Bob Dylan: un po’ di questo, un po’ di quello

Bob DylanBob Dylan è in tour in Italia con ben tre date all’Auditorium Parco della Musica di Roma, più altre a Firenze, Mantova, Milano, Jesolo (addirittura?) e Verona, ma io non sarò sotto il palco ad applaudirlo. Purtroppo. Mi sarebbe piaciuto, per carità, ma sono ormai dieci anni buoni che mi sono ritirato dall’attività live. Non ho più il fisico (e né la testa, a ben vedere) per affrontare tutti i chilometri che le mie pop/rockstar preferite vorrebbero farmi fare ogni volta che decidono di passare nella nostra beneamata penisola. E poi l’attesa ai cancelli, la corsa per prendersi i posti migliori, il sorbirsi i gruppi di supporto, eccetera. No, non fa proprio (più) per me.

Bob Dylan m’è sempre piaciuto anche se non mi ha mai fatto impazzire. Negli ultimi anni, tuttavia, sono andato a comprarmi diversi suoi dischi, comprese antologie triple (come ad esempio “Biograph”, del 1985) o cofanetti tematici (come ad esempio i sei ciddì contenenti le leggendarie “Basement Tapes”, usciti in box nel 2014), e perfino il suo ultimo album, anch’esso un triplo, “Triplicate” per l’appunto, uscito nel 2017 e del quale mi piacerebbe presto parlare in un post tutto suo. Mi piacerebbe avere un po’ tutti i suoi album “classici” (per ora sono fermo al solo “Blonde On Blonde” del 1966) ma è anche vero che ho puntato su Amazon un box antologico che la Sony ha fatto uscire qualche anno fa e contenente tutti i dischi da studio del nostro. Insomma, con una botta & via potrei farmi recapitare a domicilio tutta la produzione dylaniana dall’esordio agli anni della maturità.

Per il resto, sono convinto che ogni album di Bob Dylan sia meritevole quanto meno di considerazione, giacché in ognuno di essi si possono trovare brani di qualità. E poi parliamo pur sempre di uno che è sulla cresta dell’onda da oltre cinquant’anni e che di recente – non senza polemiche – è stato addirittura insignito del prestigioso premio Nobel per la letteratura. Un colosso, niente da dire. Al quale voglio avvicinarmi il più possibile ma anche senza fretta, seguendo la mia vecchia curiosità di appassionato di musica & compratore di dischi. Continuando, almeno per ora, a guardarlo da lontano, come in questi giorni che non sarò presente a nessuno dei suoi concerti italiani.

-Mat

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Bohemian Rhapsody: il film sui Queen finalmente in lavorazione

Bohemian Rhapsody Rami Malek Freddie MercuryTanto il sito dei Queen quanto quello del loro chitarrista, Brian May, ci stanno tenendo aggiornati sulla lavorazione del film “Bohemian Rhapsody”, il biopic sulla stessa band inglese, che a questo punto dovrebbe essere distribuito nelle sale nell’autunno 2018. Sì insomma, dopo dieci anni buoni di preproduzione, tra sceneggiatori & attori che andavano e venivano (per la parte di Freddie Mercury si era parlato di Sacha Baron Cohen ma anche di un certo Johnny Depp, mentre una prima stesura era stata scritta da Peter Morgan), il film a cui è stato dato il titolo della più formidabile canzone dei Queen, Bohemian Rhapsody per l’appunto, è finalmente una realtà.

Il regista è Bryan Singer, newyorkese, classe 1965, già dietro la cinepresa per i film della serie “X-Men”, oltre che per “Operazione Valchiria” e “Superman Returns”. Era stato anche coinvolto nella produzione della celebre serie “Dr. House”, se non ho capito male. E se alla sceneggiatura troviamo Justin Haythe (quello di “Revolutionary Road” di Sam Mendes) e Anthony McCarten (quello de “La teoria del tutto” di James Marsh), ad interpretare i quattro componenti originali dei Queen abbiamo finalmente il cast al gran completo: Gwilym Lee sarà Brian May, Ben Hardy sarà il batterista Roger Taylor, Joseph Mazzello sarà il bassista John Deacon e Rami Malek sarà Freddie Mercury (nella foto sopra, la prima foto ufficiale diffusa dalla produzione, anche se mi sembra un po’ ritoccata). Ci saranno inoltre Lucy Boynton e Allen Leech ad interpretare, rispettivamente, la fidanzata storica e il manager personale di Freddie Mercury. Ammetto candidamente d’ignorare tutti questi nomi coinvolti nel casting, saprei giusto dire qualche parola in più su Rami Malek, ma solo perché interpretando Freddie Mercury ha il ruolo più in vista e perciò se ne è parlato di più.

Californiano d’origine egiziana, classe 1981, il buon Malek è noto per aver interpretato il protagonista della serie tivù “Mr. Robot” (della quale non sapevo assolutamente nulla fino a qualche giorno fa), oltre che aver preso parte a un paio di film della serie “Una notte al museo”. Con ogni probabilità, insomma, il rischioso ruolo che gli è stato affidato, quello di un personaggio ormai così impresso nella cultura popolare come Freddie Mercury, sarà il ruolo della sua vita. Staremo a vedere.

Nel cast, infine, pare proprio che ci sia anche Mike Myers, già celebre tra i fan dei Queen per aver interpretato il protagonista in “Wayne’s World”, dove la stessa canzone Bohemian Rhapsody ha una parte memorabile nella buffa vicenda filmica narrata. Ammetto che negli ultimi tempi i biopic (come si chiamano ora i film che riguardano una biografia) sui protagonisti della musica non mi hanno affascinato più di tanto; tanto per dirne una, mi sono stupito della mia stessa indifferenza con la quale ho accolto “Miles Ahead”, il biopic su Miles Davis del 2015 diretto & interpretato da Don Cheadle.

Eppure tutto questo gran parlare di “Bohemian Rhapsody” attraverso i siti ufficiali legati ai Queen ha risvegliato la mia curiosità. Non so esattamente come si svolgerà la vicenda, so soltanto che riguarderà gli anni 1970-1985, quindi dalla fondazione della band a Londra, in quel lontano 1970, al trionfo del Live Aid del luglio 1985. Ed è proprio con la storica esibizione dei Queen al Live Aid che sono iniziate le riprese. Prima dell’autunno 2018, ne sono certo, avremo comunque modo di riparlarne.

-Mat

L’ultimo Natale di George Michael

george-michaelIeri notte, prima di andare a letto, come faccio di consueto, ho dato un’ultima sbirciatina al canale televisivo allnews. La prima notizia che vedo è quella che per ultima avrei immaginato di leggere, soprattutto nel giorno di Natale: è morto George Michael.

