Giuseppe Pontiggia, una pagina da “Il raggio d’ombra”

Giuseppe PontiggiaSiamo a Bergamo alta, negli anni Venti del secolo scorso, nella “piccola casa-torre del professor Perego”. Il professore, che vive solo, ha così tanti libri che in pochi anni ha letteralmente riempito quella sua casa di volumi. Talmente tanti che il pavimento rischia di cedere. E così il capomastro suggerisce al professore di chiudere l’altana del piano di sopra coi vetri piombati, in modo da avere un locale in più per i libri che il professore continuerà inesorabilmente ad acquistare. Un locale che sembra quasi una serra, con un’unica finestrella al centro, “quasi sempre chiusa”.

Il progetto diventa realtà e l’altana di casa Perego si trasforma così in una “biblioteca aerea”. Aggiungendo e spostando i suoi libri, il professore calcolava che avrebbe avuto altri sette anni di tempo prima di occupare del tutto il nuovo spazio a disposizione. Dopodiché sarebbe stata la fine, pensava Perego, perché non avrebbe più potuto apportare modifiche alla casa e, al tempo stesso, non avrebbe potuto smettere di comprare libri. A questo punto inizia la parte che piace a me, e che qui riporto fedelmente come scritto sul libro.

“Quando emergeva da queste fantasie malinconiche, Perego si guardava intorno, nell’altana, e sentiva il bisogno di vivere una vita diversa. Gli occhi velati di lacrime, si appoggiava con la fronte al vetro della finestrella e guardava i tetti sul declivio, le strade, i cipressi, gli uomini che si incontravano e si salutavano. Stava a lungo immobile, finché la commozione, passando, gli lasciava una sensazione strana di smarrimento e insieme di pietà per se stesso. Allora apriva la sua finestrella e cercava di respirare a pieni polmoni l’aria del tramonto. E chi passava in basso e levava gli occhi, vedeva quell’uomo affacciarsi alla sua torricella e scrutare l’orizzonte, come il guardiano di un faro.

Da “Il raggio d’ombra”, un romanzo del 1983 di Giuseppe Pontiggia.

-Mat

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Giorgio Bassani, “Il Giardino dei Finzi-Contini”, 1962

giorgio-bassani-il-giardino-dei-finzi-continiC’è un famoso di film di Vittorio De Sica che per le ragioni più disparate, anche le più kafkiane, sono sempre riuscito a perdermi in quelle rare volte che veniva passato in tivù: “Il Giardino dei Finzi-Contini” (1970), basato sull’omonimo romanzo di Giorgio Bassani, uscito qualche anno prima. Ecco, non essendo io riuscito a vedere il film nemmeno l’ultima volta che è stato programmato, lo scorso dicembre su Raimovie, ho pensato bene di comprarmi direttamente il romanzo, un pomeriggio di quello stesso mese, mentre curiosavo casualmente in una libreria dalle mie parti con un amico.

Ora non so bene il film, da quel poco che ho visto dico già che mi piace, ma il romanzo m’è piaciuto tantissimo. Fin dal prologo, che qui voglio riproporre per intero perché ne vale davvero la pena. “Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga -, e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra. Ma l’impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d’aprile del 1957. Fu durante una delle solite gite di fine settimana. Distribuiti in una decina d’amici su due automobili, ci eravamo avviati lungo l’Aurelia subito dopo pranzo, senza una meta precisa”.

Insomma, è con questa vera e propria zingarata nella primavera del ’58, che finisce in un cimitero etrusco, che prende avvio la personale giostra della memoria dell’autore. Non starò a raccontare la trama del libro, soltanto sul web ci saranno almeno un migliaio di recensioni migliori di quella che potrei scrivere io qui, ma voglio comunque soffermarmi sui tre aspetti del libro che ho trovato più interessanti. Primo aspetto, l’amore impossibile del narratore della storia per Micòl Finzi-Contini: un amore tutto adolescenziale, fatto sì di desiderio ma anche di immaginazione (soprattutto da parte di lui), votato alla rovina prima ancora che l’Italia stessa vada in rovina a causa delle infami leggi razziali e del suo coinvolgimento disastroso nella seconda guerra mondiale. Mi viene da pensare che un po’ tutti noi maschietti, durante l’adolescenza, abbiamo avuto una nostra Micòl, una ragazzina che ci ha fatto perdere la testa, per la quale avremmo dato anche l’anima ma che, alla fine della fiera, ha già deciso per conto suo che non siamo fatti l’una per l’altro. Assolutamente no. E che pena per noi! Che struggimento, ragazzi!

