Lucio Battisti, “Don Giovanni”, 1986

lucio-battisti-don-giovanni-immagine-pubblica-blogLa prima volta che ho ascoltato “Don Giovanni”, il primo disco realizzato da Lucio Battisti in collaborazione col paroliere Pasquale Panella, sono rimasto davvero di stucco. Perché le uniche canzoni di battisti che conoscevo erano quelle scritte con Mogol, un paroliere molto celebrato che non ha certamente bisogno di presentazioni, mentre le canzoni scritte da Battisti con Panella erano davvero misconosciute, almeno per me, quando le scoprii con grande interesse un tre o quattro di anni fa. Di stucco perché i pezzi Battisti-Panella non sono affatto inferiori ai pezzi Battisti-Mogol, eppure continuano a restare relegati a mo’ di appendice alla favolosa storia artistica di Lucio.

Dei cinque album scritti con Pasquale Panella e pubblicati tra il 1986 e il 1994, il “Don Giovanni” di Lucio Battisti è quello che ho apprezzato di più, tanto da averlo comprato non solo su ciddì ma anche, qualche tempo dopo, su vinile. Se, musicalmente parlando, “Don Giovanni” è un disco inconfondibilmente anni Ottanta, è pur vero che quel sound era davvero in linea con i tempi, e francamente non saprei dire quanti altri album italiani del periodo suonassero come quello. Composto da soli otto pezzi – stabilendo così uno standard per ogni altro album Battisti-Panella che sarebbe venuto in seguito – “Don Giovanni” è un disco irresistibilmente pop non soltanto per la produzione, l’arrangiamento e l’esecuzione dei pezzi ma anche per quei controversi testi scritti appunto da Panella. Testi che dicono tutto e niente, testi che sono arguti e demenziali, testi canticchiabilissimi eppure difficili da memorizzare, perché chiari e oscuri a un tempo.

Ed è una fonte di grande stupore, almeno per me, ascoltare Battisti che canta frasi come “la prima volta che ti vidi non guardai”, “tu dici ancora che non parlo d’amore, batte in me un limone giallo, basta spremerlo”, oppure “l’artista non sono io, sono il suo fuochista”, oppure ancora “se poi è realtà quel che in realtà sognò a metà”. E’ tutto senza senso o c’è un senso nascosto in ogni canzone, per non dire in ogni frase? L’impressione è che il tutto cambi ascolto dopo ascolto, rendendo la fruizione del disco un’esperienza unica ad ogni ascolto.

Testi a parte, quello che mi piace di “Don Giovanni” sono comunque le canzoni in quanto tali, con tutto quel mix di parole e musiche così peculiare: davvero splendida l’iniziale Le Cose Che Pensano, molto coinvolgente la successiva Fatti Un Pianto, così come Il Doppio Del Gioco, forse meno entusiasmante Madre Pennuta ma ben più divertente Equivoci Amici, a dir poco sublime Don Giovanni, sempre di grande suggestione Che Vita Ha Fatto, e quindi consolatoria la conclusiva Il Diluvio.

Inciso e prodotto in Inghilterra, con una schiera di musicisti esclusivamente locali (tra i quali ricordo il produttore Greg Walsh alla batteria, Robin Smith al piano, Guy Barker alla tromba, Phil Todd al sax e Gavyn Wright al violino), “Don Giovanni” resta probabilmente l’opera più compiuta del Battisti dopo Mogol. E forse l’ultimo vero capolavoro del nostro più acclamato cantautore.

-Mat

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George Benson, Al Jarreau, “Givin’ It Up”, 2006

George Benson, Al Jarreau, Givin' it up immagine pubblica blogQuanti dischi degli anni Duemila, una volta annunciati, abbiamo atteso con ansia, precipitandoci al più vicino negozio di dischi nel giorno stesso dell’uscita? E quanti di questi dischi ascoltiamo ancora oggi, quasi vent’anni dopo? Nel mio caso pochini. Gira & rigira, la musica che più ascolto è quella pubblicata tra gli anni Cinquanta e Ottanta del secolo scorso. Insomma, quante volte, negli ultimi anni, avrò sentito la necessità di ascoltare i vari “Invincible” (Michael Jackson, 2001), “Up” (Peter Gabriel, 2002), “Heathen” (David Bowie, 2002), “Morph The Cat” (Donald Fagen, 2003), “Playing The Angel” (Depeche Mode, 2005), “X&Y” (Coldplay, 2005), “Again” (John Legend, 2006), “Planet Earth” (Prince, 2007), “Chinese Democracy” (Guns N’ Roses, 2008) o “If On A Winter’s Night” (Sting, 2009)? Sono tutti album che all’epoca o qualche anno dopo sono andato effettivamente ad acquistare ma che adesso non sento praticamente più.