Mentre mi apprestavo a scrivere questo post (che è inutile, lo so, ma proprio non riuscivo a far finta di niente), volevo mettere in sottofondo un suo disco ma mi sono accorto con una certa sorpresa di non avere proprio niente di lui. Tanti anni fa avevo una copia in ciddì di “The Final”, la prima raccolta dei Wham!, edita in quello stesso 1986 nel quale George Michael aveva dato il definitivo addio artistico ad Andrew Ridgeley per mettersi in proprio con un singolo come A Different Corner e un album come “Faith”, edito l’anno dopo. Lui che in proprio aveva già fatto tutti gli hit storici dei Wham!, pezzi che conoscono anche i sassi, come Wake Me Up Before You Go-Go, Club Tropicana, The Edge Of Heaven e soprattutto quella Last Christmas che oggi, più che mai, assume un sapore amaro, pensando a questo ultimo Natale vissuto da George Michael. Tristezza che si somma alla tristezza.

Non m’è mai piaciuto granché George Michael da solista, perché secondo me le cose migliori le aveva fatte proprio con i Wham!, in quella spensierata prima metà degli anni Ottanta, quando uscì anche il suo primo singolo a suo nome, quella Careless Whisper che forse forse è proprio la canzone più bella uscita in quel decennio controverso. Eppure aveva una voce fantastica, probabilmente la migliore della sua generazione, l’unica voce che sia riuscita a “rifare” quella di Freddie Mercury in una strepitosa versione live di Somebody To Live eseguita con gli stessi Queen orfani di Freddie. In quei primi anni Novanta si era fantasticato d’un suo possibile passaggio proprio in seno ai Queen, a occupare il posto di quel cantante scomparso poco prima e che era uno dei suoi riconosciuti punti di riferimento musicali.

Ipotesi suggestiva, ma George ha avuto il buon gusto di non provarci. Anche perché in quegli anni il nostro aveva ben altro per la testa. In primo luogo un lungo braccio di ferro con la Sony, la casa discografica madre che l’aveva acquisito all’alba degli anni Ottanta con un contratto capestro che, di fatto, lo costrinse ad anni di silenzio discografico davvero lunghi per una pop star. Diversi personaggi dello spettacolo, se non ricordo male anche un certo Steven Spielberg, accorsero in suo aiuto, finché nel 1996 non ci fu la rinascita artistica con la Virgin e l’album “Older”, grande successo di quell’anno, così come il singolo apripista Jesus To A Child. In secondo luogo c’era l’omosessualità da rivelare al mondo intero, cosa che avrebbe scioccato il suo pubblico e anche l’opinione pubblica mondiale, dato che George Michael era visto (e giustamente) come un figaccione che sicuramente (credevamo tutti noi con una certa invidia) andava a letto con una donna diversa ogni sera.

Certo i tempi erano cambiati, la seconda metà degli anni Novanta non era certo la prima metà degli anni Ottanta: se l’avesse rivelato allora, la sua omosessualità, George Michael avrebbe visto la sua carriera fatta a pezzi per sempre. Eppure ha saputo gestire il tutto con grande intelligenza, anche dopo quel famoso “incidente” nel bagno d’una discoteca di non so più quale posto in America. Una canzone (e forse anche di più il suo video) come Outside mise subito le cose nella giusta prospettiva e la carriera del nostro poté procedere con ancora più autorevolezza.

Poi, per quanto mi riguarda, quelle canzoni che George Michael continuò a proporre tra la fine degli anni Novanta fino ai tempi più recenti non riuscivano proprio a interessarmi. Quella grandissima voce alle prese con quelle canzonette danzerecce che soltanto una come Madonna non si vergogna di propinare! Mah, vabbè, contento lui, pensavo.

Ed ora eccomi qui, in un mondo senza George Michael, così come la mia collezione di dischi è senza i suoi album. Che posso dire… che mi dispiace sinceramente.

-Mat

L’anno dei grandi addii: muore Leonard Cohen

leonard-cohen-you-want-it-darker-muore-leonard-cohenTanti anni fa, quando mio fratello & io ci stavamo appassionando al gruppo inglese dei Sisters Of Mercy, scoprimmo che The Sisters Of Mercy era in realtà una canzone di Leonard Cohen, che era uno degli artisti preferiti di Andrew Eldritch, leader della band e possessore di una voce altrettando cupa e baritonale. A quel tempo avevo già qualcosina di Leonard Cohen: una copia in musicassetta dell’album “I’m Your Man”, comprata per poche lire in un cestone d’un centro commerciale, dato che avevo assoluto bisogno della canzone che ne apriva le danze, First We Take Manhattan. Interessandomi così ai Sisters Of Mercy, rimasi quindi compiaciuto nel notare, per l’ennesima volta, che le mie eclettiche passioni musicali andassero sempre a confluire, in un modo o nell’altro.

Finora ho comprato più dischi dei Sisters Of Mercy che di Leonard Cohen ma il repertorio del celebrato cantautore canadese me lo sono gustato col tempo, per così dire. E così, dopo averne acquistato un paio d’anni fa una doppia raccolta della Sony per la serie “The Essential”, avevo seriamente preso in considerazione l’acquisto del cofanetto contenente tutti gli album incisi da Cohen per le etichette affiliate alla Sony. Qualche giorno fa, inoltre, trovandomi per “puro caso” in un negozio di dischi, avevo messo gli occhi sull’ultimo album del nostro, “You Want It Darker”, edito qualche settimana fa. “Ma c’ha più di ottantanni”, mi sono detto fra me, forse un po’ crudelmente, “più che ascoltare questa suo ultimo lavoro farei meglio ad andarmi a procurare i suoi capolavori del passato”. E così ho riposto la copia di “You Want It Darker” (titolo che mi piace molto, a dire il vero) che avevo fra le mani e ho comprato altro.

Stamani, quindi, la brutta notizia. Leonard Cohen è morto. A ottantadue anni. Morto anche lui in questo tormentatissimo 2016, come tanti altri protagonisti della musica mondiale, da Natalie Cole fino a Pete Burns dei Dead Or Alive, passando per David Bowie, Glenn Frey degi Eagles, e anche Prince. Che dire? Che perdiamo un grande è la cosa più banale che io possa scrivere su Immagine Pubblica. E’ proprio così, però. Leonard Cohen era un vero grande, uno dei pochi personaggi del pop-rock che contasse davvero qualcosa anche al di fuori di quel mondo che – visto da qui – sembra così affascinante. Il difficile, come sempre, come per tutti noi in tutte le epoche, è abituarci all’idea che i nostri idoli siano anch’essi degli esseri umani, soggetti al crudele destino delle leggi di madre natura.

