Johnny Cash, “Unearthed”, 2003

johnny cash, unearthed, 2003, immagine pubblica blogDegli innumerevoli cofanetti multiciddì pubblicati dal 2000 ad oggi, e dei parecchi che in tutti questi anni ho avuto il piacere di collezionare, uno dei più godibili resta per me “Unearthed” di Johnny Cash, un quintuplo ciddì originariamente pubblicato dalla American Recordings di Rick Rubin pochi mesi dopo la morte del celebre artista americano, avvenuta il 12 settembre 2003.

“Unearthed”, a ben vedere, rappresenta quindi un vero e proprio testamento artistico: si tratta d’un cofanetto formato da quattro splendidi dischi di materiale inedito (nel 2003) registrato da Johnny Cash nel corso degli ultimi dieci anni di carriera (e quindi negli ultimi dieci anni di vita), quando appunto sotto l’egida di Rick Rubin il nostro visse una autentica rinascita artistica. C’è però, come detto sopra, un ulteriore quinto disco in “Unearthed”: si tratta d’un best of tratto dai quattro album che Cash aveva inciso per l’American, condensato in quindici magnifici brani che da Delia’s Gone giungono fino a quel capolavoro di commozione chiamato Hurt, cover dei Nine Inch Nails che meriterebbe un post a sé, passando per Bird On The Wire di Leonard Cohen, Rusty Cage di Chris Cornell, One degli U2 e The Man Comes Around dello stesso Cash.

Trattandosi sostanzialmente d’una raccolta di brani già editi e comunque di facile reperibilità, questo quinto disco di “Unearthed” – per quanto sensazionale all’ascolto – resta però il meno interessante dal punto di vista storico. Il vero tesoro che è stato dissotterrato (questo il significato letterale del titolo) dagli archivi American è infatti tutto nei primi quattro dischi del box: brani inediti, versioni alternative di altri già precedentemente editi, duetti (alcuni davvero d’antologia), esecuzioni per sole voce & chitarra (il solo Johnny Cash che canta imbracciando la sua chitarra basta già a fare spettacolo), esecuzioni con band di supporto (e in alcuni casi con tanto di orchestra), nuove versioni di brani che il nostro aveva registrato decenni prima, cover da brividi di canzoni altrui che in non pochi casi sono forse superiori alle versioni originali (come Pocahontas e Heart Of Gold di Neil Young, tanto per dirne qualcuna).

Ad ogni modo, il materiale di “Unearthed” è suddiviso in ordine tematico, con tanto di titolo per ogni disco; e così, se il primo si chiama “Who’s Gonna Cry” e contiene cinquanta minuti buoni d’un Cash in solitaria alle prese con canzoni come la tenebrosa Long Black Veil e la rivisitazione d’un originale d’annata chiamato No Earthly Good, il secondo si chiama “Trouble In Mind” e vede il nostro accompagnato da una schiera di musicisti davvero d’eccezione – Carl Perkins, i Red Hot Chili Peppers, Tom Petty e i suoi Heartbreakers, Willie Nelson e Waylon Jennings, amico di una vita, oltre a June Carter, ovvero l’amata signora Cash – e alle prese con pezzi come I’m A Drifter, I’m Moving On, Everybody’s Trying To Be My Baby e la stessa Trouble In Mind.

E se il terzo ciddì, chiamato “Redemption Songs”, offre – tra le altre – cover preziose come Father And Son, Wichita Lineman, Redemption Song e Gentle On My Mind e si avvale d’un altro gran cast di collaboratori (tra cui Joe Strummer, Nick Cave e Glen Campbell), il quarto ciddì, chiamato “My Mother’s Hymn Book” è un vero e proprio “nuovo” album di Johnny Cash, inedito in questo cofanetto al momento della sua prima pubblicazione, ovvero in quel 2003. Con brani molto corti, per un disco che comunque non arriva ai quaranta minuti, “My Mother’s Hymn Book” è un lavoro acustico formato da spiritual, inni e canti religiosi della tradizione americana, tutti reinterpretati dall’inconfondibile stile country di Johnny Cash.

Di recente, considerando il vigoroso revival del vinile, l’American ha ristampato tutto il box “Unearthed” in tale intramontabile formato discografico. Ci avevo fatto anche un pensierino, lo ammetto, ma il prezzo era abbastanza esagerato per portarmi a casa ciò che nel mio caso sarebbe un costoso doppione. Ve lo consiglio, tuttavia, se non avete nessuna edizione d’un box come questo “Unearthed” che, a mio modesto avviso, resta non solo un acquisto necessario per ogni appassionato di Johnny Cash ma anche un cofanetto facilmente apprezzabile da qualsiasi amante di buona e onesta musica pop-rock.

-Matteo Aceto

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The Police, “Every Move You Make”: tutti gli album in vinile in un nuovo cofanetto

Police, Every Move You Make The Studio Recordings, immagine pubblica blogCi stavo pensando giusto qualche giorno fa: le case discografiche stanno ristampando davvero di tutto, è possibile che non esca niente a proposito dei miei amati Police? E’ possibile che si siano scordati che in questo 2018 il loro primo album, “Outlandos d’Amour“, compie quarant’anni? Proprio oggi è giunta la smentita a queste mie tetre elucubrazioni: il 16 novembre uscirà infatti “Every Move You Make: The Studio Recordings”, un voluminoso cofanetto da sei vinili contenente l’opera omnia dei Police, ovvero i loro cinque album da studio più un vinile bonus chiamato “Flexible Strategies” che conterrà dodici brani originariamente apparsi sul lato B dei singoli del periodo 1978-1983.