Eppure, come sempre, non mancano le eccezioni. E una di queste è un piacevole disco del 2006 che acquistai quasi distrattamente, una volta capitatomi tra le mani al prezzo ribassato di otto euro & novanta centesimi. Si tratta di “Givin’ It Up”, una collaborazione tra George Benson e Al Jarreau, ovvero due cantanti americani che ho sempre apprezzato. Si tratta d’un album atipico che inizia con Breezin’ (grande successo di Benson del 1976) e che prosegue con Mornin’ (grande successo di Jarreau del 1982). Ecco, a questo punto si potrebbe pensare che i due abbiano semplicemente riproposto alcuni tra i loro più celebri hit in forma di duetto, attualizzandone la veste musicale. E invece le cose cambiano già al terzo brano in programma, quando ci imbattiamo in una notevole cover di Tutu, forse il brano più popolare del Miles Davis anni Ottanta. Con la successiva God Bless The Child (altra cover di classe, di Billie Holiday in questo caso) troviamo al canto una terza voce, ovvero quella di Jill Scott, così come nella splendida Let It Rain troviamo quella di Patti Austin. E nella conclusiva Bring It On Home To Me (un classico di Sam Cooke) ci imbattiamo addirittura in un certo Paul McCartney, che canta così forte & chiaro da far sembrare lui il protagonista, piuttosto che l’ospite di lusso all’interno d’un duetto Benson-Jarreau.

Ma le sorprese non finiscono qui perché “Givin’ It Up” ci presenta una All I Am eseguita dal solo George Benson (che, non dimentichiamolo, resta sempre quel gran chitarrista di classe che è, e si sente anche qui) e una Ordinary People nel quale a duettare sono la chitarra di Benson e i vocalizzi di Jarreau, senza quindi l’esecuzione del testo originale della canzone di John Legend. Un album di reinterpretazioni e di rivisitazioni, insomma, questo “Givin’ It Up”, nel quale trovano anche spazio le famose Everytime You Go Away (anche se la versione che ne fece Paul Young nel 1985 resta forse la migliore di tutte) e Summer Breeze (forse questa è addirittura la più bella tra le tante altre cover). Su tutte metto comunque una versione di Four, altro classico di Miles Davis, reinterpretata da Benson & Jarreau con un’eleganza sopraffina che da sola mi ha ripagato dei soldi spesi per acquistare tutto l’album.

Un lavoro eclettico questo “Givin’ It Up”, gioioso e amabile, eseguito con una schiera di musicisti di prim’ordine quali i bassisti Marcus Miller e Stanley Clarke, il trombettista Chris Botti, il pianista Herbie Hancock, il batterista Vinnie Colaiuta, il chitarrista Dean Parks e altri ancora. Non so se possa definirsi un capolavoro, “Givin’ It Up”, ma rispetto a tanti altri strombazzatissimi dischi di quel decennio è uno dei pochi che ancora mi invoglia all’ascolto, sia con lo stereo quando sono a casa che con l’autoradio quando solo alla guida. E questo è, per quanto mi riguarda ormai, il miglior metro di paragone possibile per stabilire se un disco sia grande o meno.

-Mat

Record Store Day 2018: le succose novità

David Sylvian, Dead Bees On A Cake, RSD 2018Le case discografiche hanno cominciato a diffondere le prime immagini e le informazioni relative alle uscite previste in occasione del Record Store Day 2018, che si terrà in tutti i negozi di dischi del mondo il prossimo 21 aprile. Se negli ultimi anni non avevo avuto modo d’andarci, l’anno scorso ci sono stato eccome, in entrambi i negozi di dischi della mia città, Pescara, trovando dei titoli che pur non essendo essenziali non mi hanno fatto dubitare sulla necessità di acquistarli (vuoi per il formato, vuoi per la grafica, vuoi ancora per una bella confezione).

Quest’anno, da quel che ho visto & letto finora, l’edizione che più m’interessa – la sola che vorrei acquistare davvero – è la riedizione di “Dead Bees On A Cake” (nella foto), l’album di David Sylvian datato 1999. Ristampato in doppio vinile bianco, con una nuova copertina, con tutte le foto di Anton Corbijn e soprattutto con quattro brani in più (quelli che, pur incisi durante la lavorazione dell’album, sono invece stati inclusi nella successiva raccolta del 2000, “Everything And Nothing”), l’album “Dead Bees On A Cake” viene finalmente presentato – per dirla con le parole dello stesso Sylvian – “come il doppio album che avevo sempre inteso di proporre, prima che l’etichetta perdesse la pazienza aspettandone l’arrivo”.

“Dead Bees On A Cake”, infatti, rappresentava un grande ritorno dopo anni di collaborazioni e dischi sperimentali. Di fatto, “Dead Bees”, uscito come ricordato nel 1999, fu il primo vero album di David Sylvian dai tempi di “Secrets Of The Beehive“. Sarà quindi l’occasione per godere ancora una volta e ancora di più (grazie all’inserimento di altri quattro splendidi brani, tra cui The Scent Of Magnolia e Cover Me With Flowers) di un album che a mio modesto avviso è stato un tantino sottovalutato. Gran disco, a parte tutto, mi piacerebbe dedicargli un post ad hoc, magari proprio a partire da questa ristampa, se mai riuscirò a portarmene a casa una copia.

