Morto anche Pete Burns, personaggio della mia infanzia

peter-buns-dead-or-alive-anni-ottantaIn questo tormentatissimo 2016 è venuto a mancare anche Pete Burns, eccentrico cantante inglese, leader dei Dead Or Alive, quelli di You Spin Me Round (Like A Record), un grande successo pop del 1985 che probabilmente conoscono anche i sassi.

Quel cantante e quella canzone io me li ricordo perfettamente proprio fin dal 1985, quando seguivo un programma televisivo pomeridiano chiamato Deejay Television, in onda su quella che all’epoca era una nuova rete televisiva commerciale, Italia 1. A quel tempo non sapevo che dietro Italia 1 ci fosse un personaggio discutibile come Silvio Berlusconi, anche se Deejay Television mi mostrava dei personaggi non meno inquietanti, gente come Claudio Cecchetto e Jovanotti.

Ad un bambino di sette anni come me, tuttavia, interessavano soltanto le “canzonette” che mi faceva vedere/ascoltare Deejay Television, mentre aspettavo il mio programma televisivo preferito, Bim Bum Bam, sempre su Italia 1. Tra quelle “canzonette”, per l’appunto, in un giorno imprecisato del 1985, spunta la travolgente You Spin Me Round (Like A Record), una sorta di power-pop in chiave disco che era praticamente impossibile ignorare, tanto era coinvolgente. Restavo incollato allo schermo anche perché, epica-sonorità-pop-a-tutto-gas a parte, quel potente vocione che cantava il tutto usciva fuori da un personaggio a dir poco bizzarro: capelli lunghi ma sparati come se avessero preso la scossa, con una benda da pirata sull’occhio, vestito come una geisha, inequivocabilmente effeminato.

Un personaggio del genere, che all’epoca non sapevo nemmeno che si chiamasse Pete Burns, era impossibile non guardarlo con gli occhi sgranati. Quell’immagine così insolita, abbinata ad una canzone così potente come You Spin Me Round (la cui musica, come molti anni dopo uno dei produttori ebbe a rivelare, era basata su La Cavalcata delle Valchirie di Richard Wagner) era un mix davvero ad effetto, tanto da diventare – giustamente – un successo d’alta classifica a livello internazionale, oltre che uno dei pezzi più rappresentativi del pop anni inglese anni Ottanta. Se volessimo compilare un campione della musica commerciale di quegli anni, infatti, un pezzo come You Spin Me Round dei Dead Or Alive non dovrebbe e né potrebbe mancare.

Così radicato nei miei ricordi di quegli anni, un cantante come Pete Burns è stato sempre per me un personaggio legato alla mia infanzia, un personaggio come George Jefferson (il protagonista di una serie televisiva che adoravo, I Jefferson), come il comandante Lassard della “Scuola di Polizia”, come Slimer di “Ghostbusters”, come i mitici robottoni giapponesi della serie “Mazinga”.

Tanti anni dopo, quando mi sono appassionato alle vicende musical-professionali di Wayne Hussey, sia come chitarrista/autore dei Sisters Of Mercy che come fondatore dei Mission (due band inglesi che da allora ho sempre amato) sono tornato ad “incrociare” Pete Burns. Venni infatti a sapere che il buon Wayne, prima appunto di entrare nei Sisters Of Mercy, era stato proprio un componente dei Dead  Or Alive. Andai quindi a curiosare – finalmente – anche nel repertorio di questi ultimi, scoprendo così che era proprio Hussey a duettare con Burns nella cover di That’s The Way (I Like It) e in Misty Circles. Insomma, in un modo o nell’altro, tutto torna sempre a quadrare tra i conti che la mia curiosità musicale mi ha fatto aprire in tutti questi anni.

Pete Burns è morto ieri, anche lui, dopo tanti altri che ormai cominciano a diventare pure troppi. E’ una questione generazionale, ovviamente, prima o poi tocca a tutti. Vederne morire ancora un altro è pur sempre un leggero dolore (che però io non so più sopportare, per dirla alla battistimogolesca maniera).

-Mat

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Le visioni televisive del giovane Mat

mazinga-immagine-pubblica-blogNegli ormai lontani anni Ottanta, quand’ero un bambino biondissimo & pieno d’entusiasmo, vedevo un sacco di cartoni animati. La maggior parte su Italia 1 e Rete 4, e in particolare nelle trasmissioni “Bim Bum Bam” (condotto dai giovani Paolo Bonolis e Licia Colò) e “Ciao Ciao” (mi pare che si chiamava così, ora mi viene il dubbio…), dove trovavo cartoni giapponesi a valanga. Eppure i miei cartoni giapponesi preferiti restavano quelli sugli improbabili robottoni in lotta per la salvezza del genere umano. Cartoni che venivano trasmessi in canali dalle frequenze regionali, all’interno di programmi come Junior TV e altri che ora non rammento nel titolo.