Secondo aspetto, gli incontri dell’autore-narratore coi due ragazzi di casa Finzi-Contini, ovvero Alberto e Micòl: quella automatica complicità che nasceva da un solo gesto, anche da un solo sguardo, quando i tre ragazzi si incontravano al termine della scuola mentre andavano a leggere i quadri dei promossi/bocciati e quando si ritrovavano vicini di banco, per così dire, durante le funzioni religiose al tempio. Anche questa intesa superficiale, questo capire in anticipo – e del tutto a pelle – di essere fatti della stessa pasta è un’altra cosa nella quale mi sono riconosciuto e che ho vissuto io stesso durante i miei sedici diciassette anni.

Terzo aspetto, infine, più legato alla struttura del romanzo che alla sua narrazione: tutte le ipotesi, le elucubrazioni, le vere e proprie seghe mentali riposte nella storia che, se volessimo tagliarle via dal libro, forse dimezzerebbero il numero delle sue pagine senza peraltro intaccare i fatti narrati. Insomma, un gran bel scrivere cervellotico che mi ha ricordato non poco i romanzi di Philip Roth, che a me per inciso piacciono molto, con molte divagazioni e parecchie frasi tra parentesi che sembrano prendere ogni volta tutt’altra direzione. Anni fa non avrei probabilmente apprezzato questo modo di scrivere, mentre negli ultimi tempi è diventato un qualcosa a cui faccio sempre più caso con piacere. Non so perché, sarà forse che sto invecchiando, che sto diventando più sentimentale, meno concreto e più astratto, più pigro e sconclusionato del solito, ragion per cui tutto questo divagare – come sto facendo anch’io in questo post che farei bene a terminare tra poco – in fondo in fondo mi piace perché mi rappresenta.

-Mat

Un ricordo, un punto della situazione e qualcos’altro

david-bowie-un-anno-dopoLo so, oggi è il primo anniversario della morte di David Bowie, così come l’altro ieri è stato il settantesimo anniversario della sua nascita, e qualcosa in proposito dovrei pur scrivere su questo modesto blog. Stavo rimaneggiando un mio vecchio scritto a proposito di “Low”, uno degli album del nostro che più amo, tuttavia non sono ancora dell’umore giusto. Infatti, da un anno a questa parte si è scritto & detto molto su David Bowie, e la cosa non può che farmi piacere. Sono semplicemente colto da un leggerissimo sospetto: che non avrei molto altro da aggiungere.

Al pari dei Beatles, di Bob Dylan e di pochi altri ancora, David Bowie è oggetto di studi in ogni parte del mondo e di bei libri sulla sua vicenda artistica e/o umana ne sono usciti parecchi. Uno che mi attrae da molti anni ma che finora non ho ancora letto è “Bowie in Berlin: A New Career In A New Town”, scritto da Thomas Jerome Seabrook e pubblicato in Italia dalla Arcana col titolo ben più ruffiano di “La trilogia berlinese” (2014). Un libro che invece ho comprato molti anni fa e che mi sento di consigliare a qualsiasi appassionato del lavoro (più che della vita) di David è l’enciclopedico “The Complete Bowie” di Nicholas Pegg, un testo che reputo fondamentale per apprezzare a dovere le molte sfaccettature di una carriera fenomenale come poche.

La mia è un’edizione Arcana del 2005 ma, di recente, il buon Pegg ha ampliato ancora la volta il discorso, arrivando così a includere tutte le informazioni sugli album “The Next Day” (2013) e “Blackstar” (2016) che mancavano per ovvi motivi cronologici dalla precedente edizione. In questo caso, credo, dovrebbe aver scritto l’edizione definitiva del suo interessantissimo libro. Aspetterò, ad ogni modo, una traduzione italiana dell’opera – che dovrebbe comparire in libreria a breve – per valutarne il (ri)acquisto, anche se credo proprio che si trattino di soldi ben spesi.

