Miles Davis, “Kind Of Blue”, 1959

miles-davis-kind-of-blue-immagine-pubblicaOriginariamente pubblicato il 28 maggio 2009, questo post è più una goffa raccolta di considerazioni personali che una recensione vera e propria. Che poi, lasciatemelo dire: ma che cosa avrà da aggiungere un post su Immagine Pubblica, scritto da un emerito sconosciuto come il sottoscritto, a proposito di un’autentica pietra miliare della musica come “Kind Of Blue”, il classico fra i classici dell’immensa discografia di Miles Davis?

Su questo disco sono state scritte pagine e pagine dai più illustri critici musicali del mondo, se non dei veri e propri libri, come quello di Ashley Khan, uno di quei libroni sul jazz che prima o poi – continuo a ripetermi ormai da troppo tempo – dovrò comprare e quindi leggere & rileggere. Un disco, questo “Kind Of Blue”, che è stato ristampato innumerevoli volte negli ultimi cinquantotto anni (compreso un bel cofanettone, nel 2008, con tanto di vinile, ciddì & divuddì… ovviamente presente nella mia collezione) e che si può trovare praticamente dappertutto, non solo nei negozi di dischi, ma anche nei centri commerciali e nelle edicole, passando per le stazioni di servizio in autostrada.

Per questo e per tanti altri motivi, mi limiterò – ora come in quel post del 2009 – a delle semplici considerazioni sull’album originale del ’59, un vero disco coi controcazzi, come direbbe lo stesso Miles Davis in quel linguaggio colorito che gli era tanto caro, suonato da un gruppo coi controcazzi: i sassofonisti John Coltrane e Cannonball Adderley, i pianisti Bill Evans e Wynton Kelly, il bassista Paul Chambers e il batterista Jimmy Cobb. E poi in “Kind Of Blue” c’è ovviamente Miles, con la sua magica tromba ma anche con tutto il suo carisma di bandleader, qui alle prese con la massima espressione del jazz modale, vale a dire un tipo di jazz acustico (l’elettrico sarebbe arrivato per Davis solo sul finire degli anni Sessanta) che, in base a semplici schemi predefiniti sulla carta, lasciava grande spazio alla libera espressione e all’improvvisazione dei musicisti.

In effetti i cinque brani di “Kind Of Blue” – l’esaltante So What (contenente quella che forse resta l’introduzione più bella di sempre in un album jazz), il brioso Freddie Freeloader, il romantico Blue In Green, l’africaneggiante All Blues e il suggestivo Flamenco Sketches – mettono meravigliosamente in luce la sensibilità artistica & la bravura tecnica d’ogni singolo musicista, in un equilibrio di gruppo che definirei pressoché perfetto. E’ un miracolo questo “Kind Of Blue”, e concordo pienamente con chi disse e/o scrisse che dev’essere stato fatto in paradiso.

Registrato negli studi newyorkesi della Columbia in sole due sessioni fra il marzo & l’aprile 1959 e prodotto da Irving Townsend, “Kind Of Blue” è un’autentica pietra miliare non solo del jazz ma soprattutto della musica in generale. Per Miles Davis fu una sorta di fatidico spartiacque: la musica che incise prima di “Kind Of Blue” fu una cosa, la musica che incise dopo fu tutt’altro. Anche la mia esperienza di ascoltatore può essere riassunta in un prima e un dopo “Kind Of Blue”, lo credereste?

-Mat

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Il mio Miles Davis

miles-davisNell’acquistare ogni disco che suscitava il mio interesse non ho badato (quasi mai) a spese. Contrariamente all’opinione comune, sborsare una ventina di euro per un ciddì non mi sembra una follia, come se l’edizione fresca di stampa d’un qualsiasi libro non ci alleggerisse di altrettanti soldini (e nonostante un’IVA decisamente più bassa). Eppure, chissà perché, non sento nessuno lamentarsi del caro-libri, se non a settembre, nei confronti dei libri di testo scolastici. Per me è una follia spendere 600 euro per un telefono, ecco il punto, senza parlare di chi spende allegramente 30mila euro per il più fesso degli status symbol: l’automobile.

Qualche follia, però, l’ho fatta anch’io, in particolare per i dischi di Miles Davis, probabilmente l’artista per cui ho speso più soldi. “Colpa” anche di quelle magnifiche edizioni Sony uscite tra il 1996 e il 2007, quei cofanetti da quattro, cinque, sei o addirittura sette ciddì con la rilegatura laterale in metallo che li tiene a mo’ di libro. Io non mai ho saputo resistere e, nel giro di pochi anni, sono andato a comprarmeli tutti, questi cofanetti deluxe, comprese le ristampe “economiche” riproposte di recente con le sole custodie cartacee. Dannata Sony, hai stampato e ristampato di tutto, bastava che recasse il nome Miles Davis sopra! E io ci sono cascato in pieno, facendo la gioia dei vostri geni del marketing! Ma me ne sono pentito? NO.

Anche la Warner Bros, che ha avuto Miles Davis sotto contratto nei suoi ultimi cinque anni di vita (1986-1991), ci è andata giù abbastanza pesantemente. Mi pubblica un costoso cofanetto da 20 (venti!) ciddì contenente tutte le sue esibizioni al Montreux Jazz Festival? Ebbene, io sono andato a comprarmelo! E le incisioni Blue Note? Le Capitol? Le Prestige? Tutte, prese tutte! La mia debolezza sentimentale, tuttavia, è per le etichette di proprietà della Sony, ovvero quelle che coprono gli anni d’incisione 1955-1985, un trentennio tondo tondo di musica straordinaria che, per quanto mi riguarda, rappresenta la più bella avventura musicale del secondo dopoguerra, seconda forse a quella dei Beatles.

