Disney, le prime immagini del nuovo “Dumbo” di Tim Burton

Disney Dumbo Tim Burton Immagine PubblicaSi parlava d’un remake di “Dumbo” affidato a Tim Burton da almeno un paio d’anni e finalmente, proprio oggi, la Disney ha svelato le prime immagini del film – che uscirà comunque nel marzo 2019, per cui ci sarà da aspettare ancora un po’ – in un bel teaser trailer che è possibile guardare QUI.

Da quanto mostrato nel minuto & venti di questo trailer mi sembra che il tutto sia decisamente promettente: un mix tra fiaba, dimensioni oniriche e immagini circensi alla Federico Fellini che reca l’inconfondibile marchio di Tim Burton, ovvero uno dei miei registi preferiti. Sempre nel trailer, oltre all’elefantino volante dagli occhi blu re-immaginato dal regista californiano, vediamo inoltre gli attori protagonisti della storia, ovvero Colin Farrell (che avevo perso un po’ di vista negli ultimi anni e che, a dirla tutta, non mi è mai piaciuto granché), Michael Keaton (che aveva già lavorato con Burton in tre film a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta, tra cui “Batman”) e quindi la bellissima Eva Green, anch’essa apparsa in diversi film burtoniani, soprattutto quelli di produzione più recente. Si vede anche Danny DeVito (anch’egli in precedenti film di Burton), mentre la musica è affidata nuovamente a Danny Elfman, un compositore che sta a Tim Burton come Nino Rota stava a Federico Fellini.

Meno rassicurante, almeno per me, è la sceneggiatura affidata a un certo Ehren Kruger, che francamente non conosco ma che “vanta” nel suo curriculum diversi film della saga “Transformers”. Vabbè, staremo a vedere. Ho già mostrato il trailer del nuovo “Dumbo” a mia figlia, di cinque anni di età, e già entusiasta della prossima proposta burtoniana, lei che è una grande fan del film originale del 1941, che mi ha “costretto” a ripetute visioni vicine al centinaio quando le abbiamo regalato una copia in divuddì del celeberrimo cartone animato.

Non resta che attendere marzo, quindi, sperando vivamente che la vena creativa di Tim Burton possa trarne beneficio in futuro per ulteriori progetti simili. Come è noto, infatti, la Disney, già da qualche anno, è impegnata in tutta una serie di remake dove alle ormai inevitabili immagini animate al computer vengono abbinate sequenze di attori in carne ossa. E così, dopo i vari “Cenerentola”, “La Bella & La Bestia” ma anche due “Alice In Wonderland” diretti proprio da Tim Burton, seguiranno “Dumbo” nel 2019 e “Mulan” nella prossima decade. Avremo di che emozionarci, insomma. E’ quello che si spera, quanto meno. – Matteo Aceto

Prince, John Coltrane e quei piacevoli ritrovamenti musicali

Prince Piano & A Microphone Immagine PubblicaTra ieri e oggi ho avuto la conferma di due ghiotte pubblicazioni discografiche a proposito di due tra i miei artisti preferiti, Prince e John Coltrane. Nel caso di Prince, proprio ieri, in quello che sarebbe stato il sessantesimo compleanno del folletto di Minneapolis,  la Warner Bros ha annunciato la pubblicazione – prevista per il 21 settembre – di “Piano & A Microphone 1983”, ovvero una raccolta di nove registrazioni effettuate da Prince per solo piano e voce, per l’appunto, di altrettante canzoni, più o meno note, tra le quali Purple Rain (che vedrà quindi la luce con l’album eponimo uscito l’anno seguente, il 1984) e Strange Relationship (in una sorta d’anteprima del futuro, dato che il brano sarebbe apparso soltanto nel 1987, sull’album “Sign O The Times“). Tutte registrate nel corso del 1983, ovviamente, e tutte nell’atmosfera informale del suo studio casalingo.

John Coltrane Both Directions Immagine PubblicaE se con Prince facciamo un salto indietro nel tempo di ben trentacinque anni, con John Coltrane torniamo indietro di ulteriori vent’anni, e precisamente al 6 marzo 1963, quando il leggendario sassofonista – accompagnato da quello che resta il suo gruppo più formidabile (e probabilmente più amato), ovvero il quartetto formato con McCoy Tyner (piano), Jimmy Garrison (basso) e Elvin Jones (batteria) – mise su nastro un vero e proprio album rimasto inedito per tutti questi anni. In uscita per la Impulse! già il 29 di questo mese, il disco è stato intitolato “Both Directions At Once: The Lost Album” dal figlio del sassofonista, Ravi Coltrane. Ancora una volta, l’incisione del quartetto storico di Coltrane è avvenuta ai Van Gelder Studios di Hackensack, nel New Jersey, nel corso di un anno nel quale Coltrane – con o senza i suoi fidati musicisti – aveva dato alle stampe un album con Duke Ellington, uno con Johnny Hartman (ne abbiamo parlato QUI) e un altro di sole ballate per quartetto. Insomma, nella testa e tra le mani di John Coltrane passava a quel tempo un flusso di creatività, una vera e propria corrente, nella quale qualcosa andava inevitabilmente trascinato via e quindi ritenuto perso. Si deve quindi alla prima moglie di Coltrane, quella Naima immortalata anche in un brano eponimo dello stesso, il recente ritrovamento d’un nastro con ben sette brani e le relative “alternative takes”.

