Philip Roth: i suoi libri per me

Stamattina, come tutte le mattine, mentre aspettavo che il caffè uscisse, ho acceso la televisione per conoscere le notizie e ho letto immediatamente della morte di Philip Roth, uno dei miei scrittori preferiti. Una notizia che in pochi minuti è finita in tutte le prime pagine, addirittura riportata come prima notizia. Una morte che mi ha addolorato, certamente, sebbene il grande scrittore americano era già piuttosto avanti con gli anni e già da diverso tempo aveva annunciato il suo ritiro, per così dire, ovvero che non avrebbe più dato alle stampe nessun nuovo romanzo.

Lui che di romanzi ne aveva scritti una buona trentina, tutti di alto livello, tutti meritevoli quanto meno di essere letti, secondo la mia modestissima opinione. Di Philip Roth ho letto “Lasciar Andare” (1962, un po’ prolisso ma appassionante), “Lamento di Portnoy” (1969, forse il suo libro più conosciuto, incentrato sì sul sesso ma anche toccante, che mi piacerebbe rileggere prima o poi), “La mia vita di uomo” (1974, piuttosto crudo, non mi ha entusiasmato granché)”, “Lo Scrittore Fantasma” (1979, una lettura affascinante ma un po’ faticosa), “Zuckerman Scatenato” (1981, divertente e commovente a un tempo), “La Controvita” (1986, forse il suo libro che fa più riflettere), “Inganno” (1990, originale negli intenti ma forse sconclusionato nella pratica), “Pastorale Americana” (1997, il romanzone che gli valse il premio Pulitzer, davvero bello anche se forse un po’ prolisso), “La Macchia Umana” (2000, il suo libro che mi è piaciuto di più, soprattutto per le ambientazioni), “L’Animale Morente” (2001, romantico e crudo al contempo), “Il Complotto contro l’America” (2004, una trama avvincente tra fantastoria e fantapolitica – l’aviatore Charles Lindbergh che, eletto presidente degli Stati Uniti, conduce il paese a una sorta di nazismo dal volto buono – che sembra anticipare l’epoca di Donald Trump), e quindi “L’umiliazione” (2009, breve, crudo e senza speranza).

Mi mancano invece “Goodbye, Columbus” (1959, una raccolta di racconti, se non ricordo male), “Il Teatro di Sabbath” (1995, forse il prossimo che acquisterò) e “Nemesi” (2010, il suo ultimo romanzo, prima dell’annunciato ritiro), per dire degli altri titoli più celebri, oltre a “Quando lei era buona” (1967), “La nostra gang” (1971), “Il Grande Romanzo Americano” (1973), “Il Professore di Desiderio” (1977), “La Lezione di Anatomia” (1983), “Operazione Shylock” (1993), “Ho sposato un comunista” (1998), “Everyman” (2006), “Il fantasma esce di scena” (2007) e infine “Indignazione” (2008).

Dei diversi film che sono stati tratti dalle opere di Philip Roth, invece, ho visto soltanto “La Macchia Umana” (2003), diretto da Robert Benton e interpretato da Anthony Hopkins e Nicole Kidman, sebbene l’abbia visto molto tempo prima di aver letto il romanzo originale, per cui mi piacerebbe una nuova visione del film.

Insomma, cominciai quasi per caso, un tre o quattro anni fa, con “Pastorale Americana”, un titolo che continuavo (e continuo) a ritrovarmi dappertutto, e da lì in poi non mi sono più fermato. In pratica, quando avevo voglia di leggere qualcosa di nuovo ma non avevo nessuna ispirazione circa il titolo o l’autore, me ne andavo alla più vicina libreria, spulciavo tra i titoli rothiani disponibili e sceglievo quello che suscitava la mia curiosità del momento. Che cosa mi piace di più di tutta quest’opera di Philip Roth? La sua cervelloticità senza dubbio, quel continuo ruminare & rimuginare, e poi le tipiche situazioni paradossali raccontate dalla cultura ebraica, ma sempre ben ancorate alla realtà, una realtà nella quale può riconoscersi anche un italiano cattolico e di provincia come me. Credo, infine, che una parte del fascino suscitato in me dai libri di Roth sia dovuta alle ambientazioni: New York ovviamente, ma anche il Connecticut, il New England in generale, gli appartamenti in centro, le aule universitarie. Per ora, come ho scritto sopra, avrò da recuperare un bel po’ di pagine di pura narrativa rothiana che mi terranno impegnato per qualche annetto buono. Poi, lo so già, Philip Roth mi mancherà davvero. – Matteo Aceto