Ecco, volevo scrivere un post più biografico su Miles Davis, in questo 2016 che segna il novantesimo anniversario della nascita e il venticinquesimo della morte, e non scrivendo dei dischi. Almeno non ora. Però, a ben vedere, i dischi sono l’unica cosa che posso vantare a proposito dell’universo di Miles Davis giacché, per questioni anagrafiche, ho iniziato a interessarmi all’arte e alla figura del celeberrimo trombettista soltanto molti anni dopo la sua morte.

A breve mi piacerebbe ripubblicare quanto scritto sulle precedenti incarnazioni di questo modesto blog; i miei “archivi segreti” contengono cinque post originariamente pubblicati tra il maggio 2008 e il maggio 2009, più l’abbozzo d’un sesto. Con le dovute revisioni, vorrei riproporli qui nelle settimane prossime, non perché particolarmente memorabili ma perché forse non saprei fare di meglio. Sarà inoltre un’occasione per lasciarmi ispirare nello scrivere qualche nuovo post. Ad ogni modo, mi riserverò una “milesdavizzazione” di Immagine Pubblica che forse ho rinviato anche troppo, un po’ come la “freddiemercuryzzazione” degli scorsi mesi. Tra un post e l’altro, come sempre, avremo comunque modo di parlare d’altro.

-Mat

Freddie Mercury, Montserrat Caballé, “Barcelona”, 1988

freddie-mercury-montserrat-caballe-barcelona-1988Vorrei concludere la mia serie di post dedicata al mai-dimenticato & sempre-più-rimpianto Freddie Mercury recuperando e ampliando un post che pubblicai il 24 novembre 2009, a proposito dell’album “Barcelona”. Famoso disco di duetti tra il nostro e la regina spagnola della lirica, Montserrat Caballé, “Barcelona” è un album tanto apprezzato dai fan dei Queen quanto ridicolizzato dai detrattori di Mercury & soci. Essendo io un fan duro & puro dei Queen, non posso che apprezzare un disco del genere, un disco che con gli anni, per giunta, ho finito con l’amare. Ora è chiaro che tutto si riduce a una questione di gusti: potremmo pontificare in eterno su quale sia l’album più bello del mondo, o se un artista valga più dell’altro, rafforzando magari le nostre ragioni coi pareri critici degli esperti musicali di turno. Per quanto mi riguarda, ciò che conta davvero è l’emozione: se un disco ci emoziona, e soprattutto se continua a farlo anche dopo decenni, ebbene quello è un gran disco. Non ci sarebbe altro da aggiungere. La maniera migliore per giudicare se un album (o una canzone, o anche un film o un libro) sia “bello” è se ci fa venire la pelle d’oca, se ci mette i brividi, se ci commuove. Insomma, se ci trasmette un’emozione. Nel mio personalissimo caso, “Barcelona” fa proprio questo, e quelle che seguono sono le mie personalissime impressioni. Chiunque, fra i commenti, può esternare le sue (e un blog serve anche a questo).

Spettacolare, raffinato e tuttora unico nel suo genere, “Barcelona” fonde con originalità l’universo sonoro di Freddie Mercury con gli stilemi della musica lirica, in una resa sonora che in fondo non lascia né sorpresi e né perplessi: la musica di Mercury è stata sempre melodrammatica, teatrale, epica e potente. Approntando un album come “Barcelona”, il nostro non deve aver fatto una gran fatica, o addirittura una violenza a sé stesso. Anzi, si è proprio divertito, si è appassionato e ci ha messo l’anima, come ha scritto in proposito Peter Freestone, assistente personale di Freddie, nel suo ormai noto libro di memorie: “Barcelona era la sua essenza. Siccome era un disco che voleva fare a tutti i costi, aveva deciso che avrebbe dovuto contenere il meglio che Freddie Mercury potesse offrire. Dopo tutto, avrebbe potuto essere il suo memoriale”. Freestone, nel rievocare la gestazione d’un disco tanto originale, non nasconde infatti la possibilità che Freddie già allora sapeva di essersi seriamente ammalato. Non bisogna dimenticare, tuttavia, il fondamentale contributo creativo e strumentale del pianista, tastierista e arrangiatore Mike Moran, coautore di tutte le canzoni di “Barcelona” e produttore, assieme a David Richards e allo stesso Mercury, di questo autentico capolavoro.

Freestone ricorda inoltre il primo incontro Mercury-Caballé, che si svolse al Ritz Hotel di Barcellona nel marzo ’87: “questa collaborazione iniziale con Mike [Moran, già al fianco del nostro per il singolo The Great Pretender / Exercises In Free Love edito a febbraio] produsse una cassetta di tre brani di base. Uno di questi diventò Exercises In Free Love che poi diventò Ensueno nell’album Barcelona. Gli altri due erano il formato di base di The Fallen Priest e Guide Me Home che Mike aveva messo insieme con Freddie usando una voce in falsetto per approssimare la parte di Montserrat”. E infatti possiamo ascoltare alcuni di questi provini fra le numerose rarità presenti in “The Solo Collection”, un monumentale cofanetto di 12 dischi dedicato a Mercury e pubblicato dalla EMI nel 2000. In quelle rivelatorie sedute di registrazione – provini casalinghi con la stessa Caballé e registrazioni di studio vere & proprie nelle quali ascoltiamo la voce del solo Freddie – possiamo così ammirare tutto il talento (e la passione) di Mercury alle prese con uno dei suoi dischi più significativi. Ma è un altro libro di memorie, scritto da Jim Hutton, l’ultimo compagno di vita di Freddie, ad offrirci un’interessante testimonianza di quelle sedute: “Qualche giorno più tardi, quella stessa settimana [della primavera ’87], quando Montsy arriviò in studio di registrazione per lavorare con Freddie, le cose non andarono precisamente come lei si aspettava. Lei pensava che per registrare con Freddie le sarebbe bastato arrivare, cantare qualche canzone seguendo lo spartito e andarsene; ma non aveva idea della singolarità del metodo di lavoro di Freddie. Lui non aveva preparato in anticipo nessuna musica per Montsy, ma invece intendeva chiederle di provare qualcosa di improvvisato e poi cominciare a lavorarci sopra fino a trovare insieme il miglior risultato. […] E così, lei accettò il suo particolare metodo di lavoro. Freddie si dimostrò un maestro esigente. In seguito, Montsy ammise che in quelle sedute di registrazione Freddie era riuscito a ottenere dalla sua voce più di quanto lei stessa riteneva di poter dare”.