-Mat

Morto anche Pete Burns, personaggio della mia infanzia

peter-buns-dead-or-alive-anni-ottantaIn questo tormentatissimo 2016 è venuto a mancare anche Pete Burns, eccentrico cantante inglese, leader dei Dead Or Alive, quelli di You Spin Me Round (Like A Record), un grande successo pop del 1985 che probabilmente conoscono anche i sassi.

Quel cantante e quella canzone io me li ricordo perfettamente proprio fin dal 1985, quando seguivo un programma televisivo pomeridiano chiamato Deejay Television, in onda su quella che all’epoca era una nuova rete televisiva commerciale, Italia 1. A quel tempo non sapevo che dietro Italia 1 ci fosse un personaggio discutibile come Silvio Berlusconi, anche se Deejay Television mi mostrava dei personaggi non meno inquietanti, gente come Claudio Cecchetto e Jovanotti.

Ad un bambino di sette anni come me, tuttavia, interessavano soltanto le “canzonette” che mi faceva vedere/ascoltare Deejay Television, mentre aspettavo il mio programma televisivo preferito, Bim Bum Bam, sempre su Italia 1. Tra quelle “canzonette”, per l’appunto, in un giorno imprecisato del 1985, spunta la travolgente You Spin Me Round (Like A Record), una sorta di power-pop in chiave disco che era praticamente impossibile ignorare, tanto era coinvolgente. Restavo incollato allo schermo anche perché, epica-sonorità-pop-a-tutto-gas a parte, quel potente vocione che cantava il tutto usciva fuori da un personaggio a dir poco bizzarro: capelli lunghi ma sparati come se avessero preso la scossa, con una benda da pirata sull’occhio, vestito come una geisha, inequivocabilmente effeminato.

Un personaggio del genere, che all’epoca non sapevo nemmeno che si chiamasse Pete Burns, era impossibile non guardarlo con gli occhi sgranati. Quell’immagine così insolita, abbinata ad una canzone così potente come You Spin Me Round (la cui musica, come molti anni dopo uno dei produttori ebbe a rivelare, era basata su La Cavalcata delle Valchirie di Richard Wagner) era un mix davvero ad effetto, tanto da diventare – giustamente – un successo d’alta classifica a livello internazionale, oltre che uno dei pezzi più rappresentativi del pop anni inglese anni Ottanta. Se volessimo compilare un campione della musica commerciale di quegli anni, infatti, un pezzo come You Spin Me Round dei Dead Or Alive non dovrebbe e né potrebbe mancare.

Così radicato nei miei ricordi di quegli anni, un cantante come Pete Burns è stato sempre per me un personaggio legato alla mia infanzia, un personaggio come George Jefferson (il protagonista di una serie televisiva che adoravo, I Jefferson), come il comandante Lassard della “Scuola di Polizia”, come Slimer di “Ghostbusters”, come i mitici robottoni giapponesi della serie “Mazinga”.

Tanti anni dopo, quando mi sono appassionato alle vicende musical-professionali di Wayne Hussey, sia come chitarrista/autore dei Sisters Of Mercy che come fondatore dei Mission (due band inglesi che da allora ho sempre amato) sono tornato ad “incrociare” Pete Burns. Venni infatti a sapere che il buon Wayne, prima appunto di entrare nei Sisters Of Mercy, era stato proprio un componente dei Dead  Or Alive. Andai quindi a curiosare – finalmente – anche nel repertorio di questi ultimi, scoprendo così che era proprio Hussey a duettare con Burns nella cover di That’s The Way (I Like It) e in Misty Circles. Insomma, in un modo o nell’altro, tutto torna sempre a quadrare tra i conti che la mia curiosità musicale mi ha fatto aprire in tutti questi anni.

Pete Burns è morto ieri, anche lui, dopo tanti altri che ormai cominciano a diventare pure troppi. E’ una questione generazionale, ovviamente, prima o poi tocca a tutti. Vederne morire ancora un altro è pur sempre un leggero dolore (che però io non so più sopportare, per dirla alla battistimogolesca maniera).

-Mat

Roger Waters, The Wall Live 2010

roger-waters-the-wall-immagine-pubblica-blogRoger Waters non ne vuole proprio più sapere di tornare in studio d’incisione e dare quindi un seguito all’ormai lontano “Amused To Death”… eppure il bassista dei Pink Floyd è tutt’altro che pigro!

Nel corso di questo 2010, Roger tornerà infatti alla carica con un ambizioso progetto dal vivo: la riproposizione integrale di “The Wall”, il classicone floydiano datato 1979.

Il sito di Waters – finalmente aggiornato – rivela tutti i particolari del tour che riproporrà “The Wall” a partire dal prossimo 15 settembre. Si partirà dall’Air Canada Centre di Toronto, per poi proseguire in tutte le maggiori città stutunitensi fino al 13 dicembre.

Unica nota dolente, però, è proprio il fatto che “The Wall” è (almeno finora) un avvenimento tutto nordamericano, dato che restano esclusi Europa, Giappone e Sudamerica. Sono però convinto che, se il tour avrà successo e Roger se la sentirà, potremo sentire & vedere “The Wall” anche da noi, ma ovviamente solo nel 2011.

Va bene così, sono comunque contento che uno dei miei più grandi idoli musicali torni in grande stile col disco che più lo ha reso celebre nel mondo (come dimenticare, fra l’altro, il concertone di Berlino del luglio 1990?). E voglio anche azzardarmi con le previsioni: avremo presto una nuova stampa dell’album “The Wall” (magari con contenuti speciali come brani inediti e/o alternativi) e finalmente il video ufficiale coi concerti del 1980-81.

Ad ogni modo, rimando tutto al sito ufficiale di Waters, oltre che ad alcuni miei vecchi scritti: la genesi di “The Wall”, la recensione dell’album originale, tutto ciò che ne è seguito, e il doppio live edito dalla EMI nel 2000.

– Mat

Miles Davis & Jimi Hendrix: un appuntamento mancato

jimi-hendrix-miles-davis-collaborazioneTornando in tema di progetti musicali irrealizzati, vediamo ora un caso isolato, ovvero l’affascinante storia della mancata collaborazione fra due delle più luminose stelle afroamericane della musica, Miles Davis e Jimi Hendrix. Che genere di suoni avrebbe prodotto l’unione artistica di un gigante del jazz con un gigante del rock? Purtroppo non abbiamo avuto il modo di saperlo a causa della tragica morte del chitarrista di Seattle, tuttavia la storia del loro ‘appuntamento mancato’ è un argomento assai affascinante.