Giuseppe Pontiggia, una pagina da “Il raggio d’ombra”

giuseppe pontiggia,il raggio d'ombra, immagine pubblica blogSiamo a Bergamo alta, negli anni Venti del secolo scorso, nella “piccola casa-torre del professor Perego”. Il professore, che vive solo, ha così tanti libri che in pochi anni ha letteralmente riempito quella sua casa di volumi. Talmente tanti che il pavimento rischia di cedere. E così il capomastro suggerisce al professore di chiudere l’altana del piano di sopra coi vetri piombati, in modo da avere un locale in più per i libri che il professore continuerà inesorabilmente ad acquistare. Un locale che sembra quasi una serra, con un’unica finestrella al centro, “quasi sempre chiusa”.

Il progetto diventa realtà e l’altana di casa Perego si trasforma così in una “biblioteca aerea”. Aggiungendo e spostando i suoi libri, il professore calcolava che avrebbe avuto altri sette anni di tempo prima di occupare del tutto il nuovo spazio a disposizione. Dopodiché sarebbe stata la fine, pensava Perego, perché non avrebbe più potuto apportare modifiche alla casa e, al tempo stesso, non avrebbe potuto smettere di comprare libri. A questo punto inizia la parte che piace a me, e che qui riporto fedelmente come scritto sul libro.

“Quando emergeva da queste fantasie malinconiche, Perego si guardava intorno, nell’altana, e sentiva il bisogno di vivere una vita diversa. Gli occhi velati di lacrime, si appoggiava con la fronte al vetro della finestrella e guardava i tetti sul declivio, le strade, i cipressi, gli uomini che si incontravano e si salutavano. Stava a lungo immobile, finché la commozione, passando, gli lasciava una sensazione strana di smarrimento e insieme di pietà per se stesso. Allora apriva la sua finestrella e cercava di respirare a pieni polmoni l’aria del tramonto. E chi passava in basso e levava gli occhi, vedeva quell’uomo affacciarsi alla sua torricella e scrutare l’orizzonte, come il guardiano di un faro”. [Da “Il raggio d’ombra”, un romanzo del 1983 di Giuseppe Pontiggia] – Matteo Aceto

Giorgio Bassani, “Il Giardino dei Finzi-Contini”, 1962

giorgio-bassani-il-giardino-dei-finzi-continiC’è un famoso di film di Vittorio De Sica che per le ragioni più disparate, anche le più kafkiane, sono sempre riuscito a perdermi in quelle rare volte che veniva passato in tivù: “Il Giardino dei Finzi-Contini” (1970), basato sull’omonimo romanzo di Giorgio Bassani, uscito qualche anno prima. Ecco, non essendo io riuscito a vedere il film nemmeno l’ultima volta che è stato programmato, lo scorso dicembre su Raimovie, ho pensato bene di comprarmi direttamente il romanzo, un pomeriggio di quello stesso mese, mentre curiosavo casualmente in una libreria dalle mie parti con un amico.

Ora non so bene il film, da quel poco che ho visto dico già che mi piace, ma il romanzo m’è piaciuto tantissimo. Fin dal prologo, che qui voglio riproporre per intero perché ne vale davvero la pena. “Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga -, e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra. Ma l’impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d’aprile del 1957. Fu durante una delle solite gite di fine settimana. Distribuiti in una decina d’amici su due automobili, ci eravamo avviati lungo l’Aurelia subito dopo pranzo, senza una meta precisa”.