Epica ed emozionante ballata pianistica dove la potenza delle due voci viene espressa ai massimi livelli, Barcelona, edita su singolo già nell’ottobre ’87, è di certo la canzone più famosa del disco. Il testo stesso della canzone narra delle emozioni scaturite in Freddie da questa sua agognata collaborazione. Barcelona è senza dubbio uno dei vertici artistici di Mercury, una delle canzoni più rappresentative del suo stile barocco e melodrammatico. La Japonaise è invece un brano più d’atmosfera, con Freddie che canta diverse parti in giapponese, mentre la musica – mescolando elementi della tradizione sacra con sonorità tipicamente orientali – ci accompagna in un viaggio suggestivo e suadente. Pezzo decisamente operistico, il successivo The Fallen Priest non sfigurerebbe affatto in una qualsiasi compilation di lirica: un brano di assoluta potenza e drammaticità che rappresenta uno dei duetti più riusciti della coppia Mercury-Caballé. La lenta e malinconica Ensueno (basata come sappiamo su Exercises In Free Love) è un incredibile duetto in spagnolo dove Freddie si esprime come mai si era espresso prima grazie all’uso del suo timbro naturale, ovvero un caldo baritono. Ensueno è l’unico numero in “Barcelona” dove Mercury e la Caballé hanno cantato fianco a fianco, dato che, per via dei numerosi impegni della soprano, Freddie si vide costretto ad operare da solo in studio e poi a far sovraincidere la voce alla sua partner.

The Golden Boy – pubblicata anche su singolo, in un’orrenda versione editata – figura un’interessante fusione di stili: lirica, pop e gospel, con Mercury sempre protagonista a discapito della Caballé, maggiormente a suo agio nella prima parte e nel finale della canzone, entrambe sezioni di vera musica lirica che testimoniano, inoltre, la grande versatilità della voce di Freddie. Delicata e commovente ballata sulla fragilità della condizione umana, Guide Me Home è una canzone semplicissima eppure molto emozionante, quieta e potente al tempo stesso; il finale è collegato alla successiva How Can I Go On?, il brano dall’arrangiamento più convenzionalmente pop di questo disco, tanto che al basso figura un altro componente dei Queen, John Deacon. Anche in questo caso siamo alle prese con uno dei vertici artistici di Freddie Mercury, con quell’intreccio tra la sua voce e quella della Caballé che, soprattutto nel finale, è davvero da pelle d’oca. La conclusiva Ouverture Piccante non è una canzone vera e propria, bensì un lungo mix fra alcuni degli altri brani presenti sul disco, anche se include una veloce sezione di piano del tutto inedita. Pur non memorabile, Ouverture Piccante resta se non altro un ascolto interessante: ci permette di apprezzare maggiormente l’elaborato uso delle voci sovrapposte da parte dello stesso Freddie, alcune delle quali scorrono al contrario.

“Ci furono un paio di altre idee – scrive ancora Peter Freestone nel suo libro – che a Freddie sarebbe piaciuto provare con Montserrat in quel periodo, una delle quali era l’incisione di La Barcarole tratta da The Tales Of Hoffman di Offenbach, ma a causa della limitata disponibilità di tempo di Montserrat, la cosa fu tralasciata, forse per una data successiva”. L’altra idea era invece Africa By Night, grande inedito mercuryano che non abbiamo ancora avuto il piacere d’ascoltare nella versione originaria, successivamente recuperata per quella All God’s People inserita in “Innuendo” (1991).

Aggiungo, per finire, che nel 2012, in occasione del venticinquennale della collaborazione Mercury-Caballé, la Universal ha distribuito una interessante (anche perché piuttosto economica) edizione deluxe dell’album “Barcelona” comprendente 4 dischi: accanto all’inevitabile divuddì contenente video e interviste, troviamo infatti un compendio delle “Barcelona Sessions” apparso nel 2000 nel ben più dispendioso “The Solo Collection” (il cofanettone monografico dedicato a Mercury che abbiamo già citato sopra) e un completo remix dell’album originale a base di vera orchestra curato da Stuart Morley (in uno dei tre ciddì se ne può ascoltare la sola versione strumentale).

Per quanto possa risultare affascinante, l’ascolto delle parti vocali che Freddie e Montserrat hanno messo su nastro tra l’87 e l’88, sovrapposte a un lavoro orchestrale del tutto nuovo ma che ricalca fedelmente la musica originale, non si traduce – almeno nel mio caso – in un valore aggiunto. E’ stato un esperimento lecito, che prima o poi andava anche fatto, ma che tuttavia non ha aggiunto niente di che al valore complessivo dell’opera, il cui vero spettacolo resta l’intreccio tra le bellissime voci dei due veri protagonisti del disco.

– Mat

The Cure, “The Head On The Door”, 1985

the-cure-the-head-onthe-door-1985Pubblicato per la prima volta nel 1985, “The Head On The Door” è il primo disco dei Cure che ho avuto modo d’ascoltare, verso la fine degli anni Novanta, quando iniziavo a interessarmi non solo a questa band inglese ma anche a tutta quella scena musicale britannica che, partita dall’esplosione punk del 1977, ha poi virato verso territori più dark se non proprio gotici. In quegli ultimi anni del Ventesimo secolo, infatti, scoprivo i Joy Division e i loro naturali successori, i New Order, ma anche i vari StranglersBauhaus, Siouxsie And The Banshees, The DamnedSisters Of Mercy e The Mission, toccando quindi le coste australiane con band quali The Church e Nick Cave & The Bad Seeds.