Preferisco però riportare alcuni brani tratti dal libro “Lo Sciamano Elettrico” di Gianfranco Salvatore (edito nel 2007 da Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri); lo studioso davisiano ha narrato con dovizia di particolari tutta la vicenda Davis-Hendrix. Eccone un sunto, precisando solo che parentesi quadre e grassetti sono miei.

– Mat

Tra il ’68 e il ’69 anche Jimi Hendrix era alla ricerca di una svolta. Da tempo sognava di suonare assieme a una sezione di fiati, o su uno sfondo orchestrale. Probabilmente non gli interessava più di tanto che la formazione dei suoi sogni fosse jazzistica: voleva far viaggiare la chitarra elettrica su una trama sonora più ricca e più importante, vagheggiava la dimensione del “concerto” per chitarra e orchestra. […] Dal jazz Hendrix era attratto ma anche intidimito. Sapeva che la sua scarsa competenza in fatto di accordi e funzioni armoniche non gli consentiva di misurarsi con le strutture tipiche di quella musica. Non che di jazz fosse del tutto digiuno: aveva conosciuto da piccolissimo certe big band degli anni Quaranta che il padre amava ascoltare, […] e una notte del 1969 tenne una leggendaria jam con [John] McLaughlin, [Dave] Holland e Buddy Miles. […] Si era stancato dei musicisti del suo trio, l’Experience, mentre stimava certi jazzisti più smaliziati che non sentiva troppo lontani da lui, come [Roland] Kirk e altri, per la loro concezione delle improvvisazioni estese. […]
Miles Davis non gli era ignoto: conosceva ed ammirava quanto meno KIND OF BLUE. Davis, nello stesso periodo, stava cercando di trovare il modo di inserire la chitarra nella sua formazione, perché i tentativi fatti in studio di registrazione con Joe Beck e George Benson lo avevano lasciato insoddisfatto. Di Jimi lo attraeva moltissimo la sonorità, e doveva aver intuito, dall’ascolto dei dischi, che il chitarrista era predisposto per una musica più sofisticata. […]
Potrebbe essere stato Gil Evans il primo a parlare a Miles di Hendrix, a cui s’era appassionato fin dai primissimi dischi, adottando piano, chitarra e basso elettrici all’inizio del 1969 in BLUES IN ORBIT. […] Ma fu Betty Mabry [all’epoca giovane moglie di Miles], che frequentava personalmente il chitarrista, a spronare i due musicisti a incontrarsi. Verso l’inizio dell’estate del ’69 organizzò a casa Davis un party ad hoc, con pochi invitati selezionati: creata la giusta atmosfera, Miles avrebbe sottoposto a Jimi della musica scritta. Quella sera, però, andò a finire che Davis si trattenne in studio di registrazione: fatalità o tattica diversiva, la storia non lo dice. Tuttavia il padrone di casa aveva lasciato il suo spartito perché l’ospite gli desse un’occhiata, e poi gli telefonò dallo studio per sapere cosa ne pensasse, scoprendo solo in quel momento che Hendrix non era in grado di leggere la musica. La cosa, però, non finì lì: cominciarono a frequentarsi, entrarono in confidenza. […] Il più grande trombettista del jazz invitò più volte nella sua casa di New York il più grande chitarrista del rock a suonare e improvvisare insieme, anche per spiegargli come funzionavano certi meccanismi musicali, mostrandoglieli al pianoforte o alla tromba, oppure facendogli ascoltare un disco suo, o di [John] Coltrane. Hendrix coglieva il succo di tali lezioni e incorporava alcuni suggerimenti nei propri dichi: è Miles ad affermarlo, nell’autobiografia.
E l’affermazione è veritiera. Nell’autunno del ’69 il chitarrista aveva formato la Band Of Gypsys, e la notte del 31 dicembre 1969 il trio si era esibito al Fillmore East in un doppio concerto che scivolò tra il vecchio e il nuovo anno, aprendo un nuovo decennio musicale in cui rock e musica nera avrebbero trovato intese sempre più feconde. Davis li adorava: c’era Hendrix, c’era Buddy Miles – che diventò il suo batterista di riferimento -, e con Billy Cox al basso la musica aveva preso un orientamento spiccatamente più funky di quello dell’Experience. […]
Miles e Jimi cominciarono a scambiarsi lunghe telefonate, discutendo del loro lavoro e di una possibile collaborazione. […] E la loro amicizia non passò inosservata. Il chitarrista stava lavorando con un nuovo produttore discografico, Alan Douglas, proprietario della Douglas Records, che per lui aveva grandi progetti. Era l’uomo giusto per promuovere un incontro fra cultura afroamericana e psichedelia: aveva collaborato con [Duke] Ellington, [Charles] Mingus, Coltrane, Eric Dolphy ai suoi esordi, ma anche prodotto registrazioni di Timothy Leary, il guru dell’LSD. […] Quando seppe che Hendrix e Davis si frequentavano fiutò il colpo grosso, ritenendo di essere la persona più adatta per catalizzare una loro collaborazione. Per realizzare il progetto lavorò quattro mesi a un accordo tra la Columbia e la Warner Bros. Si decise che il disco sarebbe uscito per quest’ultima, e che avrebbe contenuto quattro brani, con i diritti equamente divisi tra i due musicisti. […] Douglas, che conosceva il fatto suo, commissionò la stesura del disco a Gil Evans: […] La soluzione sembrava prevenire ogni problema di ego. Evans avrebbe messo a punto la musica prima che le due star entrassero in studio di registrazione; con lui, Miles avrebbe trovato dalla sua parte colui che da tanti anni era il suo consigliere spirituale ed artistico, mentre Hendrix avrebbe ottenuto finalmente quel disco “barocco-blues-flamenco” a cui anelava.
Ma le cose si complicarono. Douglas sostiene che la sera stessa della seduta di registrazione, solo mezz’ora prima dell’orario previsto per iniziare il lavoro, l’agente di Miles lo chiamò per dirgli che il trombettista voleva cinquantamila dollari prima di entrare in studio. Il produttore stava per consultarsi con Hendrix, quando telefonò Tony Williams [il batterista di Davis] chiedendo la stessa cifra che voleva Miles…
La seduta fu annullata. Davis ammise poi nell’autobiografia che il disco non si realizzò non solo perché non si riuscì a far quadrare gli impegni suoi e del chitarrista, ma anche perché il compenso offertogli era troppo basso. Ma Hendrix non voleva rinunciare al propri progetto “jazzistico”. Frequentava anche la casa di Quincy Jones, e fu invitato a collaborare al suo album GULA MATARI nel brano Hummin’, di Nat Adderley. Tuttavia il chitarrista non si presentò né nelle sedute di marzo, né in quelle di maggio (al suo posto fu usato Toots Thielemans) [ecco così un altro caso di progetto irrealizzato, una collaborazione Jones-Hendrix]. Si decise di andare avanti con l’orchestra di Evans, senza Miles. […] Alla fine dell’anno il solista avrebbe dovuto cominciare le prove con l’orchestra evansiana, per poi esibirsi alla Carnegie Hall di New York, registrando il disco dal vivo. Fu anche commissionata a Mati Klarwein, l’artista che aveva ideato l’immagine di BITCHES BREW, la copertina dell’album in preparazione.
Ma in qualche modo Miles tornò in campo. Nell’agosto del 1970 i due musicisti erano entrambi in programma al Festival dell’isola di Wight, Miles il 29 e Jimi il 30, e avrebbero dovuto incontrarsi a Londra dopo il concerto del trombettista, tra un aereo e l’altro, per discutere del contenuto musicale del disco. A quello storico appuntamento Davis arrivò in ritardo – a causa del traffico, disse – e non vi trovò Jimi. Però, al suo ritentro a New York, Evans gli fece sapere che nel nuovo progetto con Hendrix (che evidentemente era stato anticipato, e a cui avrebbe partecipato anche Tony Williams, ridotto a più miti consigli) avrebbe voluto anche lui. Ma a quel punto si era già in settembre: il 18 di quel mese Hendrix fu trovato morto in una stanza d’albergo di Londra. Si dice che avesse già pronto il biglietto d’aereo: il giorno dopo sarebbe partito per New York per la prima seduta di registrazione con Miles e Gil. Invece volò via per sempre.
L’improvvisa scomparsa di Hendrix spezzò il cuore a Miles. Dominando per una volta la sua insofferenza alle convenzioni sociali e al fastidio di mescolarsi alla folla, si recò a Seattle per le onoranze funebri, il 1° ottobre 1970. Fu l’unico funerale della sua vita: non era andato nemmeno a quello dei suoi genitori. Si tormentava, era turbato, forse pentito. Più volte, negli anni, avrebbe confidato ad amici e collaboratori che il mancato progetto con Hendrix era il solo rimpianto della sua vita.