E se il “nuovo” disco di Prince dura appena trentacinque minuti, quello di Coltrane sarà disponibile anche in una versione deluxe che conterrà, in un ciddì, le sette esecuzioni “master” e, in un secondo ciddì, altrettante versioni alternative, tra cui quattro diverse registrazioni di Impressions. Anche “Piano & A Microphone 1983” sarà in verità disponibile in un’elegante deluxe edition ma il contenuto musicale resta lo stesso per entrambe le versioni (quella deluxe offre infatti anche la stampa in vinile, oltre a quella su ciddì, più un libro fotografico ad hoc).

Insomma, per quanto mi riguarda, si tratta di materiale notevole che merita certamente l’acquisto; e se nel caso di Prince mi dovrebbe bastare l’edizione standard dell’album, nel caso di Coltrane sono molto più orientato sull’acquisto dell’edizione deluxe. Di certo torneremo presto a parlarne, in post dedicati e più approfonditi. – Matteo Aceto

Woody Allen, “Interiors”, 1978

woody-allen-interiors-locandinaNon so voi ma spesso l’idea di leggermi un libro, di sentirmi un disco o di guardare un film resta a decantare nella mia mente per mesi se non addirittura per anni. E così, ad esempio, un film di Woody Allen che “prima o poi dovrò guardare”, ovvero quel “Interiors” del quale vorrei trattare in questo post, l’ho visto soltanto di recente, dopo anni che ripetevo a me stesso – per l’appunto – un convinto “prima o poi dovrò guardarlo”. Per farlo, tuttavia, ho dovuto acquistarne una copia in divuddì, dato che in tivù un film come “Interiors” non passa mai.

Essendo un grande appassionato del cinema di Woody Allen, anche se avrò visto la metà di tutti i film che ha fatto (ma quanti saranno?! ormai ho perso il conto), non potevo certo non imbattermi in “Interiors” che nella storia artistica del nostro si colloca come il suo primo film drammatico, risalente addirittura al 1978, quando Woody era reduce dai fasti d’un capolavoro come “Io e Annie” (forse il suo film più bello… forse…) e si apprestava a realizzare quell’altro colpo da maestro chiamato “Manhattan” (1979).

Insomma, schiacciato – per così dire – tra due commedie come “Io e Annie” e “Manhattan”, che restano due dei film più popolari e amati di Woody Allen, un’opera come “Interiors”, che qui possiamo definire per sommi capi come drammatica, austera, poetica e perfino silenziosa, non poteva che restarsene trascurata nel suo cantuccio, come un’estemporanea botta di seriosità che il nostro s’è voluto concedere tra una risata e l’altra in quei creativamente fervidi anni Settanta.

Eppure, in qualche modo, un film come “Interiors” tracciava il futuro: tutti noi sappiamo che nella lunga filmografia di Woody Allen, soprattutto in quella più recente, di film drammatici se ne trovano ormai un bel po’. Ecco perché, nel complesso di un ipotetico curriculum filmico, un’opera come “Interiors” non stona affatto, a differenza di quello che possono aver percepito gli spettatori del 1978.

E’ un film che a me è piaciuto molto, questo “Interiors”, e l’averlo comprato per potermelo rivedere con calma ogni volta che ne avrò voglia me lo rende anche più prezioso. Le protagoniste del film sono tre sorelle (anticipando forse un film che verrà, “Hannah e le sue sorelle”, del 1986, un altro dei capolavori alleniani, a mio modesto parere), tre sorelle molto diverse alle prese con la separazione dei propri genitori e la conseguente depressione della madre. Una madre, interpretata in maniera eccellente da Geraldine Page, che ha fatto della deformazione professionale (lei è un’arredatrice d’interni, da qui il titolo – anche se ha pure contorni simbolici – del film) uno stile di vita applicato a sé e alla sua famiglia.

Quando il marito le annuncia la separazione, va in pezzi non soltanto lei ma anche tutta quella fortezza di ghiaccio nella quale aveva collocato un marito in carriera e tre bambine diventate donne molto in fretta. I pezzi di ghiaccio colpiscono tutti e cinque i protagonisti, ognuno alla sua maniera, con risvolti psicologicamente molto interessanti, secondo la mia modestissima opinione.

Un film alla Bergman, si è detto di “Interiors”, alla luce d’una influenza che Woody Allen non ha mai negato. Al cinema di Ingmar Bergman, infatti, il nostro non si è ispirato soltanto nell’uso della cinepresa (che conferisce a certe scene un effetto quadro che io ho sempre ritenuto ammirevole, soprattutto nel cinema di Federico Fellini, un altro che con Bergman ha più d’un punto in contatto) ma anche, fra le altre cose, nell’uso dell’audio, tanto che in “Interiors” non c’è praticamente nessuna colonna sonora in sottofondo, nemmeno nei titoli di testa e di coda.