Niente di nuovo, insomma, e allora che cos’ha di speciale questo cofanetto? I sei capitoli di “Every Move You Make: The Studio Recordings” sono stati remasterizzati e stampati in vinili da 180 grammi con la tecnica half-speed mastering attuata dai tecnici dei celeberrimi Abbey Road Studios di Londra. Insomma, tra formato discografico, remaster, peso e velocità di incisione, dovrebbe trattarsi della migliore resa sonora mai applicata prima ai dischi dei Police. La musica dei Police come mai l’abbiamo sentita, ecco.

E’ un po’ pochino? Forse, ma dovremmo giudicare una volta messo sul piatto uno di questi rinnovati dischi dei Police e vedere un po’ che effetto fa ai nostri altoparlanti. E alle nostre orecchie, ovviamente. Il resto del cofanetto include uno speciale libro fotografico, delle dimensioni d’un vinile, con ventiquattro pagine contenenti foto rare o inedite tratte dagli archivi personali dei signori Sting, Andy Summers e Stewart Copeland. Ancora un po’ pochino? Forse sì. Di seguito il contenuto audio di “Every Move You Make: The Studio Recordings” con le relative scalette.

“Outlandos d’Amour” (1978), Side 2: 1. Next To You, 2. So Lonely, 3. Roxanne, 4. Hole In My Life, 5. Peanuts. Side 2: 1. Can’t Stand Losing You, 2. Truth Hits Everybody, 3. Born In The ’50s, 4. Be My Girl – Sally, 5. Masoko Tanga.

“Reggatta De Blanc” (1979), Side 1: 1. Message In A Bottle, 2. Reggatta De Blanc, 3. It’s Alright For You, 4. Bring On The Night, 5. Deathwish. Side 2: 1. Walking On The Moon, 2. On Any Other Day, 3. The Bed’s Too Big Without You, 4. Contact, 5. Does Everyone Stare, 6. No Time This Time.

“Zenyatta Mondatta” (1980), Side 1: 1. Don’t Stand So Close To Me, 2. Driven To Tears, 3. When The World Is Running Down, You Make The Best Of What’s Still Around, 4. Canary In A Coalmine, 5. Voices Inside My Head, 6. Bombs Away. Side 2: 1. De Do Do Do, De Da Da Da, 2. Behind My Camel, 3. Man In A Suitcase, 4. Shadows In The Rain, 5. The Other Way Of Stopping.

Ghost In The Machine” (1981), Side 1: 1. Spirits In The Material World, 2. Every Little Thing She Does Is Magic, 3. Invisible Sun, 4. Hungry For You, 5. Demolition Man. Side 2: 1. Too Much Information, 2. Rehumanize Yourself, 3. One World (Not Three), 4. Omegaman.

Synchronicity” (1983), Side 1: 1. Synchronicity I, 2. Walking In Your Footsteps, 3. O My God, 4. Mother, 5. Miss Gradenko, 6. Synchronicity II. Side 2: 1. Every Breath You Take, 2. King Of Pain, 3. Wrapped Around Your Finger, 4. Tea In The Sahara.

“Flexible Strategies” (bonus disc), Side 1: 1. Dead End Job (1978), 2. Landlord (1979), 3. Visions Of The Night (1979), 4. Friends (1980), 5. A Sermon (1980), 6. Shambelle (1981). Side 2: 1. Flexible Strategies (1981), 2. Low Life (1981), 3. Murder By Numbers (1983), 4. Truth Hits Everybody (Remix) (1983), 5. Someone To Talk To (1983), 6. Once Upon A Daydream (1983).

E questo per ora è quanto. Mi chiedo se, nel corso del nuovo anno, queste riedizioni poliziesche saranno disponibili anche singolarmente, album per album intendo. E se saranno disponibili anche in ciddì, magari con secondo ciddì bonus di materiale finalmente inedito del quale, almeno finora, se n’è davvero sentito pochino. Magari, nel caso, torneremo a parlarne.

-Matteo Aceto

David Sylvian, “Brilliant Trees”, 1984

david sylvian, brilliant trees, 1984, immagine pubblica blogPrimo album solista per David Sylvian, pubblicato dalla Virgin nell’estate ’84, “Brilliant Trees” può essere pacificamente considerato come uno dei capolavori del pop inglese degli anni Ottanta. Che poi, a proposito, è anche uno di quei rari dischi degli anni Ottanta che non si dibatte in quel pantano synth-pop che era appunto il sound degli anni Ottanta che andava per la maggiore. E “Brilliant Trees”, tanto per dire, è stato un disco che è entrato agilmente nelle Top Ten di mezzo mondo.