– Gianfranco Salvatore (da “Lo Sciamano Elettrico”, pagine 97-101)

The Style Council, il secondo gruppo di Paul Weller

the-style-councilContinua l’affascinante storia di Paul Weller che, dopo l’esordio nei Jam e la sua dipartita dagli stessi nel 1982, debutta l’anno dopo con una nuova formazione, The Style Council, alla quale è dedicato il post di oggi.

Per dare avvio al suo ambizioso progetto – un gruppo aperto alle svariate possibilità espressive (meglio se di matrice black) e alla collaborazione coi musicisti più disparati – Paul ha comunque bisogno d’un complice, d’un valido alter ego in grado d’arrangiare con la giusta finezza & professionalità le sue nuove canzoni: si ricorda quindi di Mick Talbot, abilissimo pianista, tastierista e organista dei Merton Parkas, che aveva già suonato nei Jam come turnista. Il buon Mick, classe 1958 come lo stesso Paul, ha avuto un ruolo cruciale nel sound degli Style Council e resta, molto probabilmente, il miglior collaboratore che Weller ha avuto nella sua lunga storia musicale.

Gli Style Council debuttano quindi già nell’83, col gioioso singolo Speak Like A Child / Party Chambers , dopodiché partono per Parigi per trovare nuovi spunti – sia per quanto riguarda la musica ma anche per quanto riguarda la raffinata immagine da viveur della dolce vita. Da qui l’ottimo EP “A Paris” – contenente la celebre Long Hot Summer – e, infine, un mini album intitolato “Introducing The Style Council” e contenente altre canzoni superlative quali Headstart For Happiness, Money-Go-Round e The Paris Match. Il primo album vero & proprio degli Style Council, “Café Bleu”, esce però nel 1984 e si presenta come il frutto già maturo d’una formazione molto eclettica: jazz, pop, rock, elettronica e addirittura rap si confondono con grande maestria in un album nel quale Weller e Talbot sono affiancati da un’invidiabile schiera di musicisti e cantanti ospiti, fra cui Tracey Thorn & Ben Watt dei nascenti Everything But The Girl che partecipano a una nuova versione di The Paris Match.

La canzone più famosa di “Café Bleu” è però la dolce You’re The Best Thing, uno dei pezzi più memorabili degli Ottanta. Vale la pena di segnalare che ogni pubblicazione di You’re The Best Thing (su album, su singolo, su EP e per il video) contiene una versione differente, non dei remix, bensì delle riesecuzioni vere e proprie. Questa differenziazione musicale in base ai vari formati discografici sarà una costante per molte altre canzoni degli Style Council: è uno degli aspetti che più mi hanno piacevolmente sorpreso di questo gruppo.

Anticipato dall’irresistibile singolo Shout To The Top!, nel 1985 esce l’album “Our Favourite Shop” che procede spedìto fino al 1° posto della classifica inglese: per Paul è il giusto riconoscimento dopo tre anni di dure critiche per aver sciolto i Jam, cosa che in realtà molti inglesi non gli hanno mai perdonato. In “Our Favourite Shop” la formazione degli Style Council è ormai un quartetto stabile (anche se, in tutta la vicenda del gruppo, amici & collaboratori non mancheranno mai) composto da Paul Weller, Mick Talbot, Dee C. Lee – cantante dalla voce dolce & suadente che in poco tempo diventerà la signora Weller – e dal bravissimo batterista Steve White, all’epoca ancora teenager e tuttora al fianco di Paul nella sua attività solista. E’ inutile recensire qui “Our Favourite Shop”, uno dei miei dischi preferiti che più in là avrà un post tutto suo.

Nonostante Weller abbia sciolto i Jam, nonostante abbia smesso i suoi panni da mod con tanto di Union Jack in bella vista a favore d’un abbigliamento più fighetto & raffinato, la sua musica e il suo impegno civile non smettono affatto di essere arrabbiati contro l’imperante thatcherismo della Gran Bretagna di quegli anni, anzi, complice una maturazione umana oltre che artistica, Paul e i suoi Style Council sono fra i pochi & credibili critici d’un regime politico che, di fatto, riuscì a modificare profondamente la vita socioeconomica (e non solo…) di milioni di britannici.