Definito dallo stesso Allen e senza mezzi termini come il classico passo più lungo della gamba, un film del genere non ha soddisfatto né le aspettative del pubblico e né quelle del suo autore, che ha dichiarato di non essere riuscito a esprimere con “Interiors” quello che aveva da dire. E la cosa potrebbe sembrare ironica di per sé pensando al personaggio interpretato nel film dalla brava Mary Beth Hurt, quella che fra le tre sorelle è meno riuscita ad esprimere se stessa. Avere tutto un mondo dentro e non trovare i mezzi per esternarlo. Ecco il punto centrale, che evidentemente ha riguardato lo stesso Woody Allen alle prese con questo suo primo film drammatico, e che evidentemente può affascinare anche il più smaliziato degli spettatori nel 2016. O almeno, uno come me. – Matteo Aceto

Progetti cinematografici irrealizzati

film irrealizzatiUn vecchio articolo del 15 novembre 2009, che lessi su La Repubblica, riportava di una mostra dedicata al cinema di Tim Burton – che si teneva al Museum of Modern Art di New York – dove si potevano ammirare i disegni, gli schizzi, le sceneggiature, i pupazzi, gli elementi scenografici e i costumi usati per i film realizzati dal celebre regista. Ma anche per quelli irrealizzati. La mia curiosità venne stuzzicata da tre diversi film che il regista aveva in mente ma che, per un motivo o per l’altro, sono rimasti allo stadio di idee più o meno avanzate: “Superman Lives”, “La maschera del demonio” (remake dell’omonimo film di Mario Bava) e “Ripley, believe it or not”.

Nel primo caso si tratta ovviamente del famoso supereroe dei fumetti; a quanto pare la fantasia cupamente visionaria di Tim Burton ha spaventato i produttori hollywoodiani che, alla fine, hanno deciso di affidare il progetto del redivivo Superman ad altre mani. Per quanto riguarda “Ripley”, invece, cito un brano dell’articolo originale che riporta un’intervista allo scenografo Dante Ferretti: “Prima di fare ‘Sweeney Todd’, per il quale avrei vinto il secondo Oscar con Francesca Lo Schiavo, avevo già preparato con Tim Burton un filmone da 180 milioni di dollari, intitolato ‘Ripley, believe it or not’ e dedicato alla storia di un giornalista americano, Ripley appunto, che andava alla ricerca dei fenomeni più strani, dalla persona alta due metri e mezzo fino all’unicorno. Avrebbe dovuto essere ambientato negli anni Trenta, con flashback nel 1800 e nel 1400 in Cina, e quindi viaggiammo fra Londra, New York e Shanghai, lungo un lavoro di preparazione di cinque mesi. Quando, all’ultimo momento, quel film saltò, io avevo già disegnato tutto. Allora Tim, terribilmente dispiaciuto, mi offrì di fare una cosa che sarebbe costata ‘appena’ cinquanta milioni di dollari: ‘Sweeney Todd'”.

Il caso di Tim Burton non è certamente isolato nella lunga storia del cinema. Credo che ogni grande regista abbia fantasticato a fondo su un film tanto ambìto quanto impraticabile nella realtà dei fatti. In un vecchio post avevo già citato uno Stanley Kubrick alle prese con “Napoleon”, film biografico su Napoleone Bonaparte: una ventina d’anni spesa in ricerche, consulenze, appunti, correzioni di bozze e quant’altro che nel 2009 è stato documentato in un’imponente iniziativa editoriale suddivisa in ben nove volumi. Un altro progetto kubrickiano incompiuto riguarda un film sull’olocausto degli ebrei, “Aryan Papers”, iniziato nel 1989 se non ricordo male, e quindi abbandonato non appena Steven Spielberg distribuì il suo “Schindler’s List” nel 1993. Spielberg che comunque realizzò un progetto altrimenti accantonato dallo stesso Kubrick: “A.I. – Artificial Intelligence”, uscito nel 2001 ma in realtà concepito da Stanley già un decennio prima.

Tuttavia Kubrick (che, come si sarà capito, ruminava l’idea d’un film per anni) riuscì a precedere altri nella trasposizione filmica del romanzo “Arancia Meccanica” di Anthony Burgess. A quanto pare, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, sia i Rolling Stones che David Bowie pensarono di trarne un film che, molto probabilmente, sarebbe stato più un’opera musicale, forse proprio una specie di musical, che un film vero e proprio. Comunque la realizzazione d’un capolavoro riconosciuto come l'”Arancia meccanica” di Kubrick  – e le polemiche che ne seguirono – dovettero aver spento parecchio l’entusiasmo iniziale di Bowie, Jagger e soci.

Un altro grande regista noto per i suoi tempi lunghi, Sergio Leone, progettava negli anni Ottanta un altro film che aveva sullo sfondo la guerra di secessione americana (1861-65); del film, intitolato “Un posto che solo Mary conosce”, è stata resa pubblica una prima sceneggiatura solo nel 2004, sul mensile Ciak. Leone, a causa della sua improvvisa morte nel 1989, non riuscì quindi a girare un film che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto figurare come protagonisti Richard Gere e Mickey Rourke.