Il mio robottone preferito è stato senza dubbio Mazinga (foto)… ricordo che ce n’erano due: Mazinga Zeta e il Grande Mazinga. Ora non ricordo le connessioni fra i due, in certi episodi comparivano assieme, ma ricordo che il Grande Mazinga mi affascinava moltissimo, con la navicella-pilota di Tetsuya che entrava nella testa del robot che, a sua volta, usciva dalle acque. Un’immagine di grande potenza, drammatica & epica, che deve avermi condizionato nel profondo per quanto riguarda i miei orientamenti artistici. Ho visto molte puntate della serie di Mazinga, ma non quante avrei voluto: ai tempi, la programmazione regionale era piuttosto mutevole, io mi mettevo davanti alla tivù (della nonna paterna) al solito orario e se il cartone veniva passato era okay, altrimenti mettevo su Italia 1.

In compenso ho visto tutte, e dico tutte, le puntate della serie di Goldrake (o Ufo Robot che dir si voglia, io l’ho sempre chiamato Goldrake…), avevo perfino il mitico robottone a giocattolo, addirittura come canotto per quando andavo al mare coi miei. Vedevo anche Daitan 3 (non ho mai capito quali fossero l’1 e il 2…), Vultus 5, Voltron, e la serie dei Transformers, questa però d’origine americana. I Transformers mi piacevano tantissimo, li vedevo su Junior TV, e alcuni li avevo anche a giocattolo… un po’ tutti i miei amici li avevano, ci divertivamo a scambiarceli e a giocarci insieme. La stessa cosa può dirsi di He-Man e i personaggi della serie dei Masters.

Tornando ai cartoni giapponesi, oltre ai robottoni, fra i miei preferiti vi erano Dolce Remì, Lupin Terzo (e la procace Margot era notevole…), Mac 5 e Carletto il Principe dei Mostri. Ma c’erano altri cartoni di fantascienza, a metà fra il disegno animato e la vera ripresa filmica di pupazzoni in movimento, che mi piacevano tantissimo: uno che vedevo poco (e non per colpa mia) ma volentieri – del quale purtroppo non ricordo più il titolo – aveva a che fare con dei dinosauri-robot che viaggiavano nel tempo, o una roba simile. Anche Ulisse, ora che ricordo, una versione fantascientifica del protagonista de “L’Odissea”: mi piaceva molto, così come quel cartone con un galeone che vagava nello spazio (anche qui… niente nome…).

Vedevo pure diversi altri cartoni che non apprezzavo particolarmente ma che guardavo come passatempo, accendendo la tivù dopo aver fatto i compiti durante le fredde giornate invernali: cose tipo Holly e Benji o Hello Spank, anche alcuni di quelli destinati soprattutto alle femminucce, tipo Heidi, Lady Oscar, Candy Candy e Occhi di gatto.

C’erano anche dei cartoni europei, che apprezzavo comunque parecchio: l’Ispettore Gadget, che trovavo sempre molto buffo & divertente, e quelli educativi sul corpo umano… non ne ricordo il titolo, il disegno era francese se non erro, la versione italiana era doppiata da Cristina D’Avena. I Puffi mi stavano un po’ sulle scatole, preferivo Asterix & Obelix, che comunque non ho seguito granché.

Un cartone americano che apprezzavo da matti erano gli Acchiappafantasmi: non i Ghostbusters, quelli derivati dal celebre film di Ivan Reitman dell’84, bensì quelli che viaggiavano su una sgangherata auto d’epoca, con a bordo un biondino dal naso aquilino e uno scimmione col cappello. Anche i chipmunk della serie di Alvin mi piacevano, tranne quando si mettevano a cantare… non ho mai gradito quelle canzoni stravolte nella parte vocale!

L’ultimo cartone che ho seguìto è stato Denver, il dinosauro fighetto con la chitarra elettrica: me lo ricordo bene, era il 1988, lo davano su Italia 1. Poi, da qualche parte in quel 1988, ho di colpo perso l’interesse per i cartoni*…. e avevo solo dieci anni! Avevo scoperto i Beatles e stavo cominciando a seguire come si deve il campionato mondiale di Formula 1… due passioni – Beatles & Ferrari – che palpitano tuttora nel mio cuore.