Un disco senza tempo, insomma, come le vere opere d’arte, un album perfettamente in bilico tra le sonorità più pop dei Japan (band che lo stesso David Sylvian aveva capitanato fino a poco tempo prima) e le atmosfere ben più sperimentali che seguiranno nella lunga e sempre interessante carriera solista del nostro. Non è forse casuale la scelta di aprire “Brilliant Trees” con un brano che sembra uscito direttamente dagli archivi dei Japan come il saltellante funky di Pulling Punches (edito anche come singolo) e di chiuderlo con un pezzo che non potrebbe suonare più diversamente, ovvero lo stesso Brilliant Trees, forte di oltre otto incredibili minuti di atmosfera mistica che getta un raccordo tra spiritual, ambient e musica etnica.

In mezzo a tutto questo troviamo poi quella che secondo me è non soltanto una delle più belle canzoni di David Sylvian ma anche uno dei più bei pezzi pop di tutti i tempi, ovvero Nostalgia, il classico brano che da solo assolve tutto un disco e che giustifica i soldi spesi per l’acquisto. C’è anche un’altra perla come The Ink In The Well (edita anch’essa su singolo), un pop jazzato che anticipa le sonorità più acustiche che Sylvian avrebbe abbracciato in “Secrets Of The Beehive” (1987), altro lavoro imprescindibile per apprezzare questo affascinante cantante/musicista. Infine, accanto a un pezzo più convenzionalmente pop come Red Guitar (anch’esso su singolo) non mancano episodi ben più sperimentali ed atmosferici come Weathered Wall e Backwaters.

Inciso tra il 1983 e il 1984, tra Londra e quella Berlino che ancora soffriva della spaccatura tra Est e Ovest esemplificata da un vero e proprio muro, “Brilliant Trees” figura inoltre un cast di musicisti di tutto rispetto: Holger Czukay dei Can, Danny Thompson dei Pentangle, Kenny Wheeler, Mark Isham, Jon Hassell e Phil Palmer, oltre a quell’amico di una vita che risponde al nome di Ryuichi Sakamoto, al fratello Steve Jansen e al tastierista Richard Barbieri, questi ultimi due già con Sylvian al tempo dei Japan.

-Matteo Aceto

The Beatles, nuovo cofanetto deluxe per i 50 anni del White Album

The Beatles, white album 50, deluxe edition, immagine pubblicaLa notizia girava tra noi fan già da tempo e finalmente, nella giornata di ieri, è arrivata la conferma ufficiale: il 9 novembre, in occasione dei cinquant’anni del “White Album” (1968) dei Beatles, la Apple/Universal distribuirà una nuova serie di riedizioni celebrative. Insomma, così come l’anno scorso, con la pubblicazione d’un bel cofanetto dedicato a “Sgt. Pepper“, anche per questo successivo cinquantenario si è voluto procedere allo stesso modo: un nuovo mix stereo, ancora una volta curato da Giles Martin (il figlio di George Martin, storico produttore dei Beatles), il debutto del mix 5.1 surround e soprattutto – almeno per quanto mi riguarda – la pubblicazione di succosi inediti, tra cui un’embrionale versione di Let It Be della quale si favoleggiava da anni ma che nessuno – fra noi comuni mortali, intendo – aveva mai sentito, e i cosiddetti “Esher Demos” dei quali parleremo tra poco.

Facciamo prima un po’ d’ordine: album doppio da trenta brani, originariamente pubblicato il 22 novembre 1968, “The Beatles” – meglio noto come “White Album” per la sua copertina immacolata – sarà nuovamente disponibile in formato doppio vinile (in pratica lo stesso materiale e formato del ’68 ma riproposto col nuovo mix stereo curato da Martin Jr), in formato triplo ciddì (i due ciddì col disco originale – ma sempre nel nuovo mix – più un terzo ciddì contenente i soli “Esher Demos”), un cofanetto da quattro vinili (che in pratica replica il materiale del nuovo triplo ciddì) e quindi un bel cofanetto da ben sette dischi (sei ciddì audio più l’ormai inevitabile blu-ray di turno) a forma di libro. E un libro c’è davvero, in effetti, con oltre cento pagine tra informazioni, commenti e fotografie d’epoca.

Questo è il contenuto audio del cofanetto, chiamato “Super Deluxe Edition”, disco per disco (le voci con asterisco si riferiscono ai brani già precedentemente pubblicati sull'”Anthology 3″ del 1996)…

CD1: Back In The USSR, Dear Prudence, Glass Onion, Ob-La-Di Ob-La-Da, Wild Honey Pie, The Continuing Story Of Bungalow Bill, While My Guitar Gently Weeps, Happiness Is a Warm Gun, Martha My Dear, I’m So Tired, Blackbird, Piggies, Rocky Raccoon, Don’t Pass Me By, Why Don’t We Do It In The Road?, I Will, Julia.

CD2: Birthday, Yer Blues, Mother Nature’s Son, Everybody’s Got Something To Hide Except Me And My Monkey, Sexy Sadie, Helter Skelter, Long Long Long, Revolution 1, Honey Pie, Savoy Truffle, Cry Baby Cry, Revolution 9, Good Night.