Insomma, è con questa vera e propria zingarata nella primavera del ’58, che finisce in un cimitero etrusco, che prende avvio la personale giostra della memoria dell’autore. Non starò a raccontare la trama del libro, soltanto sul web ci saranno almeno un migliaio di recensioni migliori di quella che potrei scrivere io qui, ma voglio comunque soffermarmi sui tre aspetti del libro che ho trovato più interessanti. Primo aspetto, l’amore impossibile del narratore della storia per Micòl Finzi-Contini: un amore tutto adolescenziale, fatto sì di desiderio ma anche di immaginazione (soprattutto da parte di lui), votato alla rovina prima ancora che l’Italia stessa vada in rovina a causa delle infami leggi razziali e del suo coinvolgimento disastroso nella seconda guerra mondiale. Mi viene da pensare che un po’ tutti noi maschietti, durante l’adolescenza, abbiamo avuto una nostra Micòl, una ragazzina che ci ha fatto perdere la testa, per la quale avremmo dato anche l’anima ma che, alla fine della fiera, ha già deciso per conto suo che non siamo fatti l’una per l’altro. Assolutamente no. E che pena per noi! Che struggimento, ragazzi!

Secondo aspetto, gli incontri dell’autore-narratore coi due ragazzi di casa Finzi-Contini, ovvero Alberto e Micòl: quella automatica complicità che nasceva da un solo gesto, anche da un solo sguardo, quando i tre ragazzi si incontravano al termine della scuola mentre andavano a leggere i quadri dei promossi/bocciati e quando si ritrovavano vicini di banco, per così dire, durante le funzioni religiose al tempio. Anche questa intesa superficiale, questo capire in anticipo – e del tutto a pelle – di essere fatti della stessa pasta è un’altra cosa nella quale mi sono riconosciuto e che ho vissuto io stesso durante i miei sedici diciassette anni.

Terzo aspetto, infine, più legato alla struttura del romanzo che alla sua narrazione: tutte le ipotesi, le elucubrazioni, le vere e proprie seghe mentali riposte nella storia che, se volessimo tagliarle via dal libro, forse dimezzerebbero il numero delle sue pagine senza peraltro intaccare i fatti narrati. Insomma, un gran bel scrivere cervellotico che mi ha ricordato non poco i romanzi di Philip Roth, che a me per inciso piacciono molto, con molte divagazioni e parecchie frasi tra parentesi che sembrano prendere ogni volta tutt’altra direzione. Anni fa non avrei probabilmente apprezzato questo modo di scrivere, mentre negli ultimi tempi è diventato un qualcosa a cui faccio sempre più caso con piacere. Non so perché, sarà forse che sto invecchiando, che sto diventando più sentimentale, meno concreto e più astratto, più pigro e sconclusionato del solito, ragion per cui tutto questo divagare – come sto facendo anch’io in questo post che farei bene a terminare tra poco – in fondo in fondo mi piace perché mi rappresenta. – Matteo Aceto

Philip Roth, lo “Zuckerman Scatenato” e l’eccetera

philip roth, zuckerman scatenato, immagine pubblica“Portarsi i libri da una vita all’altra non era, per Zuckerman, una novità. Aveva lasciato la famiglia per Chicago nel 1949 mettendo nella valigia le opere annotate di Thomas Wolfe e il Roget’s Thesaurus. Quattro anni dopo, ventenne, lasciò Chicago con cinque scatole di classici, comprati di seconda mano con i soldi per le piccole spese, che rimasero nel solaio della casa dei suoi genitori nei due anni in cui fece il servizio militare. Nel 1960, quando divorziò da Betsy, trenta furono le scatole da riempire con i libri tolti da scaffali non più suoi; nel 1965, quando divorziò da Virginia, le scatole da portare via erano quasi sessanta; e nel 1969 lasciò Bank Street con ottantuno scatole di libri”.

