grande stazione termale toscana.

Gli incontri sono quattro: due senza contatto diretto e altri due di persona. L’ultimo è il mio preferito, quello che avviene nella saletta appositamente riservata al cardinale per i fanghi. Il protagonista, un regista in crisi chiamato Guido Anselmi, ottiene finalmente udienza privata dal cardinale, dopo tante & inutili raccomandazioni da parte dei suoi collaboratori e del produttore del film. La sequenza, in bianco e nero come tutto il resto del film, è d’una visionarietà eccezionale, con il protagonista che non si vede più e del quale si sente solo la voce…

-Soltanto cinque minuti – gli dice il monsignore che l’accoglie.

-Eminenza, io non sono felice – dice il regista al cardinale, che ha un’immagine spettrale dietro un telo per proteggerne la nudità.

-Perché dovrebbe essere felice? Il suo compito non è questo. Chi ha detto che si viene al mondo per essere felice? – replica il cardinale mentre si avvia alle sue cure riservate, dopodiché gli fa una breve predica con citazioni latine, un monito a non abbandonare la civitas dei. Dopodiché il regista è respinto da una feritoia che si chiude e dal vapore che ne esce.

Questa sequenza si trova all’incirca dopo un’ora dall’inizio del film ed è uno degli episodi che più amo fra i molti & memorabili proposti dal cinema di Fellini. Credo che parli della distanza della Chiesa, della sua inaccessibilità verso chi ha un orientamento diverso nei confronti della vita, di una sua incapacità d’ascoltare realmente chi si rivolge ad essa partendo dal basso.

Ma che cos’è la felicità, poi? Ce lo dice Ennio Flaiano, sempre per bocca di Guido Anselmi nello stesso film: la felicità consiste nel poter dire la verità senza far mai soffrire nessuno.

– Mat

Ridley Scott, “Blade Runner – The Final Cut”, 2007

ridley-scott-blade-runner-the-final-cutLa settimana scorsa, in un centro commerciale dalle mie parti, ho trovato l’ultima versione di “Blade Runner”, classico della fantascienza di Ridley Scott datato 1982, in doppio dvd e per giunta all’allettante cifra di 8 euro e 90. Ho deciso di (ri)fare l’acquisto, anche perché “Blade Runner” è uno dei miei film preferiti.

Questa versione, chiamata “The Final Cut”, è un secondo ‘director’s cut’ ad opera di Ridley Scott ed è, a quanto pare, la versione definitiva, così come piace al regista, di un film controverso e ricco di sequenze girate che, nel corso degli anni, sono state inserite, scartate, non impiegate, corrette… il tutto producendo almeno sei o sette versioni differenti dello stesso film.

Dopo aver girato tutte le scene, per buona parte del 1981, il primo montaggio di “Blade Runner” dava vita ad un lungo e tetro film di ben quattro ore: nella Los Angeles del 2019 – una città sporca, piovosa, con gente ammassata dappertutto ma con la solitudine nel cuore – un poliziotto, Rick Deckard (interpretato da Harrison Ford) è a caccia di alcuni androidi (o replicanti, come vengono chiamati nel film) fuggiti dalle colonie oltremondo dove venivano impiegati per i lavori pesanti. Deckard ha l’ingrato compito di eliminarli uno ad uno ma, come il film lascia intuire a mano a mano che si procede con la storia, anch’egli è un replicante.

Quando il film venne editato per la sua prima distribuzione cinematografica, nel 1982, la produzione lo ritenne troppo cupo e disperato – oltre che troppo enigmatico – per vantare un facile appeal commerciale: e così, fregandosene del parere di Ridley Scott, si provvide ad inserire la voce narrante di Harrison Ford che chiariva le scene, si tagliarono diverse sequenze violente ma soprattutto si girò un nuovo finale, in parte impiegando alcune scene scartate dal film “Shining” (1980) di Stanley Kubrick, in modo che gli spettatori potessero godersi un rassicurante happy ending.