Per quanto riguarda gli altri titoli riservati ad altri artisti, quelli che mi hanno fatto drizzare di più le orecchie sono i seguenti, tutti in vinile, e tutti in rigoroso ordine alfabetico.

Ac/Dc – “Back In Black”: il primo album della celeberrima band australiana con Brian Johnson alla voce, probabilmente il loro disco più famoso, ristampato addirittura in cassetta per questo RSD 2018.

Big Audio Dynamite II – “On The Road Live ’92”: un EP di soli cinque pezzi – tutti dal vivo, e mai prima d’ora stampati in vinile – in formato dodici pollici per la seconda reincarnazione del gruppo post-Clash di Mick Jones.

David Bowie – In questo caso abbiamo tre interessanti proposte. Partiamo in ordine cronologico, con la ristampa dell’album eponimo del 1967, “David Bowie” per l’appunto: edizione doppia in elleppì, contenente la versione mono (in vinile rosso) e la versione stereo (in vinile blu) dello stesso album. La seconda proposta, sempre su vinile, è un dodici pollici da 45 giri contenente la versione demo di Let’s Dance del dicembre 1982, pubblicata nella sua lunghezza integrale (sul lato B del singolo troviamo invece una versione live dell’epoca della stessa Let’s Dance). Infine, il nome di Bowie è legato a un triplo vinile, “Welcome To The Blackout”, contenente un inedito concerto londinese del 1978.

Johnny Cash – “At Folsom Prison: Legacy Edition”: forse il disco più famoso di Cash e senz’altro uno degli album live più acclamati di tutti i tempi, qui proposto in un lussuoso box da ben cinque vinili, contenente per la prima volta entrambi i concerti integrali che Cash e la sua band tennero nel carcere di Folsom in quel lontano 1968. Secondo me il tutto costerà un botto ma con ogni probabilità saranno soldi ben spesi. Ci sto facendo un pensierino.

John Coltrane – “My Favorite Things, Part I & II”: soltanto mille copie per questo singolo contenente entrambi i single edit di My Favourite Things, brano portante dell’omonimo e storico album uscito per la Atlantic nel 1961.

The Cure – Due uscite per la band di Robert Smith, decisamente peculiari: “Torn Down” è un doppio elleppì (entrambi in picture disc) contenente sedici nuovi remix curati dallo stesso Smith, mentre “Mixed Up”, anch’esso in doppio picture disc, è la riproposizione dell’album di remix dei Cure uscito nel 1990.

Miles Davis – “Rubberband EP”: quando ho letto “Rubberband” sono saltato sulla sedia! Quello, infatti, è il titolo dell’album inedito che Miles registrò nel 1985 come primo disco da far distribuire alla sua nuova etichetta, la Warner Bros. Poi s’imbatté nei demo di Marcus Miller e ricominciò daccapo con un nuovo progetto, che quindi divenne il celebre “Tutu”. In questo caso siamo però alle prese con un EP di soli quattro brani, e per giunta non tutti originali: c’è infatti qualche remix attuale, accanto al materiale inciso all’epoca da Miles e i suoi collaboratori del periodo. Sono tentato dall’acquisto ma anche fortemente dubbioso. Spero che questo EP sia invece l’anticipazione di qualcosa di più consistente che la Warner potrebbe distribuire in autunno.

Bob Dylan & The Grateful Dead – “Dylan & The Dead”: originariamente uscito nel 1989, questo live nel quale Bob Dylan era accompagnato dai Greteful Dead viene riproposto in un vinile dalle facciate diversamente colorate (quella A è rossa, quella B è blu). Un po’ troppo poco, forse? I soli Grateful Dead, ad ogni modo, potrebbero consolare i fan con un ben più corposo cofanetto da quattro vinili contenente un loro concerto al Fillmore West di San Francisco del 1969.

Fleetwood Mac – “The Alternate Tango In The Night”: se l’anno scorso è stato stampato un acclamato box da ben cinque dischi dedicato al trentennale di “Tango In The Night”, in occasione del RSD 2018 la sola versione alternativa dell’album (ovvero con mix diversi tratti dalle varie sedute d’incisione) viene qui estrapolata per un’edizione nel più tradizionale elleppì nero, il tutto disponibile in sole 8500 copie.

Marvin Gaye – Due uscite anche nel caso di questo leggendario soul singer, ovvero “Let’s Get It On” – uno dei suoi dischi più belli, datato 1972, del quale vorrei presto parlare in un post ad hoc – in vinile rosso da 180 grammi di peso, e quindi “Sexual Healing: The Remixes”, ovvero un altro vinile rosso contente sette versioni – vecchie e nuove – della classica Sexual Healing, il formidabile hit single del 1982.

Van Morrison – “The Alternative Moondance”: ovvero il classico album “Moondance” del 1970 qui ricreato a partire dalle versioni alternative / demo / provini tratti dalle sedute d’incisione originali (come nel caso di “Tango In The Night” dei Fleetwood Mac che abbiamo visto sopra, insomma).