Da “Zuckerman Scatenato” (1981) di Philip Roth, traduzione italiana di Vincenzo Mantovani per Einaudi.

Sto appunto leggendo questo libro, in questi giorni, sono soltanto a pagina 40 ma ho trovato particolarmente divertenti – e illuminanti – le righe che ho riportato sopra. I libri occupano il nostro spazio, insomma, e col tempo se ne prendono sempre di più. Quando mi trasferii dal paese alla città per andare all’università, anch’io portai come me qualche libro ma altri ancora ne comprai nel frattempo. E così, una volta tornato a casa, ne avevo ancora di più da (ri)portarmi con me. In effetti, quello che racconta Roth in questo passaggio del suo libro, è una cosa che dev’essere capitata a qualsiasi lettore affezionato che nel mentre si è trovato a cambiare casa almeno un paio di volte.

Dopo l’università m’è toccato di traslocare in qualche altra occasione (convivenza, matrimonio, eccetera), e anche lì gli scatoloni coi libri diventavano più voluminosi o semplicemente crescevano di numero. Devo dire che oggi, nella casa in cui vivo con moglie & figlia, i miei libri hanno più o meno occupato tutto lo spazio disponibile, tra un po’ avrò necessariamente bisogno di qualche mensola, se non proprio di una nuova (e più decente) libreria. Mi sono salvato, in parte, acquistando il Kindle, l’ormai famoso lettore di libri digitali della Amazon, che mi ha permesso in effetti di risparmiare non tanto i soldi quanto appunto lo spazio.

Da qualche anno a questa parte, inoltre, ho preso la cattiva (?) abitudine di leggere due, tre, quattro, perfino sette libri contemporaneamente, come sto facendo in questi ultimi tempi. Ecco, se ora mi capitasse di leggere una storia in cui il protagonista legge sette libri contemporaneamente, avrei quanto meno il sollievo di sapere che forse la mia è una condizione normale e non una patologia. O forse è semplice curiosità sospinta dalla noia. -Matteo Aceto

Un interesse che viene chissà da dove

carlo-revelli-sette-brevi-lezioni-di-fisica-immagine-pubblicaFino a qualche tempo fa, rievocando le lezioni di scuola con qualche vecchio compagno di classe, quasi mi compiacevo di dire che non solo non capivo una materia come la fisica, ma che non capivo nemmeno a che cosa servisse la fisica. Insomma, un argomento totalmente tabù, per quanto mi riguardava.

Ebbene, un paio di mesi fa, trovandomi in una delle mie librerie preferite, invece di recarmi come faccio sempre nel settore della narrativa, o al massimo in quello della musica del cinema e dell’intrattenimento in generale, sono andato dritto al reparto saggistica, e nello specifico nel settore della fisica. Ho così comprato un libro di Carlo Rovelli, “Sette brevi lezioni di fisica”, uscito qualche anno fa per la Adelphi. Libro che, seppur davvero breve come il titolo stesso annuncia, ho divorato in due giorni.

Più recentemente, invece, nella stessa libreria, ho quindi acquistato un libro del ben più celebre Stephen Hawking, “L’universo in un guscio di noce”, edito già da buoni quindici anni e qui all’ennesima ristampa (lo stavo leggendo, soltanto che poi mi sono sfortunatamente imbattuto in una nuova – e davvero monumentale – biografia su Enzo Ferrari, “Ferrari Rex” di Luca Dal Monte, che mi ha chiesto una precedenza di lettura totale & totalizzante. Tornerò presto sul libro di Hawking, ad ogni modo).

Tutto questo è per me inaudito, io che leggo libri sulla fisica! Eppure qualche avvisaglia l’avevo già avvertita un paio di anni fa, quando dal Kindle Store della Amazon mi scaricai bellamente la biografia di un certo Albert Einstein, scritto dall’ottimo Walter Isaacson e letta dal sottoscritto con preoccupante interesse & inquietante voglia di saperne di più.