Un’altra morte prematura, quella di Pier Paolo Pasolini, è intervenuta ad impedire la realizzazione d’un film. In questo caso si tratta di “Porno-Teo-Kolossal” – pensato come una collaborazione con Eduardo De Filippo – ma anche come secondo capitolo di una ‘trilogia della morte’ (in opposizione a una ‘trilogia della vita’, formata da “Il Decameron”, “I racconti di Canterbury” e “Il Fiore delle Mille e Una Notte”) appena accennata con “Salò” (1975), l’ultimo film pasoliniano ad essere stato girato.

E che dire dell’ormai celebre “Il Viaggio di G. Mastorna” di Federico Fellini? Un film che il genio di Rimini ha fantasticato almeno dal 1965 fino agli ultimi anni della sua vita ma che, alla fine, ha fruttato un set inutilizzato (lo si vede all’inizio di “Block-notes di un regista”, un corto del 1969), un fumetto disegnato da Milo Manara, e un omonimo romanzo ricavato dalla sceneggiatura originale, scritta con Dino Buzzati e Brunello Rondi. Oltre che una citazione in giudizio sia da parte del produttore originale, Dino De Laurentiis, che dall’attore che avrebbe dovuto interpretare il protagonista, Ugo Tognazzi. Mi piacerebbe approfondire il “caso Mastorna” di Fellini in uno specifico post, più in là (anche se lo dico da anni… sarà forse un post irrealizzato?). Vale però la pena citare un altro progetto felliniano che non s’è materializzato: in “Intervista”, un film-documentario del 1987, si possono vedere alcuni set d’una progettata ma quindi incompiuta versione filmica dell”America” di Franz Kafka.

Infine alcune mancate partecipazioni a film che comunque sono stati fatti: Sergio Leone rifiutò di dirigere “Il Padrino”, così come Spielberg accantonò l’offerta per “Lo Squalo 2”. Steve McQueen non fece in tempo ad interpretare “La guardia del corpo” (che slittò fino al 1992, con Kevin Costner al suo posto), mentre Jean Jacques Annaud non ritenne Robert De Niro adatto per il ruolo dell’inquisitore ne “Il Nome della Rosa”. Ricordo di aver letto anche, da qualche parte, di una Michelle Pfeiffer che rifiutò il ruolo della protagonista in “Il Silenzio degli Innocenti” (che fu quindi di Jodie Foster) e che, per il ruolo del Joker del primo “Batman”, quello di Tim Burton del 1989, si era preso in considerazione – qualora Jack Nicholson non avesse accettato – sia Tim Curry (e ce lo avrei visto bene) che David Bowie. E che dire di “Boxing Helena”, il bizzarro e inquietante film del 1993 di Jennifer Chambers Lynch? Diverse attrici – tra cui Kim Basinger (che pagò pure una penale) e Madonna – rifiutarono di farsi immortalare senza arti, in un discusso ruolo shock che quindi fu di Sherilyn Fenn.

Sono tutti esempi, questi ultimi, di film effettivamente realizzati e distribuiti nelle sale; tuttavia, con quei registi/attori citati al posto di quelli compresi nel cast definitivo, forse avremmo visto al cinema delle opere finali radicalmente diverse. Di questi casi, comunque, se ne possono trovare a centinaia nella storia del cinema e in quella delle grandi case di produzione hollywoodiane, basta anche curiosare sul sito IMDB. In questo post ho riportato soltanto i primi esempi che mi sono venuti in mente, o quelli di cui ho letto e che mi hanno incuriosito di più, qualsiasi altra aggiunta fra i commenti sarà molto gradita, in qualsiasi momento. – Matteo Aceto

C’erano cose che volevo dire…

Aspettando l’ispirazione necessaria a completare un terzetto di post che giace fra le bozze di Immagine Pubblica da fin troppo tempo, ecco un po’ di cose che volevo dire (beh, vabbè, scrivere…) senza occupare molto spazio per ognuna di esse. L’ordine è del tutto casuale & opinabile, i vari punti che seguono non hanno nessuna precisa connessione fra di loro… in generale si parla di musica, film & libri… ma tu guarda un po’!

I Genesis sono entrati nella Rock and Roll Hall of Fame… e ‘sti cazzi, potrebbe dire qualcuno. In effetti, anche a me, queste cerimonie, queste parate oserei dire, mi lasciano sempre abbastanza indifferente. Tuttavia, mi ha fatto piacere rivedere Steve Hackett assieme ai vecchi colleghi Tony Banks, Phil Collins e Mike Rutherford. Mancava il solito Peter Gabriel, impegnato coi preparativi del suo tour, così s’è detto… certo che una serata a mangiare & bere in un albergo di New York non è che lo avrebbe intralciato più di tanto. Un po’ stronzo, dài. A parte tutto, comunque, mi piacerebbe proprio sentire un nuovo disco realizzato dalla combinazione (chi c’è c’è, non me ne importa nulla) di questi signori.

Ho visto il tanto atteso “Alice In Wonderland” di Tim Burton, ovviamente in 3D… che dire… un po’ deludente. A volte manca proprio ritmo & tensione narrativa, il 3D non è che qui compie chissà quali prodigi, il tutto è un po’ troppo colorato per un film di Burton. Ok, è una produzione Disney, ma resta pur sempre un film di Tim Burton. Insomma, sì, mi aspettavo di più.