CD3 (Esher Demos): Back In The USSR, Dear Prudence, Glass Onion*, Ob-La-Di Ob-La-Da, The Continuing Story Of Bungalow Bill, While My Guitar Gently Weeps, Happiness Is a Warm Gun*, I’m So Tired, Blackbird, Piggies*, Rocky Raccoon, Julia, Yer Blues, Mother Nature’s Son, Everybody’s Got Something To Hide, Sexy Sadie, Revolution, Honey Pie*, Cry Baby Cry, Sour Milk Sea, Junk*, Child Of Nature, Circles, Mean Mr. Mustard*, Polythene Pam*, Not Guilty, What’s The New Mary Jane.

CD4 (Sessions): Revolution I (Take 18), A Beginning (Take 4) / Don’t Pass Me By (Take 7), Blackbird (Take 28), Everybody’s Got Something To Hide (Unnumbered Rehearsal), Good Night (Unnumbered Rehearsal), Good Night (Take 10 with a guitar part from Take 5), Good Night (Take 22), Ob-La-Di Ob-La-Da (Take 3), Revolution (Unnumbered Rehearsal), Revolution (Take 14, Instrumental Backing Track), Cry Baby Cry (Unnumbered Rehearsal), Helter Skelter (First Version, Take 2)*.

CD5 (Sessions): Sexy Sadie (Take 3), While My Guitar Gently Weeps (Acoustic Version, Take 2), Hey Jude (Take 1), St. Louis Blues (Studio Jam), Not Guilty (Take 102), Mother Nature’s Son (Take 15), Yer Blues (Take 5 with guide vocal), What’s the New Mary Jane (Take 1), Rocky Raccoon (Take 8), Back In The USSR (Take 5, Instrumental Backing Track), Dear Prudence (Vocal, Guitar & Drums), Let It Be (Unnumbered Rehearsal), While My Guitar Gently Weeps (Third Version, Take 27), (You’re so Square) Baby, I Don’t Care (Studio Jam), Helter Skelter (Second Version, Take 17), Glass Onion (Take 10).

CD6 (Sessions): I Will (Take 13), Blue Moon (Studio Jam), I Will (Take 29), Step Inside Love (Studio Jam)*, Los Paranoias (Studio Jam)*, Can You Take Me Back? (Take 1), Birthday (Take 2, Instrumental Backing Track), Piggies (Take 12, IBT), Happiness Is A Warm Gun (Take 19), Honey Pie (IBT), Savoy Truffle (IBT), Martha My Dear (senza fiati e orchestra), Long Long Long (Take 44), I’m So Tired (Take 7), I’m So Tired (Take 14), The Continuing Story Of Bungalow Bill (Take 2), Why Don’t We Do It In The Road? (Take 5), Julia (Two rehearsals), The Inner Light (Take 6, IBT), Lady Madonna (Take 2, piano e batteria), Lady Madonna (Backing vocals della Take 3), Across The Universe (Take 6).

Blu-ray (solo audio), il “White Album” nei seguenti formati: PCM Stereo (2018 Stereo Mix), DTS-HD Master Audio 5.1 (2018), Dolby True HD 5.1 (2018), Mono (2018 Direct Transfer of “The White Album” Original Mono Mix).

Per quanto riguarda gli “Esher Demos”, la storia è più o meno questa: di ritorno da un controverso viaggio in India per “studiare” meditazione trascendentale, i Beatles presero a lavorare a quello che sarebbe diventato il “White Album” nel maggio 1968. E così, tornati in Inghilterra, i nostri si ritrovarono nella dimora di George Harrison per incidere i demo delle loro composizioni più recenti: ognuno propose diverse canzoni, addirittura undici per il solo John Lennon, anche se non tutte furono incluse nell’album (alcune, come ad esempio Junk e Jealous Guy, che allora si chiamava Child Of Nature, finirono nei successivi dischi solisti, mentre Sour Milk Sea venne affidata a Jackie Lomax). Perlopiù acustici e dal suono deliziosamente rilassato, alcuni di questi demo sono stati pubblicati su “Anthology 3” (1996) con un’eccellente resa sonora. Credo che la qualità audio non sarà da meno in queste nuove riedizioni.

Non c’è proprio tutto, bisogna però pur dire: mancano le versioni originali di Hey Jude e Revolution “riviste” anch’esse da Giles Martin che, anche se non facenti parti dell’originale album bianco perché già edite su singolo, erano state comunque registrate in quelle stesse sedute. Manca la leggendaria Helter Skelter di ben 27 minuti, manca l’alternativa Sexy Sadie chiamata Maharishi (dove John si fa beffe del guru che i Beatles seguirono in India in quel ’68), mancano due ballate acustiche ad opera di Paul McCartney chiamate Etcetera e The Way You Look Tonight. Per adesso, comunque, ci possiamo accontentare. Non ricordavo proprio, ad essere sinceri, che i Beatles avessero mai messo su nastro una cover di Baby I Don’t Care, e mi farà piacere scoprirla qui, così come quella Circles della quale non si sapeva finora poi molto. E inoltre, in conclusione, possiamo dare per certa una medesima operazione per quanto riguarda l’album “Abbey Road“. Appuntamento per l’autunno 2019.