Interesse che non saprei proprio dire da dove provenga. Ripensando alla mia storia scolastica, devo probabilmente riconoscere che nelle materie scientifiche non andavo affatto male; certo, scrivere temi e studiare lettere mi veniva facile & naturale, eppure applicandomi un po’ di più anche nelle materie come matematica e biologia riuscivo pure a ottenere voti più alti. Penso di aver soffocato il mio interesse scientifico inseguendo velleità letterarie. Oggi, forse, quell’interesse torna per chiedere il conto. – Matteo Aceto

C’erano cose che volevo dire…

Aspettando l’ispirazione necessaria a completare un terzetto di post che giace fra le bozze di Immagine Pubblica da fin troppo tempo, ecco un po’ di cose che volevo dire (beh, vabbè, scrivere…) senza occupare molto spazio per ognuna di esse. L’ordine è del tutto casuale & opinabile, i vari punti che seguono non hanno nessuna precisa connessione fra di loro… in generale si parla di musica, film & libri… ma tu guarda un po’!

I Genesis sono entrati nella Rock and Roll Hall of Fame… e ‘sti cazzi, potrebbe dire qualcuno. In effetti, anche a me, queste cerimonie, queste parate oserei dire, mi lasciano sempre abbastanza indifferente. Tuttavia, mi ha fatto piacere rivedere Steve Hackett assieme ai vecchi colleghi Tony Banks, Phil Collins e Mike Rutherford. Mancava il solito Peter Gabriel, impegnato coi preparativi del suo tour, così s’è detto… certo che una serata a mangiare & bere in un albergo di New York non è che lo avrebbe intralciato più di tanto. Un po’ stronzo, dài. A parte tutto, comunque, mi piacerebbe proprio sentire un nuovo disco realizzato dalla combinazione (chi c’è c’è, non me ne importa nulla) di questi signori.

Ho visto il tanto atteso “Alice In Wonderland” di Tim Burton, ovviamente in 3D… che dire… un po’ deludente. A volte manca proprio ritmo & tensione narrativa, il 3D non è che qui compie chissà quali prodigi, il tutto è un po’ troppo colorato per un film di Burton. Ok, è una produzione Disney, ma resta pur sempre un film di Tim Burton. Insomma, sì, mi aspettavo di più.

Dopo aver visto l’episodio Agenzia matrimoniale tratto dal film “L’amore in città”, ho finalmente visto TUTTE le opere filmiche girate da Federico Fellini! Mi ero promesso di approfondire alcune di queste singole visioni in specifici post ma ammetto di non averlo ancora fatto. E’ che, vedendo & rivedendo le opere di Fellini, scopro ogni volta qualcosa in più, per cui correrei il rischio di scrivere qualcosa che poi andrebbe corretto di lì a poco. Ci proverò comunque, probabilmente mi serve più tempo.

Ovviamente sono felicissimo per la doppietta Ferrari allo scorso GP del Bahrain, il primo della stagione. La prima vittoria di Fernando Alonso, al debutto in Ferrari. Sono soddisfazioni (soprattutto dopo un’annata deludente come quella del 2009)!

Ho sentito l’ultimo disco dei Gorillaz, “Plastic Beach”… non male… sono rimasto particolarmente colpito da Stylo, edito come primo singolo. Stavo addirittura per comprarmelo, “Plastic Beach”, l’avevo già preso e mi stavo perfino dirigendo alla cassa per pagare. Poi ho pensato ai quindici euro & novanta necessari all’acquisto e ho pensato subito dopo che erano troppi per un disco del genere. Ci ripenserò non appena lo metteranno nella categoria ‘nice price’.

La Beggars Banquet ha da poco ristampato alcuni suoi titoli in formato deluxe; le nuove edizioni si chiamano ‘Omnibus Edition’ e, fra quelle che ho potuto vedere nelle rivendite, vi sono alcuni dischi dei Bauhaus e alcuni dei Cult. In particolare, di questi ultimi è stata riproposta una versione di “Love” comprendente ben quattro ciddì: uno con l’album originale, uno coi brani aggiunti, uno con demo & rarità e infine un altro con un concerto dell’epoca. E il prezzo era molto interessante, ventitré euro per quattro dischi… pur avendo già il ciddì standard di “Love” ci farò un pensierino.