Dopo aver visto l’episodio Agenzia matrimoniale tratto dal film “L’amore in città”, ho finalmente visto TUTTE le opere filmiche girate da Federico Fellini! Mi ero promesso di approfondire alcune di queste singole visioni in specifici post ma ammetto di non averlo ancora fatto. E’ che, vedendo & rivedendo le opere di Fellini, scopro ogni volta qualcosa in più, per cui correrei il rischio di scrivere qualcosa che poi andrebbe corretto di lì a poco. Ci proverò comunque, probabilmente mi serve più tempo.

Ovviamente sono felicissimo per la doppietta Ferrari allo scorso GP del Bahrain, il primo della stagione. La prima vittoria di Fernando Alonso, al debutto in Ferrari. Sono soddisfazioni (soprattutto dopo un’annata deludente come quella del 2009)!

Ho sentito l’ultimo disco dei Gorillaz, “Plastic Beach”… non male… sono rimasto particolarmente colpito da Stylo, edito come primo singolo. Stavo addirittura per comprarmelo, “Plastic Beach”, l’avevo già preso e mi stavo perfino dirigendo alla cassa per pagare. Poi ho pensato ai quindici euro & novanta necessari all’acquisto e ho pensato subito dopo che erano troppi per un disco del genere. Ci ripenserò non appena lo metteranno nella categoria ‘nice price’.

La Beggars Banquet ha da poco ristampato alcuni suoi titoli in formato deluxe; le nuove edizioni si chiamano ‘Omnibus Edition’ e, fra quelle che ho potuto vedere nelle rivendite, vi sono alcuni dischi dei Bauhaus e alcuni dei Cult. In particolare, di questi ultimi è stata riproposta una versione di “Love” comprendente ben quattro ciddì: uno con l’album originale, uno coi brani aggiunti, uno con demo & rarità e infine un altro con un concerto dell’epoca. E il prezzo era molto interessante, ventitré euro per quattro dischi… pur avendo già il ciddì standard di “Love” ci farò un pensierino.

Sto faticosamente leggendo “Scritti corsari” di Pier Paolo Pasolini: allora, il libro – che è una raccolta di articoli che il nostro scrisse fra il 1973 e il ’75 per varie testate editoriali – è assai illuminante e profetico. Una lettura piuttosto amara, avara però d’ironia e di leggerezza che mi ha fatto rallentare di molto lo scorrere dei miei occhi sulle pagine di “Scritti corsari”. Ho però l’intenzione di finirlo a breve.

Sono arrivato all’inquietante peso degli ottanta chilogrammi, un record per me. Mi sa che un ritorno in palestra (l’ultima volta risale al 2006) mi farebbe un gran bene…

Infine, per concludere, sono sicuro che non pubblicherò un altro post prima di Pasqua, per cui… ne approfitto ora per augurare buona Pasqua a tutti quelli che mi hanno seguito fin qui. Alla prossima, ciao! – Matteo Aceto

Michael Jackson’s THIS IS IT

michael-jackson-this-is-it-immagine-pubblica-blogGiovedì scorso sono andato al cinema per vedermi finalmente “This Is It”, il film sulle prove dei concerti che Michael Jackson avrebbe dovuto tenere a Londra fra il luglio del 2009 e la prima metà del 2010. Sappiamo tutti com’è andata, del resto questo film non sarebbe mai uscito se il destino di Michael fosse stato un po’ più clemente.

Ovviamente, il film di “This Is It” – regia di Kenny Ortega, lo stesso scelto da Michael per i suoi spettacoli londinesi – è stato realizzato per le sale cinematografiche col preciso intento di far soldi… un mucchio di soldi. Ragion per cui ammetto di essermi recato al cinema con mille riserve. Temevo un certo cattivo gusto, così tipicamente americano, nel proporre film su grandi personaggi scomparsi, così come una retorica celebrativa & piagnona che sicuramente m’avrebbe dato fastidio. Nulla di tutto questo, con mia grande sorpresa: “This Is It” è proprio quello che la pubblicità promette, ovvero le prove – e nient’altro che quelle – del mastodontico pop-rock show nel quale Michael Jackson sarebbe stato grande protagonista alla O2 Arena di Londra a partire dallo scorso 13 luglio.

Nel film – una riduzione di centododici minuti di una mole di materiale girato lunga almeno cento ore, fra l’aprile e il giugno scorso – vediamo quindi Michael, i suoi musicisti, i suoi ballerini e i suoi coreografi provare allo Staples Center di Los Angeles gli atti d’uno spettacolo che l’avrebbe senz’altro rilanciato come grande cantante e performer (del resto, ciò che Michael è sempre stato). Pur se magro, troppo magro, Jackson sembra molto entusiasta del progetto, ce la sta mettendo tutta, ed è molto lucido: sa esattamente quello che vuole e lo spiega benissimo ai suoi collaboratori, che l’assecondano in tutto e per tutto. Assistiamo quindi alle varie coreografie che Michael preparava per le sue canzoni (in pratica una coreografia diversa per ognuno dei suoi storici successi), compresi gli effetti speciali già realizzati per certe soluzioni più eleborate: nuove proiezioni video per Smooth Criminal (un autentico mini-film dove il nostro è alle prese col duro Humphrey Bogart e la bellissima Rita Hayworth), per They Don’t Care About Us (una marea di soldati-ballerini in marcia), per Earth Song (una bambina che vaga in una sorta di eden presto distrutto dalle macchine costruite dall’uomo) e soprattutto per Thriller. In quest’ultimo caso è stato ricostruito un intero cimitero con tanto di morti che escono dalle tombe, il tutto arricchito da stupefacenti effetti di computer-grafica tridimensionali.