Pink Floyd – “The Piper At The Gates Of Dawn”: edizione in vinile, e mono, per il primo album della storica band inglese, quando ancora era dominato dalla figura e dall’estro di Syd Barrett. In questo caso si tratta, stando al comunicato stampa ufficiale, di “a new mono 2018 remaster by James Guthrie, Joel Plante and Bernie Grundman. Remastered from the original 1967 mono mix”. Anche la grafica promette bene, con una sovracopertina tutta nuova.

Prince – “1999”: questa, vi dirò, non l’ho capita. Si tratta di una riduzione a soli sette brani dell’originale doppio album che il folletto di Minneapolis diede alle stampe nel 1982. C’è una nuova grafica ma mi sembra pochino… perché non distribuire di nuovo l’album nel suo glorioso doppio formato, magari con l’aggiunta dei B-side o versioni alternative?

Rolling Stones – “Their Satanic Majesties Request”: la risposta degli Stones, a quanto pare non troppo riuscita, al “Sgt. Pepper” beatlesiano. Qui siamo in presenza d’un vinile colorato ma trasparente, con tanto d’immagine lenticolare in copertina. Potrà bastare?

Bruce Springsteen – “Greatest Hits”: ovvero la riedizione in due vinili della prima raccolta antologica del Boss, edita per la prima volta nel 1995. Si tratta d’una gran bella antologia, stavolta riproposta in vinili rossi per un’edizione limitata & numerata. Anche qui, c’è il pensierino (e la minaccia al portafogli).

Neil Young – “Roxy: Tonight’s The Night Live”: due vinili contenenti un concerto losangelino inedito del 1973, quando l’album “Tonight’s The Night” doveva ancora uscire.

Questo è quanto, per ora, ma sono più che sicuro che da qui al prossimo 21 aprile ne sentiremo ancora delle belle. Magari ci sarà l’occasione per dare un seguito a questo post.

-Mat

Queen, “Sheer Heart Attack”, 1974

queen, sheer heart attack, immagine pubblica blogTerzo album dei Queen, e secondo pubblicato nel solo 1974, “Sheer Heart Attack” è un lavoro che non ho mai compreso appieno. Troppo eclettico, perfino per gli standard dei nostri, poco organico rispetto a quanto il quartetto inglese aveva già fatto sentire con “Queen II” e farà sentire con “A Night At The Opera“, questo “Sheer Heart Attack” è un ascolto che mi scivola via ogni volta senza lasciarmi grande impressione. Certo, non mancano le grandi canzoni, Killer Queen su tutte le altre. Mi sono sempre chiesto però che cosa c’entrassero delle melodie pianistiche poco più che abbozzate come Lily Of The Valley e Dear Friends con pezzi più compositi e ben più rock come Brighton Rock e Flick Of The Wrist. E poi perché quella sequela di brani da uno o due minuti come Stone Cold Crazy, Bring Back That Leroy Brown, Misfire (primo contributo autoriale ufficiale di John Deacon in seno ai Queen) e le stesse Lily Of The Valley e Dear Friends? Non si fa in tempo ad apprezzarle che sono già finite, passando così alla prossima canzone quasi come un effetto sorpresa. E forse, chissà, era proprio l’effetto che i Queen volevano ottenere.

Personalmente, poi, non ho mai amato uno dei singoli estratti dall’album, quella Now I’m Here che ancora nel 1986 – anno dell’ultimo tour mondiale dei Queen – veniva eseguita di fronte a platee capaci di riempire stadi interi. Questione di gusti, ovviamente. Sempre nel 1986, i nostri eseguivano regolarmente anche In The Lap Of The Gods, ovvero uno dei momenti più alti di “Sheer Heart Attack”. Tuttavia ho sempre preferito quelle versioni dal vivo alle due contenute nell’album originale del ’74: sì, due perché nel disco troviamo due differenti versioni della stessa canzone, nate entrambe dalla penna di Freddie Mercury. Mi piacciono tutte & due le versioni ma, ancora una volta, entrambe hanno qualcosa di sgradevole che mi fa pensare puntualmente che “avrebbero potuto farle meglio”. Sto parlando di quello straniante effetto rallentato sulla voce di Freddie nella prima In The Lap Of The Gods e di quell’esplosione fragorosa (e fastidiosa) sul finale della versione Revisited, che per giunta chiude il disco. Un finale col botto, letteralmente.

Anche i due brani cantati da Brian May e da Roger Taylor, ovvero – rispettivamente – She Makes Me e Tenement Funster, non mi hanno mai convito del tutto: troppo tirata per le lunghe la prima e troppo breve la seconda, di certo avrebbero guadagnato qualcosa in più se fossero state affidate alla voce di Mercury. Restiamo però sempre nel campo delle possibilità: se avessero fatto così, se avessero modificato cosà, eccetera. Insomma, quello che sento di “Sheer Heart Attack”, anche il buono, non mi piace mai completamente.