Non tutti mi sono piaciuti, o non tutti ho continuato ad ascoltare in seguito, ma alcuni di loro, quali appunto i Cure, mi sono rimasti nel cuore. Così come ci è rimasto questo “The Head On The Door”, uno dei loro lavori più accessibili e pop, quello che mi ha fatto innamorare di tutta una scena musicale e che ha dato avvio alla mia passione per l’universo sonoro di Robert Smith, autore, cantante, chitarrista, produttore e inconfondibile immagine pubblica dei Cure, una band ormai storica, che calca le scene dai tardi anni Settanta e che ancora oggi riempie gli stadi di tutto il mondo. Li ho visti una volta, a Roma nel 2002, in un concerto all’Olimpico tra i più belli (tutte le hit storiche e i brani più amati dai fan) e generosi (3 ore di durata) ai quali io abbia mai assistito.

Avevo già pubblicato qualcosa su “The Head On The Door” nelle precedenti incarnazioni di questo blog, esattamente il 20 aprile del 2007 e il 1° febbraio del 2008. Per chi non conosce il contenuto dell’album e vuol saperne qualcosa di più, ripeto brevemente quanto scritto allora. Si parte col travolgente pop rock di In Between Days, appena 3 minuti di chitarre rotolanti e squillanti che sfidano chiunque a restare immobili, si continua con quello che resta uno dei miei pezzi preferiti dei Cure, Kyoto Song, forte d’un arrangiamento tanto gotico quanto maestoso, e quindi con The Blood, un coinvolgente brano pop rock che infonde un veloce arrangiamento in stile flamenco alle venature più dark tipiche dei Cure, con Six Different Ways, brano più pop che sembra uscito dalle sessioni dell’album precedente, “The Top” (1984), e quindi con Push, altro brano travolgente, coi primi 2 minuti tiratissimi e praticamente strumentali, e forte di una delle migliori prove vocali mai offerte da Smith.

La successiva The Baby Screams ricorda un po’ i New Order (e la cosa non è infrequente nella produzione artistica dei Cure di quel periodo) anche se, una volta che Smith inizia a cantare, si è inconfondibilmente in presenza d’una canzone dei Cure. A seguire c’è Close To Me, uno dei loro pezzi più famosi, riproposto nel 1990 in un remix (con tanto di divertente videoclip che riprendeva l’originale del 1985 nel punto in cui finiva) che ha ridato nuova popolarità sia alla canzone che alla band stessa. A entrambe le versioni, tuttavia, ho sempre preferito la successiva – nella scaletta di “The Head On The Door” – A Night Like This, arricchita da un insolito assolo di sax: dopo 30 anni continua a restare un brano di grande atmosfera, epico e intenso, perfettamente bilanciato fra quelle sonorità irresistibilmente pop e quella sensibilità peculiarmente dark che hanno reso celebri i Cure.

Viene quindi il turno di Screw, breve funky dall’andamento saltellante e robotico che sembra più che altro introdurre il brano finale, Sinking, secondo me il migliore del disco. Con quel ritmo medio-lento che sembra andare alla deriva, le tastiere eteree, il basso pulsante e la voce più unica che rara di Smith, Sinking è una delle canzoni più memorabili dei nostri, quella che segna lo stile maturo dei Cure, uno stile che verrà sviluppato ulteriormente in tutti gli altri dischi della band, da “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” del 1987 in poi, trovando compimento definitivo con l’album “Bloodflowers”, quindici anni dopo “The Head On The Door”.

Anche “The Head On The Door”, infine, è stato ripubblicato in edizione deluxe con disco bonus contenente inediti e rarità del periodo. Tra il 2006 e il 2010, infatti, Robert Smith ha curato di persona le ristampe di tutti gli album dei Cure usciti nel primo decennio d’attività della band, cioè tutti i dischi compresi tra “Three Imaginary Boys” (1979) e “Disintegration” (1989), passando anche per “Blue Sunshine” (1983), frutto di quell’estemporanea ma riuscita collaborazione tra Smith e Steven Severin dei Siouxsie And The Banshees chiamata The Glove. Magari di tutto questo avremo modo di parlare in un prossimo post.

-Mat

George Harrison: un apprezzamento postumo 15 anni dopo

george-harrisonNon solo Miles Davis, non solo Freddie Mercury, ma anche George Harrison. Un anno come questo 2016, che ci ha portato via artisti del calibro di David Bowie, Glenn Frey, Maurice White e Prince, ci ricorda infatti anche importanti anniversari, tra cui quello della morte del celebre chitarrista solista dei Beatles, avvenuta appunto il 29 novembre del 2001.

Quindici anni fa quasi non ci feci caso, a quella morte. Mi spiego meglio: il buon George era malato da tempo, la sua lunga lotta contro il cancro sembrava già una battaglia persa in partenza, la spiritualità che lo ha sempre caratterizzato, così come quel suo senso dell’humour, tanto british quanto macabro, mettevano il tutto nella giusta prospettiva. E così, quando venni a sapere della morte di uno dei miei amati Beatles, in fondo ne restai quasi sollevato. Mi dispiaceva sì, certamente, ma almeno l’uomo aveva smesso di soffrire. E di nascondersi ai media che lo braccavano da mesi, in un circo del pettegolezzo macabro che puntualmente si ripete ad ogni illustre agonia ma che puntualmente torna a disgustarmi.