-Matteo Aceto

Marvin Gaye, “Let’s Get It On”, 1973

Marvin Gaye, Let's Get It On, immagine pubblica blogSe l’album “What’s Going On” (1971) viene indicato come il capolavoro indiscusso di Marvin Gaye, un disco come “Let’s Get It On”, pubblicato sempre dalla Motown due anni dopo, non è certamente da meno. E se i testi di “What’s Going On” affrontavano prevalentemente temi sociali (alcuni dei quali ancora drammaticamente attuali), quelli di “Let’s Get It On” riflettono soprattutto il rapporto di coppia e più in generale il rapporto con l’altro sesso. Ecco, il sesso. “Let’s Get It On” è stato definito un album ad alto tasso erotico, uno dei dischi più sexy di sempre, come ho spesso sentito dire a proposito di quest’album, ma è anche vero che contiene uno dei pezzi più tristi e più commoventi che io abbia mai sentito, quella Just To Keep You Satisfied posta debitamente a chiusura dell’intero lavoro.

Tanto estrosa e facilmente immedesimabile per l’ascoltatore una canzone come Let’s Get It On (singolo apripista dell’album, brano principale con tanto di “parte due”, Keep Gettin’ It On, nonché pezzo più popolare contenuto nel disco), praticamente un invito alla copula, quanto personale e autobiografica una canzone quale Just To Keep You Satisfied si rivela. Sofferto ma appassionato addio alla moglie Anna, sorella di Berry Gordy, fondatore-capo della Motown, Just To Keep You Satisfied, è soul allo stato puro, la quintessenza di Marvin Gaye, si potrebbe forse azzardare.

Tra due canzoni spettacolari come l’iniziale Let’s Get It On e la conclusiva Just To Keep You Satisfied, quello che sta a metà del disco non è certamente da meno: due brani pop-soul da manuale, ovvero Please Stay (Once You Go Away) e If I Should Die Tonight, la saltellante e gioiosa Come Get To This, una ballad da brividi come Distant Lover e il funky languido di You Sure Love To Ball. Il tutto suonato assieme ai sempre impeccabili musicisti turnisti della Motown, che tanta parte hanno avuto nel successo di questa storica etichetta discografica.

Un album, questo “Let’s Get It On”, che non è certamente da meno a “What’s Going On”, come si diceva: dai brani inediti e dalle versioni alternative delle canzoni tratte dai due album, infatti, sappiamo come i due progetti siano in realtà frutto di una lunga serie di registrazioni avvenute tra il 1969 e il ’73 quasi senza soluzione di continuità. Un brano come Distant Lover, per esempio, era già stato quasi ultimato durante la lavorazione di “What’s Going On”, mentre la versione originale di Just To Keep You Satisfied, una canzone originariamente pensata per gli Originals (sempre della scuderia Motown) è stata successivamente “riciclata” dallo stesso Marvin Gaye (autore e produttore del brano) per le sue God Is Love (per quanto riguarda la musica) del ’70 e quella Just To Keep You Satisfied posta in chiusura dell’album oggetto di questo post, opportunamente riscritta come addio ad Anna.

Insomma, un’unica grande vicenda artistica – oltre che umana, a ben vedere – quella compiuta da Marvin Gaye tra il ’71 e il ’73, un biennio nel quale non solo ha realizzato gli album più belli & importanti della sua carriera –  “What’s Going On” e “Let’s Get It On”, ovviamente – ma anche la colonna sonora di “Trouble Man” (1972), il singolo politico You’re The Man (1972) e un album di duetti con Diana Ross, “Diana & Marvin” (1973). Quando di dice: troppa grazia…

-Matteo Aceto

Lucio Battisti, “Hegel”, 1994

Lucio Battisti, Hegel, 1994, immagine pubblica blogVenti anni senza Lucio Battisti. Sembra ieri, eppure sono passati, anzi volati due decenni buoni. Non voglio comunque scrivere una sorta di elogio funebre; non è questo blog il luogo, né io mi sento all’altezza di tentare un post del genere. E poi Lucio Battisti non era quello che si era fatto completamente da parte per lasciar parlare soltanto le sue canzoni, i suoi dischi? Passerei senz’altro a quello che resta dunque il suo testamento artistico, l’album “Hegel”, ventesimo capitolo della sua avventura discografica, edito dalla BMG il 29 settembre (come – casualmente? – si intitolava una sua canzone degli esordi) del 1994.

Scritto dallo stesso Lucio Battisti assieme al paroliere Pasquale Panella, col quale collaborava fin dai tempi di “Don Giovanni” (1986), “Hegel” è stato registrato in terra inglese con l’ausilio di due soli musicisti: Lyndon Connah, alle prese con chitarre, tastiere e programmazione, e quindi Andy Duncan, ovvero batterista, percussionista, programmatore nonché produttore del disco. Entrambi avevano partecipato all’album precedente di Battisti, “Cosa Succederà Alla Ragazza” (1992), ma qui sono rimasti i soli assieme allo stesso Lucio, facendo di “Hegel” l’album battistiano col più ristretto gruppo di musicisti.

Per quanto mi riguarda, “Hegel” è formato da quattro brani che ascolterei per ore – ovvero La bellezza riunita, Estetica, La moda nel respiro e la stessa Hegel – e altri quattro che non mi esaltano granché – sto parlando di Almeno l’inizio, Tubinga, Stanze come questa e la conclusiva La voce del viso – ma che comunque suonano perfettamente omogenee nell’economia sonora complessiva dell’album, un album intriso irrimediabilmente delle atmosfere pop-dance anni Novanta ma che tuttavia conserva una sua attualità sonora. Ecco, se dovessi indicare qual è il pezzo più bello di “Hegel” direi senz’altro la contemplativa Estetica (che io avrei magari messo in chiusura e non come penultima traccia), mentre quello che meno mi piace resta la martellante Stanze come questa. Il tutto che scorre via in poco più di trentotto minuti.