Acclamato tanto dal pubblico (al secondo posto sia nella classifica degli album e sia in quella dei singoli, con Killer Queen) quanto dalla critica (forse l’ultimo disco dei Queen che sia stato universalmente apprezzato anche dai recensori di professione), “Sheer Heart Attack” mostra se non altro una band vivace, versatile e ricca d’inventiva. Un’inventiva che, tuttavia, sembra dover ancora trovare uno sbocco unitario, finendo per risultare piuttosto dispersiva all’ascolto. Se non altro, i Queen dimostrarono in tempi brevi di saper fare di meglio. E il resto, come si dice, è storia.

-Mat

George Harrison, “Cloud Nine”, 1987

george harrison, cloud nine, immagine pubblica blogDopo un digiuno discografico di ben cinque anni, durante i quali aveva privilegiato i suoi interessi nell’industria cinematografica piuttosto che quelli nella sua carriera musicale, George Harrison tornò in grande stile sul finire del 1987, con quello che resta uno dei suoi album più belli: “Cloud Nine”.

Coadiuvato da amici musicisti del calibro di Ringo Starr, Eric ClaptonElton John e Jeff Lynne degli Electric Light Orchestra – che in qualità di produttore ha saputo tenere il tutto ben amalgamato – “Cloud Nine” è uno dei tre o quattro titoli del catalogo solista harrisoniano che si ascoltano piacevolmente dall’inizio alla fine, attraverso undici brani che ci mostrano un artista ancora in splendida forma e nuovamente a suo agio nella scena pop di quegli anni.

E così accanto a brani più smaccatamente pop-rock come That’s What It Takes, Fish On The SandThis Is Love e Wreck Of The Hesperus, troviamo un corposo rock blues come Cloud 9 (brano posto in apertura dell’album, con grande effetto), una rivisitazione della beatlesiana I Am The Walrus chiamata When We Was Fab, la fortunata cover di Got My Mind Set On You (un hit da primo posto in classifica in America), un’escursione nella musica etnica giapponese con Breath Away from Heaven, una stoccata alla deriva scandalistica dei mass-media con Devil’s Radio, e soprattutto due magnifiche ballate degne di “All Things Must Pass“, ovvero Just For Today e Someplace Else. Due brani, questi ultimi, che io ascolterei dalla mattina alla sera e che forse, da soli, giustificano l’acquisto di tutto l’album.

Trovo tuttora strabiliante che George Harrison non si sia prodigato, magari con lo stesso team, nel dare un seguito a “Cloud Nine” tra il 1988 e il 1989. L’anno dopo uscì sì un disco prodotto da Jeff Lynne e che vedeva la sua partecipazione, ma era il primo dei due capitoli discografici legati al progetto dei Traveling Wilburys, un supergruppo che annoverava – oltre a Harrison e allo stesso Lynne – anche Bob Dylan, Tom Petty e Roy Orbison. Questa però è una storia diversa che magari affronteremo in un altro post.

-Mat

Bryan Ferry, “Mamouna”, 1994

bryan ferry, mamouna, immagine pubblica blogNono album da solista per Bryan Ferry, “Mamouna” è il primo disco d’inediti che la voce dei Roxy Music ha fatto pubblicare negli anni Novanta, un anno dopo “Taxi”, che invece era una parata di sole cover. Disco sensualmente languido, spettacolarmente crepuscolare eppure irresistibilmente funky, “Mamouna” – pubblicato dalla Virgin nel settembre 1994 – non ha perso nulla della sua classe in tutti questi anni. Un piccolo classico, insomma, che personalmente ascolto ancora con grande piacere, soprattutto quando sono alla guida dell’auto.

Dieci canzoni, dall’iniziale Don’t Want To Know alla conclusiva Chain Reaction, passando per la malinconica Your Painted Smile (primo singolo estratto dall’album) e la pulsante Wildcat Days, brano che segnava il ritorno della collaborazione tra Bryan Ferry e Brian Eno. In realtà quest’ultimo non è l’unico altro componente dei Roxy Music a partecipare a “Mamouna”, giacché vi figurano infatti anche Phil ManzaneraAndy Mackay, rispettivamente chitarra e sassofono originali dei Roxy Music. A conti fatti, una sorta di reunion per la band inglese, considerando inoltre anche la presenza dello storico produttore Rhett Davies. Non mancano comunque altri ospiti illustri, com’è tipico degli album di Bryan Ferry; in questo caso possiamo annoverare i bassisti Nathan East e Pino Palladino, il chitarrista Nile Rodgers (sì, proprio lui, quello degli Chic), il batterista Steve Ferrone e altri ancora.

Il primo lavoro originale di Bryan Ferry uscito negli anni Novanta, s’è detto, eppure a quanto pare la genesi di “Mamouna” risale al 1989-90. L’album era praticamente pronto nel 1990, le canzoni erano quelle (cambiavano giusto un paio di titoli), la reunion dei Roxy Music in studio si era verificata ma poi – chissà perché – il nostro bloccò tutto. Lo fece uscire quattro anni dopo, non prima d’aver dato alle stampe “Taxi”, un album di cover come abbiamo detto. Misteri dell’industria discografica, chissà. Mi piacerebbe saperne di più. “Mamouna”, ad ogni modo, resta un disco che fa magnificamente bene il suo lavoro: intrattenerci musicalmente. E magari, perché no, farci immaginare un mondo migliore.