Sono sicuro d’aver dimenticato di citare altri bei cartoni che vedevo, in quei colorati anni Ottanta. Per ora questi possono bastare, magari più in là – anche col vostro aiuto, se vorrete – aggiungerò qualche altra riga sull’argomento.

– Mat

(*tranne quelli della Disney!)

Le meteore

meteore-italia-1Un po’ di anni fa, su Italia 1 c’era un programma serale chiamato “Meteore” dedicato soprattutto a quei cantanti o a quei gruppi che si sono fatti notare per un paio di singoli d’alta classifica e che poi sono spariti nel nulla. Ricordo che in maggioranza si trattava di artisti emersi negli anni Ottanta. Una cosa che mi fece particolarmente incazzare fu l’inclusione tra queste meteore di Tony Hadley, il cantante degli Spandau Ballet: ma come, uno che calca le scene da dieci anni, e precisamente dal 1980 al 1989, producendo una sfilza di gradevoli canzoni pop di successo, è una meteora?!

C’è da dire comunque che le meteore non hanno brillato soltanto negli anni Ottanta, bensì hanno fatto la loro comparsa fin da subito nel mondo dell’industria del pop, soprattutto da quando i Beatles esplosero come fenomeno discografico di massa nei primi anni Sessanta. Ecco quindi una carrellata di meteore dal 1960 (più o meno) ad oggi, in particolare quei nomi che hanno avuto almeno un hit al primo posto della classifica.

Sponsorizzata nientemeno che da Paul McCartney, ecco la favolosa Cilla Black, al primo posto delle charts britanniche con Those Were The Days. Ma in vetta alla classifica in quel decennio troviamo anche Chubby Checker con The Twist, gli Archies con Sugar Sugar, i Move con Blackberry Way, Bruce Channel con Hey Baby!, Tommy James con Crimson And Clover, gli Shadows con Apache, Frank Ifield con I Remember You. E poi ancora Jimmy Dean con Big Bad John, Gene Chandler con Duke Of Earl, i Tymes con So Much In Love, i Fifth Dimension con Aquarius, gli Association con Windy, i Foundations con Baby Now That I Found You, gli Allisons con Are You Sure?, Tommy Roe con Dizzy, Peter & Gordon con A World Without Love (scritta da Paul McCartney), Barry Ryan con Eloise, i Crystals con He’s A Rebel, Jerry & The Pacemakers con How Do You Do It, gli Young Rascals con Good Lovin’, gli Herman’s Hermits con I’m Into Something Good, Connie Francis con Jealous Of You, Engelbert Humperdinck con Release Me, gli Union Gap con Young Girl, i Searchers con Needles And Pins, le Shirelles con Soldier Boy, le Marvelettes con Please Mr. Postman (un brano di lì a poco ripreso anche dai Beatles). Uffa, quante di meteore, altro che anni Ottanta… che ne è oggi di tutta questa gente?

Leggendo le classifiche degli anni Settanta ci imbattiamo invece in Roberta Flack con Killing Me Softly (negli anni Novanta reinterpretata da un’altra meteora di quel decennio, i Fugees), i Tremeloes con Me And My Life, gli America con A Horse With No Name, Mungo Jerry con In The Summertime, la Earth Band con Blinded By The Light, Samantha Sang con Emotion (un brano scritto e prodotto dai Bee Gees), gli Edison Lighthouse con Love Grows, gli Shocking Blue con Venus (negli anni Ottanta riproposta da un’altra meteora di quella decade, le Bananarama). Ma ricordo anche John Paul Young con Love Is In The Air, Patrick Hernandez con Born To Be Alive, i Trammps con Disco Inferno, i Buggles con Video Killed The Radio Star, The Knack con My Sharona, la Steve Miller Band con The Joker e Al Stewart con The Year Of The Cat.

Passando ai famigerati anni Ottanta troviamo i Dead Or Alive con You Spin Me Round, i Berlin con You Take My Breath Away (colonna sonora del film “Top Gun”), Belinda Carlisle con Heaven Is A Place On Earth, i Men At Work con Down Under, Howard Jones con No One Is To Blame (prodotta da Phil Collins), gli Alphaville con Big In Japan, i Kajagoogoo con Too Shy, i Black Box con Ride On Time, Falco con Der Kommissar, Sandra con Maria Magdalena, Richard Marx con Hold On To The Nights, i Foreigner con la struggente I Want To Know What Love Is, le Bangles con Manic Monday (un brano scritto per loro da Prince) e Tracy Spencer con Run To Me. Ma io ricordo perfettamente gente come Nick Kamen, con Tell Me, i Crowded House con Don’t Dream It’s Over, i M/A/R/R/S con la geniale Pump Up The Volume, Alannah Myles con Black Velvet, Huey Lewis & The News con The Power Of Love (colonna sonora del film “Ritorno al Futuro”), Irene Cara con What A Feeling e Michael Sembello con Maniac, entrambi singoli di successo tratti dalla colonna sonora del film “Flashdance”.

