Parole per Giuliano

Mi manca Giuliano. Questo blog non è più la stessa cosa senza i suoi commenti che, dal 2009, arricchivano di fatto i post di Immagine Pubblica. Giuliano Bovo, questo il suo nome, è stato – penso di poterlo dire senza offendere nessuno – il mio miglior amico blogger. Ecco, se devo trovare un pregio, un’utilità, un solo motivo esistenziale valido per questo mio modesto blog è l’avermi dato la possibilità, il piacere e – credo ogni giorno sempre più – il privilegio di conoscere Giuliano.

Giuliano che non è più fra noi da giusto un anno, dal 27 novembre 2020. Giuliano che io non ho mai avuto modo d’incontrare di persona e che, ricordandomi ormai atrocemente di un’email in cui mi scrisse che “un giorno ce lo faremo quel discorso” (viso a viso, finalmente, a proposito d’un regista che abbiamo amato, Federico Fellini), so che ormai quel giorno non potrà mai essere. Giuliano, lui lombardo, che mi scrisse, in quell’email o forse in una delle altre che ogni tanto ci scambiavamo in quegli anni tra il 2009 e il 2018, che aveva uno zio a Cocullo, nel mio Abruzzo, e che quindi un nostro incontro sarebbe stato possibile.

Avrei potuto cercare di realizzarlo quell’incontro. Invitare Giuliano, tutto qui, perché no? Nel frattempo, io, avevo messo su famiglia. Sono diventato padre di due bambini, ho avuto meno tempo per il mio blog e soprattutto per il suo. In breve, ho trascurato quella nostra amicizia sì virtuale, mediata da un computer collegato in rete, eppure vitale e sincera come poche. Ero comunque felice per lui, perché aveva ripreso a scrivere di quello che più lo appassionava, il cinema e l’opera, dopo anni in cui – probabilmente disilluso – era rimasto inattivo come blogger. E questo ritorno, per me assai gradito, anche grazie a Giacinta, che qui saluto e ringrazio con affetto.

Anch’io, come Giuliano, ho ripreso a scrivere sul blog dopo un periodo di inattività, tra alti e bassi, tra disillusioni e disincanti (e ben sapendo che lui era ancora con me, tra i pochissimi, sempre presente) finché nel dicembre 2020 non ho pubblicato un post dedicato a “Disintegration“, il capolavoro dei Cure. Avrei voluto scriverne qualche altro nelle settimane seguenti ma, più il tempo passava, e più mi dicevo che quel titolo, “Disintegration”, era troppo perfetto per chiudere così Immagine Pubblica, un blog che avevo resuscitato nel 2016 ma che – dopo i canonici quattro anni di vita d’un blog (questo, pare, è quanto dicono le statistiche) – mi sembrava ormai giunto alla sua fine naturale.

I mesi passavano, la preoccupazione per la pandemia tuttora in corso mi attanagliava, il blog sembrava un vago ricordo. Non Giuliano, però. Anzi, proprio a lui, chissà poi perché, mi ritrovavo più a pensare quando mi chiedevo che cosa stessero facendo i miei amici, come se la stessero passando in quei mesi complicati. Un giorno di febbraio, infine, mi sono detto “fammi scrivere un’email a Giuliano, che è da tanto che non lo sento”. Prima di farlo, tuttavia, ho pensato che magari sarebbe stato meglio vedere cosa stesse scrivendo lui in quei giorni sui suoi blog, lasciargli qualche commento e quindi – una volta riannodato il filo d’un discorso che andava avanti da dieci anni – scrivergli in privato.

Tuttora provo un senso di grande smarrimento al solo pensare che, mentre mi accingevo a contattarlo, il mio amico era in realtà morto già da tre mesi. È un qualcosa che, a distanza di un anno da quella morte, faccio ancora fatica a razionalizzare, nonostante le belle parole di Giacinta e il suo continuo omaggio a Giuliano in quel blog a dir poco notevole – Il cavallo di Brunilde – che adesso conduce da sola. Giuliano mi manca. Ecco il punto. E forse è per questo motivo che sono ancora qua, sul blog, da solo. – Matteo