Sto faticosamente leggendo “Scritti corsari” di Pier Paolo Pasolini: allora, il libro – che è una raccolta di articoli che il nostro scrisse fra il 1973 e il ’75 per varie testate editoriali – è assai illuminante e profetico. Una lettura piuttosto amara, avara però d’ironia e di leggerezza che mi ha fatto rallentare di molto lo scorrere dei miei occhi sulle pagine di “Scritti corsari”. Ho però l’intenzione di finirlo a breve.

Sono arrivato all’inquietante peso degli ottanta chilogrammi, un record per me. Mi sa che un ritorno in palestra (l’ultima volta risale al 2006) mi farebbe un gran bene…

Infine, per concludere, sono sicuro che non pubblicherò un altro post prima di Pasqua, per cui… ne approfitto ora per augurare buona Pasqua a tutti quelli che mi hanno seguito fin qui. Alla prossima, ciao! – Matteo Aceto

Anche l’editoria fa la sua parte

Miles Davis:Layout 1Nel post precedente ho riportato un elenco dei principali titoli discografici legati a Miles Davis che mi piacerebbe molto acquistare in un prossimo futuro. Ebbene, ora c’è un altro titolo che vorrei aggiungere, di natura cartacea stavolta: un bel librone fresco di stampa chiamato “Bitches Brew”, scritto da Enrico Merlin & Veniero Rizzardi e dedicato all’omonimo capolavoro davisiano del 1970.

Mi trovavo in una grande libreria di Pescara, l’altro ieri; dopo aver preso un libro di Federico Fellini – “Il viaggio di G. Mastorna” (al quale vedrò di dedicare un post più in là), passo al reparto dei libri musicali e mi trovo davanti questo volume dedicato ad uno dei miei dischi preferiti. Lo sfoglio brevemente, ci sono un sacco di note, di foto interessanti e decido di fare un passo ulteriore: vedere quanto costa. Accidenti, sono ben trentacinque euro! Lo ripongo ma mi appunto la casa editrice, Il Saggiatore, e lo inserisco nella fantomatica lista dei miei acquisti filmici/editoriali/discografici futuri. Per chi volesse saperne di più rimando a questo link, mentre invece, per quanto mi riguarda, a questo punto accetto offerte & donazioni! – Matteo Aceto

Un po’ di questo, un po’ di quello

E’ proprio da un bel po’ che non scrivevo niente di nuovo su questo mio blog, ultimamente trascurato come non mai. Un ciddì di John Coltrane che ho preso pochi giorni fa e un album dei Genesis che ho riascoltato con particolare trasporto mi hanno fatto tornare la voglia di parlare di musica su Immagine Pubblica. Per quanto, temo, ho bisogno ancora di qualche giorno per ritrovare l’ispirazione necessaria per scrivere qualche post decente.

Inoltre, credo d’aver finalmente visto tutti i film diretti da Federico Fellini, per cui vorrei aggiornare il discorso di questo post. Ho anche riletto con gran gusto “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino, mentre proprio ieri sera ho finito di leggere “La banda dei brocchi” di Jonathan Coe, un libro che avevo preso alcuni mesi fa ma che era rimasto a contemplare granelli di polvere sul comodino. Ecco, mi piacerebbe anche parlare di questi due libri.