Avanzando agli anni Novanta troviamo Coolio con Gangsta’s Paradise, Vanilla Ice con Ice Ice Baby, gli Hanson con Mmmbop, i Goo Goo Dolls con Iris, gli Aqua con Barbie Girl, i Savage Garden con Truly Madly Deeply, Lou Bega con Mambo Nr. 5. Ma rammento benissimo anche i 4 Non Blondes con What’s Up, The Beloved con Sweet Harmony, i Vacuum Cleaner con I Breathe, una certa Emilia con una lagnaccia chiamata Big Big World, i Bran Van 3000 con Drinking In L.A., i White Town con Your Woman, Shivaree con Goodnight Moon, i Fool’s Garden con Lemon Tree, i Connells con ’74-’75, Anouk con Nobody’s Wife, Eagle-Eye Cherry con Save Tonight e un duo chiamato Charles & Eddie con la gradevole Would I Lie To You.

Anche il decennio in corso, immancabilmente, sta producendo le sue belle meteore, basta leggersi le classifiche di TV Sorrisi e Canzoni di qualche anno fa per ricordarne qualcuna. Ora mi vengono in mente le sole Michelle Branch (aveva cantato una canzone di Santana, quale non la ricordo più) e Jamelia, quella dell’hit danzereccio Superstar. Ne ricordate altre?

Tears For Fears

tears-for-fears-immagine-pubblica-blogDa bambino vedevo sempre Bim Bum Bam su Italia 1, veniva addirittura condotto da Paolo Bonolis e Licia Colò. Siccome io non dormivo mai di pomeriggio e la mia trasmissione preferita iniziava alle 16, d’estate mi piazzavo davanti alla tele già verso le 14 e mi vedevo un’altra trasmissione musicale chiamata Dee Jay Television, ideata da Claudio Cecchetto se non sbaglio. Beh, fu probabilmente grazie a quella trasmissione che mi appassionai alla musica. Ricordo chiaramente quando, era il 1985, iniziarono a trascrivere in basso la traduzione del testo che il cantante straniero di turno stava cantando: ricordo ancora due canzoni e due video che amavo, Russians di Sting e Such A Shame dei Talk Talk.

Comunque, fu in quell’anno e nel corso di quella trasmissione che vidi un video che mi colpì molto: Everybody Wants To Rule The World dei Tears For Fears. Vedere quel cantante in occhiali da sole che percorreva le inconfondibili strade americane a bordo di una fantastica Morgan (credo che si tratti di una Morgan, è un’auto inglese per chi non lo sapesse) mi fece già capire tutto: è quello che voglio fare da grande, dissi, cos’altro chiedere alla vita?! E la musica? Beh, quella canzone era (ed è) fantastica, un ritmo incredibilmente trascinante, una voce suadente, un assolo di chitarra perfetto… e quel nome curioso, Tears For Fears, al quale rimasi sempre legato.

Oggi sono un fan dei TFF, ho tutti i loro dischi ma soprattutto posso garantirvi che non hanno mai fatto cilecca: prendete i loro album o anche uno da solista, non ci crederete ma li hanno fatti uno più bello dell’altro, veramente. Iniziamo però dal 1980, con l’album “Acting My Age”, quando il gruppo si chiamava Graduate, un quintetto inglese proveniente da Bath. Già all’epoca, però, i membri più in vista erano Roland Orzabal (cantante, chitarrista e principale autore delle canzoni) e Curt Smith (cantante e bassista). Furono proprio questi due a fondare, l’anno dopo, i Tears For Fears che, a parte un paio di singoli pubblicati fra l’81 e l’82, debuttano nel 1983 con l’album “The Hurting”. Sorretto da singoli incredibili come Change, Pale Shelter, Mad World e Suffer The Children, questo primo album dei TFF volò al 1° posto della classifica inglese. In “The Hurting” tutte le canzoni sono scritte da Roland mentre la maggior parte di esse è cantata da Curt.