Ai botteghini, “Blade Runner” fu un flop anche perché il grande pubblico preferì la storia ben più rassicurante di “E.T.” (1982) di Steven Spielberg, uscito praticamente insieme al film di Scott. Ma “Blade Runner” è uno di quei film destinati a far parlare di sè per anni, anche perché è un’opera nettamente in anticipo sui tempi. Infatti il film inizia a dar vita ad un seguito di appassionati che ne faranno un film di culto: le versioni su vhs per il mercato domestico, infatti, contengono già diverse scene aggiunte e il film acquisisce maggior risalto col passare degli anni. Finché, nel 1991, lo stesso Ridley Scott fa uscire sul mercato una nuova versione di “Blade Runner”, il “Director’s Cut”, che elimina la voce fuori campo ma ripristina il finale originale – molto enigmatico ma al tempo stesso affascinante – e alcune sequenze che erano state tagliate dalla prima versione cinematografica, come l’immagine dell’unicorno, che da sola costituisce la prova più evidente che Deckard sia un replicante.

Il film, tuttavia, conteneva alcuni errori: i troppi tagli del girato avevano confuso un po’ le scene, inoltre la lunga lavorazione aveva fatto sì che il film sforasse il budget previsto e pertanto la parte finale della lavorazione venne condotta con una certa faciloneria. Questo “The Final Cut” che ora ha fatto trionfalmente ingresso nella mia videoteca compensa in gran parte a quegli errori e, cosa ancora più mirabile, è di una qualità video davvero strepitosa: non ho mai visto un film così nitido e ben definito, è una vera gioia per gli occhi! Perché è questo il principale merito di “Blade Runner”, secondo me: a parte i suoi interrogativi filosofici – che cos’è umano, che cosa si intende per vita, dove sta andando la civiltà – la visione di questo film è un autentico spettacolo, le sue immagini sono di grande effetto, con la musica di Vangelis che sottolinea splendidamente ogni scena saliente.

L’unica cosa per la quale questo “The Final Cut” mi ha un po’ deluso è la minima quantità di scene aggiunte: ce ne sono ma poi nemmeno molte – o comunque nessuna davvero notevole – mentre alcune altre sono state ridimensionate. Insomma, il buon Ridley Scott ha fatto la stessa operazione che ha compiuto per il “Director’s Cut” di “Alien”, uscito nel 2003: ha aggiunto sì qualche sequenza ma ne ha tagliuzzate delle altre, per cui il film non è affatto più lungo della versione precedente. Questo a fronte di numerose scene eliminate – che forse un po’ per scherno – ci vengono mostrate nel secondo dvd di “The Final Cut”, dove si parla della creazione di questo capolavoro della fantascienza, come sfondo alle interviste alla troupe e ai produttori del film.

Più che altro, questo “The Final Cut” è il perfezionamento definitivo del “Director’s Cut” del 1991, ed è l’opera complessiva così come piace al suo regista, Ridley Scott. A questo punto mi sta bene così, perché a parte tutto “Blade Runner” resta uno dei miei film preferiti, stavolta disponibile in una risoluzione audio/video davvero da applausi.

– Mat

Il Cavaliere Oscuro… forse un po’ troppo…

il-cavaliere-oscuro-immagine-pubblica-batmanPremetto che non sono mai stato un appassionato di fumetti, né tanto meno degli improbabili supereroi americani che per lo più li popolano. L’unico per il quale ho sempre nutrito un certo fascino è Batman, creato da Bob Kane, forse perché è il supereroe più umano di tutti, è semplicemente un miliardario figo che si traveste da pipistrello e che, grazie ai suoi dollaroni, si fa fare su misura costume & armi personalizzate per dare la caccia ai lestofanti della sua città, Gotham City.