Cosa posso dire, per il resto? Beh, che fu proprio la morte di David Bowie – per me davvero scioccante – a indurmi a tornare a scrivere come blogger. Pensa & ripensa, e meno di un mese dopo avevo fatto risorgere Immagine Pubblica, un blog che avevo cancellato al principio del 2012 senza alcuna lungimiranza. Non per il suo intrinseco valore, ci mancherebbe, ma perché quella di blogger è un’attività che tutto sommato mi piace e mi ha fatto incontrare (purtroppo soltanto virtualmente) persone decisamente interessanti, con le quali ho condiviso e discusso apertamente i miei interessi. Sono grato a quelli che da un annetto a questa parte mi hanno letto, si sono iscritti al blog, vi hanno lasciato un commento o anche soltanto un “mi piace”. Non ho sempre ricambiato, anzi, e di questo me ne dispiace. Ormai tengo famiglia e il tempo a mia disposizione è quello che è. Comunque, il poco tempo che passiamo “insieme” attraverso Immagine Pubblica è per me assai gradito. Spero che lo sia anche per voi.

-Mat

Philip Roth, lo “Zuckerman Scatenato” e l’eccetera

philip-roth“Portarsi i libri da una vita all’altra non era, per Zuckerman, una novità. Aveva lasciato la famiglia per Chicago nel 1949 mettendo nella valigia le opere annotate di Thomas Wolfe e il Roget’s Thesaurus. Quattro anni dopo, ventenne, lasciò Chicago con cinque scatole di classici, comprati di seconda mano con i soldi per le piccole spese, che rimasero nel solaio della casa dei suoi genitori nei due anni in cui fece il servizio militare. Nel 1960, quando divorziò da Betsy, trenta furono le scatole da riempire con i libri tolti da scaffali non più suoi; nel 1965, quando divorziò da Virginia, le scatole da portare via erano quasi sessanta; e nel 1969 lasciò Bank Street con ottantuno scatole di libri”.

Da “Zuckerman Scatenato” (1981) di Philip Roth, traduzione italiana di Vincenzo Mantovani per Einaudi.

Sto appunto leggendo questo libro, in questi giorni, sono soltanto a pagina 40 ma ho trovato particolarmente divertenti – e illuminanti – le righe che ho riportato sopra. I libri occupano il nostro spazio, insomma, e col tempo se ne prendono sempre di più. Quando mi trasferii dal paese alla città per andare all’università, anch’io portai come me qualche libro ma altri ancora ne comprai nel frattempo. E così, una volta tornato a casa, ne avevo ancora di più da (ri)portarmi con me. In effetti, quello che racconta Roth in questo passaggio del suo libro, è una cosa che dev’essere capitata a qualsiasi lettore affezionato che nel mentre si è trovato a cambiare casa almeno un paio di volte.

Dopo l’università m’è toccato di traslocare in qualche altra occasione (convivenza, matrimonio, eccetera), e anche lì gli scatoloni coi libri diventavano più voluminosi o semplicemente crescevano di numero. Devo dire che oggi, nella casa in cui vivo con moglie & figlia, i miei libri hanno più o meno occupato tutto lo spazio disponibile, tra un po’ avrò necessariamente bisogno di qualche mensola, se non proprio di una nuova (e più decente) libreria. Mi sono salvato, in parte, acquistando il Kindle, l’ormai famoso lettore di libri digitali della Amazon, che mi ha permesso in effetti di risparmiare non tanto i soldi quanto appunto lo spazio.

Da qualche anno a questa parte, inoltre, ho preso la cattiva (?) abitudine di leggere due, tre, quattro, perfino sette libri contemporaneamente, come sto facendo in questi ultimi tempi. Ecco, se ora mi capitasse di leggere una storia in cui il protagonista legge sette libri contemporaneamente, avrei quanto meno il sollievo di sapere che forse la mia è una condizione normale e non una patologia. O forse è semplice curiosità sospinta dalla noia.