Freddie Mercury, a 30 anni dalla morte è più vivo che mai

Sono passati 30 anni esatti dalla morte di Freddie Mercury, avvenuta la sera del 24 novembre 1991, eppure il mito – sì, il mito, è una di quelle rare volte in cui non si esagera con le parole in ambito musicale – è più vivo che mai. Le sue canzoni le conoscono tutti, la sua immagine pubblica fa ormai parte dell’immaginario collettivo, il suo nome è noto in tutto il mondo. Trent’anni dopo e siamo ancora qui a parlarne. Io, nel mio piccolo, in questo modesto blog, di Freddie Mercury ho parlato spesso & volentieri. Basta cercarlo, è ovunque. – Matteo

Tra questo blog e i Beatles, ancora sul tetto

Forse è vero che certe cose non avvengono per caso. Stavo riordinando un po’ i vecchi post di questo modesto blog, che tutto sommato infestano il web dal 2006, valutando quali aggiornare/revisionare, quali far restare così come sono e quali invece cancellare; ebbene, l’ultimo che mi è capitato sott’occhio è stato QUESTO.

Giusto cinquant’anni fa i mitici Beatles tenevano l’ultima esibizione pubblica della loro carriera, nel più insolito dei posti, il tetto dei loro studi alla Apple di Saville Row, a Londra. Giusto dieci anni fa ne scrivevo qualche breve riga qui su Immagine Pubblica, come un mio personale omaggio. E allora come oggi, tali pur brevi righe rappresenta(va)no un modo come un altro di ripartire, di tornare ad aggiornare un blog per il solo gusto di farlo, che è poi quello di scrivere. Il gusto di scrivere, ecco, perché prendere carta & penna e iniziare un diario come s’usava una volta non fa proprio per me. E poi dovrei parlare di me? Io che mi annoio della mia stessa compagnia? Meglio scrivere di musica, di cinema, di libri (che ultimamente ho iniziato a comprare con preoccupante frequenza) e di quello che ci gira intorno. Va meglio così, davvero.

Cinquanta anni fa, i Beatles, sul tetto del mondo, per l’ultima volta. Dieci anni fa, un post su Immagine Pubblica, e non per l’ultima volta. – Matteo Aceto

The Good, The Bad & The Queen: esce il secondo album per Damon Albarn con Paul Simonon

The Good, The Bad And The Queen, Damon Albarn, Paul SimononE’ notizia di oggi, dopo forse un paio d’anni che si parlava della sua fantomatica registrazione: uscirà il 16 novembre il secondo album di The Good, The Bad & The Queen, la band capitanata da Damon Albarn (voce di Blur e Gorillaz) e formata con il bassista Paul Simonon (The Clash), il chitarrista Simon Tong (The Verve) e il batterista Tony Allen. Album al quale è stato dato il nome di “Merrie Land” e che verrà distribuito in svariati formati, ovvero in ciddì, in doppio vinile e in un “Super Boxset” contenente più che altro qualche gadget curato direttamente da Simonon.

E così, undici anni dopo quello che sembrava un exploit da una botta e via, con peraltro un notevole album eponimo che all’epoca avevo tentato di recensire QUI, questo redivivo quartetto torna sulle scene con un nuovo disco prodotto niente meno che da Tony Visconti, celebre per aver prodotto spesso e volentieri le opere di un certo David Bowie. Formato da undici brani, “Merrie Land” è stato anticipato dal singolo omonimo, Merrie Land, per il quale è stato girato anche il video (vedi QUI).

Singolo che, ad essere sinceri, non mi ha entusiasmato granché, sebbene riesco a sentire la “mano” di Visconti, che resta sempre un bel sentire (e il brano somiglia un po’ ad Ashes To Ashes, fra l’altro). Anche la copertina dell’album – tratta pari pari dal film horror “Incubi Notturni” del 1945 – è tutto fuorché invitante. Memore però del bel disco del 2007, che ancora ho nella mia collezione, tenendo conto del mio amore per i Clash e giudicando con stima il cammino artistico fatto fin qui da Albarn, credo proprio che anche “Merrie Land” farà prima o poi ingresso in casa mia. – Matteo Aceto