Effetti speciali e coreografie spettacolari a parte, ciò che più mi ha emozionato del film è stato però l’ascoltare & il vedere Michael Jackson cantare & ballare le sue canzoni per l’ultima volta; in tal senso tutta la sequenza che ci mostra il nostro alle prese con Human Nature basta forse da sola a giustificare i soldi spesi per il biglietto. Così come assistere a tutto il processo creativo attorno a The Way You Make Me Feel. Giuro che al termine di alcune canzoni mi veniva l’impulso di applaudire…

In definitiva posso affermare che “This Is It” m’è piaciuto davvero, molto più di quanto mi sarei aspettato. E’ una visione che consiglio a tutti gli ammiratori di Michael Jackson, che sicuramente non ne resteranno delusi. Forse solo un pochino commossi.

Woody Allen, “Basta che funzioni”, 2009

woody-allen-basta-che-funzioni-immagine-pubblica-blogLa dolce Antonella & io, ieri sera, siamo andati in un multisala a vederci il nuovo film di Woody Allen, “Whatever Works – Basta che funzioni”. Sapevo che con questo film, dopo una parentesi europea (ambientazioni inglesi per “Scoop” e “Match Point”, spagnole per “Vicky Cristina Barcelona”), il celebre attore/regista tornava alla sua città, New York, teatro delle sue storie più famose & apprezzate.

E in effetti, a New York, Woody Allen sembra ritrovare un’ispirazione comica e una maniera di fare cinema che apprezzo maggiormente: questo “Basta che funzioni” è un tipico film di Woody Allen, tanto che mi sono chiesto come mai non vi abbia recitato, dato che il protagonista della storia – un candidato Nobel per la fisica ormai ritirato, misantropo, cinico, afflitto da ipocondria e tendente al suicidio – sembra tagliato su misura per lui. Tuttavia l’attore protagonista, Larry David, è stato così bravo che il film funziona anche senza vedere la faccia e le movenze impacciate di Woody.

E’ un film sugli anticonformisti che diventano conformisti e viceversa, con una morale di fondo che sa di sopravvivenza più che di speranza, ‘basta che funzioni’, per l’appunto. E così, alla fine, tutto torna a posto, tutto riacquista quell’equilibrio necessario affinché le nostre vite di gente comune possano procedere serenamente. Consigliatissimo agli appassionati di Woody Allen. – Matteo Aceto

Visioni felliniane: l’incontro col cardinale

Vedendo & rivedendo “8 1/2”, quello che reputo il film più bello di Federico Fellini, resto sempre colpito dagli incontri che il protagonista – interpretato da Marcello Mastroianni – fa col cardinale, entrambi in cura nella grande stazione termale toscana.

Gli incontri sono quattro: due senza contatto diretto e altri due di persona. L’ultimo è il mio preferito, quello che avviene nella saletta appositamente riservata al cardinale per i fanghi. Il protagonista, un regista in crisi chiamato Guido Anselmi, ottiene finalmente udienza privata dal cardinale, dopo tante & inutili raccomandazioni da parte dei suoi collaboratori e del produttore del film. La sequenza, in bianco e nero come tutto il resto del film, è d’una visionarietà eccezionale, con il protagonista che non si vede più e del quale si sente solo la voce…

-Soltanto cinque minuti – gli dice il monsignore che l’accoglie.

-Eminenza, io non sono felice – dice il regista al cardinale, che ha un’immagine spettrale dietro un telo per proteggerne la nudità.

-Perché dovrebbe essere felice? Il suo compito non è questo. Chi ha detto che si viene al mondo per essere felice? – replica il cardinale mentre si avvia alle sue cure riservate, dopodiché gli fa una breve predica con citazioni latine, un monito a non abbandonare la civitas dei. Dopodiché il regista è respinto da una feritoia che si chiude e dal vapore che ne esce.

Questa sequenza si trova all’incirca dopo un’ora dall’inizio del film ed è uno degli episodi che più amo fra i molti & memorabili proposti dal cinema di Fellini. Credo che parli della distanza della Chiesa, della sua inaccessibilità verso chi ha un orientamento diverso nei confronti della vita, di una sua incapacità d’ascoltare realmente chi si rivolge ad essa partendo dal basso.

Ma che cos’è la felicità, poi? Ce lo dice Ennio Flaiano, sempre per bocca di Guido Anselmi nello stesso film: la felicità consiste nel poter dire la verità senza far mai soffrire nessuno. – Matteo Aceto

Visioni felliniane

Fra il 2007 e il 2008 ho avuto l’impulso definitivo nell’accogliere a braccia aperte la musica di Miles Davis, dopo alcuni anni di lento ma inesorabile avvicinamento alla sua arte e alla sua figura. Per me Miles Davis è l’artefice della musica più visionaria & straordinaria che io abbia mai avuto il piacere di sentire. Probabilmente non è affatto per caso che di lì a poco ho provato il bisogno d’un altro grande artista del Novecento, altrettanto visionario & straordinario, che potesse accontentare anche i miei occhi: Federico Fellini. Tralasciando per il momento Miles – del quale mi sono già occupato qui ma sempre del quale mi piacerebbe rioccuparmene a breve – passo così a Federico, o meglio alle mie visioni dei suoi film.