-Mat

Un interesse che viene chissà da dove

carlo-revelli-sette-brevi-lezioni-di-fisica-immagine-pubblicaFino a qualche tempo fa, rievocando le lezioni di scuola con qualche vecchio compagno di classe, quasi mi compiacevo di dire che non solo non capivo una materia come la fisica, ma che non capivo nemmeno a che cosa servisse la fisica. Insomma, un argomento totalmente tabù, per quanto mi riguardava.

Ebbene, un paio di mesi fa, trovandomi in una delle mie librerie preferite, invece di recarmi come faccio sempre nel settore della narrativa, o al massimo in quello della musica del cinema e dell’intrattenimento in generale, sono andato dritto al reparto saggistica, e nello specifico nel settore della fisica. Ho così comprato un libro di Carlo Rovelli, “Sette brevi lezioni di fisica”, uscito qualche anno fa per la Adelphi. Libro che, seppur davvero breve come il titolo stesso annuncia, ho divorato in due giorni.

Più recentemente, invece, nella stessa libreria, ho quindi acquistato un libro del ben più celebre Stephen Hawking, “L’universo in un guscio di noce”, edito già da buoni quindici anni e qui all’ennesima ristampa (lo stavo leggendo, soltanto che poi mi sono sfortunatamente imbattuto in una nuova – e davvero monumentale – biografia su Enzo Ferrari, “Ferrari Rex” di Luca Dal Monte, che mi ha chiesto una precedenza di lettura totale & totalizzante. Tornerò presto sul libro di Hawking, ad ogni modo).

Tutto questo è per me inaudito, io che leggo libri sulla fisica! Eppure qualche avvisaglia l’avevo già avvertita un paio di anni fa, quando dal Kindle Store della Amazon mi scaricai bellamente la biografia di un certo Albert Einstein, scritto dall’ottimo Walter Isaacson e letta dal sottoscritto con preoccupante interesse & inquietante voglia di saperne di più.

Interesse che non saprei proprio dire da dove provenga. Ripensando alla mia storia scolastica, devo probabilmente riconoscere che nelle materie scientifiche non andavo affatto male; certo, scrivere temi e studiare lettere mi veniva facile & naturale, eppure applicandomi un po’ di più anche nelle materie come matematica e biologia riuscivo pure a ottenere voti più alti. Penso di aver soffocato il mio interesse scientifico inseguendo un velleitario sogno letterario. Oggi, forse, quell’interesse torna per chiedere il conto.

-Mat

 

Miles Davis & Jimi Hendrix: un appuntamento mancato

jimi-hendrix-miles-davis-collaborazioneTornando in tema di progetti musicali irrealizzati, vediamo ora un caso isolato, ovvero l’affascinante storia della mancata collaborazione fra due delle più luminose stelle afroamericane della musica, Miles Davis e Jimi Hendrix. Che genere di suoni avrebbe prodotto l’unione artistica di un gigante del jazz con un gigante del rock? Purtroppo non abbiamo avuto il modo di saperlo a causa della tragica morte del chitarrista di Seattle, tuttavia la storia del loro ‘appuntamento mancato’ è un argomento assai affascinante.

Preferisco però riportare alcuni brani tratti dal libro “Lo Sciamano Elettrico” di Gianfranco Salvatore (edito nel 2007 da Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri); lo studioso davisiano ha narrato con dovizia di particolari tutta la vicenda Davis-Hendrix. Eccone un sunto, precisando solo che parentesi quadre e grassetti sono miei.