Michael Jackson, 60 anni dopo

michael jackson 60 anni dopo“Il ritorno dell’iperbarico”, titolava nel 2001 una delle peggiori riviste musicali che io abbia mai avuto il dispiacere di leggere, ovvero “Musica”, un orrido inserto settimanale in abbinamento al quotidiano La Repubblica di quegli anni. Il titolo di quell’infelice articolo, edito in occasione dell’uscita dell’album “Invincible” di Michael Jackson, era riferito a una delle tante leggende metropolitane che attorniavano il celebre cantante, ovvero che dormisse in una camera iperbarica per mantenersi sempre giovane. Mi fa davvero piacere constatare come oggi “Musica” non ci sia più, e anche da un bel po’ di anni, mentre per quanto riguarda Michael Jackson siamo ancora qui a parlarne. Certo, anche lui non c’è più, ma soltanto dal punto di vista fisico, perché la sua musica, i suoi dischi, i suoi videoclip, le sue canzoni sono davvero ovunque. Michael Jackson è perfino in “nuovi” brani d’alta classifica, come in Low di Lenny Kravitz e ancora con più evidenza in Don’t Matter To Me di Drake. Senza poi contare tutta la musica pop che – nel bene o nel male – ascoltiamo alla radio e (soprattutto) guardiamo in televisione: i riferimenti allo stile di Michael, voluti o meno, sono molteplici ed evidentissimi.

Ebbene, proprio oggi Michael Jackson avrebbe compiuto sessant’anni. Come sappiamo tutti, però, è prematuramente venuto a mancare in un maledetto giorno di fine giugno di nove anni fa, proprio alla vigilia d’un tour concertistico che ne avrebbe rivitalizzato la carriera. Carriera che, paradossalmente, è invece stata rivitalizzata da quella morte così inaspettata che ha letteralmente scioccato il mondo intero. Non riesco a immaginarmi un Michael Jackson sessantenne, non so proprio che cosa ne sarebbe stata della sua vita privata e della sua vicenda artistica se fosse sopravvissuto a quel fatidico arresto cardiaco. Questo perché la morte di Michael è stata qualcosa di così scioccante per il sottoscritto da rappresentare inesorabilmente un qualcosa di definitivo. Non c’è scampo, non si torna indietro.

La musica di Michael Jackson è però ovunque, e non solo nei dischi che ho a casa mia, e non solo nei già citati pezzi di Kravitz e di Drake; basta accendere la radio, sintonizzarsi in una stazione qualsiasi, in un orario qualsiasi, in un giorno a caso, e prima o poi un pezzo di Michael spunta fuori. Proprio qualche giorno fa, su R101, ho riascoltato Billie Jean ma posso ben testimoniare di essermi imbattuto, soltanto in queste ultime settimane, in brani come The Way You Make Me Feel, Man In The Mirror e Love Never Felt So Good (altro pezzo riemerso per la posterità, grazie a Justin Timberlake) mentre viaggiavo in macchina o facevo la spesa al supermercato.

E se ne continua a parlare. E non più come di un mostro, come faceva “Musica” e chissà quanti altri in quegli anni, ma – come è sacrosanto che sia – come di un grande. Un grande artista, un grande personaggio, un imprescindibile uomo di spettacolo che ha lasciato una traccia profonda nel nostro immaginario collettivo, che la cosa ci piaccia o meno. Uno che sta a buon diritto sullo stesso piano dei Beatles, di Elvis Presley, di Frank Sinatra e di pochi, pochissimi altri. Buon compleanno, Michael. – Matteo Aceto

Miles Davis, 26 maggio 1926

Miles DavisEra nato in Illinois, Miles Davis, nella città di Alton, il 26 maggio 1926. Trent’anni dopo già incideva per la maggiore casa discografica d’America, la Columbia, registrando per i successivi trent’anni alcuni dei dischi più belli e innovativi non solo per quanto riguarda il jazz ma anche la musica in generale. Per quanto mi riguarda, l’ascolto delle opere di Miles Davis è sempre foriero di scoperte e, soprattutto, di gioie. Più volte ne ho parlato & riparlato in questo blog, e altre volte ancora mi piacerebbe parlarne & riparlarne nei post futuri.

Finora mi sono occupato di due magnifici titoli realizzati in stretta collaborazione con Gil Evans, ovvero “Miles Ahead” (1957) e “Porgy And Bess” (1958), ai quali ha fatto seguito un album che, se possibile, si è rivelato ancora più spettacolare, “Kind Of Blue” (1959). Ho anche scritto su alcuni degli album del cosiddetto primo periodo elettrico, nello specifico “In A Silent Way” (1969), “Bitches Brew” (1970) e  “On The Corner” (1972), una trilogia di dischi che metto senza dubbio tra le cose più eccitanti che io abbia mai sentito. Molto esaltante resta anche l’ascolto di due album dal vivo registrati nel corso dello stesso giorno del febbraio 1975, ovvero “Agharta” e “Pangaea“. Della riscoperta del materiale d’archivio dell’era Columbia, iniziata nel 2011 e tuttora in corso grazie alla celebrata “Bootleg Series”, infine, ho finora parlato d’una notevole collezione chiamata “Freedom Jazz Dance” (2016).