I ruoli si confondono nel successivo “Songs From The Big Chair”: l’album dei TFF più famoso, se non altro perché contiene Shout e la già citata Everybody Wants To Rule The World. Anche questo disco vola al 1° posto della classifica di casa (e in USA al 2°) ma Roland e Curt sono ragazzi semplici, l’esatto contrario della tipica pop-star anni Ottanta… davvero non c’entrano nulla con quei cliché. Del resto scelsero la musica come riparo dalle loro situazioni famigliari difficili e, soprattutto nel caso di Orzabal, per sfuggire ai propri demoni personali. La stessa espressione ‘tears for fears’, lacrime dovute alle paure, è un’espressione coniata dallo psicologo Arthur Janov, inventore della terapia del ‘primal scream’, che ebbe una notevole influenza su testi e tematiche dei nostri.

E così, in qualche modo, il gioco inizia a stancare e Curt sembra ritirarsi in se stesso. L’attività del gruppo procede quindi con Roland Orzabal che si fa carico della maggior parte del lavoro (avvalendosi di collaboratori straordinari, come Phil Collins, Pino Palladino, Neil Taylor, Manu Katché, la bravissima Nicky Holland, ecc): il disco che ne risulta vede la luce nel 1989, “The Seeds Of Love”, che secondo me rappresenta il capolavoro dei TFF nonché uno dei dischi pop-rock più belli di sempre. Supportato da quattro singoli uno-più-bello-dell’altro (Sowing The Seeds Of Love, Advice For The Young At Heart, Famous Last Words e la stupenda Woman In Chains, un duetto con la scoperta tearsforfearsiana Oleta Adams), anche questo terzo album dei TFF, manco a dirlo, raggiunge il 1° posto della classifica inglese.

Dopo tre dischi numero uno (e soldi a palate, presumo), nel 1990 Curt Smith emigra in America e decide quindi di abbandonare i Tears For Fears, lasciando Roland praticamente da solo. Nel ’92 esce così la prima raccolta dei TFF, “Tears Roll Down (Greatest Hits 1982-1992)” nella quale Roland ripropone con una nuova formula anche un B-side del 1989, Laid So Low. Il brano, pubblicato come singolo, è una delle canzoni più memorabili degli anni Novanta e la raccolta è davvero eccellente, permettendo magnificamente ad Orzabal di chiudere un cerchio.

Giunge il ’93 ed esce “Soul On Board”, il primo album solista di Curt Smith: un gran bel disco, non c’è che dire. Nello stesso anno c’è però la risposta di Roland Orzabal che pubblica a nome Tears For Fears lo stupendo album “Elemental”, supportato dal noto singolo Break It Down Again (nell’album c’è anche un’amara frecciata verso Curt, Fish Out Of Water). Nel ’95 vede la luce il quinto album dei Tears For Fears, lo splendido “Raoul And The Kings Of Spain”, sempre realizzato dal solo Orzabal. Nel 1996, intanto, Curt Smith unisce le forze al polistrumentista Charlton Pettus e fonda un nuovo gruppo, i Mayfield: il primo album omonimo dei Mayfield esce nel ’98 e… mi manca, non riesco a trovarlo… dovrei provare con eBay. Tra il 1999 e il 2000, tuttavia, Curt pubblica un mini album a suo nome, ovvero “Aeroplane” (anche per questo… vale quanto scritto per “Mayfield”). In questo periodo, comunque, Roland e Curt si riavvicinano, hanno modo di chiarirsi e in seguito anche di scrivere nuove canzoni.

Nel 2001 esce “Tomcats Screaming Outside”, il primo album a nome Roland Orzabal: è stato inciso nel 2000 ma la casa discografica voleva pubblicarlo a tutti i costi a nome Tears For Fears. Roland ha tenuto duro, l’ha fatto uscire per una piccola etichetta, la Eagle, e si è tolto la soddisfazione personale d’aver realizzato uno dei dischi più belli di questo decennio. Nel 2002, finalmente, prende avvio la lavorazione del nuovo, vero album dei Tears For Fears, ad opera del ritrovato duo Orzabal-Smith. Il nuovo disco, “Everybody Loves A Happy Ending”, vede la luce nel 2004 (Curt, cavallerescamente, mette da parte il suo bel album solista “Halfway, Pleased”, pubblicato tre anni dopo) e contiene uno dei pezzi più belli del duo, Closest Thing To Heaven, edito anche su singolo.

E’ inutile dirvi quanto “Everybody Loves A Happy Ending” sia superlativamente fantastico, avrete ormai capito che io sono schifosamente di parte! Ma, come detto sopra, i signori Smith e Orzabal non hanno mai sbagliato un colpo. Ora spero solo di riuscire a vederli almeno una volta dal vivo.

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