Quindici anni dopo e mi sembra ancora strano pensare che George Harrison non sia più di questo mondo, così come John Lennon, morto ventun’anni prima in circostanze ancora più tragiche. Sarà che dei Beatles si è sempre parlato molto, si parla ancora molto anche oggi, e probabilmente se ne parlerà ancora molto in futuro, che pare che siano ancora lì, vivi e vegeti tutti e quattro, eternamente giovani, col sorriso, circondati da quella musica che ha segnato tanto profondamente sia la storia del secondo dopoguerra che le vite di tutti noi, ci piacciano o meno i dischi dei Beatles. Insomma, sembra proprio che i Fab Four siano eterni, e poco importa che la metà di loro non ci sia più, e da molti anni ormai.

In questi quindici anni, per quanto mi riguarda, ho fatto una scoperta clamorosa, un qualcosa che in quel lontano 2001 non avrei mai lontanamente sospettato: i dischi da solista di George Harrison sono quelli che, tra tutti e quattro gli autori, mi piacciono di più, quelli che più ascolto, quelli che sembrano perfino più rilevanti col passare del tempo. Essì che ho sempre pensato che “All Things Must Pass” – il primo disco che il nostro ha pubblicato all’indomani dello scioglimento del Beatles, nel 1970 – sia non soltanto il disco più bello d’un Beatle solista ma anche uno che potrebbe stare sullo stesso piano dei vari “Sgt. Pepper”, “White Album” e “Abbey Road”; tuttavia in questi ultimi anni ho definitivamente apprezzato quell’unico componente dei miei amati Beatles che sembrava restarsene un po’ nell’ombra. Guardando in alto a quei giganti di Paul McCartney e John Lennon, e tutto preso dalla mia smisurata simpatia per Ringo Starr, infatti, quasi non mi ero accorto di George e della sua musica. Ci sono arrivato in anni più recenti, e per me è stato un autentico shock culturale.

Anche l’ultimo album da studio di Harrison, pubblicato per suo volere nel 2002, quando ormai se n’era già andato, non solo è perfettamente in linea con la sua produzione solistica dei tempi d’oro ma è anche uno dei più bei dischi beatlesolistici di sempre. E’ come se avessi avuto, ascoltando quegli album e informandomi di più sulla vita del nostro, un’autentica rivelazione.

Mi dispiace di essermi perso tutto questo quando George Harrison era ancora in vita. Eppure sono convinto che un grande artista abbia proprio questa caratteristica: dopo la sua morte, anche molti anni dopo il luttuoso evento, continua a far parlare di sé, mentre la sua opera continua ad appassionarci e, in casi non rari, a meravigliarci ancora.

-Mat

Freddie Mercury, 25 anni dopo: un personale ricordo

freddie-mercury-25-anni-dopo-immagine-pubblicaSono passati 25 anni esatti da quel triste giorno di novembre che ci ha portato via Freddie Mercuy e stiamo ancora qui a parlarne, a rimpiangerlo, a rabbrividire per la sua voce che esce potente dalle casse dello stereo. In effetti è proprio andata così: dopo un quarto di secolo dalla morte dell’artista, la sua musica è più rilevante che mai, la sua figura nell’immaginario collettivo è sullo stesso piano dei Beatles, di Michael Jackson, di Elvis Presley e di pochi altri – veri – miti della cosiddetta musica popolare.

Ci sarebbero molti modi, almeno per me, di ricordare quello che da 25 anni a questa parte è uno dei miei beniamini preferiti; nelle varie incarnazioni di questo modesto blog ho infatti scritto spesso & volentieri di Freddie Mercury, non solo recensioni sui suoi dischi da solo o con i Queen (parte delle quali ho riproposto negli ultimi mesi, spesso riscritta e aggiornata, vedi QUI e QUI, per esempio), ma anche post di tipo biografico. Ieri, ad esempio, in vista dell’anniversario di oggi, ho “ritrovato” un mio post pubblicato sul blog Parliamo di Musica il 5 settembre 2006, quando cadeva l’anniversario dei 60 anni della nascita di Farouk Bulsara, al secolo Freddie Mercury.

Ecco, avrei potuto ripubblicare oggi quella biografia con i dovuti aggiornamenti e considerazioni del caso, tuttavia ho pensato che fosse solo un esercizio fine a se stesso. Una biografia di Freddie Mercury, infatti, oggi potete trovarla un po’ dappertutto, oggi chiunque abbia la possibilità di scrivere di spettacolo e/o di cultura non mancherà di scrivere anche due sole righe sul venticinquennale della tragica morte del nostro. Anche la sua biografia su Wikipedia, alla quale credo di aver collaborato io stesso, tanti anni fa, è ben fatta e assolutamente degna di nota per chiunque voglia saperne di più su questo autentico mito contemporaneo che è diventato “il cantante dei Queen”. Se fate un salto in libreria, per dire, troverete tanti altri libri (più o meno interessanti, se volete ve ne consiglio io qualcuno) sulla vicenda artistica e umana di Freddie, forse più di quanti ne troverete dedicati ai Fab Four e a Michael.

E allora perché un altro post, perché anche Immagine Pubblica dovrebbe aggiungere qualcosa? Da un lato, infatti, non dovrei scrivere proprio niente, perché niente avrei da aggiungere a quanto ho scritto e/o detto su Freddie Mercury da 25 anni a questa parte, dall’altro tuttavia sento che non posso proprio far finta di niente. Scriverò allora qualche aneddoto personale, qualcosa che finora non ho mai scritto e che appartiene solo a me, perché sono le mie memorie su quegli ormai lontani eventi del 1991. Non dovrete necessariamente seguirmi (e comunque ringrazio chi lo farà), il mio è solo un piccolo omaggio a un grande personaggio. Ecco, fa pure rima.