Nel 1986 gli Style Council, oltre a collaborare col regista Julien Temple per la colonna sonora del film “Absolute Beginners”, fanno pubblicare un disco dal vivo, “Live – Home & Abroad”, mentre sono impegnati in studio per il nuovo album, che vede quindi la luce al principio dell’87. Il disco, chiamato “The Cost Of Loving”, è inizialmente pubblicato in doppio 12″ da 45 giri l’uno, il tutto avvolto da una copertina completamente arancione con pochissime indicazioni. La casa discografica – la Polydor, la stessa che ha dato la possibilità a Paul di debuttare nel ’77 coi Jam – non gradisce molto e in breve edita un elleppì standard con una foto del gruppo in bella mostra. “The Cost Of Loving” esplora ancor di più il territorio soul, funky e rap – cosa che suscita un po’ di disaffezione da parte dei fan storici di Paul – ma, nonostante tutto, il terzo album degli Style Council giunge al 2° posto della classifica inglese, forte di canzoni notevoli come Heavens Above, It Didn’t Matter, Angel (cover d’un brano di Anita Baker) e Waiting. Di lì a poco esce pure un cortometraggio musicale, “JerUSAlem”, dove gli Style Council sbeffeggiano le contraddizioni della società inglese del tempo: è un film molto arguto & godibile che nel 2003 è stato ripubblicato nel fondamentale divuddì “The Style Council On Film”.

Mentre Margaret “Maggie” Thatcher viene eletta per la terza volta consecutiva a capo del governo britannico, Paul ha una crisi d’identità: dei suoi proclami musicali di stampo laburista sembra non fregarsene più nessuno, mentre il suo pubblico fatica a seguirlo nelle sue avventure artistiche. Anche la scena musicale sta cambiando, nei club impazza ormai la house music che, per il momento, gli Style Council guardano da lontano. E così i testi di Paul – che nel 1988 è ormai trentenne, ammogliato e in attesa d’un figlio – diventano più riflessivi, intimisti e malinconici: anche la musica ne risente e l’album che ne viene fuori, il quarto per gli Style Council, “Confessions Of A Pop Group”, riflette magnificamente tutti questi sentimenti & tutte le contraddizioni dell’epoca.

Seppur enormemente sottovalutato – in quel 1988 raggiunse un misero 15° posto in classifica – “Confessions Of A Pop Group” segna il definitivo tocco di classe d’una carriera come quella di Weller bella come poche altre. La storia ufficiale dice che con “Confessions Of A Pop Group” la vicenda degli Style Council giunge a conclusione: tempo una manciata di singoli – Wanted , una nuova versione di Long Hot Summer e l’ottima cover di Promised Land – & l’antologia “The Singular Adventures Of The Style Council” (1989), e con l’avvento dei Novanta il gruppo già non esiste più.

In realtà la conclusione di quella straordinaria avventura inizia da Weller nell’83 ebbe risvolti ben più polemici: nel corso del 1989 gli Style Council registrano un album di house music, “Modernism: A New Decade”, che lascia di stucco la Polydor. Il primo singolo previsto, Sure Is Sure, viene quindi ritirato prima della pubblicazione ufficiale mentre lo stesso “Modernism” non vedrà mai la luce, lasciando gli Style Council ad affrontare da soli l’ostilità del pubblico della Royal Albert Hall, che poco gradisce la svolta house di Paul.

E’ arrivato il fatidico 1990 e Weller, invece di festeggiare coi Council l’avvento d’una nuova decade che si preannunciava gravida di grandi speranze, decide di porre fine anche agli Style Council. In seguito, Paul diventerà un seguitissimo artista solista, tornando al 1° posto nella classifica inglese con l’album “Stanley Road” (1995), ma questa è già un’altra storia che verrà raccontata in un altro post.

Il tempo darà ragione agli Style Council dato che, già a partire dal ’93, la stessa Polydor (in seguito controllata dalla Universal) ha dato avvio a uno splendido florilegio di riproposizioni counciliane: prima la raccolta d’inediti & rarità “Here’s Some That Got Away”, poi nel ’98 addirittura un cofanetto di cinque ciddì – “The Complete Adventures Of The Style Council” – un’eccellente antologia con tanto di “Modernism: A New Decade”, il controverso album house (peraltro fantastico, secondo me) rifutato dall’etichetta meno di dieci anni prima – e tutta una serie di ristampe degli album originali, culminata nella recente versione deluxe di “Our Favourite Shop” in due ciddì.

In realtà, ora che rileggo meglio questo post, ci sarebbe da scrivere ancora molto sul Paul Weller dell’epoca The Style Council – la mia preferita – ma magari gli eventuali commenti dei lettori daranno spunti interessanti per post futuri.

– Mat

The Jam, il primo gruppo di Paul Weller

the-jamAvrei voluto dedicare un post alla carriera solista di Paul Weller ma, prima d’addentrarmi nella sua discografia & di tentarne un ritratto, ho preferito far ordine in due post che avevo scritto in passato a proposito dei Jam e degli Style Council, vale a dire i due gruppi che hanno dato fama internazionale & credibilità artistica a Paul Weller, cantante, chitarrista (ma in realtà abile polistrumentista), autore, produttore & vero motore artistico di quei due gruppi. Due formazioni che amo tantissimo, i Jam e gli Style Council, molto più del Weller solista. Che poi, a ben vedere, la vicenda di Paul è imprescindibile dalla storia di questi due gruppi. Ecco quindi un post su Jam, mentre un altro sugli Style Council sarà pubblicato nei prossimi giorni.

I Jam, discograficamente attivi dal 1977 al 1982, hanno segnato per l’allora diciannovenne John ‘Paul’ Weller il debutto sulla scena musicale inglese, assieme al bassista Bruce Foxton e al batterista Rick Buckler. Il trio ha realizzato sei album da studio, una ventina di singoli memorabili e una manciata di raccolte di vario genere (hits, lati A e B dei singoli, rarità, live), conquistandosi nello spazio di pochi anni un posto ben soleggiato fra le band inglesi più fortunate & amate in patria di tutti i tempi.

Il primo album dei Jam, “In The City”, venne pubblicato dalla Polydor nella primavera del ’77, in pieno fermento punk: contiene l’irresistibile singolo In The City e altri undici ruggenti brani a cavallo fra punk e mod revival. Prima che quel fatidico 1977 finisse, uscì comunque un secondo album dei nostri, “This Is The Modern World”, col singolo The Modern World e altri brani simili nello stile a quanto già sentito con “In The City”. In effetti, travolti come tutti dal clamore con cui pubblico & critica accolsero i ben più aggressivi “The Clash” e “Never Mind The Bollocks”, i primi due album dei Jam passarono in secondo piano, presentando il gruppo più come dei cuginetti incazzati degli Who che delle future rockstar credibili. L’ora dei Jam sarebbe comunque arrivata, e presto, già nel 1978.