– Mat

Tra il ’68 e il ’69 anche Jimi Hendrix era alla ricerca di una svolta. Da tempo sognava di suonare assieme a una sezione di fiati, o su uno sfondo orchestrale. Probabilmente non gli interessava più di tanto che la formazione dei suoi sogni fosse jazzistica: voleva far viaggiare la chitarra elettrica su una trama sonora più ricca e più importante, vagheggiava la dimensione del “concerto” per chitarra e orchestra. […] Dal jazz Hendrix era attratto ma anche intidimito. Sapeva che la sua scarsa competenza in fatto di accordi e funzioni armoniche non gli consentiva di misurarsi con le strutture tipiche di quella musica. Non che di jazz fosse del tutto digiuno: aveva conosciuto da piccolissimo certe big band degli anni Quaranta che il padre amava ascoltare, […] e una notte del 1969 tenne una leggendaria jam con [John] McLaughlin, [Dave] Holland e Buddy Miles. […] Si era stancato dei musicisti del suo trio, l’Experience, mentre stimava certi jazzisti più smaliziati che non sentiva troppo lontani da lui, come [Roland] Kirk e altri, per la loro concezione delle improvvisazioni estese. […]
Miles Davis non gli era ignoto: conosceva ed ammirava quanto meno KIND OF BLUE. Davis, nello stesso periodo, stava cercando di trovare il modo di inserire la chitarra nella sua formazione, perché i tentativi fatti in studio di registrazione con Joe Beck e George Benson lo avevano lasciato insoddisfatto. Di Jimi lo attraeva moltissimo la sonorità, e doveva aver intuito, dall’ascolto dei dischi, che il chitarrista era predisposto per una musica più sofisticata. […]
Potrebbe essere stato Gil Evans il primo a parlare a Miles di Hendrix, a cui s’era appassionato fin dai primissimi dischi, adottando piano, chitarra e basso elettrici all’inizio del 1969 in BLUES IN ORBIT. […] Ma fu Betty Mabry [all’epoca giovane moglie di Miles], che frequentava personalmente il chitarrista, a spronare i due musicisti a incontrarsi. Verso l’inizio dell’estate del ’69 organizzò a casa Davis un party ad hoc, con pochi invitati selezionati: creata la giusta atmosfera, Miles avrebbe sottoposto a Jimi della musica scritta. Quella sera, però, andò a finire che Davis si trattenne in studio di registrazione: fatalità o tattica diversiva, la storia non lo dice. Tuttavia il padrone di casa aveva lasciato il suo spartito perché l’ospite gli desse un’occhiata, e poi gli telefonò dallo studio per sapere cosa ne pensasse, scoprendo solo in quel momento che Hendrix non era in grado di leggere la musica. La cosa, però, non finì lì: cominciarono a frequentarsi, entrarono in confidenza. […] Il più grande trombettista del jazz invitò più volte nella sua casa di New York il più grande chitarrista del rock a suonare e improvvisare insieme, anche per spiegargli come funzionavano certi meccanismi musicali, mostrandoglieli al pianoforte o alla tromba, oppure facendogli ascoltare un disco suo, o di [John] Coltrane. Hendrix coglieva il succo di tali lezioni e incorporava alcuni suggerimenti nei propri dichi: è Miles ad affermarlo, nell’autobiografia.
E l’affermazione è veritiera. Nell’autunno del ’69 il chitarrista aveva formato la Band Of Gypsys, e la notte del 31 dicembre 1969 il trio si era esibito al Fillmore East in un doppio concerto che scivolò tra il vecchio e il nuovo anno, aprendo un nuovo decennio musicale in cui rock e musica nera avrebbero trovato intese sempre più feconde. Davis li adorava: c’era Hendrix, c’era Buddy Miles – che diventò il suo batterista di riferimento -, e con Billy Cox al basso la musica aveva preso un orientamento spiccatamente più funky di quello dell’Experience. […]