Premetto che ho visto tutti gli episodi cinematografici della serie di “Batman”, dai primi due insuperabili capitoli, diretti dal grande talento visionario di Tim Burton, fino a “Batman Begins”, uscito nel 2005 e diretto dall’inglese Christopher Nolan.
E sempre Nolan è il regista dell’ultimo (o meglio, più recente) episodio legato alle avventure dell’uomo pipistrello, “The Dark Knight”, film che sta ottenendo uno straordinario successo in tutto il mondo.

Sono andato a vedermelo ieri sera, con mio fratello e un po’ di amici, dato che il mercoledì il cinema costa quattro euro. Il film non è nemmeno male, solo che dura due ore e mezzo (l’ultima mezzora non ce la facevo proprio più…) e a tratti risulta davvero molto noioso. Probabilmente per via della trama, molto ingarbugliata e a mio parere fin troppo corale. Sono infatti troppi gli attori ai quali viene riservato lo spazio principale… a momenti vediamo di più il commissario Gordon – interpretato da un irriconoscibile Gary Oldman – che lo stesso Batman, anche in questo caso, come nel precedente “Batman Begins”, interpretato da Christian Bale.
Devo dire che Heath Ledger – l’attore australiano recentemente scomparso – è stato davvero bravo: è la prima volta che lo vedo in un film (poverino, aveva ventottanni quando è morto, non credo che abbia fatto molti film…) e la sua interpretazione del Joker è stata davvero grande.
Per contro, in questo “The Dark Knight”, abbiamo la bat-eroina meno figa che si sia vista: se nel primo “Batman” c’era Kim Basinger e poi, a seguire, si sono avvicendate Michelle Pfeiffer, Nicole Kidman, Uma Thurman e Katie Holmes (evvabbene, la signora Cruise non è certo una strafiga ma almeno è piacente & carina…), qui abbiamo una certamente non irresistibile Maggie Gyllenhaal, che, da ex amante di Batman / Bruce Wayne in “Batman Begins”, è passata al procuratore distrettuale Harvey Dent, impegnatissimo a dare la caccia anch’egli ai tanti lestofanti che si aggirano per Gotham City.

Proprio costui, Harvey Dent, viene da tutti – e specialmente da Batman – indicato come un grand’uomo, una speranza, un esempio per tutti i cittadini… e francamente non se ne capisce il perché, né se ne conoscono i meriti. Ma è tutto il resto della trama ad essere confuso: praticamente ci sono i loschi affari fra la mafia italoamericana – il cui personaggio più in vista è interpretato da Eric Roberts – e quella cinese e in cui Joker e la sua banda vi s’intromettono creando scompiglio. Ripeto la mia impressione, il film è fin troppo corale: ad esempio, la parte del pur bravissimo Morgan Freeman è francamente inutile, così come quella di Cillian Murphy che interpreta il ridicolo Scarecrow nelle prime sequenze del film e poi non lo si vede più. Anche i due o tre imitatori di Batman che si vedono all’inizio del film contribuiscono a fare confusione.

Anche l’aspetto psicologico pecca: se c’era un odio profondo di Batman per il Joker era che quest’ultimo aveva ucciso i suoi genitori (così come si vedeva nel primo “Batman”, quello burtoniano del 1989), mentre qui il Joker appare come un delinquente in più, uno dei tanti, e nemmeno fin troppo antagonista, dato che di mezzo ci sono i (tanti) mafiosi a rompere le palle agli sbirri e a Batman. Batman che ha sempre una fastidiosa raucedine quando parla, come se la bat-tuta che indossa gli stringesse la gola.

Altre cose che non ho gradito sono le ambientazioni e la fotografia: spesso le scene interne si svolgono in grandi ambienti vetrati e desolatamente spogli, troppe scene si svolgono alla luce del giorno (i primi due “Batman” burtoniani erano decisamente – e superbamente – notturni…) e Gotham City è davvero fin troppo anonima.

Insomma, “The Dark Knight” non mi è sembrato per niente quel capolavoro di film che vogliono farci credere: ai bat-fanatici incalliti non dovrebbe dispiacere ma due ore & mezza di trama fitta fitta di personaggi sono davvero troppe!