-Mat

 

Notiziole musicali #6

Sting e ShaggyNon compro un disco dallo scorso 1° dicembre. E questa, secondo me, è già una notizia. Un po’ inquietante, per i miei standard, ma conto di rifarmi presto, al massimo entro marzo. Il 23 di quel mese, infatti, sarà disponibile il sesto capitolo della “Bootleg Series” che la Sony ha dedicato e sta dedicando a Miles Davis. Si tratta d’un quadruplo ciddì contenente alcuni concerti europei del 1960 che testimoniano l’ultima collaborazione dal vivo tra Miles Davis e John Coltrane. Il nuovo titolo si chiamerà appropriatamente “The Final Tour: The Bootleg Series Vol. 6” e, sebbene contenga del materiale già precedentemente disponibile, c’è da credere che offrirà una qualità audio notevolmente superiore a quanto finora già ascoltato di quelle leggendarie esibizioni.

Insomma, il 23 marzo non è molto lontano, considerando inoltre che meno di un mese dopo, e precisamente il 21 aprile, sarà la volta del Record Store Day 2018. Ecco, diciamo che mi sto tenendo buono per questi due succosi appuntamenti. Nel frattempo, la produzione di “Bohemian Rhapsody“, il tanto atteso biopic sui Queen del quale si parla ormai da oltre un decennio, ha avuto modo di licenziare il regista Bryan Singer e di sostituirlo con Dexter Fletcher. Se del primo sapevo poco, del secondo so ancora meno; resto comunque ancora incuriosito da questo film, che dovrebbe debuttare nelle sale a dicembre.

Un’altra notizia che mi pare interessante è quella del ritorno degli Smashing Pumpkins, al lavoro su un nuovo album assieme al celebre (e celebrato) produttore Rick Rubin. Stavolta è della partita anche il chitarrista originario della band americana, James Iha, per cui potremmo davvero sentirne delle belle. Chissà. Intanto, anche Sting è tornato in studio negli scorsi mesi, pronto per dare probabilmente un seguito all’album “57th & 9th” del 2016. Tra i suoi collaboratori, oltre al produttore Martin Kierszenbaum, ci sarà anche Shaggy… ricordate, quello di Boombastic? Sting e Shaggy (nella foto) che, fra l’altro, si esibiranno prossimamente nel corso del Festival di Sanremo.

Nel frattempo, Roger Waters ha annunciato che ad aprire il suo concerto che terrà a Hyde Park (Londra), il prossimo 6 luglio, ci sarà anche Richard Ashcroft. L’ex Pink Floyd e l’ex The Verve… due dei miei cantanti/musicisti preferiti. Mi farebbe davvero piacere vederli assieme per uno o due brani. Chissà anche in questo caso. Ci terremo aggiornati.

-Mat

David Bowie, “Let’s Dance”, 1983

David Bowie Let's Dance 1983“Let’s Dance” è stato il primo album di David Bowie che ho avuto modo di ascoltare, nei primi anni Novanta. Certo, conoscevo già l’artista, conoscevo molte delle sue canzoni – e anche qualcuno dei film in cui aveva avuto un ruolo da protagonista, come ad esempio “Labyrinth” – ma prima di acquistare un impianto stereo in piena regola, nel 1992, non avevo mai avuto il piacere di sentire un disco di David Bowie.

E fu così che un mio giovane zio, grande appassionato di musica come me, mi prestò la sua bella copia in ciddì, rigorosamente “made in Japan”, di “Let’s Dance”, un album uscito nove anni prima ma che suonava ancora magnificamente bene con lo stereo a palla. In effetti “Let’s Dance” non può essere annoverato tra i grandi capolavori di David Bowie ma ha un pregio indiscutibile: è suonato, cantato e registrato benissimo. Anzi, forse è l’album bowiano dalla resa audio migliore di tutti. Merito del nostro e del suo co-produttore, quel Nile Rodgers che fino a pochi anni prima conquistava le classifiche con l’irresistibile discofunk dei suoi Chic, ma merito anche di una schiera di musicisti a dir poco formidabile, tra cui: Stevie Ray Vaughan alla chitarra solista, Carmine Rojas al basso, Omar Hakim alla batteria, Sammy Figueroa alle percussioni, nonché gli stessi Bernard Edwards e Tony Thompson, rispettivamente basso e batteria degli Chic, e quindi Nile Rodgers con la sua inconfondibile chitarra ritmica.