L’aspetto che più mi colpisce di un album come “Hegel” resta tuttavia la voce di Lucio, quella voce così inconfondibile, mai amata all’unanimità, che però resta sempre quella, è la stessa che si può ascoltare in album come “Il Mio Canto Libero” (1972) e “Una Donna Per Amico” (1978), tanto per citane qualcuno. E’ quella voce così peculiare, riconoscibilissima, il vero filo conduttore che attraversa la complessa ma sempre affascinante vicenda artistica del nostro.

Una voce che in “Hegel” è per la quinta volta di fila alle prese con otto canzoni scritte da Pasquale Panella, sempre in bilico tra ermetismo e nonsense. A me piace tantissimo questo periodo finale della carriera di Lucio, un periodo che evidentemente non ha ancora detto tutto quello che aveva da dire, considerate la modernità dei suoni e la non univocità delle parole, dove ogni ascoltatore può intendervi ciò che vuole.

Se sembra assodato che “Hegel” debba il suo nome all’omonimo filosofo tedesco vissuto a cavallo tra il Sette e l’Ottocento, resta ancora un mistero la grande “E” riportata sulla parte bassa della copertina, peraltro d’un bianco immacolato come tutti gli album che Battisti ha fatto dare alle stampe dal 1988 in poi. Misteri che si sommano ad altri misteri, più o meno noti ai tanti appassionati di questo celeberrimo musicista nostrano. E anche questo contribuisce a spiegare perché, dopo venti anni dalla morte, di Lucio Battisti non ne abbiamo ancora avuto abbastanza.

-Matteo Aceto

Michael Jackson, 60 anni dopo

michael jackson 60 anni dopo“Il ritorno dell’iperbarico”, titolava nel 2001 una delle peggiori riviste musicali che io abbia mai avuto il dispiacere di leggere, ovvero “Musica”, un orrido inserto settimanale in abbinamento al quotidiano La Repubblica di quegli anni. Il titolo di quell’infelice articolo, edito in occasione dell’uscita dell’album “Invincible” di Michael Jackson, era riferito a una delle tante leggende metropolitane che attorniavano il celebre cantante, ovvero che dormisse in una camera iperbarica per mantenersi sempre giovane. Mi fa davvero piacere constatare come oggi “Musica” non ci sia più, e anche da un bel po’ di anni, mentre per quanto riguarda Michael Jackson siamo ancora qui a parlarne. Certo, anche lui non c’è più, ma soltanto dal punto di vista fisico, perché la sua musica, i suoi dischi, i suoi videoclip, le sue canzoni sono davvero ovunque. Michael Jackson è perfino in “nuovi” brani d’alta classifica, come in Low di Lenny Kravitz e ancora con più evidenza in Don’t Matter To Me di Drake. Senza poi contare tutta la musica pop che – nel bene o nel male – ascoltiamo alla radio e (soprattutto) guardiamo in televisione: i riferimenti allo stile di Michael, voluti o meno, sono molteplici ed evidentissimi.

Ebbene, proprio oggi Michael Jackson avrebbe compiuto sessant’anni. Come sappiamo tutti, però, è prematuramente venuto a mancare in un maledetto giorno di fine giugno di nove anni fa, proprio alla vigilia d’un tour concertistico che ne avrebbe rivitalizzato la carriera. Carriera che, paradossalmente, è invece stata rivitalizzata da quella morte così inaspettata che ha letteralmente scioccato il mondo intero. Non riesco a immaginarmi un Michael Jackson sessantenne, non so proprio che cosa ne sarebbe stata della sua vita privata e della sua vicenda artistica se fosse sopravvissuto a quel fatidico arresto cardiaco. Questo perché la morte di Michael è stata qualcosa di così scioccante per il sottoscritto da rappresentare inesorabilmente un qualcosa di definitivo. Non c’è scampo, non si torna indietro.

La musica di Michael Jackson è però ovunque, e non solo nei dischi che ho a casa mia, e non solo nei già citati pezzi di Kravitz e di Drake; basta accendere la radio, sintonizzarsi in una stazione qualsiasi, in un orario qualsiasi, in un giorno a caso, e prima o poi un pezzo di Michael spunta fuori. Proprio qualche giorno fa, su R101, ho riascoltato Billie Jean ma posso ben testimoniare di essermi imbattuto, soltanto in queste ultime settimane, in brani come The Way You Make Me Feel, Man In The Mirror e Love Never Felt So Good (altro pezzo riemerso per la posterità, grazie a Justin Timberlake) mentre viaggiavo in macchina o facevo la spesa al supermercato.

E se ne continua a parlare. E non più come di un mostro, come faceva “Musica” e chissà quanti altri in quegli anni, ma – come è sacrosanto che sia – come di un grande. Un grande artista, un grande personaggio, un imprescindibile uomo di spettacolo che ha lasciato una traccia profonda nel nostro immaginario collettivo, che la cosa ci piaccia o meno. Uno che sta a buon diritto sullo stesso piano dei Beatles, di Elvis Presley, di Frank Sinatra e di pochi, pochissimi altri. Buon compleanno, Michael.