Tornerò in seguito a ospitare su Immagine Pubblica ulteriori post sui dischi di Miles Davis. Per ora, buona lettura. E soprattutto buon ascolto. – Matteo Aceto

Keith Jarrett, “The Koln Concert”, 1975

keith jarrett the koln concert immagine pubblica blogLa registrazione del concerto per solo piano che Keith Jarrett eseguì all’Opera di Colonia, in Germania, il 24 gennaio del ’75, è una delle cose più belle che io abbia mai sentito. E poco importa se il nostro fosse più o meno soddisfatto del pianoforte che trovò in sala, prima di mettersi a suonare. Poco importa se questa musica sia stata effettivamente improvvisata sul momento, come narra la leggenda, o se Jarrett avesse già dei precisi schemi mentali su come impostare la sua esecuzione davanti a un pubblico comunque pagante. E poco importa se un disco come “The Koln Concert” possa definirsi jazz o altro.

Quel che importa, diceva una pubblicità, è il risultato, e ciò che ne risulta è un disco pubblicato dalla ECM che vanta oltre un’ora di musica eseguita da un artista in stato di grazia. Forse non tutto funziona, in “The Koln Concert”. Anzi, ci sono dei momenti in cui Jarrett sembra girare a vuoto, alla ricerca di un’ispirazione che magari arriva anche parecchi minuti dopo, ma il tutto suona come una sognante sinfonia a ruota libera dove il pianoforte è la sola fonte di gioia.

Seppur eseguito quasi senza soluzione di continuità, il “Koln Concert” così com’è originariamente apparso su disco, sempre nel corso di quel lontano 1975, è stato suddiviso in quattro parti per evidenti questioni tecniche legate all’impiego di quattro facciate di vinile. “The Koln Concert” è infatti un vinile doppio, mentre la successiva edizione in ciddì, potendo beneficiare d’una maggior capienza, è quella che più si avvicina a ciò che il pubblico dell’epoca deve aver udito. Il pubblico dell’epoca… che invidia! Questo concerto di Jarrett è uno di quelli ai quali assisterei di sicuro se potessi disporre di una macchina del tempo. Potrebbe bastarmi anche il primo quarto d’ora impiegato dal nostro nel fissare per i posteri tanta delizia sonora. – Matteo Aceto

Bob Dylan: un po’ di questo, un po’ di quello

Bob Dylan è in tour in Italia con ben tre date all’Auditorium Parco della Musica di Roma, più altre a Firenze, Mantova, Milano, Jesolo (addirittura?) e Verona, ma io non sarò sotto il palco ad applaudirlo. Purtroppo. Mi sarebbe piaciuto, per carità, ma sono ormai dieci anni buoni che mi sono ritirato dall’attività live. Non ho più il fisico (e né la testa, a ben vedere) per affrontare tutti i chilometri che le mie pop/rockstar preferite vorrebbero farmi fare ogni volta che decidono di passare nella nostra beneamata penisola. E poi l’attesa ai cancelli, la corsa per prendersi i posti migliori, il sorbirsi i gruppi di supporto, eccetera. No, non fa proprio (più) per me.

Bob Dylan m’è sempre piaciuto anche se non mi ha mai fatto impazzire. Negli ultimi anni, tuttavia, sono andato a comprarmi diversi suoi dischi, comprese antologie triple (come ad esempio “Biograph”, del 1985) o cofanetti tematici (come ad esempio i sei ciddì contenenti le leggendarie “Basement Tapes”, usciti in box nel 2014), e perfino il suo ultimo album, anch’esso un triplo, “Triplicate” per l’appunto, uscito nel 2017 e del quale mi piacerebbe presto parlare in un post tutto suo. Mi piacerebbe avere un po’ tutti i suoi album “classici” (per ora sono fermo al solo “Blonde On Blonde” del 1966) ma è anche vero che ho puntato su Amazon un box antologico che la Sony ha fatto uscire qualche anno fa e contenente tutti i dischi da studio del nostro. Insomma, con una botta & via potrei farmi recapitare a domicilio tutta la produzione dylaniana dall’esordio agli anni della maturità.