Primavera 1991: una coppia di miei zii, di ritorno dal Brasile, ha riportato, tra i vari ciddì che aveva acquistato lì, una copia di “Innuendo”, l’album dei Queen fresco d’uscita. Io, che all’epoca avevo appena tredici anni, conoscevo già il nome del gruppo inglese: in quegli anni, la loro We Are The Champions faceva da trionfante sottofondo alla pubblicità della Lancia che celebrava i trionfali titoli mondiali rally vinti con la mitica (anch’essa…) HF Integrale. Un album dei Queen, però, non lo avevo mai avuto fra le mani, e quella copia di “Innuendo” era la prima che vidi in casa di qualcuno della mia famiglia (dove invece giravano spesso & volentieri copie dei dischi dei Pink Floyd, sia in vinile che in ciddì e cassetta). Sentendolo a casa dei miei zii, capii che “Innuendo” era un gran disco, pieno di canzoni belle & potenti, che a me mettevano la pelle d’oca.

Autunno 1991: sono davanti alla televisione, dopo aver finito i compiti per il giorno dopo, e la pubblicità trasmette con una certa frequenza lo spot di una nuova uscita discografica (sì, oggi sembra strano, ma all’epoca e almeno fino al 1996-97, le nuove uscite discografiche erano massicciamente pubblicizzate in tivù). Si trattava di “Greatest Hits II”, una raccolta che racchiudeva tutti i più grandi successi dei Queen degli ultimi dieci anni, e lo spot dai canonici trenta secondi di durata mi aveva fatto sentire frammenti di canzoni che conoscevo ma che non sapevo a chi attribuire, brani come Radio Ga-Ga e Under Pressure, la cui “pressure!” finale scandiva il termine esatto dello spot, con Freddie che faceva l’occhiolino alla telecamera. Ecco quello che voglio, mi sono detto, una bella cassetta di “Greatest Hits II” di questi Queen, che finalmente voglio sentire come si deve! A quel tempo avevo già un greatest hits in cassetta, quello dei Beatles, che avevo praticamente consumato; ebbene, quello dei Queen sarebbe stato il prossimo. Qualche settimana dopo, tornando da scuola e guardando il telegiornale mentre pranzavo, il Tg1 (o il Tg2, non ricordo bene, era comunque un tigì della Rai) dà una notizia: è morto Freddie Mercury, il trasgressivo cantante dei Queen, omosessuale, morto di AIDS a soli 45 anni dopo una vita piena di eccessi. Tra le immagini che scorrono alla tele, vedo un cantante sul palco con baffi neri, parrucca e tette finte. Il tutto, insomma, veniva rappresentato come una sorta di mostro. A tredici anni d’età ormai compiuti, una rappresentazione del genere mediata da mamma Rai aveva raffreddato abbastanza i miei entusiasmi verso la musica dei Queen. Insomma, non avevo più alcuna necessità di fare quello che stavo facendo, mettere da parte i soldi per comprarmi quella musicassetta.

Primavera 1992: gita scolastica, l’ultima che faccio con i compagni delle medie, prima di affrontare a settembre un primo anno di superiori, a Chieti, che francamente non vedevo l’ora di cominciare. Non ricordo molto di quella gita scolastica, ricordo solo che in sottofondo, sull’autobus, girava insistentemente la cassetta di “Greatest Hits II” dei Queen. Vabbene, quel tale, quel Freddie Mercury avrà anche condotto una vita spericolata, ma a me le sue canzoni piacciono da impazzire. Poco tempo dopo faccio la cresima, il mio regalo è – finalmente! – il mio primo stero. Il primo ciddì della mia vita che vado ad acquistare – accompagnato da mia madre, in un negozio di Chieti Scalo chiamato Happy Music – è “Greatest Hits II” dei Queen, per la non modicissima cifra di trentaduemila lire. In più prendiamo anche una copia in vinile di “Benvenuti In Paradiso”, l’album più recente di Antonello Venditti. Ma questa è già un’altra storia.

-Mat

Britpop: non mi piaceva ma aveva senso

britpop-blur-oasis-verve-anni-novantaMe ne stavo riascoltando con gran piacere il doppio vinile di “Urban Hymns”, quel capolavoro dei Verve datato 1997, e ripensavo a quella scena musicale nota come Britpop, una definizione peraltro che non ho mai veramente capito. Cosa c’è di più brit(ish) e di più pop dei Beatles, la cui parabola artistica si è svolta tra il 1962 e il 1970? Il cosiddetto Britpop, infatti, ha caratterizzato la musica per una buona parte degli anni Novanta, diciamo pressappoco la seconda metà di quel decennio, per cui quella definizione mi sembrava già allora vecchia di almeno venticinque anni.

Ad ogni modo, per chi come me c’era e comprava non soltanto musica con regolarità ma che leggeva anche le riviste “di settore”, gruppi come Blur e Oasis erano tanto chiacchierati quanto osannati, un po’ come era successo fino a pochi anni prima con le band “alternative” emerse negli Stati Uniti in seguito a quell’autentico tsunami musicale chiamato Nirvana. Insomma, che mi piacessero o meno, che acquistassi i loro dischi oppure no (e la risposta è no), sapevo praticamente tutto di questa scena Britpop: i nomi dei gruppi, i nomi dei loro stessi componenti, i nomi dei loro album e singoli inevitabilmente in testa alle classifiche, e perfino le immagini delle copertine dei loro dischi. Dischi che, tuttavia, non entravano a casa mia.

Ciò che proprio non mi piaceva del fenomeno Britpop (e del grunge dei primi anni Novanta) erano sostanzialmente due aspetti, strettamente correlati: che – nonostante gli entusiasmi dei critici e degli espertoni di turno – in quei dischi non si ascoltava in realtà niente di nuovo, e che nell’introdurre queste nuove band degli anni Novanta si procedesse in maniera pressoché sistematica a deridere quelle che le avevano precedute negli anni Ottanta. Faccio un esempio: ricordo la recensione d’un festival inglese (del ’95 o del ’96, il periodo era quello) in cui erano presenti, tra i tanti nomi in cartellone, i Simple Minds e gli Oasis; ebbene, l’autore dell’articolo evidentemente godeva nel riportare che, durante l’esibizione dei Simple Minds, i fan degli Oasis avessero esposto uno striscione con la scritta “why don’t you fuck off” (ironizzando, oltre che a mandarli a quel paese, su quella che probabilmente resta il brano più popolare dei Simple Minds, Don’t You Forget About Me).