-Matteo Aceto

John Lennon, presto un cofanetto deluxe per celebrare l’album “Imagine”

Se ne parlava già da qualche settimana, anche se l’ufficialità è giunta solo ieri: il prossimo 4 ottobre la Universal distribuirà sul mercato discografico tutta una serie di nuove edizioni di “Imagine“, l’album più celebre del John Lennon solista, originariamente pubblicato nel 1971. Sarà infatti disponibile in ciddì, in doppio ciddì, in doppio vinile, in doppio vinile trasparente (in edizione limitata) e soprattutto sotto forma di corposo cofanetto da ben sei dischi (4 ciddì + 2 blu-ray). Senza poi contare la pubblicazione ad hoc di due libri (l’uno è l’edizione deluxe dell’altro) e un nuovo film-documentario, disponibile sia in dvd che blu-ray.

john lennon imagine ultimate deluxe box 6 discDa autentico fanatico dei Beatles & relativi, l’edizione che mi fa venire l’acquolina alla bocca è ovviamente il cofanettone da sei dischi (foto accanto), che promette dunque “133 brani in Alta Definizione, Studio Quality 96kHz/24bit audio in 5.1 Surround Sound, 4.0 Quadrasonic, Stereo & Mono” distribuiti sui due blu-ray e “61 brani con risoluzione 44.1kHz/16bit sia in Stereo che in mono” distribuiti sui quattro ciddì. Oltre a un bel librettone da 120 pagine. Insomma, tanta roba, come si dice al giorno d’oggi. Anche perché, ricordiamolo, l’album originale del 1971 include “soltanto” dieci brani.

Scendendo più in dettaglio, questa che è stata intitolata “Imagine – The Ultimate Collection” offre un’esperienza sonora davvero unica, ovvero la possibilità di ascoltare con maniacale minuzia di particolari ogni aspetto dell’album più famoso di Lennon: dai demo iniziali alle versioni definitive delle canzoni, passando per le varie fasi di registrazione (anche attraverso passaggi dal vivo in studio, com’era tipico dell’etica beatlesiana, del resto), le tracce vocali e/o strumentali isolate (ad esempio i soli archi di Imagine o la sola voce di John su Love) e le versioni alternative dei brani, compresi quei singoli usciti sempre nel ’71 ma non inclusi nell’album, come Power To The People e la celeberrima Happy Xmas (War Is Over). Sarà anche possibile ascoltare “Imagine” in sistema surround 5.1, credo una novità assoluta, mentre è stato ripescato e opportunamente remasterizzato l’originale mix quadrifonico dell’epoca, uscito solo in quel 1971 e mai riproposto successivamente.

C’è da ammettere, tuttavia, che – tra i due blu-ray e i sei ciddì – molto del materiale presente in questo cofanettone viene inesorabilmente duplicato, senza poi contare quelle versioni alternative presenti anche nella “Lennon Anthology” del 1998 e quindi note ai fan da almeno vent’anni. Ad ogni modo, pare proprio che la maggior parte del materiale “inedito” del cofanetto sia davvero inedito alle nostre orecchie, perché comprensivo delle istruzioni date in studio ai musicisti e di passaggi più lunghi che magari erano stati precedentemente editati. Insomma, con questo cofanetto – e con il prezzo che si paga per portarsene una copia a casa, credo un centinaio buono di euro – si dovrebbe ascoltare (e con una definizione letteralmente inaudita prima) davvero tutto quello che c’è da ascoltare tra i nastri incisi da John Lennon e i suoi collaboratori in quell’ormai remoto 1971.

Collaboratori tra cui spicca ovviamente Yoko Ono, che ha autorizzato e permesso il tutto (senza di lei, è chiaro, non si sarebbe andati da nessuna parte). Sarà anche la prima volta in cui la canzone Imagine comparirà accreditata anche a lei; com’è noto, all’inizio dell’anno, la Ono ha ufficialmente ottenuto il riconoscimento di coautrice dello storico brano, cosa che del resto parlava lo stesso John in tempi non sospetti. Il motivo è la prosecuzione nel corso degli anni dei diritti di copyright quando l’ultimo degli autori di una canzone (la Ono, in questo caso, essendo Lennon prematuramente scomparso nel 1980) viene a mancare da questo mondo. Insomma, gli eredi Lennon-Ono potranno beneficiare dei proventi di Imagine per molti altri decenni in futuro.

-Matteo Aceto

Idee per un post di mezz’estate

Tornando ad occuparmi di questo modesto blog, colpevolmente dimenticato negli ultimi tempi, ho notato con un certo stupore che, nello scorso mese di luglio, sebbene io non vi abbia scritto un solo post che è uno, Immagine Pubblica ha fatto segnare il record di visite da quando è tornato online, su questa piattaforma, nel febbraio 2016. Insomma, questo blog va ormai avanti anche da solo, come una sorta di Frankenstein che mi diletta & mi atterrisce a un tempo.