Per il resto, sono convinto che ogni album di Bob Dylan sia meritevole quanto meno di considerazione, giacché in ognuno di essi si possono trovare brani di qualità. E poi parliamo pur sempre di uno che è sulla cresta dell’onda da oltre cinquant’anni e che di recente – non senza polemiche – è stato addirittura insignito del prestigioso premio Nobel per la letteratura. Un colosso, niente da dire. Al quale voglio avvicinarmi il più possibile ma anche senza fretta, seguendo la mia vecchia curiosità di appassionato di musica & compratore di dischi. Continuando, almeno per ora, a guardarlo da lontano, come in questi giorni che non sarò presente a nessuno dei suoi concerti italiani. — Matteo Aceto

Bohemian Rhapsody: il film sui Queen finalmente in lavorazione

Bohemian Rhapsody Rami Malek Freddie MercuryTanto il sito dei Queen quanto quello del loro chitarrista, Brian May, ci stanno tenendo aggiornati sulla lavorazione del film “Bohemian Rhapsody”, il biopic sulla stessa band inglese, che a questo punto dovrebbe essere distribuito nelle sale nell’autunno 2018. Sì insomma, dopo dieci anni buoni di preproduzione, tra sceneggiatori & attori che andavano e venivano (per la parte di Freddie Mercury si era parlato di Sacha Baron Cohen ma anche di un certo Johnny Depp, mentre una prima stesura era stata scritta da Peter Morgan), il film a cui è stato dato il titolo della più formidabile canzone dei Queen, Bohemian Rhapsody per l’appunto, è finalmente una realtà.

Il regista è Bryan Singer, newyorkese, classe 1965, già dietro la cinepresa per i film della serie “X-Men”, oltre che per “Operazione Valchiria” e “Superman Returns”. Era stato anche coinvolto nella produzione della celebre serie “Dr. House”, se non ho capito male. E se alla sceneggiatura troviamo Justin Haythe (quello di “Revolutionary Road” di Sam Mendes) e Anthony McCarten (quello de “La teoria del tutto” di James Marsh), ad interpretare i quattro componenti originali dei Queen abbiamo finalmente il cast al gran completo: Gwilym Lee sarà Brian May, Ben Hardy sarà il batterista Roger Taylor, Joseph Mazzello sarà il bassista John Deacon e Rami Malek sarà Freddie Mercury (nella foto sopra, la prima foto ufficiale diffusa dalla produzione, anche se mi sembra un po’ ritoccata). Ci saranno inoltre Lucy Boynton e Allen Leech ad interpretare, rispettivamente, la fidanzata storica e il manager personale di Freddie Mercury. Ammetto candidamente d’ignorare tutti questi nomi coinvolti nel casting, saprei giusto dire qualche parola in più su Rami Malek, ma solo perché interpretando Freddie Mercury ha il ruolo più in vista e perciò se ne è parlato di più.

Californiano d’origine egiziana, classe 1981, il buon Malek è noto per aver interpretato il protagonista della serie tivù “Mr. Robot” (della quale non sapevo assolutamente nulla fino a qualche giorno fa), oltre che aver preso parte a un paio di film della serie “Una notte al museo”. Con ogni probabilità, insomma, il rischioso ruolo che gli è stato affidato, quello di un personaggio ormai così impresso nella cultura popolare come Freddie Mercury, sarà il ruolo della sua vita. Staremo a vedere.

Nel cast, infine, pare proprio che ci sia anche Mike Myers, già celebre tra i fan dei Queen per aver interpretato il protagonista in “Wayne’s World”, dove la stessa canzone Bohemian Rhapsody ha una parte memorabile nella buffa vicenda filmica narrata. Ammetto che negli ultimi tempi i biopic (come si chiamano ora i film che riguardano una biografia) sui protagonisti della musica non mi hanno affascinato più di tanto; tanto per dirne una, mi sono stupito della mia stessa indifferenza con la quale ho accolto “Miles Ahead”, il biopic su Miles Davis del 2015 diretto & interpretato da Don Cheadle.