Ora, nonostante io debba ammettere che non ascolto praticamente più i miei dischi dei Simple Minds, quei dischi li avevo effettivamente comprati, mentre non ho mai sentito la necessità d’andarmi a comprare un album degli Oasis. Inoltre, e mi fa piacere sottolinearlo, i Simple Minds sono attivi tuttora, mentre gli Oasis si sono sciolti già da un bel po’ di annetti. Ecco, in definitiva, che cosa ha rappresentato per me un fenomeno come quello del Britpop: qualcosa si effimero, di poco esaltante, che si è esaurito da solo senza lasciare né grandi rimpianti e – soprattutto – né eredi davvero degni di nota. Perché il punto centrale di questo post è proprio questo, in fondo: che ci sia piaciuto o meno, il fenomeno del Britpop è stato l’ultimo fenomeno pop davvero riconoscibile al quale abbiamo assistito, l’ultimo che abbia potuto vantare ancora vendite milionarie (anche se, c’è da dire, la musica liquida era ancora agli albori) e nomi dalla risonanza internazionale.

Se dovessi definire la musica del decennio successivo, quella compresa tra gli anni 2000 e 2009, davvero non saprei che parole utilizzare. Stiamo per entrare in un altro decennio ma io, musicalmente parlando, il decennio scorso non l’ho ancora messo a fuoco, non riesco ancora a storicizzarlo, ecco. Insomma, il Britpop – con la sola eccezione dei Verve e di una manciata di canzoni dei Blur – non mi è affatto piaciuto, eppure devo riconoscere che a suo modo, in quegli anni, ha avuto un senso. Mi piacerebbe però leggere anche la vostra opinione.

-Mat

Sting, “57th & 9th”, 2016

sting-ultimo-album-immagine-pubblicaHo inevitabilmente sentito il richiamo della foresta: un nuovo disco di Sting mi aspettava nei negozi fin da venerdì scorso e io, dopo qualche giorno di sofferta resistenza, ho fatto il mio acquisto. Avevo scritto QUI di una mia promessa che puntualmente ho disatteso ma, se non altro, non mi sono fatto ammaliare dall’edizione deluxe di “57th & 9th” (sì, il titolo dell’ultimo disco di Sting è quanto di più impronunciabile abbia mai proposto ai suoi fan di madrelingua non inglese): un cofanetto con prodotti come divuddì e cartoline dei quali sono effettivamente in grado di vivere senza.

Prodotto dal solo Martin Kierszenbaum (e già questa è una novità, dato che mai prima d’ora il nome stesso di Sting non era stato accreditato tra i produttori d’un suo album), “57th & 9th” non sembrerebbe nemmeno un disco di Sting se le sue dieci canzoni non fossero cantate da quella voce così inconfondibile, quella voce a me tanto cara.

Si differenzia parecchio da tutti gli album che il nostro ha pubblicato dal 1985 al 2013 perché è il meno levigato di tutti, quasi grezzo nel suo sound ridotto all’osso, immediato grazie anche ad appena trentasette minuti di durata. Insomma, è proprio così: seguo Sting da oltre vent’anni, lo “conosco” almeno dal 1985 per via del suo video Russians che guardavo da bambino in televisione, eppure riusce ancora a sorprendermi. E questo aspetto, al di là dell’intrinseco valore artistico del suo nuovo album, è già positivo.

Dico subito che, tra le dieci canzoni di “57th & 9th”, la migliore è proprio quella che stiamo già ascoltando in radio da un paio di mesi, I Can’t Stop Thinking About You, che pur restando una canzonetta senza pretese, con i suoi richiami allo stile musicale dei primi Police, è se non altro quanto di più eccitante Sting ci abbia fatto ascoltare dai tempi di Desert Rose (1999-2000). Di fatto, erano anni che non ascoltavo in radio una nuova canzone di Sting trasmessa con tale assiduità.

Gli altri momenti interessanti di “57th & 9th” sono, a mio avviso, i brani Down Down Down (anche se mi ricorda qualcosa di già sentito), One Fine Day (melodica, inconfondibilmente stinghiana, candidata a prossimo singolo), Petrol Head (anch’essa decisamente poliziesca, sembra quasi un ripescaggio inedito dall’album “Ghost In The Machine“) e Inshallah (brano dal sapore vagamente mediorientale, sintomatologia d’un vezzo di Sting che parte almeno da Mad About You del 1991). Non mancano comunque momenti più intimi e ancor più minimali, come la country Heading South On The Great North Road e la conclusiva The Empty Chair, eseguite con voce e due chitarre.

E così, affidandosi a un pugno di musicisti fidati che lo accompagnano ormai da anni sia in studio e sia soprattutto sul palco (il chitarrista Lyle Workman e il batterista Josh Freese) o da molti anni (il chitarrista Dominic Miller e il batterista Vinnie Colaiuta), il nostro cantante/bassista inglese s’è tolto lo sfizio di registrare interamente a New York l’album più immediato e musicalmente più essenziale mai uscito a suo nome.

Non è certo un capolavoro, magari l’anno prossimo ce ne saremo anche dimenticati, ma di questi tempi è molto difficile ascoltare il disco di un qualsiasi cantante pop-rock d’alta classifica le cui basi ritmiche non siano condizionate da tastiere, programmazioni e interventi di editing in postproduzione. Qui il tutto è suonato, senza fronzoli ma bene, la voce del nostro è sempre quella, ovvero una vera & propria garanzia, il disco è piacevole e per giunta breve. Sono motivi più che giustificatori della mia marinaresca promessa di tre anni fa, una volta comprato “The Last Ship”: mai più avrei comprato un nuovo disco del mio beniamino all’indomani dell’uscita nei negozi. Certamente.