Miles e Jimi cominciarono a scambiarsi lunghe telefonate, discutendo del loro lavoro e di una possibile collaborazione. […] E la loro amicizia non passò inosservata. Il chitarrista stava lavorando con un nuovo produttore discografico, Alan Douglas, proprietario della Douglas Records, che per lui aveva grandi progetti. Era l’uomo giusto per promuovere un incontro fra cultura afroamericana e psichedelia: aveva collaborato con [Duke] Ellington, [Charles] Mingus, Coltrane, Eric Dolphy ai suoi esordi, ma anche prodotto registrazioni di Timothy Leary, il guru dell’LSD. […] Quando seppe che Hendrix e Davis si frequentavano fiutò il colpo grosso, ritenendo di essere la persona più adatta per catalizzare una loro collaborazione. Per realizzare il progetto lavorò quattro mesi a un accordo tra la Columbia e la Warner Bros. Si decise che il disco sarebbe uscito per quest’ultima, e che avrebbe contenuto quattro brani, con i diritti equamente divisi tra i due musicisti. […] Douglas, che conosceva il fatto suo, commissionò la stesura del disco a Gil Evans: […] La soluzione sembrava prevenire ogni problema di ego. Evans avrebbe messo a punto la musica prima che le due star entrassero in studio di registrazione; con lui, Miles avrebbe trovato dalla sua parte colui che da tanti anni era il suo consigliere spirituale ed artistico, mentre Hendrix avrebbe ottenuto finalmente quel disco “barocco-blues-flamenco” a cui anelava.
Ma le cose si complicarono. Douglas sostiene che la sera stessa della seduta di registrazione, solo mezz’ora prima dell’orario previsto per iniziare il lavoro, l’agente di Miles lo chiamò per dirgli che il trombettista voleva cinquantamila dollari prima di entrare in studio. Il produttore stava per consultarsi con Hendrix, quando telefonò Tony Williams [il batterista di Davis] chiedendo la stessa cifra che voleva Miles…
La seduta fu annullata. Davis ammise poi nell’autobiografia che il disco non si realizzò non solo perché non si riuscì a far quadrare gli impegni suoi e del chitarrista, ma anche perché il compenso offertogli era troppo basso. Ma Hendrix non voleva rinunciare al propri progetto “jazzistico”. Frequentava anche la casa di Quincy Jones, e fu invitato a collaborare al suo album GULA MATARI nel brano Hummin’, di Nat Adderley. Tuttavia il chitarrista non si presentò né nelle sedute di marzo, né in quelle di maggio (al suo posto fu usato Toots Thielemans) [ecco così un altro caso di progetto irrealizzato, una collaborazione Jones-Hendrix]. Si decise di andare avanti con l’orchestra di Evans, senza Miles. […] Alla fine dell’anno il solista avrebbe dovuto cominciare le prove con l’orchestra evansiana, per poi esibirsi alla Carnegie Hall di New York, registrando il disco dal vivo. Fu anche commissionata a Mati Klarwein, l’artista che aveva ideato l’immagine di BITCHES BREW, la copertina dell’album in preparazione.
Ma in qualche modo Miles tornò in campo. Nell’agosto del 1970 i due musicisti erano entrambi in programma al Festival dell’isola di Wight, Miles il 29 e Jimi il 30, e avrebbero dovuto incontrarsi a Londra dopo il concerto del trombettista, tra un aereo e l’altro, per discutere del contenuto musicale del disco. A quello storico appuntamento Davis arrivò in ritardo – a causa del traffico, disse – e non vi trovò Jimi. Però, al suo ritentro a New York, Evans gli fece sapere che nel nuovo progetto con Hendrix (che evidentemente era stato anticipato, e a cui avrebbe partecipato anche Tony Williams, ridotto a più miti consigli) avrebbe voluto anche lui. Ma a quel punto si era già in settembre: il 18 di quel mese Hendrix fu trovato morto in una stanza d’albergo di Londra. Si dice che avesse già pronto il biglietto d’aereo: il giorno dopo sarebbe partito per New York per la prima seduta di registrazione con Miles e Gil. Invece volò via per sempre.
L’improvvisa scomparsa di Hendrix spezzò il cuore a Miles. Dominando per una volta la sua insofferenza alle convenzioni sociali e al fastidio di mescolarsi alla folla, si recò a Seattle per le onoranze funebri, il 1° ottobre 1970. Fu l’unico funerale della sua vita: non era andato nemmeno a quello dei suoi genitori. Si tormentava, era turbato, forse pentito. Più volte, negli anni, avrebbe confidato ad amici e collaboratori che il mancato progetto con Hendrix era il solo rimpianto della sua vita.