Eppure tutto questo gran parlare di “Bohemian Rhapsody” attraverso i siti ufficiali legati ai Queen ha risvegliato la mia curiosità. Non so esattamente come si svolgerà la vicenda, so soltanto che riguarderà gli anni 1970-1985, quindi dalla fondazione della band a Londra, in quel lontano 1970, al trionfo del Live Aid del luglio 1985. Ed è proprio con la storica esibizione dei Queen al Live Aid che sono iniziate le riprese. Prima dell’autunno 2018, ne sono certo, avremo comunque modo di riparlarne. – Matteo Aceto

L’ultimo Natale di George Michael

Ieri notte, prima di andare a letto, come faccio di consueto, ho dato un’ultima sbirciatina al canale televisivo allnews. La prima notizia che vedo è quella che per ultima avrei immaginato di leggere, soprattutto nel giorno di Natale: è morto George Michael.

Mentre mi apprestavo a scrivere questo post (che è inutile, lo so, ma proprio non riuscivo a far finta di niente), volevo mettere in sottofondo un suo disco ma mi sono accorto con una certa sorpresa di non avere proprio niente di lui. Tanti anni fa avevo una copia in ciddì di “The Final”, la prima raccolta dei Wham!, edita in quello stesso 1986 nel quale George Michael aveva dato il definitivo addio artistico ad Andrew Ridgeley per mettersi in proprio con un singolo come A Different Corner e un album come “Faith”, edito l’anno dopo. Lui che in proprio aveva già fatto tutti gli hit storici dei Wham!, pezzi che conoscono anche i sassi, come Wake Me Up Before You Go-Go, Club Tropicana, The Edge Of Heaven e soprattutto quella Last Christmas che oggi, più che mai, assume un sapore amaro, pensando a questo ultimo Natale vissuto da George Michael. Tristezza che si somma alla tristezza.

Non m’è mai piaciuto granché George Michael da solista, perché secondo me le cose migliori le aveva fatte proprio con i Wham!, in quella spensierata prima metà degli anni Ottanta, quando uscì anche il suo primo singolo a suo nome, quella Careless Whisper che forse forse è proprio la canzone più bella uscita in quel decennio controverso. Eppure aveva una voce fantastica, probabilmente la migliore della sua generazione, l’unica voce che sia riuscita a “rifare” quella di Freddie Mercury in una strepitosa versione live di Somebody To Live eseguita con gli stessi Queen orfani di Freddie. In quei primi anni Novanta si era fantasticato d’un suo possibile passaggio proprio in seno ai Queen, a occupare il posto di quel cantante scomparso poco prima e che era uno dei suoi riconosciuti punti di riferimento musicali.

Ipotesi suggestiva, ma George ha avuto il buon gusto di non provarci. Anche perché in quegli anni il nostro aveva ben altro per la testa. In primo luogo un lungo braccio di ferro con la Sony, la casa discografica madre che l’aveva acquisito all’alba degli anni Ottanta con un contratto capestro che, di fatto, lo costrinse ad anni di silenzio discografico davvero lunghi per una pop star. Diversi personaggi dello spettacolo, se non ricordo male anche un certo Steven Spielberg, accorsero in suo aiuto, finché nel 1996 non ci fu la rinascita artistica con la Virgin e l’album “Older”, grande successo di quell’anno, così come il singolo apripista Jesus To A Child. In secondo luogo c’era l’omosessualità da rivelare al mondo intero, cosa che avrebbe scioccato il suo pubblico e anche l’opinione pubblica mondiale, dato che George Michael era visto (e giustamente) come un figaccione che sicuramente (credevamo tutti noi con una certa invidia) andava a letto con una donna diversa ogni sera.

Certo i tempi erano cambiati, la seconda metà degli anni Novanta non era certo la prima metà degli anni Ottanta: se l’avesse rivelato allora, la sua omosessualità, George Michael avrebbe visto la sua carriera fatta a pezzi per sempre. Eppure ha saputo gestire il tutto con grande intelligenza, anche dopo quel famoso “incidente” nel bagno d’una discoteca di non so più quale posto in America. Una canzone (e forse anche di più il suo video) come Outside mise subito le cose nella giusta prospettiva e la carriera del nostro poté procedere con ancora più autorevolezza.

Poi, per quanto mi riguarda, quelle canzoni che George Michael continuò a proporre tra la fine degli anni Novanta fino ai tempi più recenti non riuscivano proprio a interessarmi. Quella grandissima voce alle prese con quelle canzonette danzerecce che soltanto una come Madonna non si vergogna di propinare! Mah, vabbè, contento lui, pensavo.

Ed ora eccomi qui, in un mondo senza George Michael, così come la mia collezione di dischi è senza i suoi album. Che posso dire… che mi dispiace sinceramente.

-Matteo Aceto