-Mat

Queen, “Greatest Hits” in doppio vinile

queen-greatest-hits-doppio-vinile-immagine-pubblicaE’ notizia di oggi che la Universal si appresta a ripubblicare in vinile le due storiche raccolte antologiche dei Queen, ovvero “Greatest Hits” (1981) e “Greatest Hits II” (1991). Tralasciando per il momento quest’ultima, che detto tra noi è il primo disco dei Queen che ho comprato (nell’ormai lontano maggio 1992, in formato compact disc, il mio primo ciddì, fra l’altro… che ricordi!), ci occupiamo qui di “Greatest Hits”, ovvero il titolo discografico più venduto di tutti i tempi nel Regno Unito, ovvero il primo mercato discografico più importante al mondo dopo quello americano.

La grande peculiarità di questa ristampa – che, va detto subito, non aggiunge proprio nulla di nuovo in termini strettamente musicali – è che viene presentata in due bei viniloni da 180 grammi (sì, ok, vabbene, c’è anche l’ormai inevitabile mp3 download voucher del quale tutti sembrate avere un gran bisogno), mentre trentacinque anni fa le diciassette canzoni che compongono il “Greatest Hits” erano state stipate lungo i solchi d’un unico vinile.

Nel dettaglio, sul lato A troviamo quella che forse è proprio la canzone più rappresentativa dei Queen, Bohemian Rhapsody, seguita quindi dalla funky Another One Bites The Dust, dalla beatlesiana Killer Queen e dalla rockeggiante Fat Bottomed Girls. Sul lato B abbiamo quindi la straordinaria Bicycle Race, la pulsante You’re My Best Friend, l’eccitata & eccitante Don’t Stop Me Now e la commovente Save Me. Sul lato C sono quindi presenti il rockabilly di Crazy Little Thing Called Love, il gospel di Somebody To Love, il proto-heavy di Now I’m Here, il pop-cabaret di Good Old-Fashioned Lover Boy. Infine, nel lato D, troviamo la melodica Play The Game, la cinematografica Flash, il powerpop psichedelico di Seven Seas Of Rhye, e quindi quei due veri e propri inni da stadio che ormai conoscono anche le pietre chiamati We Will Rock You e We Are The Champions.

Ora io, conoscendo queste diciassette canzoni a memoria, nota per nota, da molti anni ormai (credo di aver acquistato la mia prima copia del “Greatest Hits” nel 1994, anche allora una ristampa, in ciddì, la prima remaster) non dovrei essere affatto tentato da quest’ennesima ristampa in vinile centottantagrammato che va ad affollarsi alle molte altre ormai disponibili nei più disparati centri commerciali del mondo. Eppure un po’ tentato lo sono. Non dico che andrò ad ordinarmela da Amazon questo venerdì, giorno d’uscita, tuttavia, in un ventoso giorno d’autunno, con la tristezza nel cuore, con la speranza ormai al tramonto e la voglia di vivere in riserva, entrando per puro caso in un negozio di dischi, sfortunatamente proprio nel giorno d’accredito dello stipendio, ebbene sì, io potrei cedere.

-Mat

Aspettando Sting

stingNotizia di oggi, il Bataclan di Parigi riaprirà – dopo i traumatici fatti di sangue di un anno fa – sabato 12 con un concerto di Sting. Il celeberrimo cantante/bassista inglese sta infatti per lanciare la sua ultima fatica discografica, l’album dall’impronunciabile titolo “57th & 9th”.

Avevo promesso a me stesso che, contrariamente a quanto faccio da buoni vent’anni a questa parte, non avrei più comprato a scatola chiusa nessun nuovo album del mio beniamino. Quando nel 2013 mi fiondai in negozio per accaparrarmi una copia di “The Last Ship” nel giorno della sua uscita, rimasi deluso dall’ascoltare per l’ennesima volta della musica folk angloirlandese. Sì, perché ormai dal 2006 – col soporifero album “Songs From The Labyrinth” – Sting è di fatto diventato un musicista folk. Folk di ispirazione tanto inglese quanto irlandese. Folk che a uno come me piace assai poco. O che comunque, non essendo un cultore del genere, piace poco così come me lo presenta Sting.

Tuttavia, il singolo apripista di “57th & 9th” (…ma come cavolo si pronuncerà ‘sto titolaccio?!…) che sto ascoltando in radio da oltre un mese a questa parte non mi dispiace affatto: si chiama I Can’t Stop Thinking About You, non è niente di che, ma non soltanto non odora di campagna inglese ma rimanda addirittura ai gloriosi anni dei Police. Quanto basta, insomma, per far vacillare i miei propositi posthelastshippiani.

Ho letto un paio di interviste che il nostro ha concesso in via promozionale alla stampa e mi sono fatto l’idea che questo nuovo album non abbia in effetti nulla a che vedere con quello che Sting ha fatto pubblicare dal 2006 al 2013. Certo, nemmeno l’album del 2003 era un capolavoro: quel “Sacred Love” che a distanza di tredici anni non riesce ancora a scaldarmi. E anche quello era stato preceduto dal suo bel corredo di interviste e considerazioni invitanti.

E così non so che cosa farò venerdì 11, quando la sveglia che mi ricorderà che mi aspetta una nuova mattinata di lavoro mi ricorderà anche che quel giorno un nuovo album di Sting – dall’impronunciabile titolo che qui non starò a copiaincollare ancora una volta – sarà arrivato nei negozi. Ci aggiorniamo sabato 12.

-Mat