Formato da sole otto canzoni, tra cui due cover – Criminal World e China Girl – e un brano che seppure in forma diversa era già uscito un anno prima, ovvero Cat People (Putting Out Fire), “Let’s Dance” vanta comunque tre singoli straordinari che – di fatto da soli – hanno fatto la sua fortuna, ovvero Modern LoveLet’s Dance e quella China Girl che abbiamo già citato. Scandito da una batteria squadrata e implacabile, Modern Love è il classico pezzo powerpop, per così dire, che serve per aprire l’album con un botto, mentre la successiva China Girl è la personale rivisitazione di Bowie d’un pezzo che aveva scritto con Iggy Pop per un suo album del 1977, “The Idiot“. E’ il pezzo che preferisco tra quelli di “Let’s Dance”, con David che tira fuori una prestazione vocale da urlo e con tutti i musicisti coinvolti che sembrano avere un unico scopo in mente, ovvero quello di creare il perfetto pezzo pop-rock anni Ottanta. Ad ogni modo è stata la stessa Let’s Dance, proposta in una versione canonica da quattro minuti (contro i sette della versione contenuta nell’album eponimo), a rivelarsi come il singolo davvero trainante di tutta l’operazione, conquistando all’epoca entrambe le classifiche, britannica e statunitense.

E se, come abbiamo già detto, Criminal World è una cover (oscura canzone new-wave d’un gruppo ancora più oscuro, del quale non ricordo nemmeno più il nome), interpretata superbamente dal nostro come se fosse una sua creazione originale, e Cat People è l’efficace rifacimento rodgersiano d’una collaborazione precedente di Bowie con Giorgio Moroder, le tre canzoni restanti, ovvero Without You, Ricochet e Shake It, sono davvero insignificanti. Tre canzonette che si lasciano ascoltare senza coinvolgimento e che si tende a dimenticare una volta che la musica è finita. Tre riempitivi, insomma, tanto per portare la durata complessiva dell’album a quaranta minuti, ecco. Per la presenza di questi brani più deboli, che quindi rendono “Let’s Dance” un album dall’ispirazione particolarmente altalenante, non si può certo parlare di disco capolavoro. Ciò non ha impedito, tuttavia, a fare di “Let’s Dance” un best seller planetario, un disco che è finito a milioni di copie nelle case degli ascoltatori più disparati di musica, anche di quelli che non possedevano altri dischi di Bowie. Come mio zio, ad esempio.

L’altro ieri, giorno che avrebbe segnato il settantunesimo compleanno di David, è stata distribuita digitalmente una versione demo del brano Let’s Dance, incisa nel dicembre 1982 agli studi Power Station di New York (dove è stato registrato tutto l’album, del resto). Siccome quest’anno dovrebbe uscire un cofanetto con la produzione bowiana degli anni 1983-1989, la pubblicazione inaspettata di questo demo potrebbe forse essere una ghiotta anticipazione dell’antologia che verrà. Chissà, staremo a sentire e magari avremo modo di tornare sull’argomento.

-Mat

Seal, “Standars”, 2017

Seal Standards immagine pubblica blogAndare al negozio di dischi per comprare un certo titolo e invece sceglierne un altro, fresco fresco d’uscita, del quale non sapevo niente. E’ quel che mi è successo al principio del mese, quando mi sono inaspettatamente imbattuto in “Standards”, il nuovo album di Seal. Dato che mi sto appassionando sempre più alle canzoni del cosiddetto Great American Songbook (o Grande Canzoniere Americano, se non amate troppo gli inglesismi) e dato che lo stile di Seal m’è sempre piaciuto – sopratutto quando è alle prese con album di cover, vedi “Soul” (2008) e “Soul 2” (2011) – non ho proprio saputo resistere e così mi sono portato a casa la mia bella copia di “Standards”.

Come si evince dal titolo stesso, il nuovo album di Seal contiene una selezione di brani – undici per la precisione – che ormai sono considerati dei veri e propri standard della canzone, per l’appunto, brani che hanno fatto la gloria di artisti del calibro di Miles Davis, Ella Fitzgerald e Frank Sinatra, tanto per dirne alcuni, ed è proprio Sinatra l’interprete che in qualche modo è più rappresentato in “Standards”. L’album, fra l’altro, si apre e si chiude con due canzoni che The Voice aveva interpretato a suo tempo, ovvero Luck Be A Lady e It Was A Very Good Year: tanto spumeggiante & esuberante è la prima quanto malinconica & intimista è la seconda. In mezzo troviamo quindi la struggente Autumn Leaves, un’autentica poesia in musica (che in effetti è basata su Les Feuilles Mortes di Jacques Prevert); quel grande classico di Screamin’ Jay Hawkins chiamato I Put A Spell On You e interpretato anche, tra gli altri, da Nina Simone e Bryan Ferry; e ancora They Can’t Take That Away From Me, classicone tra i classici di George Gershwin; la Anyone Who Knows What Love Is resa celebre da Irma Thomas (un brano che, a pensarci bene, avrebbe impreziosito anche uno dei due album di Seal della serie “Soul”); quella Love For Sale di Cole Porter della quale non si contano più le cover, qui interpretata come una lussureggiante bossa nova; quell’altra My Funny Valentine di Rodgers & Hart, rifatta anch’essa da chissà quanti altri artisti (ne ricordo una cover di Sting ma anche una magnifica versione di Miles Davis del ’63); quell’altra gemma porteriana chiamata I’ve Got You Under My Skin (anch’essa ben presente nel repertorio di Sinatra); un originale di Duke Ellington chiamato I’m Beginning To See The Light e infine una versione di Smile, un brano la cui musica è opera niente meno che di Charlie Chaplin e che in passato è stata reinterpretata niente meno che da Michael Jackson.