– Mat

Julien Temple, “Joe Strummer – The Future Is Unwritten”, 2007

joe-strummer-film-clash-immagine-pubblicaMiracolosamente, il docufilm di Julien Temple su Joe Strummer, “The Future Is Unwritten”, è arrivato anche in una sala cinematografica abruzzese, precisamente al Massimo di Pescara. La proiezione si è tenuta ieri sera e… non me la sono fatta scappare!

Antonella & io arriviamo per tempo, alle ventiettrenta, di fronte ad un botteghino già molto affollato: un quantitativo di gente che non mi aspettavo di trovare ma che mi ha fatto molto piacere di vedere. Quando entriamo in sala riusciamo per fortuna a trovare due comodi posti nelle file centrali ma entro le ventuno, ora d’inizio della proiezione, la sala è già piena.

Il docufilm di Temple parte già alla grande, con la storica ripresa (in bianco & nero) di Joe che registra la sua voce solista sulla base strumentale – che in quel momento ascolta solo lui, in cuffia – di White Riot, il primo singolo dei Clash. Poi entra prepotentemente & selvaggiamente il resto della musica, con le immagini che stavolta passano al cortile di casa Mellor (il vero cognome del nostro) dove troviamo il piccolo Joe a giocare col fratellino maggiore David. Queste immagini iniziali sono fra le poche che mi hanno veramente emozionato: non avevo mai visto quelle sequenze amatoriali (a colori) del giovane Strummer, così come le foto e le immagini dei suoi genitori. Tutto il film scorre cronologicamente, dall’origine nella middle-class inglese alla resurrezione artistica del nostro con la sua ultima band, The Mescaleros, passando per gli anni in collegio, il periodo da squatter a Londra, l’esplosione del fenomeno punk, il suo passaggio dagli 101ers ai Clash, l’epopea di questi ultimi, gli anni di smarrimento nella seconda metà degli Ottanta.

Una storia complessa & affascinante, narrata oltre che dalle stesse parole di Joe (prese dalle sue interviste radio e/o televisive) anche da quelle persone – musicisti o tizi comuni – che più sono state in contatto con lui, fra cui: i tre ex Clash Mick Jones (in ottima forma & a suo agio), Topper Headon e Keith Levene (ma non clamorosamente Paul Simonon, chissà perché…), Tymon Dogg, Steve Jones dei Sex Pistols, Don Letts, Courtney Love, amici d’infanzia e compagni hippy e/o squatter, le sue due mogli – Gaby e Luce – più una serie d’interventi di gente che a mio avviso c’entra ben poco, come quel ruffianone onnipresente di Bono Vox. Che cavolo c’entra Bono con Joe Strummer?! Altri interventi ci mostrano invece gli attori Matt Dillon, Steve Buscemi e Johnny Depp e il regista Martin Scorsese.

E’ molto bello che la maggior parte di questi interventi si svolga attorno ad un falò sulla spiaggia, come piaceva fare a Joe per ritrovarsi e confrontarsi con gli amici più cari. Uno dei pochi che non appare di fronte al caldo scoppiettare delle fiamme è Mick Jones, che parla del suo rapporto artistico e umano con Strummer dal grattacielo in cui viveva da solo con la nonna, nella seconda metà degli anni Settanta. Grande Mick, da sempre il mio Clash preferito! Anche il manager-mentore dei Clash, il controverso Bernie Rhodes, dice la sua, col suo classico taglio polemico & aggressivo, anche se i suoi interventi sono soltanto vocali (credo telefonici), su alcune immagini di repertorio.