– Gianfranco Salvatore (da “Lo Sciamano Elettrico”, pagine 97-101)

Anche l’editoria fa la sua parte

Miles Davis:Layout 1Nel post precedente ho riportato un elenco dei principali titoli discografici legati a Miles Davis che mi piacerebbe molto acquistare in un prossimo futuro. Ebbene, ora c’è un altro titolo che vorrei aggiungere, di natura cartacea stavolta: un bel librone fresco di stampa chiamato “Bitches Brew”, scritto da Enrico Merlin & Veniero Rizzardi e dedicato all’omonimo capolavoro davisiano del 1970.

Mi trovavo in una grande libreria di Pescara, l’altro ieri; dopo aver preso un libro di Federico Fellini – “Il viaggio di G. Mastorna” (al quale vedrò di dedicare un post più in là), passo al reparto dei libri musicali e mi trovo davanti questo volume dedicato ad uno dei miei dischi preferiti. Lo sfoglio brevemente, ci sono un sacco di note, di foto interessanti e decido di fare un passo ulteriore: vedere quanto costa. Accidenti, sono ben trentacinque euro! Lo ripongo ma mi appunto la casa editrice, Il Saggiatore, e lo inserisco nella fantomatica lista dei miei acquisti filmici/editoriali/discografici futuri. Per chi volesse saperne di più rimando a questo link, mentre invece, per quanto mi riguarda, a questo punto accetto offerte & donazioni!

– Mat

Uno dei tanti errori

ennio-flaiano-diario-degli-errori-immagine-pubblica-blog“Il giornalismo deve essere di formazione o di informazione?: ecco il dilemma. Finisce che si mettono d’accordo. Formare e informare. Io penso invece che il giornalismo e in genere la rapidità di diffusione delle notizie inutili e mostruose è il danno maggiore che l’umanità sopporta in questo secolo. Si sa tutto di tutto. Che noia. E che tristezza.”

Queste parole, Ennio Flaiano le scriveva nel 1958. Sono di un’attualità imbarazzante.

Il brano è tratto da “Diario degli errori”, edito da Adelphi, e compare tre le pagine 44 & 45.

– Mat

Grande documentazione bowiana

libro-bowie-la-trilogia-berlineseFinalmente anche questo libro di Thomas Jerome Seabrook è stato tradotto per il mercato italiano: col titolo un po’ ruffiano ma indicativo di “La trilogia berlinese” [foto], sarà disponibile in libreria fra qualche giorno. La versione italiana è curata dalla Arcana, nota casa editrice che stampa molti libri essenziali sul pop-rock; come sempre, però, il prezzo non è popolarissimo, ben diciotto euro & cinquanta centesimi.

Se c’è qualcosa che all’Arcana lascia un po’ a desiderare sono i frequenti errori di battitura & alcuni imbarazzanti refusi… insomma, per quasi venti carte io mi aspetto un prodotto decisamente più curato. La cultura, la documentazione, comunque non sono in discussione e – appena potrò – darò la caccia spietata anche a questo libro, così come ho fatto per quest’altro.

Unica nota dolente, almeno per quanto riguarda il librone di Nicholas Pegg: è così ben documentato & scritto, pieno di storia bowiana & aneddoti & riflessioni & recensioni & interviste che mi è sembrato totalmente inutile continuare a parlare di David Bowie su Immagine Pubblica.

– Mat

La bowienciclopedia

nicholas-pegg-bowie-enciclopediaUn altro oggetto al quale davo la caccia da tempo è finalmente entrato in casa mia, ieri sera: si tratta di “The Complete Bowie”, il mitico librone del giornalista Nicholas Pegg che tratta – in forma enciclopedica – della carriera dell’immenso David Bowie. E così, nel corso di ben settecento pagine, il buon Pegg analizza l’arte del Bowie canzone per canzone, album dopo album, tour dopo tour, video dopo video, film dopo film e tanto altro ancora.

Insomma, un’opera mastodontica e documentatissima che ho iniziato a leggermi con grande avidità. Il libro – edito in Italia dalla Arcana – non è affatto economico, costa infatti ventinove carte, però è la versione aggiornata all’ultimo album da studio di Bowie, “Reality” (2003), ed è una lettura che volevo affrontare da tempo, visto il mio incrementato interesse per David Bowie da dieci anni a questa parte.

Non lamentatevi con me, quindi, se i post futuri saranno più monotematici del solito e torneranno in maniera più approfondita su argomenti già trattati in questo blog!

– Mat