Nell’anno in cui il sottoscritto veniva al mondo, infatti, vide la luce il primo album d’una trilogia che vedrà i Jam definitivamente proiettati nello stardom musicale britannico: supportato da quattro singoli indimenticabili come Down In A Tube Station At Midnight, Mr. Clean, Billy Hunt e la cover kinksiana di David Watts, “All Mod Cons” raggiunse infatti il 6° posto in classifica, preparando la strada al coronamento definitivo. Ecco quindi “Setting Sons” (1979), che volò al 1° posto delle charts britanniche, spinto dal travolgente singolo Going Underground, anch’esso 1° nella rispettiva classifica. “Sound Affects” (1980) non bissò la conquista della vetta ma si arrestò al 2° posto: contiene comunque il singolo Start! (al 1°) e altre gemme d’una band in evoluzione verso uno stile molto più personale, antesignano del brit pop che esploderà come fenomeno riconosciuto solo nei Novanta (ecco perché parlare di brit pop per gruppi come Oasis e Blur, che non hanno inventato assolutamente nulla, mi è sempre parso ridicolo).

L’ultimo album dei Jam, “The Gift”, uscì nella primavera dell’82: anticipato dal formidabile Town Called Malice / Precious, al 1° posto fra i singoli, anche il sesto disco da studio dei nostri conquistò l’ennesimo 1° posto della classifica inglese. In qualche modo, tuttavia, il giocattolo si ruppe e a romperlo fu soprattutto Paul Weller, ormai insofferente alle ristrette possibilità espressive raggiunte con Foxton e Buckler, e sempre più affascinato dal funk e dalla musica nera in generale, in realtà una sua vecchia passione. C’è da dire, inoltre, che il ragazzo era ormai cresciuto e così – come ogni grande artista dovrebbe fare – decise di seguire le proprie inclinazioni espressive a discapito del facile successo commerciale che sarebbe derivato da una riproposizione continua della stessa musica e della stessa immagine.

E così, al culmine del successo raggiunto coi Jam, Paul Weller sconvolse tutti dichiarando che – ultimata la serie di concerti prevista per il 1982 – alla fine di quell’anno avrebbe detto addio ai Jam. Non lo fecero desistere nemmeno gli ultimi grandi successi conquistati dalla band, due fortunatissimi singoli come The Bitterest Pill e Beat Surrender più la doppia raccolta “Snap!”.

Dispiacerà a tutti la fine di questo grande & influente trio inglese, soprattutto ai due diretti interessati, Bruce Foxton e Rick Buckler, i quali pubblicheranno insieme un libro che non risparmierà frecciate verso Weller. Dal canto suo, Paul era già lontano, di nuovo ai primi posti delle classifiche con un nuovo progetto, The Style Council… ma questa è già un’altra storia.

Per quanto mi riguarda, sono arrivato a scoprire pienamente la musica dei Jam solo dopo essere diventato un drogato degli Style Council, gruppo del quale avevo già memorie infantili: decisi di non perdere tempo perciò – dopo essermi assicurato qualche anno prima il cofanetto in cinque ciddì “The Complete Adventures Of The Style Council” (1998) – puntai direttamente all’altro cofanetto quintuplo, “Direction, Reaction, Creation” (1997), contenente l’intera avventura di Paul nei Jam così com’è stata immortalata in studio, con tanto di ghiotti inediti.

– Mat

Genesis

genesisC’è stato un periodo, tra gli ultimi anni Novanta & i primi di questo decennio, in cui ho avuto un bisogno bruciante d’andarmi a sentire e/o comprare quanti più dischi dei Genesis potevo, sia che fossero cantati da Peter Gabriel, sia da Phil Collins, sia che facessero a meno di tutteddue, e sia che l’album in questione fosse un’opera solista. In tempi più recenti, tuttavia, ammetto d’aver ascoltato sempre meno i Genesis, seppur si siano ormai conquistati un posto ben soleggiato fra le mie passioni. Insomma, anche se oggi non li sento più con lo stesso fervore d’una volta, ho pur sempre tutti gli album da studio dei Genesis, gran parte di quelli dal vivo, un cofanetto, tutti i dischi di Phil Collins, quasi tutti quelli di Peter Gabriel, la prima raccolta dei Mike & The Mechanics, l’album eponimo dei GTR, e “Still” di Tony Banks. Ho inoltre avuto modo di sentire “The Geese & The Ghost” di Anthony Phillips, ho assistito a un concerto solista di Steve Hackett, anche se non ho mai ascoltato i Brand X. Tutti questi nomi rappresentano personaggi & vicende legati alla straordinaria storia dei Genesis, una storia che cercherò di ripercorrere a grandi linee in questo post, basandomi su un mio scritto precedente.

Siamo in Inghilterra, nella seconda metà dei Sessanta, quando due band di studenti si fondono per dar vita a un nuovo gruppo, i Genesis per l’appunto. La formazione è un quintetto composto da Peter Gabriel (voce, flauto), Tony Banks (tastiere varie, chitarre), Mike Rutherford (basso, chitarre), Anthony Phillips (chitarre assortite) e un batterista vacante, in questo caso John Silver (tanto per dirne uno). I primi singoli dei Genesis, That’s Me e The Silent Sun, sono pubblicati tra il ’67 e il ’68 – quando l’età media dei componenti del gruppo s’aggira sui diciotto anni – ma già nel ’69 la Decca pubblica un primo album, “From Genesis To Revelation”. E’ un disco ispirato ai temi biblici della creazione, forse un intento più ambizioso delle reali capacità creative/espressive dei nostri, che riescono comunque a proporre un lavoro apprezzabile.

Tra il ’69 e il ’70 avvengono i primi dei numerosi cambiamenti importanti nella storia dei Genesis: John Mayhew diventa il nuovo batterista, e il gruppo firma per la Charisma (in seguito inglobata dalla Virgin), la casa discografica alla quale resterà legata per sempre. Con la formazione rinvigorita e forte d’un contratto discografico più concreto, i Genesis approntano così un nuovo album, “Trespass”, edito nel 1970. Pur non essendo un capolavoro, il disco segna un importante passo avanti nello stile artistico dei nostri, che riescono pure a circondarsi d’una piccola schiera di fedeli ammiratori. Gli evidenti passi in avanti non impediscono però a uno dei pilastri compositivi, Anthony Phillips, d’abbandonare la band, seguìto qualche tempo dopo anche da Mayhew. Pare proprio che il povero Phillips – a disagio coi meccanismi della discografia e con una pur minima popolarità – abbia lasciato un’impronta ben più grande di quanto gli sia stato riconosciuto in anni successivi. Di recente, comunque, l’ombrosa figura di Anthony è tornata al centro dell’attenzione degli studiosi. Io stesso vorrei saperne di più, sperando quindi di poter approfondire il discorso con un post futuro.