“The Future Is Unwritten” è quindi un ottimo documento per conoscere la vita privata & artistica di Joe Strummer, non manca nessun aspetto: il dolore per la perdita del fratello David, gli anni giovanili errabondi, la storia dei Clash ovviamente, le colonne sonore realizzate per il cinema (come “Walker”), le parti che Joe ha recitato per lo stesso cinema (come “Mystery Train” di Jim Jarmusch, che anch’egli contribuisce coi suoi ricordi attorno al falò), i suoi programmi radiofonici condotti per la BBC a cavallo fra gli anni Novanta e Duemila (spesso come colonna sonora abbiamo proprio i pezzi che Joe sceglieva, introducendoli con la sua inconfondibile voce), fino alla sua esibizione coi Mescaleros nell’autunno del 2002, per supportare la causa dei pompieri in sciopero, un’esibizione che vide anche la partecipazione (a sorpresa) di Mick Jones per un paio di pezzi dei Clash. Altre sequenze davvero emozionanti!

A parte clamorose assenze – una su tutte, come detto, Paul Simonon, ma anche i produttori Mikey Dread (peraltro morto pochi giorni fa…) e Bill Price, nonché Martin Slattery dei Mescaleros – l’unico grande punto debole che ho trovato in “The Future Is Unwritten” è la sua verbosità. Una valanga di parole, da quelle dei già numerosi ospiti attorno al falò a quelle dello stesso Joe, con la musica che quasi sempre resta un mero sottofondo. Una valanga di informazioni che danno sì un profilo abbastanza completo di Joe Strummer ma che risultano eccessivamente compresse in due ore di visione. Insomma, va pure bene la prima volta che vediamo il film, ma le altre volte? Dov’è la musica? C’è da dire che, almeno nei titoli, essa è abbastanza rappresentativa dei vari periodi artistici di Joe: ascoltiamo quindi (anche se per pochi secondi ognuna) Keys To Your Heart dei 101ers, White Riot, London Calling, Magnificent Seven, Rock The Casbah e altri classici dei Clash, estratti dalle colonne sonore di “Walker”, “Permanent Record” e “When Pigs Had Flies” (non sono sicuro che quest’ultimo titolo sia esatto, la musica resta tuttora inedita), Tony Adams , Johnny Appleseed e Willesden To Cricklewood dei Mescaleros. Insomma, i titoli non mancano ma li si ascolta veramente per pochi secondi, quasi sempre come sottofondo alle parole.

Altri aspetti che ho gradito poco – e dei quali francamente non ho visto l’utilità – sono stati gli inserti di sequenze tratte dal bel cartone animato de “La fattoria degli animali” e del film “1984”, entrambi presi dalle notevoli opere letterarie omonime di George Orwell. Potrebbero anche fare scena ma per me sono inutili.

In definitiva, penso che “The Future Is Unwritten” sia un ottimo racconto per chi vuole conoscere Joe Strummer sapendone veramente poco, o per chi volesse avere una guida visuale della sua carriera. Ma per chi conosce già la storia di Joe e consuma da anni album quali “London Calling” e “Sandinista!” questo film rappresenta solo un simpatico & gradito diversivo. A tratti pure un po’ noioso.

– Mat

Anton Corbijn, “Control”, 2007

anton-corbijn-controlFinalmente ieri sera ho visto “Control”, l’atteso film di Anton Corbijn sulla vita di Ian Curtis, il tormentato leader dei Joy Division morto suicida nel 1980. Film che è uscito nelle sale sul finire del 2007, che sta continuando ad aggiudicarsi premi e riconoscimenti ma che da noi, nella comalsolito arretrata Italia, non è nemmeno stato distribuito. Me lo disse un negoziante di dischi in tempi non sospetti, ‘a Mattè, l’Italia è l’Africa dell’Europa!’. E come dargli torto? Ma vabbé, polemiche a parte, passiamo al film.

Un mio amico smanettone s’è scaricato “Control” nelle settimane scorse, dopodiché mio fratello s’è fatto fare una copia in divvuddì, copia che ieri sera, per l’appunto, è finita nel mio vecchio caro portatile. E così, imbacuccatissimo a letto per via dell’influenza che mi ha tormentato in questi ultimi giorni, mi sono sparato questo film tutto d’un fiato, nella versione originale, senza sottotitoli.