In effetti mi piacerebbe sprecare un po’ di parole per tanti altri argomenti, qui sul blog: la triste morte di Michael Jackson, ovviamente, una tragedia che mi ha colpito enormemente (più di quanto mi sarei aspettato, a dire il vero); l’imminente ripubblicazione degli album dei Beatles; alcune recensioni su dischi di Miles Davis, Nina Simone, Queen, Depeche Mode, Roger Waters, David Sylvian, The Style Council, Tears For Fears, Bee Gees, The Cult e Donald Fagen. Oltre che, come detto, Coltrane e i Genesis. Insomma, tutta gente della quale – in un modo o nell’altro – abbiamo già parlato qui su Immagine Pubblica. Il fatto è che mi sto accorgendo che, gira & rigira, nonostante ascolto veramente di tutto – spaziando fra le discografie degli artisti più disparati – ascolto quasi sempre gli stessi nomi: dopo ventanni buoni d’ascolti ho ormai capito quali musiche le mie orecchie apprezzano di più. Forse dovrei passare con più convinzione alla classica o alla lirica per allargare ulteriormente i miei orizzonti, perché credo che in fatto di jazz e soprattutto di pop/rock ho ormai individuato ciò che cerco.

E così – tornando per l’ennesima volta a quelli che restano fra i miei preferiti di sempre, i Beatles – lasciatemi concludere questo post con un breve aneddoto circa gli album remasterizzati che saranno pubblicati dopodomani (il fatidico 9/9/09): a quanto pare, i capoccioni della EMI hanno anche eliminato alcuni errori presenti nelle canzoni dei Beatles, errori che sono ormai entrati a far parte di quelle canzoni, sono stati studiati (e in certi casi pure apprezzati) e quindi storicizzati come parte del contesto culturare/tecnologico di quegli anni. Ecco, tanto per fare un esempio, che sullo sfumare del riverbero finale di A Day In The Life (tratta dall’album “Sgt. Pepper”) m’abbiano eliminato quello scricchiolio di sedia che a me comunque piace lo stesso, ecco dicevo, a me fa un po’ incazzare! Non sono mica poi così bendisposto a sborsare un paio di centinaia di euro per un catalogo che, con la scusa di volermi proporre un lavoro più nitido dal punto di vista sonoro, finisce col restituirmi una versione perfettina e asettica d’un gruppo che perfettino e asettico non è mai stato. La curiosità è tanta, in definitiva… ma pure i dubbi. Vedremo… anzi, no, sentiremo. – Matteo Aceto

Ennio Flaiano, uno dei tanti errori

ennio-flaiano-diario-degli-errori-immagine-pubblica-blog“Il giornalismo deve essere di formazione o di informazione?: ecco il dilemma. Finisce che si mettono d’accordo. Formare e informare. Io penso invece che il giornalismo e in genere la rapidità di diffusione delle notizie inutili e mostruose è il danno maggiore che l’umanità sopporta in questo secolo. Si sa tutto di tutto. Che noia. E che tristezza.”

Queste parole, Ennio Flaiano le scriveva nel 1958. Sono di un’attualità imbarazzante.

Il brano è tratto da “Diario degli errori”, edito da Adelphi, e compare tre le pagine 44 & 45. – Matteo Aceto

Grande documentazione bowiana

libro-bowie-la-trilogia-berlineseFinalmente anche questo libro di Thomas Jerome Seabrook è stato tradotto per il mercato italiano: col titolo un po’ ruffiano ma indicativo di “La trilogia berlinese” [foto], sarà disponibile in libreria fra qualche giorno. La versione italiana è curata dalla Arcana, nota casa editrice che stampa molti libri essenziali sul pop-rock; come sempre, però, il prezzo non è popolarissimo, ben diciotto euro & cinquanta centesimi.

Se c’è qualcosa che all’Arcana lascia un po’ a desiderare sono i frequenti errori di battitura & alcuni imbarazzanti refusi… insomma, per quasi venti carte io mi aspetto un prodotto decisamente più curato. La cultura, la documentazione, comunque non sono in discussione e – appena potrò – darò la caccia spietata anche a questo libro, così come ho fatto per quest’altro.

Unica nota dolente, almeno per quanto riguarda il librone di Nicholas Pegg: è così ben documentato & scritto, pieno di storia bowiana & aneddoti & riflessioni & recensioni & interviste che mi è sembrato totalmente inutile continuare a parlare di David Bowie su Immagine Pubblica. – Matteo Aceto