Non ho ancora detto l’ultima parola, ovviamente, perché di idee per post futuri me ne restano parecchie (e alcune, ahimè, giacciono fra le bozze da diversi mesi); è che di recente sono diventato papà per la seconda volta, per cui di tempo per mettersi a scrivere con un certo criterio me ne resta davvero pochino. Tanto per dirne una, ho finalmente comprato le famose “Goldberg Variations” di Johann Sebastian Bach eseguite da Glenn Gould; ebbene, su tre volte che ho messo il ciddì nel lettore, quella santa donna di mia moglie ha richiesto il mio aiuto casalingo esattamente tre volte. Va bene così, ovviamente, ci sono delle priorità nella vita. E sono contentissimo per l’arrivo del bambino. Fatto sta che, però, non sono ancora riuscito ad ascoltarmi come si deve, e per intero, quel celebre & celebrato lavoro del pianista canadese. Se pensavo di scrivere un post ad hoc sulle “Goldberg Variations” si sarà da aspettare, ecco.

Così come nel caso de “La Dolce Vita” di Federico Fellini, che ho avuto modo di rivedermi su divuddì negli ultimi tempi (quasi tre ore di film spalmate nell’arco di una settimana, tanto per dire): pensavo di scriverne un post, finalmente, ma ad oggi ho già perso l’ispirazione migliore. Voglio dire, parlando d’un capolavoro del cinema come quello, non me la sento di buttare giù le prime righe che mi vengono in mente tanto per aggiornare questo blog.

Mi auguro comunque di tornare presto in azione, magari già nel corso di agosto o più probabilmente a settembre, un mese per me sempre molto caro, un mese che mi ha dato sempre la sensazione della ripartenza, della vita che ricomincia. E così, che altro dire, buona prosecuzione d’estate a tutti, ci aggiorniamo quanto prima.

-Matteo Aceto

The Beatles, i 20 migliori album da solista

the beatles 1969Mi sono accorto già da un bel po’ di ascoltare molto di più i Beatles come solisti che come gruppo. Certo, per me è sempre una gioia sentire dischi come “Abbey Road“, “Sgt. Pepper” o anche “Please Please Me” ma, quando ho voglia di Beatles, capita più spesso che io vada a risentirmi i vari album da solista dell’uno o dell’altro. Devo poi ammettere che alcuni di questi dischi in solitaria non hanno niente da invidiare alla produzione più blasonata dei Beatles in quanto tali. Inoltre, ho trovato molto di questo materiale ancora più interessante col passare del tempo.

In particolare, navigando a caso in alcuni siti di appassionati beatlesiani, mi sono recentemente imbattuto in un paio di simpatiche classifiche sui migliori (e i peggiori) dischi da solista dei componenti dei Beatles. In un caso ho individuato una interessante Top 10, in un altro c’era addirittura la classifica di tutti i dischi solistici dei Beatles, dal peggiore (in quel caso era “Ringo The 4th”, Ringo Starr, 1977) al migliore (sempre in quel caso era “All Things Must Pass”, George Harrison, 1970). Ora io, per quanto tentato, non potrei fare altrettanto perché non ho (ancora) ascoltato tutti i i dischi da solista dei miei amati Beatles: col tempo ho ascoltato (e ho comprato) tutti gli album di George Harrison, tutti quelli di John Lennon, la gran parte degli album di Paul McCartney (da solo o come leader dei Wings) e una decina scarsa di quelli di Ringo Starr. Mi mancano, per l’appunto, svariati album di Starr (tra cui il famigerato “Ringo The 4th”) e di McCartney, soprattutto i più recenti, quelli usciti da una decina d’anni a questa parte, ecco.

Nello stilare la mia personale classifica dei migliori album da solista dei Beatles ho così tentato una via di mezzo; non una una Top 10, non una selezione completa ma una mia  ideale Top 20, per giunta in ordine decrescente per aumentare la suspense. Pronti? Via!

20: “Ringo Rama”, Ringo Starr, 2003

19: “Tug Of War”, Paul McCartney, 1982

18: “Venus And Mars”, Wings, 1975

17: “Chaos And Creation In The Backyard”, Paul McCartney, 2005

16: “Flowers In The Dirt”, Paul McCartney, 1989

15: “Flaming Pie”, Paul McCartney, 1997

14: “Double Fantasy“, John Lennon & Yoko Ono, 1980

13: “Ram”, Paul McCartney, 1971

12: “Walls And Bridges”, John Lennon, 1973

11: “Mind Games”, John Lennon, 1973

10: “McCartney“, Paul McCartney, 1970

9: “Brainwashed”, George Harrison, 2002

8: “George Harrison”, George Harrison, 1979

7: “Cloud Nine“, George Harrison, 1987

6: “Ringo“, Ringo Starr, 1973

5: “Living In The Material World“, George Harrison, 1973

4: “Imagine“, John Lennon, 1971

3: “John Lennon/Plastic Ono Band“, John Lennon, 1970

2: “Band On The Run“, Paul McCartney & Wings, 1973

1: “All Things Must Pass“, George Harrison, 1970

Ebbene sì, il disco più bello per un Beatle solista è & resta il triplo “All Things Must Pass” di Harrison. Ascoltare (e quindi comprare, che ne vale la pena) per credere.

-Matteo Aceto