E’ un film magistralmente girato in bianco e nero, dove lo stile del regista, Anton Corbijn – uno dei più acclamati fotografi/scenografi rock (io ho imparato ad apprezzarlo negli anni per le sue tante collaborazioni coi Depeche Mode) – è perfettamente riconoscibile. Le ambientazioni – ovvero Manchester & sobborghi fra il 1973 e il 1980 – sono ben fatte, un po’ meno i costumi, soprattutto per quanto riguarda l’attore che impersona Peter Hook, il bassista dei Joy Division, che pare vestire come se fosse una delle solite band fintopunk di derivazione Green Day. Ma a proposito di attori, è stato veramente bravissimo il giovane Sam Riley, quello che impersona lo stesso Ian Curtis, bravissimo nell’interpretarlo in tutti i mutevoli stati emotivi dell’angustiato cantante, dalla presenza sul palco con la band alle improvvise crisi epilettiche, passando per gli sconfortanti momenti di solitudine. Per giunta gli somiglia pure fisicamente! Altrettanto bravissima – e in questo caso me l’aspettavo perché ho avuto modo d’apprezzarla in altri film – è Samantha Morton, che qui interpreta Deborah Curtis, la moglie di Ian, autrice del libro biografico “Touching From A Distance” dal quale Corbijn ha poi tratto la storia del film (per la gioia dei fan joydivisioniani questo libro è stato tradotto anche in italiano… almeno quello ce lo siamo cagati…). Incredibilmente somigliante all’originale è anche l’attore che interpreta Bernard Sumner, il chitarrista dei Joy Division, in seguito nei New Order con gli stessi Peter Hook e Stephen Morris. Ecco, l’attore che impersona quest’ultimo, il batterista del gruppo, è quello meno caratterizzato nel film, ma c’è da dire che gli stessi New Order sono (stati) persone molto poco appariscenti, per cui forse Corbijn non è riuscito a cavare molto dalla collaborazione effettiva della band (che ha anche composto dei brevi interludi strumentali come colonna sonora) e della stessa vedova Curtis.

La poca caratterizzazione dei personaggi è per me il vero punto debole di “Control”, film che gioca più sulle sensazioni scaturite dalle immagini (e il bianco & nero scelto per la pellicola è azzeccatissimo) che sulla psicologia dei protagonisti, per quanto (e lo ripeto) i due attori principali – la Morton e Riley – sono stati bravissimi. Un altro punto debole di “Control” è la lentezza della storia: mi aspettavo più dinamismo, confesso che a tratti la visione del film mi ha annoiato.

Altra cosa che mi ha convinto a metà è stata la colonna sonora: ottimo David Bowie – lo si ascolta un sacco nella prima parte del film e lo si vede molto come poster & ritagli & dischi nella cameretta di Ian – ma veramente non ho capito perché soltanto due sono le canzoni originali dei Joy Division che si ascoltano nel film, vale a dire le pur splendide Love Will Tear Us Apart e Atmosphere. Le altre sono infatti eseguite dagli stessi attori che interpretano i Joy Division: sono stati bravi anche in questo caso, per carità, ma io ho visto questo film principalmente per sentirmi i pezzi originali dei miei amati Joy Division! Eccheccazzo!

Però, tuttosommato, ammetto che è stato piacevole vedere la storia di Ian Curtis e dei Joy Division in forma di film e mi dispiace davvero che “Control” non sia uscito nel circuito cinematografico italiano.

Ah, ultima cosa, mi sono emozionato quando scorrevano i titoli di coda (con Shadowplay rifatta dai Killers e non nella versione originale, sgrunt, ma lasciamo perdere…) e fra i ringraziamenti il buon Anton ha incluso Martin L. Gore dei Depeche Mode. Gli amici non si dimenticano mai!

– Mat