La prima opera felliniana che ho visto è stata “La Dolce Vita”, su videocassetta originale prestatami da uno zio, ai tempi dell’università: m’ero stufato di ascoltare studenti – o presunti tali – che parlavano solo di telefilm e di reality show, e così iniziai spesso a fare tuffi nel passato, perché sapevo che per quanto riguardava l’arte e lo spettacolo il passato era stato ben più glorioso. Qualche tempo dopo ebbi il grande piacere di guardare “8 1/2” in tivù: purtroppo il film veniva proiettato in terza (o forse quarta…) serata, ma lasciamo perdere (per ora) il discorso complesso sulla cattiva televisione. Un altro grande passo lo feci uno o due anni dopo, quando mi decisi a comprare a scatola chiusa “Amarcord”, il solo divuddì felliniano che trovavo di frequente nelle rivendite (e soprattutto al prezzo ragionevolissimo dei dieci euro). Finché, come detto sopra, è definitivamente esplosa la mia manìa per i film di Fellini, per cui mi sono proposto di vedermeli tutti, prima o poi, senza fretta ma inesorabilmente. E di comprarmeli tutti, originali, si capisce, man mano che il mio portafogli me lo potrà permettere & il mercato mi garantirà la reperibilità dei titoli.

Quel che segue è l’elenco in ordine cronologico dei film di Federico Fellini (come regista) che ad oggi ho avuto l’immenso piacere di vedere.

  • “I Vitelloni” (1953): un vero classico del cinema italiano, con un titolo mutuato direttamente da un’espressione abruzzese utilizzata da Ennio Flaiano, all’epoca assiduo collaboratore del nostro in veste di sceneggiatore e soggettista. Un film dalle tematiche ancora attualissime e nel quale mi sono riconosciuto non poco.
  • “La Strada” (1954): un film che ha valso a Fellini il primo Oscar della sua straordinaria carriera cinematografica. E’ un film molto profondo e toccante, con una Giulietta Masina – moglie del regista – veramente da applausi.
  • “La Dolce Vita” (1960): un film superbamente attuale, un vero pezzo di storia del cinema, uno di quei film entrati nell’immaginario collettivo, tanto che l’espressione dolce vita è usata così com’è in tutto il mondo.
  • “8 1/2” (1963): secondo molti critici è questo il vero capolavoro felliniano (e io, nel mio piccolo, sono d’accordo). Non vorrei dilungarmi molto su questo filmone in cui vi ho trovato praticamente TUTTO e al quale mi piacerebbe dedicare un post più in là.
  • “Roma” (1972): qui Fellini mostra i suoi sentimenti, i suoi ricordi e le sue impressioni sulla più bella città d’Italia, il tutto però – bisogna dirlo – nel rumore più completo, nella caciàra, come dicono i romani. E’ comunque un altro filmone che apprezzo un po’ di più ad ogni visione.
  • “Amarcord” (1973): altro bel filmone, un altro gran capolavoro del cinema, anch’esso premiato con l’Oscar come miglior film straniero (negli USA, ovvio). Anche di questo mi piacerebbe scrivere qualcosa in uno specifico post.
  • “Il Casanova” (1976): un gigantesco talento visionario alle prese con la vita pubblica & privata del latin lover per eccellenza.
  • “La Città Delle Donne” (1980): quel gigantesco talento visionario di cui sopra stavolta alle prese con l’universo femminile.
  • “E La Nave Va” (1983): una delle mie opere felliniane preferite, è un viaggio in nave al tempo della prima guerra mondiale che diventa metafora della vita (e della morte). Anche in questo caso mi piacerebbe parlarne in un post a parte.
  • “Ginger e Fred” (1985): forse l’ultimo grande film di Fellini. Il suo gigantesco talento visionario è qui alle prese con l’arrogante mediocrità della televisione. E anche in questo caso, ora che ci penso, vorrei approfondire il discorso con qualche altro post.

Prossimamente metterò le mani sul “Satyricon” (1969) ma, come detto, è mia intenzione vedermeli tutti, i film felliniani, prima o poi. Ciò che mi ha completamente conquistato di questi film è la loro forte personalità, o meglio, la forte personalità d’un artista come Fellini che riesce a destreggiarsi splendidamente in tutta la sua carica visionaria anche quando cambia soggettisti, sceneggiatori, produttori, tecnici, arredatori, attori protagonisti e quant’altro. Un po’ come ha fatto Miles Davis: ha collaborato con una miriade di altri giganti della musica, eppure Miles è Miles e i suoi dischi te lo fanno capire. E così Federico è Federico… e i suoi film te lo fanno capire. – Matteo Aceto

Ridley Scott, “Blade Runner – The Final Cut”, 2007

ridley-scott-blade-runner-the-final-cutLa settimana scorsa, in un centro commerciale dalle mie parti, ho trovato l’ultima versione di “Blade Runner”, classico della fantascienza di Ridley Scott datato 1982, in doppio dvd e per giunta all’allettante cifra di 8 euro e 90. Ho deciso di (ri)fare l’acquisto, anche perché “Blade Runner” è uno dei miei film preferiti.