E così tra swing, jazz, pop e nostalgia, “Standards”, decimo album da studio per Seal, si mostra subito come uno dei lavori meglio riusciti da parte del cantante inglese. Certo, così come nel caso di “Soul” e “Soul 2”, si potrebbe obiettare che molte delle canzoni contenute in “Standards” siano fin troppo fedeli alle versioni originali o quanto meno alle versioni più popolari interpretate in passato, tuttavia questa fedeltà mi sembra più che altro un punto a favore di Seal: il nostro non mostra soltanto di essere più che degno di questo repertorio, ma anche di averci saputo dare uno dei più belli e piacevoli dischi di cover mai realizzati.

Prodotto da Nick Patrick (un nome che sinceramente non conoscevo) e grandiosamente orchestrato e condotto da Chris Walden (qui alle prese con un ensemble di ben sessantacinque elementi), “Standards” mi è capitato tra le mani per puro caso, eppure è già diventato un ascolto frequente in casa mia e, di fatto, uno dei dischi più godibili che io abbia acquistato negli ultimi anni. Bravo Seal, sono sicuro che anche a quest’album, così come all’altrettanto godibile “Soul” del 2008, darai il suo bel seguito da qui a qualche anno.

-Mat

Billie Holiday, “Lady In Satin”, 1958

Billie Holiday Lady In Satin immagine pubblica blogPenultimo album registrato da Billie Holiday ma ultimo ad essere stato pubblicato – nel giugno 1958 – quando la cantante era ancora in vita, “Lady In Satin” può essere considerato il vero testamento artistico della celebre Lady Day. Formato da dodici brani che la Holiday non aveva mai precedentemente interpretato nel corso della sua carriera, “Lady In Satin” è un album romantico, etereo, sontuosamente orchestrato, eppure decadente e avvolto in un’aurea un po’ dark, per così dire, che non dispiace affatto, anzi che contribuisce eccezionalmente alla resa sonora complessiva del disco. Sorretta dalle partiture orchestrali arrangiate e dirette da Ray Ellis, la voce di Billie Holiday è ormai irrimediabilmente segnata dalle sue travagliate vicissitudini e dai suoi stessi accessi con alcol e droghe. Ma è proprio quella voce danneggiata, fragile e a tratti stentorea il marchio distintivo d’un disco come “Lady In Satin”, un lavoro che segnava sia il ritorno alla Columbia dopo aver cambiato tre o quattro etichette in pochi anni e sia il ritorno all’uso dell’orchestra (da quaranta componenti, in questo caso) così come quando la nostra incideva per la Decca.

Con Irving Townsend alla produzione, la Holiday, il buon Ellis e i loro collaboratori impiegarono soltanto tre giorni per incidere “Lady In Satin”, nel corso di altrettante sedute agli studi newyorkesi della Columbia che iniziavano intorno alla mezzanotte e terminavano verso le tre del mattino. Dodici le canzoni messe a punto in queste nove ore di registrazioni, la maggior parte delle quali tratta da quel leggendario Grande Canzoniere Americano (o Great American Songbook, se si preferisce) che continua ad affascinare tuttora (vedi il recente “Triplicate” di Bob Dylan, tanto per dirne uno) e dai motivi più celebri tratti dai musical di Broadway. Tuttavia, accanto a brani quali I Get Along Without You Very Well e It’s Easy To Remember, figurano anche numeri più contemporanei (per l’epoca in cui “Lady In Satin” uscì), come quel formidabile I’m A Fool To Want You di Frank Sinatra che la Holiday ha scelto come brano d’apertura di questo suo album.

Personalmente ritengo For Heaven’s Sake il pezzo più bello contenuto in “Lady In Satin”: non possono non colpire la suggestione dell’ascoltatore frasi come “un angelo intreccia le sue mani con le mie” e soprattutto “il paradiso non può essere così lontano”. Se si pensa che Billie Holiday morì nel luglio dell’anno successivo, una canzone come For Heaven’s Sake suona tristemente profetica; eppure è cantata & eseguita con una tale dolcezza e un tale gusto che il tutto sembra il più delizioso degli addii.

Non mi resta molto altro da dire, se non che “Lady In Satin” è un disco che merita di stare nella collezione di un qualsiasi appassionato della musica d’oltreoceano. Un disco che non può deludere e che, soprattutto, non può lasciare indifferenti. Io, nel mio piccolo, sono andato a comprarmi direttamente la “Centennal Edition” pubblicata dalla Sony nel 2015, in occasione del centenario della nascita di Billie Holiday. Si tratta di una bella riedizione deluxe comprendente tre ciddì: il primo contiene l’album più alcune versioni alternative, mentre gli altri due sintetizzano i tre giorni di lavorazione all’album (dal 18 al 20 febbraio ’58) attraverso take più o meno inedite con tanto di eventuali false partenze e discussioni in sala d’incisione tra Townsend, Ellis e la Holiday. Un ascolto davvero interessante per apprezzare ancor di più l’album originale.

-Mat