Sulle prime l’abbandono del chitarrista principale è sconfortante ma i Genesis riescono ad andare avanti (sarà una costante…) arruolando in pochi mesi due nuovi membri: il batterista Phil Collins e il chitarrista Steve Hackett. Finalmente si completa quella che viene ricordata come la formazione classica dei Genesis – il quintetto Banks, Collins, Gabriel, Hackett & Rutherford – una formazione che, secondo il parere di molti critici & appassionati, ha dato vita ai dischi migliori della band. Abbiamo in effetti un magnifico poker d’album di ‘rock progressive’ che – da “Nursery Cryme” del ’71 fino a “The Lamb Lies Down On Broadway” del ’74 – ha ridefinito i canoni della musica inglese degli anni Settanta. In particolare, gli album “Foxtrot” (1972) e “Selling England By The Pound” (1973), sono due dei dischi più belli che io possa vantare nella mia collezione.

Tuttavia, all’apice d’una ricerca artistica, creativa & espressiva assolutamente degna di nota, Peter Gabriel, l’uomo immagine dei Genesis, il leader carismatico, lascia il gruppo nel ’75 con grande costernazione dei fan sempre più numerosi. Peter covava l’ambizione della strada solista, seguendo tutt’altro tipo di sperimentazioni sonore, anche se la sua defezione dai Genesis sembrava più una crisi personale (forse pure un esaurimento nervoso) che un reale contrasto in seno al gruppo. Gabriel resterà infatti sempre legato ai suoi amici (in particolare a Collins) tanto da riapparire – per quanto solo episodicamente – nella storia dei Genesis già nel 1978, e poi nel 1982 e ancora nei Novanta.

L’abbandono di Peter non segnò la fine del gruppo, come molti paventavano, anzi, i Genesis raggiunsero senza di lui l’apice del successo & della popolarità, proprio a partire dall’album “A Trick Of The Tail”, registrato all’indomani della defezione di Gabriel e fermatosi al 3° posto della classifica inglese, ovvero il più alto piazzamento per un album dei nostri fino a quel momento. Edito al principio del ’76, “A Trick Of The Tail” è un disco bellissimo, cantato dall’uomo che fino a quel momento della storia del gruppo aveva profittato ben poco del microfono principale: il batterista. A breve, Phil Collins dimostrò un talento naturale per l’istrionismo tipico dei frontmen, anche perché aiutato dalle sue esperienze recitative in gioventù. Oltre che, va da sè, dotato d’una voce molto bella & particolare che è diventata un marchio di fabbrica, sia per i dischi dei Genesis e sia per quelli (baciatissimi dal successo per tutti gli Ottanta) che pubblicherà a proprio nome.

Sempre nel ’76, il redivivo quartetto dei Genesis pubblica persino un nuovo album, “Wind & Wuthering”, un disco tanto malinconico quanto complesso (‘il nostro disco più complesso’ affermerà Collins), seguìto qualche tempo dopo da un ottimo doppio elleppì dal vivo, “Seconds Out” (1977). Tuttavia il quartetto ha una vita ancor più breve del quintetto, dato che il ’77 segna anche l’abbandono di Steve Hackett, che già nel ’75 – con l’album “Voyage Of The Acolyte” – aveva tentato un primo discorso solista, seppur coadiuvato da Rutherford e Collins (i quali, fra l’altro, suoneranno pure nell’ammirevole e già menzionato “The Geese & The Ghost” di Phillips). Per quanto il buon Steve sia sempre stato un ottimo chitarrista, il suo abbandono fu ancora meno sofferto di quello di Peter, tanto che il gruppo ci scherzò sopra: “And Then There Were Three”, e alla fine rimasero in tre, si chiama quel bel disco di transizione pubblicato in un anno, il 1978, in cui i vecchi eroi del rock inglese avevano dovuto reinventarsi in seguito all’esplosione del fenomeno punk che metteva proprio i ‘dinosauri’ della musica al centro delle sue critiche. Nonostante i cambiamenti interni & esterni, “And Then There Were Three” – spinto dall’irresistibile singolo Follow You, Follow Me – conquistò comunque piazzamenti importanti in Top Ten. E il meglio, dal punto di vista del successo, deveva ancora arrivare!

Nel 1980 esce il decimo album da studio dei Genesis, “Duke”, che vola al 1° posto della classifica inglese, così come fanno i successivi “Abacab” (1981), “Genesis” (1983), “Invisible Touch” (1986) e “We Can’t Dance” (1991). E tutto ciò mentre in quegli stessi anni Phil Collins riscuote un enorme successo da solista e Peter Gabriel diventa ormai un punto fermo per tutti gli appassionati di musica contemporanea. Il record arriva nell’86, in un momento in cui ben cinque dischi piazzati nella Top Ten inglese sono di derivazione genesisiana: “No Jacket Required” di Collins, l’eponimo primo album dei Mike & The Mechanics (band formata da Rutherford col bravissimo Paul Carrack), l’eponimo dei GTR (supergruppo costituito da Hackett con Steve Howe), “So” di Gabriel e, ovviamente, “Invisible Touch” al 1° posto.

Il resto è storia abbastanza recente: Phil annuncia nel ’95 d’aver lasciato i Genesis per mutuo consenso & senza rancore, mentre il gruppo – rivitalizzato da un nuovo, giovante cantante, lo scozzese Ray Wilson – pubblica nel ’97 l’album “Calling All Stations” (2° posto della classifica inglese). Nel ’99 esce l’antologia “Turn It On Again/The Hits”, dove Peter e Phil duettano in una nuova versione di Carpet Crawlers, mentre ai primi del 2007 viene annunciato con grande enfasi un tour mondiale che segna il ritorno del trio storico dei Genesis – Banks, Collins & Rutherford. Il tour ha grande successo, il gruppo non solo si toglie lo sfizio di partecipare al Live Earth ma si concede la bella soddisfazione di suonare al Circo Massimo di Roma al cospetto di cinquecentomila entusiastici appassionati, fra cui il sottoscritto.

Dal 2008, complice pure una grande operazione di riproposizione del catalogo storico della band, si torna a parlare con una certa insistenza d’una reunion dei Genesis che coinvolga anche Peter Gabriel e Steve Hackett. Per me i tempi sono ormai maturi e, sempre che la questione abbia un vero fondamento, ne vedremo/sentiremo presto delle belle!

– Matteo Aceto