Questa versione, chiamata “The Final Cut”, è un secondo ‘director’s cut’ ad opera di Ridley Scott ed è, a quanto pare, la versione definitiva, così come piace al regista, di un film controverso e ricco di sequenze girate che, nel corso degli anni, sono state inserite, scartate, non impiegate, corrette… il tutto producendo almeno sei o sette versioni differenti dello stesso film.

Dopo aver girato tutte le scene, per buona parte del 1981, il primo montaggio di “Blade Runner” dava vita ad un lungo e tetro film di ben quattro ore: nella Los Angeles del 2019 – una città sporca, piovosa, con gente ammassata dappertutto ma con la solitudine nel cuore – un poliziotto, Rick Deckard (interpretato da Harrison Ford) è a caccia di alcuni androidi (o replicanti, come vengono chiamati nel film) fuggiti dalle colonie oltremondo dove venivano impiegati per i lavori pesanti. Deckard ha l’ingrato compito di eliminarli uno ad uno ma, come il film lascia intuire a mano a mano che si procede con la storia, anch’egli è un replicante.

Quando il film venne editato per la sua prima distribuzione cinematografica, nel 1982, la produzione lo ritenne troppo cupo e disperato – oltre che troppo enigmatico – per vantare un facile appeal commerciale: e così, fregandosene del parere di Ridley Scott, si provvide ad inserire la voce narrante di Harrison Ford che chiariva le scene, si tagliarono diverse sequenze violente ma soprattutto si girò un nuovo finale, in parte impiegando alcune scene scartate dal film “Shining” (1980) di Stanley Kubrick, in modo che gli spettatori potessero godersi un rassicurante happy ending.

Ai botteghini, “Blade Runner” fu un flop anche perché il grande pubblico preferì la storia ben più rassicurante di “E.T.” (1982) di Steven Spielberg, uscito praticamente insieme al film di Scott. Ma “Blade Runner” è uno di quei film destinati a far parlare di sé per anni, anche perché è un’opera nettamente in anticipo sui tempi. Infatti il film inizia a dar vita ad un seguito di appassionati che ne faranno un film di culto: le versioni su vhs per il mercato domestico, infatti, contengono già diverse scene aggiunte e il film acquisisce maggior risalto col passare degli anni. Finché, nel 1991, lo stesso Ridley Scott fa uscire sul mercato una nuova versione di “Blade Runner”, il “Director’s Cut”, che elimina la voce fuori campo ma ripristina il finale originale – molto enigmatico ma al tempo stesso affascinante – e alcune sequenze che erano state tagliate dalla prima versione cinematografica, come l’immagine dell’unicorno, che da sola costituisce la prova più evidente che Deckard sia un replicante.

Il film, tuttavia, conteneva alcuni errori: i troppi tagli del girato avevano confuso un po’ le scene, inoltre la lunga lavorazione aveva fatto sì che il film sforasse il budget previsto e pertanto la parte finale della lavorazione venne condotta con una certa faciloneria. Questo “The Final Cut” che ora ha fatto trionfalmente ingresso nella mia videoteca compensa in gran parte a quegli errori e, cosa ancora più mirabile, è di una qualità video davvero strepitosa: non ho mai visto un film così nitido e ben definito, è una vera gioia per gli occhi! Perché è questo il principale merito di “Blade Runner”, secondo me: a parte i suoi interrogativi filosofici – che cos’è umano, che cosa si intende per vita, dove sta andando la civiltà – la visione di questo film è un autentico spettacolo, le sue immagini sono di grande effetto, con la musica di Vangelis che sottolinea splendidamente ogni scena saliente.

L’unica cosa per la quale questo “The Final Cut” mi ha un po’ deluso è la minima quantità di scene aggiunte: ce ne sono ma poi nemmeno molte – o comunque nessuna davvero notevole – mentre alcune altre sono state ridimensionate. Insomma, il buon Ridley Scott ha fatto la stessa operazione che ha compiuto per il “Director’s Cut” di “Alien”, uscito nel 2003: ha aggiunto sì qualche sequenza ma ne ha tagliuzzate delle altre, per cui il film non è affatto più lungo della versione precedente. Questo a fronte di numerose scene eliminate – che forse un po’ per scherno – ci vengono mostrate nel secondo dvd di “The Final Cut”, dove si parla della creazione di questo capolavoro della fantascienza, come sfondo alle interviste alla troupe e ai produttori del film.

Più che altro, questo “The Final Cut” è il perfezionamento definitivo del “Director’s Cut” del 1991, ed è l’opera complessiva così come piace al suo regista, Ridley Scott. A questo punto mi sta bene così, perché a parte tutto “Blade Runner” resta uno dei miei film preferiti, stavolta disponibile in una risoluzione audio/video davvero da applausi. – Matteo Aceto